domenica 8 settembre 2019

I socialisti e i flussi migratori

Ogni giorno sentiamo di uomini e donne diseredati che cercano di raggiungere l’Europa su barche di fortuna puntualmente gestite da trafficanti senza scrupoli. Vi sono flussi, anche più ingenti, via terra, ma la tragicità del naufragio ha senz’altro una maggiore presa mediatica. Questi disperati arrivano un po’ da tutte le parti del mondo, ma la grande maggioranza di loro, ossia quelli che arrivano dall’Africa Sub-Sahariana, fa ancora una volta più presa sull’opinione pubblica. Scappano da realtà di disoccupazione, di miseria, di oppressione, talvolta anche da guerre vere e proprie, ma ovviamente (come ci ricordano sempre i media) tra loro si possono nascondere anche dei pericolosi jihadisti... E poi arrivano pure i “balcanici”, che spesso si distinguono nei notiziari per furti e violenze, i sud-americani che ci hanno portato le loro tremende gang giovanili. E i cinesi che stanno comprando l’intero paese pezzo a pezzo con denaro sonante. Insomma ce n’è davvero per tutti.
Sì, siamo vittime di questi inesorabili flussi migratori, ma al contempo dovremmo notare che nel 2018 ben 5.1 milioni di italiani (l’8% della popolazione!) erano registrati come residenti all’estero e il tasso di emigrazione di italiani dall’Italia è attualmente in continua crescita. Ma, per l’amor di Dio, noi siamo “brava gente”. E mica emigriamo clandestinamente... No, quello non lo facciamo più (ma talvolta lo facevamo nel XIX secolo per andare a lavorare in Francia e anche nel XX secolo per portare la famiglia in Svizzera)!


Gente che va e gente che viene, verrebbe da dire. Però non dopo aver cercato di spiegare il fenomeno, senza farsi prendere dalla solita isteria mediatica. 


Il modo di produzione capitalista determina l’annientamento di ogni altro tipo di organizzazione sociale. Vi sono ancora rarissimi esempi di società indipendenti dal capitalismo, come gli Amish della Pennsylvania, gli Indios dell’Amazzonia e pochi altri. Ma come indicano studi recenti, anche gli Amish sono vittime degli effetti perturbanti del capitalismo e la loro esistenza è oggi a rischio. Gli Indios della foresta amazzonica, isolati da centinaia di chilometri di giungla, sono inesorabilmente minacciati dalla deforestazione che, guarda caso, è determinata in primo luogo da evidenti interessi economici capitalisti nel legname e nelle materie prime del sottosuolo. Il capitalismo è quindi, inesorabilmente, un sistema di organizzazione della produzione e della distribuzione al livello globale, che per sua stessa natura, fagocita tutto, determinando squilibri economici e sociali dei quali le migrazioni sono solo una delle molte conseguenze (insieme alle crisi economiche, alle guerre, e alle devastazioni ambientali).


Il capitalismo dunque s’insinua globalmente, ma in modo diseguale e non omogeneo. Colonizza con la forza militare o, più spesso, con quella del denaro e depaupera in modo spregiudicato realtà definite economicamente “sottosviluppate” proprio in termini capitalistici. In questo modo il capitalismo impoverisce da secoli varie parti del mondo delle loro risorse materiali e umane per arricchirne altre. Il grado di sviluppo diseguale della produzione di merci e di servizi all’interno del sistema capitalista determina in modo conseguente i gradi di occupazione lavorativa (e i salari reali), similmente diseguali. Sotto il capitalismo però il lavoro salariato diviene una necessità ineluttabile per il lavoratore e va cercato a tutti i costi, per motivi di mera sopravvivenza; ma non sempre si trova. Oppure si trova, ma a condizioni davvero miserrime. Così in molti fuggono da tali realtà urbane o agricole di squallore e di degrado, quando possono, verso un’esistenza migliore o, almeno, verso la speranza di trovarla.  A tutto questo vanno aggiunte anche le guerre che spesso hanno motivazioni economiche, anche se sono frequentemente mascherate, per esempio, da ragioni politiche, etniche o persino religiose. 
Al sistema capitalista mondiale questi flussi migratori fanno generalmente comodo perché servono ad abbassare il costo della forza-lavoro. Oggigiorno non parliamo solo di lavori nei settori a bassa tecnologia (braccianti, inservienti, operai non specializzati, ecc.), ma anche di impieghi in settori tecnologici. Questo perché i paesi in via di sviluppo (o già sviluppati ma con economie in grave crisi) hanno comunque le capacità educative di formare tecnici, quadri e professionisti specializzati che, o sono pronti a migrare, o possono eseguire lavori costosi più economicamente nei loro paesi di origine. Ma i cittadini del paese ricevente di solito percepiscono una minaccia negli immigrati senza specializzazione, spesso con un basso livello d’istruzione, che possono accettare lavori per un salario minimo (o addirittura a livelli di vera e propria “schiavitù salariata”), o che sono facile preda della criminalità organizzata. Molto meno spesso la minaccia è vista nell’immigrato con una o più lauree o, addirittura, con dottorato. Insomma, si usano sovente due pesi e due misure!


Ma tali flussi migratori sono inesorabili. Non è dunque sensato battersi contro di essi. È però sensato convincere i lavoratori di tutte le provenienze che la lotta non è tra di loro. Ma in opposizione a chi li mette l’uno contro l’altro. Ovvero chi possiede i mezzi di produzione o chi, comunque, fa gli interessi di questi capitalisti. Quindi i pochi super-ricchi e la classe politica borghese che fa loro da lacchè.


Ora, alcuni partiti borghesi “progressisti” sono a favore e agevolano tali flussi migratori e vogliono passare per autentici filantropi mentre sta loro a cuore solo l’abbassamento dei costi salariali. Altri includono nel loro programma una vera e propria “crociata” contro l’immigrazione, soprattutto per ciò che riguarda i migranti economici, ma, in molti casi, anche i rifugiati e i profughi, tirando in ballo ovviamente ragioni pratiche, in aggiunta, tuttavia, ad altre culturali, religiose e di ordine pubblico, rispolverando magari perfino vecchi slogan razzisti di quasi un secolo fa. Questo tipo di messaggio risuona meglio tra i lavoratori dei paesi soggetti ad una forte de-industrializzazione dove, effettivamente, la disoccupazione è molto alta e la manodopera straniera a bassissimo costo non è certamente la benvenuta. Risuona soprattutto, ma non solo, tra i lavoratori precari, i disoccupati o i semi-occupati e, in genere, tra quelli a bassa o bassissima specializzazione. Ma intendiamoci: i partiti borghesi “progressisti” o xenofobi, in ultima analisi, sono tutti dalla stessa parte... Ossia la loro!


Come può un partito davvero socialista, data la sua natura rigorosamente internazionalista, parlare alla classe lavoratrice minacciata, spesso concretamente, da questi migranti economici, che poi però fanno anche loro parte della stessa classe? Come può un tale partito socialista sostenere di essere dalla parte dei lavoratori se poi non si batte per condizioni di vita migliori per tutti i lavoratori? 

Il Partito Socialista dovrebbe simpatizzare con la lotta in campo sindacale a tutela delle condizioni lavorative, che miri a rendere impossibile l’assunzione di lavoratori stranieri a condizioni più svantaggiose di quelle che si applicherebbero ai lavoratori del luogo. Tenendo sempre ben presente che questa lotta sindacale è solo un’azione di aggregazione e propaganda politica con l’unica funzione di unire i lavoratori indipendentemente dalla loro provenienza, che non ha né l’ambizione né lo scopo di essere la via per il socialismo, per almeno due motivi. In primo luogo perché una tale lotta è destinata ad essere soverchiata dalla pressione capitalista che agisce su due fronti, quello di portare il lavoro all’estero e quello di aumentare il costo della vita se le rivendicazioni  sindacali dovessero andare in porto estesamente1. In secondo luogo perché il socialismo non può essere raggiunto riformando il sistema capitalista tramite azioni sindacali che, per loro stessa natura, guardano solo al brevissimo termine e si fermano lì. Esaurita la sua funzione aggregante una tale azione deve essere abbandonata per abbracciare la vera lotta di classe, quella rivoluzionaria. Ciò nonostante, in questo momento storico, noi singoli lavoratori dobbiamo ricostruire l’unità di classe e incanalare la spontaneità dei lavoratori in una lotta economica internazionalista. 

Inoltre, è necessario un ritorno a centri di aggregazione, come furono in passato le “Camere del Lavoro” e le “Case del Popolo”, dove si possa attuare la solidarietà di classe su basi puramente volontarie. Il nostro partito ha già una struttura compatibile con queste iniziative. Ma sarebbe opportuno ampliare tali gruppi e renderli permanenti. Questi centri, per esempio, dovrebbero effettivamente funzionare con un chiaro disegno politico di unificazione della classe. 

Solo così i socialisti potrebbero riunificare davvero la classe lavoratrice.

1 Vittoria sindacale in campo salariale (ovvero o salari invariati per alloctoni e autoctoni o addirittura più alti) in un sistema nazione, vorrebbe dire abbassamento di competitività capitalistica che nel lungo/medio termine andrebbe a determinare l’aumento del costo della vita, così da determinare una riduzione dei salari reali, ovvero salari aggiustati per il costo della vita. Attenzione però! Non mi sto rifacendo alla tesi sostenuta da John Weston, dove il capitalista compensa l’aumento dei salari con prezzi più alti. Tesi giustamente criticata da Marx in Salario prezzo e profitto. La causa, in un sistema nazional-protezionista, è la fuga dei capitali nei settori primario e secondario inducendo un aumento delle importazioni e della disoccupazione, e un terziario molto costoso da mantenere con necessario aumento tributario quindi un aumento del costo della vita e di conseguenza un abbassamento del potere d’acquisto (inflazione).

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