martedì 19 maggio 2020

ANGELICA BALABANOFF: UN ITINERARIO VERSO IL BOLSCEVISMO E RITORNO

Anželika Isaakovna Balabanova nacque a Černigov nell’Impero Russo (ora Černihiv in Ucraina) in agosto, probabilmente attorno al 1868 [1]. La sua famiglia, di origine israelitica, era ricca, sicché lei ebbe un’infanzia privilegiata. Presto si rese conto di non sentirsi a suo agio in quel tipo di classe sociale abbiente e, con il sostegno finanziario della famiglia ma allo stesso momento contro il suo volere, si trasferì a Bruxelles per frequentare l’Université Nouvelle. Lì conobbe figure di spicco della Seconda Internazionale (o vicine ad essa), come Élisée Reclus, Émile Vandervelde e Georgi Plekhanov.
A Lipsia, dove si trasferì per un breve periodo, conobbe anche Rosa Luxemburg che divenne il suo modello per gli anni a venire. Quindi si recò a Berlino dove frequentò lezioni di economia politica e incontrò vari membri di alto livello del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), come Clara Zetkin e August Bebel. Sentì quindi parlare di un professore di filosofia italiano, il marxista Antonio Labriola, abbastanza noto persino tra gli studenti della SPD. Così decise di trasferirsi a Roma dove frequentò le lezioni di Labriola e incontrò alcuni fondatori del Partito Socialista Italiano (PSI): Filippo Turati, Claudio Treves e la compagna di Turati, anch’ella un’ebrea russa, Anna Kuliscioff. In quel periodo prese a italianizzare il suo nome divenendo per tutti “Angelica Balabanoff”.

sabato 4 aprile 2020

1920 - 2020 Risposte al compagno Errico Malatesta sulle differenze politiche tra socialisti e anarchici

Introduzione

Errico Malatesta (1853-1932) fu senz’altro il più celebre militante anarchico italiano del cinquantennio che va dalla morte di Michail A. Bakunin (1876) al consolidamento della dittatura fascista (1926) e, probabilmente, uno dei più rilevanti al livello mondiale insieme a Pëtr A. Kropotkin, Gustav Landauer, James Guillaume, Ricardo Mella, Alexander Berkman, Emma Goldman e Rudolf Rocker. Nel resto di questo breve articolo non proveremo neppure a riassumere l’avventurosa esistenza di Malatesta [1], tutta intessuta di progetti rivoluzionari, fallite insurrezioni, fughe precipitose, lunghi esili e non trascurabili periodi di detenzione carceraria. Una vita scomoda ma coerente dove, glissando su certe ingenuità giovanili (ad esempio, i fatti della banda del Matese del 1877), emerge l’elevata statura morale della persona che è eguagliata soltanto dalla fede salda nell’avvenire comunista libertario del genere umano. Al livello biografico c’interessa solo riassumere l’attività di Malatesta dalla fine della Grande Guerra (novembre 1918) alla Marcia su Roma (ottobre 1922), perché è proprio in questo quadriennio che si situano i due articoli ai quali intendiamo fornire adeguate risposte. Soltanto nel 1919, dopo diversi tentativi infruttuosi, Malatesta, esule nel Regno Unito dal 1914, riesce a ottenere un passaporto dal console italiano a Londra e a imbarcarsi a Cardiff per Taranto con l’aiuto di un influente sindacalista dei portuali italiani. In Italia gode subito di un’enorme popolarità, acclamato dalla folla (ma con sua grande irritazione!) come il “Lenin italiano”, e se ne avvantaggia durante un’intensa attività propagandistica che lo rende uno dei protagonisti più radicali del cosiddetto “Biennio Rosso” (1919-1920). I suoi intenti sono infatti sintetizzabili in quattro semplici linee d’azione: necessità di armarsi, necessità di un fronte unico dei sovversivi, necessità di far funzionare campi e officine in modo nuovo, necessità di passare dagli scioperi alle occupazioni. Punti che, almeno per qualche settimana durante l’Occupazione delle Fabbriche (settembre 1920), sembrano divenire finalmente attuabili.
Nel febbraio del 1920 fonda e dirige a Milano il quotidiano anarchico Umanità Nova, mentre nel luglio dello stesso anno è tra i protagonisti del congresso di Bologna dove si riorganizza l'Unione Anarchica Italiana e viene approvato il famoso “Programma Anarchico” [2], già abbozzato da Malatesta nel 1919. Viene però arrestato e recluso nel carcere di San Vittore dove, insieme ad altri detenuti, inizia uno sciopero della fame che mina le sue condizioni fisiche, riducendolo quasi in fin di vita. Tale sciopero viene sospeso solo dopo la famigerata “Strage del teatro Kursaal Diana”, avvenuta il 23 marzo 1921 e costata 21 morti e 80 feriti, per la quale vengono condannati Giuseppe Mariani, Ettore Aguggini, Giuseppe Boldrini e altri sedici anarchici individualisti che sostengono di aver agito proprio per protesta contro l’arresto immotivato di Malatesta e dei suoi compagni. Poco dopo Malatesta viene liberato ma, fortemente impressionato dalle conseguenze umane e politiche della strage, pubblica un articolo sull’Umanità Nova nel quale, pur mostrando una certa comprensione per gli esecutori materiali dell’attentato, critica gli atti di violenza indiscriminati. Continua a dirigere l’Umanità Nova (nel frattempo ridottasi a settimanale e trasferitasi a Roma dopo le devastazioni fasciste della redazione) fino alla fine del 1922, anno in cui Mussolini prende il potere e chiude d’autorità il giornale (22 novembre) che termina con il n. 196. Riprenderà le pubblicazioni soltanto nel secondo dopoguerra.

mercoledì 19 febbraio 2020

Antonio Labriola

Introduzione

Sono ormai passati 130 anni dall’ingresso di Antonio Labriola nella scena socialista italiana e mondiale. Nonostante non sia mai stato un nome di spicco nel firmamento marxista, Labriola ha avuto picchi di popolarità seppur in circuiti molto ristretti. Probabilmente nonostante sia stato considerato da diversi studiosi del marxismo uno dei suoi filosofi più rigorosi, il suo pensiero filosofico, appunto, è risultato poco accessibile ed è rimasto pressoché sconosciuto ai molti.

Ad ogni modo, mentre in vita aveva un certo ascendente su alcuni socialdemocratici tedeschi, era infatti in relazione epistolare tra gli altri con Bebel e Kautsky. Diviene perciò comprensibile come possa una giovane Angelica Balabanoff, ancora studentessa universitaria in Germania, decidere di trasferirsi in Italia dopo averne sentito parlare così bene da compagni di corso vicini alla Socialdemocrazia. La Balabanoff in una lettera al Mussolini “socialista” teneva molto a precisare la differenza che passava tra Antonio, il professore di filosofia e marxista ortodosso e Arturo, il sindacalista rivoluzionario, che Engels chiamava argutamente “Labriolino”. 

Quando all’età di 47 anni decide di scrivere a Engels, Labriola è già professore ordinario di filosofia e didattica all'Università di Roma, proveniente dalla scuola di Bertrando Spaventa filosofo neo-hegeliano di spicco. Labriola era stato aiutato a più riprese dai fratelli Spaventa nel trovare una degna occupazione, presso i circuiti governativi post-unitari. Prima di approdare al socialismo Labriola aveva già studiato a fondo, oltre Hegel, anche Feuerbach e la scuola di Herbart. Aveva vinto onorificenze nella trattazione degli antichi greci, di Spinoza e di Giambattista Vico. Nel 1871, ben 19 anni prima di diventare socialista, Labriola entra in politica come pubblicista. Scrive dapprima ne «Il Piccolo» e nella «Gazzetta di Napoli», giornali liberali, quindi nell’ «Unità Nazionale» e nella «Nazione» di Firenze. A quel tempo era vicino alla Destra storica, ma per il superamento della vecchia politica risorgimentale, fino a quando nel 1886 tentò di presentarsi come candidato, senza nessuna appartenenza partitica, su posizioni radical-progressiste contro il trasformismo di Depretis. Quindi, soprattutto dopo un viaggio in Germania allo scopo di studiarne il sistema educativo, si avvicina al socialismo scientifico. Inizia quindi un rapporto epistolare con Engels e Turati.

Come marxista, Labriola prese parte al dibattito scaturito dalla pubblicazione del III libro de “Il Capitale”, si occupò della critica di Böhm-Bawerk, ma, soprattutto, delle “sciocchezze” di Achille Loria e dei suoi ammiratori sulla Critica Sociale, tra i quali Turati stesso. La critica di Labriola si riferisce allo schema di riproduzione semplice, il quale evidenzia come la dimensione temporale (ossia il momento dell’acquisto è distinto da quello della vendita) del ciclo produttivo con la conseguente usura dei macchinari, spieghi la discrepanza tra valore contenuto e valore realizzato. Engels nella prefazione al III libro, si trova costretto a criticare la confusione di Loria tra massa del plusvalore e profitto e l’idea di quest’ultimo che il capitale commerciale possegga il “magico potere” di assorbire in sé tutto il plusvalore eccedente il saggio generale di profitto. Si torna quindi al punto esplicitato da Marx, anni prima in una lettera ad Engels, secondo cui Loria interpreta il capitalismo come una sorta di proprietà terriera intesa sotto forma di rendita fondiaria. Marx scrive: “ero divertito e soddisfatto dal suo [di Loria] modo di scusarsi apertamente dell’avere antiquato ‘Il Capitale’ con la sua proprietà fondiaria. Per tutto ciò, riserbo ancora seri dubbi sul carattere di questo giovane” [1]. Labriola, seppur con i suoi limiti in campo economico, enfatizza l’ignoranza di Loria nel non considerare il ciclo produttivo come un elemento dinamico temporale contenente l’usura dei macchinari.

L’apporto originale al marxismo di Labriola fu quello filosofico. Come descrive lui stesso a Engels “vissi per anni con l’animo diviso fra Hegel e Spinoza”. Sempre a Engels, Labriola confessa “Forse - anzi senza forse - io sono diventato comunista per effetto della mia educazione (rigorosamente) hegeliana, dopo essere passato attraverso la psicologia di Herbart, e la Volkerpsychologie di Steinthal e altro”.

Volgendomi al Socialismo, non ho chiesto a Marx l’abicì del sapere. Al marxismo non ho chiesto, se non ciò che esso effettivamente contiene: ossia quella determinata ‘critica dell’economia’ che esso è, quei ‘lineamenti del materialismo storico’ che reca in sé (...). Non chiesi al marxismo nemmeno la conoscenza di quella filosofia, che esso suppone, e, in un certo senso, continua, superandola per inversione dialettica; ed è l’Hegelismo che rifioriva (...). Per intendere il socialismo scientifico non mi occorreva, dunque, di avviarmi per la prima volta alla concezione dialettica, evolutiva o genetica, che dir si voglia, essendo io ho vissuto sempre in cotesto giro di idee, da che pensatamente penso”.

Labriola era un professore di filosofia e in quanto tale egli spiega che l’essenza del materialismo storico è “la filosofia della praxis [prassi o pratica], in quanto investe tutto l’uomo storico e sociale, come mette termine ad ogni forma d’idealismo.” Una filosofia che non è confinata alla comprensione del pensiero e della società che l’ha generato, ma, alla sua trasformazione, attraverso la presa di coscienza dei meccanismi di trasformazione del pensiero stesso.
Specifica ad Engels che in italiano sarebbe più opportuno parlare di metodo genetico invece di metodo dialettico, in quanto il termine dialettico “è denigrato nell’uso comune all’arte retorica ed avvocatesca” mentre il metodo vuole intendere “le cose che divengono” (ovvero la loro genesi).

Vede la storia come processo di creazione di un terreno artificiale che media il divenire delle cose tra cui il capitalismo e quindi il socialismo.

 Le idee non cascano dal cielo, e anzi, come ogni altro tipo di prodotto dell’attività umana, si formano in date circostanze (…). Anche le idee suppongono un terreno di condizioni sociali, ed hanno la loro tecnica: ed il pensiero è anch’esso una forma del lavoro.

Lo stato è (...) messo al suo posto (...) in quanto forma che è effetto di altre condizioni, e a sua volta, poiché esiste, reagisce naturalmente sul resto. (...). Codesta forma sarà mai superata? [Sì] ma come risultato dell’immanente processo della storia. (...). La premessa di tale previsione è nelle condizioni stesse della presente produzione capitalistica [che] concentra di giorno in giorno sempre più la proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi, (...) azionisti e negoziatori (...) la cui direzione passa all’intelligenza. Col crescere della coscienza di tale situazione nei [lavoratori] e col decrescere della capacità nei detentori del capitale a conservare la privata direzione del lavoro produttivo, si verrà a un punto in cui, di un modo o dell'altro, con la eliminazione di ogni forma di rendita, interesse e proprietà privata, la produzione passerà all'associazione collettiva, ossia sarà comunistica. (...). Il governo tecnico e pedagogico dell’intelligenza sarebbe l’unico ordine della società.”

Nell’opera In memoria del Manifesto, Labriola indica che la previsione storica del comunismo critico è una previsione morfologica, ovvero che rivela la forma delle cose, quali le classi sociali.

Qui sotto riportiamo un brevissimo articolo uscito sul Socialist Standard (Febbraio 2016) sul Labriola Socialista più che filosofo. In aggiunta abbiamo digitalizzato una sua lettera ad Engels in merito alla fondazione del Partito Socialista Italiano.



“Quando solo alcuni individui più o meno socialisti si rivolgono a ignoranti proletari che sono apolitici e in gran parte reazionari, è quasi inevitabile che quegli individui vengano considerati utopisti e demagoghi”.
  Antonio Labriola


[1] per approfondire il discorso dei difficili rapporti (sia umani che intellettuali) tra Marx ed Engels da un lato e Achille Loria dall’altro, si puo leggere l’utile artico di G. M. Bravo “Engels e Loria: relazioni e polemiche”, Studi Storici, Anno 11, No. 3 (Luglio - Settembre 1970), pp. 533-550.



mercoledì 29 gennaio 2020

1920 - 2020 L’Occupazione delle Fabbriche e il mito della mancata rivoluzione socialista in Italia

Introduzione

Tra il 25 e il 30 settembre del 1920, esattamente un secolo fa, terminava il cosiddetto movimento di “Occupazione delle Fabbriche”, con gli operai che sgomberavano pacificamente gli stabilimenti riconsegnandoli agli industriali. Quasi contemporaneamente, il 2 ottobre, quando l'occupazione era da poco conclusa, il settimanale socialista torinese L’Ordine Nuovo pubblicava un editoriale [1] in cui, oltre ad ammettere la sconfitta dei lavoratori industriali, si accusavano i dirigenti sindacali e i burocrati di partito di esserne i responsabili. Finiva la cronaca ed iniziava già il mito, quello della mancata rivoluzione socialista in Italia. Una leggenda ancora largamente diffusa nella sinistra “radicale” italiana: dai leninisti agli anarchici, dai trotzkisti [2] ai bordighisti, dagli “operaisti” fino, addirittura, ad alcune frange più intransigenti della socialdemocrazia. Più in generale, tutto il periodo degli anni 1919 e 1920, noto in Italia con il nome pittoresco di “Biennio Rosso”, verrà visto da molti come un susseguirsi di possibili occasioni pre-rivoluzionarie nelle quali i lavoratori, potenzialmente e obiettivamente in grado di conquistare il potere politico ed economico, furono sistematicamente illusi e ingannati dai loro dirigenti partitici e/o sindacali. Traditi dai socialisti del PSI secondo gli anarchici, traditi dalla potente minoranza riformista della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) secondo i socialisti massimalisti, traditi sia, direttamente, dai riformisti sia, indirettamente, dai massimalisti secondo la cosiddetta “frazione astensionista” del PSI, che avrebbe di lì a poco formato il Partito Comunista d’Italia (PCdI) sotto la pressione della potente componente bolscevica russa del Komintern (Internazionale Comunista).    
Personalmente non siamo affatto d’accordo con questo ridicolo scaricabarile. La nostra tesi è radicalmente diversa: nel Biennio Rosso non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista in Italia e nel resto dell’articolo cercheremo di spiegarne chiaramente le ragioni. Tuttavia, prima di cominciare, è necessaria una brevissima ma cruciale precisazione: anche se alcune delle nostre analisi di questo fenomeno storico sembreranno esteriormente simili a quelle apparse in quegli anni sulle colonne della rivista teorica riformista del PSI, la Critica Sociale di Filippo Turati, noi non siamo assolutamente dei riformisti. Anzi, all’opposto, pensiamo che il sistema capitalista non possa esser trasformato gradualmente nel suo successore storico, il Socialismo. In questo senso, pur riconoscendo che su alcuni singoli punti (la critica alla Rivoluzione d’Ottobre, il rifiuto dei moti insurrezionali violenti ecc. [3]) Turati e i suoi compagni interpretarono l’insegnamento di Marx ed Engels meglio dei loro avversari massimalisti e leninisti, non ne possiamo in alcun modo condividere scelta strategica di fondo: faticosi progetti parlamentari di leggi per la riforma sociale, lenta conquista politica dei comuni urbani con la conseguente creazione di cooperative e di aziende municipalizzate ecc., fino all’illusione finale di potersi alleare nel 1924 con la parte più “democratica” della borghesia in vista di un ipotetico fronte antifascista che salvasse il paese dalla dittatura mussoliniana. Come sono lontani i tempi (26 gennaio 1894) in cui Friedrich Engels in persona istruiva [4] il giovane avvocato Turati sui gravissimi rischi di un governo di coalizione tra partiti socialisti e forze politiche borghesi! Ma questa è proprio la parabola storica (1892-1925) del “primo riformismo italiano” che meriterebbe un approfondimento a parte e che esula, ovviamente, dal tema del presente articolo.

domenica 8 settembre 2019

I socialisti e i flussi migratori

Ogni giorno sentiamo di uomini e donne diseredati che cercano di raggiungere l’Europa su barche di fortuna puntualmente gestite da trafficanti senza scrupoli. Vi sono flussi, anche più ingenti, via terra, ma la tragicità del naufragio ha senz’altro una maggiore presa mediatica. Questi disperati arrivano un po’ da tutte le parti del mondo, ma la grande maggioranza di loro, ossia quelli che arrivano dall’Africa Sub-Sahariana, fa ancora una volta più presa sull’opinione pubblica. Scappano da realtà di disoccupazione, di miseria, di oppressione, talvolta anche da guerre vere e proprie, ma ovviamente (come ci ricordano sempre i media) tra loro si possono nascondere anche dei pericolosi jihadisti... E poi arrivano pure i “balcanici”, che spesso si distinguono nei notiziari per furti e violenze, i sud-americani che ci hanno portato le loro tremende gang giovanili. E i cinesi che stanno comprando l’intero paese pezzo a pezzo con denaro sonante. Insomma ce n’è davvero per tutti.
Sì, siamo vittime di questi inesorabili flussi migratori, ma al contempo dovremmo notare che nel 2018 ben 5.1 milioni di italiani (l’8% della popolazione!) erano registrati come residenti all’estero e il tasso di emigrazione di italiani dall’Italia è attualmente in continua crescita. Ma, per l’amor di Dio, noi siamo “brava gente”. E mica emigriamo clandestinamente... No, quello non lo facciamo più (ma talvolta lo facevamo nel XIX secolo per andare a lavorare in Francia e anche nel XX secolo per portare la famiglia in Svizzera)!

Gente che va e gente che viene, verrebbe da dire. Però non dopo aver cercato di spiegare il fenomeno, senza farsi prendere dalla solita isteria mediatica. 

Il modo di produzione capitalista determina l’annientamento di ogni altro tipo di organizzazione sociale. Vi sono ancora rarissimi esempi di società indipendenti dal capitalismo, come gli Amish della Pennsylvania, gli Indios dell’Amazzonia e pochi altri. Ma come indicano studi recenti, anche gli Amish sono vittime degli effetti perturbanti del capitalismo e la loro esistenza è oggi a rischio. Gli Indios della foresta amazzonica, isolati da centinaia di chilometri di giungla, sono inesorabilmente minacciati dalla deforestazione che, guarda caso, è determinata in primo luogo da evidenti interessi economici capitalisti nel legname e nelle materie prime del sottosuolo. Il capitalismo è quindi, inesorabilmente, un sistema di organizzazione della produzione e della distribuzione al livello globale, che per sua stessa natura, fagocita tutto, determinando squilibri economici e sociali dei quali le migrazioni sono solo una delle molte conseguenze (insieme alle crisi economiche, alle guerre, e alle devastazioni ambientali).

Il capitalismo dunque s’insinua globalmente, ma in modo diseguale e non omogeneo. Colonizza con la forza militare o, più spesso, con quella del denaro e depaupera in modo spregiudicato realtà definite economicamente “sottosviluppate” proprio in termini capitalistici. In questo modo il capitalismo impoverisce da secoli varie parti del mondo delle loro risorse materiali e umane per arricchirne altre. Il grado di sviluppo diseguale della produzione di merci e di servizi all’interno del sistema capitalista determina in modo conseguente i gradi di occupazione lavorativa (e i salari reali), similmente diseguali. Sotto il capitalismo però il lavoro salariato diviene una necessità ineluttabile per il lavoratore e va cercato a tutti i costi, per motivi di mera sopravvivenza; ma non sempre si trova. Oppure si trova, ma a condizioni davvero miserrime. Così in molti fuggono da tali realtà urbane o agricole di squallore e di degrado, quando possono, verso un’esistenza migliore o, almeno, verso la speranza di trovarla.  A tutto questo vanno aggiunte anche le guerre che spesso hanno motivazioni economiche, anche se sono frequentemente mascherate, per esempio, da ragioni politiche, etniche o persino religiose. 
Al sistema capitalista mondiale questi flussi migratori fanno generalmente comodo perché servono ad abbassare il costo della forza-lavoro. Oggigiorno non parliamo solo di lavori nei settori a bassa tecnologia (braccianti, inservienti, operai non specializzati, ecc.), ma anche di impieghi in settori tecnologici. Questo perché i paesi in via di sviluppo (o già sviluppati ma con economie in grave crisi) hanno comunque le capacità educative di formare tecnici, quadri e professionisti specializzati che, o sono pronti a migrare, o possono eseguire lavori costosi più economicamente nei loro paesi di origine. Ma i cittadini del paese ricevente di solito percepiscono una minaccia negli immigrati senza specializzazione, spesso con un basso livello d’istruzione, che possono accettare lavori per un salario minimo (o addirittura a livelli di vera e propria “schiavitù salariata”), o che sono facile preda della criminalità organizzata. Molto meno spesso la minaccia è vista nell’immigrato con una o più lauree o, addirittura, con dottorato. Insomma, si usano sovente due pesi e due misure!

Ma tali flussi migratori sono inesorabili. Non è dunque sensato battersi contro di essi. È però sensato convincere i lavoratori di tutte le provenienze che la lotta non è tra di loro. Ma in opposizione a chi li mette l’uno contro l’altro. Ovvero chi possiede i mezzi di produzione o chi, comunque, fa gli interessi di questi capitalisti. Quindi i pochi super-ricchi e la classe politica borghese che fa loro da lacchè.

Ora, alcuni partiti borghesi “progressisti” sono a favore e agevolano tali flussi migratori e vogliono passare per autentici filantropi mentre sta loro a cuore solo l’abbassamento dei costi salariali. Altri includono nel loro programma una vera e propria “crociata” contro l’immigrazione, soprattutto per ciò che riguarda i migranti economici, ma, in molti casi, anche i rifugiati e i profughi, tirando in ballo ovviamente ragioni pratiche, in aggiunta, tuttavia, ad altre culturali, religiose e di ordine pubblico, rispolverando magari perfino vecchi slogan razzisti di quasi un secolo fa. Questo tipo di messaggio risuona meglio tra i lavoratori dei paesi soggetti ad una forte de-industrializzazione dove, effettivamente, la disoccupazione è molto alta e la manodopera straniera a bassissimo costo non è certamente la benvenuta. Risuona soprattutto, ma non solo, tra i lavoratori precari, i disoccupati o i semi-occupati e, in genere, tra quelli a bassa o bassissima specializzazione. Ma intendiamoci: i partiti borghesi “progressisti” o xenofobi, in ultima analisi, sono tutti dalla stessa parte... Ossia la loro!

Come può un partito davvero socialista, data la sua natura rigorosamente internazionalista, parlare alla classe lavoratrice minacciata, spesso concretamente, da questi migranti economici, che poi però fanno anche loro parte della stessa classe? Come può un tale partito socialista sostenere di essere dalla parte dei lavoratori se poi non si batte per condizioni di vita migliori per tutti i lavoratori? 

Il Partito Socialista dovrebbe simpatizzare con la lotta in campo sindacale a tutela delle condizioni lavorative, che miri a rendere impossibile l’assunzione di lavoratori stranieri a condizioni più svantaggiose di quelle che si applicherebbero ai lavoratori del luogo. Tenendo sempre ben presente che questa lotta sindacale è solo un’azione di aggregazione e propaganda politica con l’unica funzione di unire i lavoratori indipendentemente dalla loro provenienza, che non ha né l’ambizione né lo scopo di essere la via per il socialismo, per almeno due motivi. In primo luogo perché una tale lotta è destinata ad essere soverchiata dalla pressione capitalista che agisce su due fronti, quello di portare il lavoro all’estero e quello di aumentare il costo della vita se le rivendicazioni  sindacali dovessero andare in porto estesamente1. In secondo luogo perché il socialismo non può essere raggiunto riformando il sistema capitalista tramite azioni sindacali che, per loro stessa natura, guardano solo al brevissimo termine e si fermano lì. Esaurita la sua funzione aggregante una tale azione deve essere abbandonata per abbracciare la vera lotta di classe, quella rivoluzionaria. Ciò nonostante, in questo momento storico, noi singoli lavoratori dobbiamo ricostruire l’unità di classe e incanalare la spontaneità dei lavoratori in una lotta economica internazionalista. 

Inoltre, è necessario un ritorno a centri di aggregazione, come furono in passato le “Camere del Lavoro” e le “Case del Popolo”, dove si possa attuare la solidarietà di classe su basi puramente volontarie. Il nostro partito ha già una struttura compatibile con queste iniziative. Ma sarebbe opportuno ampliare tali gruppi e renderli permanenti. Questi centri, per esempio, dovrebbero effettivamente funzionare con un chiaro disegno politico di unificazione della classe. 

Solo così i socialisti potrebbero riunificare davvero la classe lavoratrice.

1 Vittoria sindacale in campo salariale (ovvero o salari invariati per alloctoni e autoctoni o addirittura più alti) in un sistema nazione, vorrebbe dire abbassamento di competitività capitalistica che nel lungo/medio termine andrebbe a determinare l’aumento del costo della vita, così da determinare una riduzione dei salari reali, ovvero salari aggiustati per il costo della vita. Attenzione però! Non mi sto rifacendo alla tesi sostenuta da John Weston, dove il capitalista compensa l’aumento dei salari con prezzi più alti. Tesi giustamente criticata da Marx in Salario prezzo e profitto. La causa, in un sistema nazional-protezionista, è la fuga dei capitali nei settori primario e secondario inducendo un aumento delle importazioni e della disoccupazione, e un terziario molto costoso da mantenere con necessario aumento tributario quindi un aumento del costo della vita e di conseguenza un abbassamento del potere d’acquisto (inflazione).

giovedì 22 agosto 2019

Dobbiamo davvero mettere Marx in soffitta?

Il nostro movimento è per il socialismo rivoluzionario, marxista. Ma se venisse meno la fondatezza della critica economica di Marx al principio di funzionamento del capitalismo, verrebbe forse meno la fondatezza delle ragioni della nostra lotta? No, per almeno tre motivi. 

1.    La teoria del valore-lavoro non è completamente stravolta, ha ancora una funzione per la lotta di classe. L’idea che sia proprio il lavoro a valorizzare il prodotto, Marx la prende dai suoi predecessori Smith e Ricardo. Quello che Marx aggiunge alla teoria classica del valore è il concetto di “lavoro astratto”. “Astratto” in quanto ridotto ad unità, semplificato e semplificabile. È il tempo di lavoro che il capitalista acquista come qualsiasi altra merce, ed è interesse del capitalista estrarre da questo tempo la capacità di trasformare un insieme di elementi qualsiasi (materiali e/o immateriali) in un prodotto finito (e vendibile), sia quest’ultimo una merce fisica oppure un servizio. È quindi interesse del capitalista estrarre più capacità possibile da questa forza-lavoro (chiamata così in quanto vista come una merce specialissima). Di conseguenza il lavoro trasferito dall’uomo a una merce non si esaurisce nel consumo della merce stessa, ma si trasferisce quando tale merce è utilizzata, a sua volta, nella produzione di altri beni. Per esempio, il lavoro cristallizzato nel fabbricare un manico di legno (che naturalmente ingloba il lavoro di aver trasformato un albero in liste di legno) con una testa di metallo (che già contiene il lavoro di estrazione e di forgiatura del metallo) viene trasferito in parte nel prodotto derivante dall’uso di quello stesso martello (come tecnologia), senza il quale l’uomo avrebbe dovuto utilizzare le mani nude, incidendo negativamente sulla produttività di una sua ora di lavoro. Le merci quindi non escono dal nulla, il lavoro umano dà origine a tutte le merci, e questo non si può semplicemente ignorare (o nascondere sotto la generica etichetta di “costo di produzione”) come fa certa economia “borghese” accademica. In linea di principio ogni merce è composta da quote di lavoro astratto (che vanno indietro nel tempo, di mezzo di produzione in mezzo di produzione, fino all’origine del primo manufatto coinvolto, anche se molto indirettamente, nella produzione della merce in questione). In termini generali, i valori delle merci, ovvero la quantità di “capitale costante” (costi dei mezzi di produzione e delle materie prime) più il capitale variabile (costo della manodopera in salari) più il plusvalore (valore del tempo di lavoro non retribuito), non sono necessariamente  uguali ai loro prezzi di produzione. Questo non perché i prezzi siano determinati dalla domanda e dall’offerta, dato che, come argutamente già Marx osserva, domanda e offerta alterano il prezzo di produzione originale (dando vita al prezzo di mercato), ma non lo determinano. Ma perché i prezzi nel sistema reale, e non semplificato, sono difficilmente determinabili. Quindi Marx viene attaccato per aver iper-semplificato il problema e aver sostenuto che c’è proporzionalità, a livello di sistema, tra la somma del tempo speso a produrre le merci (e questo deve includere anche le quote di lavoro trasferito da merce a merce e la quota di lavoro non pagato al lavoratore, che costituisce il plusvalore) e la somma dei prezzi di produzione; e che, anche se le merci fossero vendute semplicemente al loro prezzo di produzione il capitalista ne trarrebbe comunque un profitto, in quanto il plusvalore sarebbe già contenuto nel valore della merce prodotta. Marx quindi diceva una cosa semplice: il profitto deriva dal lavoro non pagato al lavoratore! Ma questo è ancora vero? Sì, lo è! E lo sarà fin quando il capitalista spingerà i salari al ribasso, muoverà la produzione dove la forza lavoro costa meno e fin quando l’educazione della forza lavoro la valorizzerà, rendendola però più cara. Tutti questi segnali ci fanno intendere che il profitto è generato sulle spalle di chi lavora. Nonostante la teoria del valore-lavoro non sia da buttare, questa non può essere però accettata ciecamente. Vi sono diverse correnti di pensiero, sia all’interno che all’esterno del marxismo, che hanno criticato tale teoria. Spesso dovendo sacrificarne degli aspetti importanti. Dove la teoria del valore-lavoro di Marx soffre, e il problema della trasformazione ne è un esempio, è nel rapportare il valore di scambio di una merce al suo prezzo di produzione. Il valore del lavoro come definito nella teoria classica non é uguale al tempo di lavoro impegato per produrre una merce.

2.    L’apporto probabilmente più importante di Marx prima che si concentrasse su quella che in privato, scrivendo ad Engels, chiamò la “merda economica”, fu il concetto di “materialismo storico”. Questa visione del mondo e delle cose è fondamentale per la presa di coscienza della classe lavoratrice. Il materialismo storico consiste nel vedere la storia dei rapporti umani come, in ultima istanza, il frutto dei rapporti socio-economici. Ovvero il fatto che l’uomo si adatta, adattando. Per poter avere successo l’uomo si adatta al pianeta adattandolo però alle sue necessità; e lo adatta lavorando in società. La società ha sviluppato dei rapporti economici e questi influenzano i rapporti tra uomini. Con questa visione si può presto vedere che l’umanità sotto il capitalismo è divisa in classi: quelli che producono, i lavoratori, e quelli che dicono di produrre solo perché posseggono i mezzi di produzione, i padroni. I padroni sono pochi e detengono la maggior parte della ricchezza, i lavoratori sono la maggioranza e se perdono il lavoro (prima o poi, dipendentemente dal loro grado di opulenza) sono nei guai.

3.    Marxismo vuol dire anche lotta al riformismo. Marx ed Engels furono molto chiari in merito e stabilirono una corrente politica socialista rivoluzionaria. Il capitalismo, che pur ha fatto avanzare la civiltà umana, è fallace, crea disparità e sfruttamento, va per questo rivoluzionato. Ma non può essere cambiato mediante riforme in quanto queste preservano il sistema capitalista. Anche mettendo in discussione la teoria del valore-lavoro di Marx ciò non giustificherebbe l’abbandono della corrente rivoluzionaria propria di Marx ed Engels per la quale il WSM non è disposto a scendere a nessun compromesso. Il capitalismo non può essere riformato perché è la sua natura l’assoggettare una classe a scapito di un’altra. La divisione del lavoro, l’esistenza delle classi sociali, il denaro devono essere tutti aboliti e questo non è possibile semplicemente riformando il capitalismo.  

Per queste ragioni Marx non può essere messo in soffitta. Certo non si può pretendere che la sua analisi economica, da lui stesso riconosciuta come una semplificazione della realtà, possa avere una validità assoluta; ciò nonostante è ancora un ottimo esempio di come concepire il capitalismo, ovvero come un sistema che: ha una fine, è squilibrato, è soggetto a crisi cicliche, eleva il profitto in modo esponenziale e, facendo ciò, è a vantaggio di pochissimi e a discapito della maggioranza. 
Marx non può andare in soffitta almeno fino a quando esisterà una classe lavoratrice mondiale sfruttata.