lunedì 15 maggio 2017

La Frazione della sinistra comunista italiana

Con questo articolo continuiamo la serie sul Giovane Bordiga illustrando la sua influenza politica determinatasi nella Frazione della sinistra comunista fino alla sua dissoluzione con la fondazione del Partito Comunista Internazionalista. Bordiga e la sinistra italiana accettarono la rivoluzione bolscevica di Ottobre come loro nuovo punto di riferimento. La loro intransigenza contro ogni tipo di corruzione della dottrina marxista, ogni tipo di collaborazione tra classi, e in alcuni casi con i sindacati, però li farà etichettare dagli stessi bolscevichi come infantili estremisti, settari e dottrinari. Comunque leninisti, i sinistri italiani saranno tra i primi a denunciare negli anni 20 la degenerazione politica del partito bolscevico, e alla fine negli anni 30, la degenerazione economica dell’Unione Sovietica. Nonostante ciò rimarranno ancorati al centralismo e alla coercizione delle masse. Questo articolo si concluderà con la citazione della risposta di Melvin Harris del nostro Partito, alla sinistra comunista, il quale taglierà corto sulla questione della degenerazione della rivoluzione russa. Questa non fu una rivoluzione Socialista, dice, ma condotta da una partito che era giacobino nella struttura e nel fine.

La sinistra comunista italiana storicamente origina dalla frazione intransigente rivoluzionaria presente all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa frazione, come visto nel precedente scritto sul Giovane Bordiga, si opponeva a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911 l’ex-operaista Costantino Lazzari aveva pubblicato “I principi e metodi del Partito Socialista Italiano” difendendo l’originale programma di partito del 1892 dalle degenerazioni riformiste. In termini semplicistici possiamo trovare in questo l’origine del concetto dell’invarianza del Programma del partito comunista, ovvero il leitmotiv, di Bordiga.  

Nell’Ottobre del 1917 il colpo di mano bolscevico alla rivoluzione russa, divise presto la frazione intransigente. Se i così detti riformisti di Turati, come Rodolfo Mondolfo, erano dell’opinione che la rivoluzione bolscevica era contro le condizioni oggettive storiche per instaurare il Socialismo, la frazione intransigente del PSI si divise tra astensionisti e massimalisti. Gli astensionisti si organizzarono nella “Frazione Comunista” fondata di fatto da Bordiga, subito prima del decisivo XVI Congresso del partito tenutosi a Bologna nell’Ottobre del 1919. La frazione era contro l’uso dello strumento elettorale in quanto spreco di preziose risorse rivoluzionarie, legittimazione dei riformisti, e fonte di corruzione degli intransigenti eletti. I massimalisti erano invece allo stesso tempo sia per la partecipazione elettorale che per la rivoluzione violenta. Alla luce dei fatti di Russia, Germania e Ungheria, durante il XVI Congresso del PSI i massimalisti riscrissero il programma originale del 1892 in uno più genuinamente rivoluzionario, il contributo di Bordiga fu però ridimensionato. Malgrado l’opposizione di Lazzari e Turati, il Partito votò per l’ingresso nella Terza Internazionale (Comintern). Il nuovo capo di fatto, anche se non segretario, divenne Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti. Bordiga fu molto critico nei sui riguardi perché considerava la sua posizione ipocrita, ovvero sostenitrice dell’azione parlamentare e allo stesso tempo conclamatrice della rivoluzione di classe e dell’unità di partito. Unità di partito che avrebbe significato coesistere con i riformisti di Turati. Tuttavia, la politica unitaria di Serrati, diede in qualche modo, dei frutti, ovvero il 30,4% dei voti per il PSI, alle elezioni del 1919. 

domenica 7 maggio 2017

Imperialismo: dove Lenin sbagliò

Abbiamo tradotto questo recente articolo pubblicato sul Socialist Standard n. 1353 di Maggio 2017, non solo perché ne condividiamo a pieno il contenuto, ma anche perché riteniamo che sia un elemento di analisi importante per ridare credito al socialismo marxista. Considerare personaggi del passato, come del presente del resto, infallibili o allo stesso modo dei completi falliti non è mai realistico. Il Movimento Socialista Mondiale ha spesso pubblicato materiale anti-leninista, ma questo non va letto come un voler screditare l’uomo politico, il rivoluzionario o il socialista a prescindere da tutto. E’ importante però analizzare la sua opera e le sue azioni con gli strumenti forniteci dal materialismo storico. Secondo il nostro punto di vista Lenin, già dalla sua presa di posizione del 1902 nel impostare il partito socialdemocratico russo in termini gerarchici avanguardisti, è uscito dal seminato. Il suo atteggiamento denigratorio nei confronti di chi lo criticava, premiato dal suo indiscusso successo politico grazie a quello che fu davvero il suo più grande risultato, ovvero ottenere il potere politico con il colpo di stato di Ottobre, ha determinato una visione ampiamente deformata di cosa è il Socialismo e di come si può raggiungere. Questo breve articolo a seguire rimette in prospettiva l’analisi di Lenin sull’imperialismo e la questione coloniale. Questione coloniale che è anche oggi lungi dall’esser chiusa, se consideriamo, per esempio, gli strascichi nel nord Africa e nel medio oriente. E’ storia dell’altro ieri di movimenti di sinistra internazionalisti sfaldatisi sulla questione della lotte di liberazione dal colonialismo, ci riferiamo per esempio alla sinistra comunista italiana e francese all’inizio degli anni ottanta.                     


Imperialismo: dove Lenin sbagliò

Il mese scorso sono passati cento anni dalla pubblicazione dell’opuscolo di Lenin ‘Imperialismo, la fase superiore del capitalismo’. Riguardiamo qui i suoi difetti.  
Nella sua introduzione Lenin scrisse che l’opuscolo era basato sui punti di vista espressi nel libro ‘Imperialismo’ (1902) dallo scrittore inglese, non marxista, JA Hobson e quelli del socialdemocratico austriaco Rudolf Hilferding nel ‘Capitale Finanziario’ (1910). Hilferding, si basava soprattutto sull’esperienza tedesca, descrivendo come le banche, attraverso quello che oggi chiameremmo investimento bancario, erano arrivate a fondersi con il capitale industriale, raccogliendo capitale per gli industriali e non solo facendoli pagare per questo servizio ma trattenendo una quota per se stesse. Hobson, il quale era un sottoconsumista, sosteneva che ciò che aveva portato all’imperialismo, inteso come investimento e espansione territoriale all’estero, era il sovrappiù di capitale che non riusciva a trovare uno sbocco proficuo nel paese d’origine.        
Lenin combinò queste due visioni venendone fuori con una definizione di imperialismo come ‘lo stadio monopolistico del capitalismo’ dove ‘il capitale finanziario’ e allo stesso tempo ‘il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche’ si era ‘fuso con il capitale delle unioni monopolistiche industriali’. Accettando la teoria del sovrappiù di capitale di Hobson, Lenin disse che il ‘capitalismo monopolistico’ aveva condotto alla formazione di ‘associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo tra di loro’ e la ‘ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche’.   
Questa era una descrizione passabile di alcuni aspetti del capitalismo a quei tempi, specialmente in Germania, e Lenin aveva ragione nel vedere la prima guerra mondiale come una guerra di ripartizione del mondo tra le più grandi potenze capitaliste. D’altro canto però la sua approvazione della teoria del sovrappiù di capitale di Hobson come una spiegazione per ‘esportazione di capitale’, ovvero, investimenti all’estero, lasciava dei dubbi. Una più lineare spiegazione dell’investimento di capitali all’estero sarebbe che era più proficuo investirli lì che a casa propria.       
Lenin errava anche nel vedere la fusione in stile tedesco di banche e capitale industriale come ‘la fase superiore del capitalismo’. Era un’opinione comune tra i partiti socialdemocratici a quel tempo che la competizione capitalista avrebbe condotto ai monopoli e che quello che ai socialisti toccava fare era prendere possesso di questi monopoli trasformandoli in proprietà comune e riorientare la produzione per soddisfare i bisogni della gente piuttosto che per il profitto. Karl Kautsky aveva ipotizzato che il processo di monopolizzazione poteva portare a un singolo consorzio monopolistico mondiale e a un accordo di non aggressione tra le potenze imperialiste, che egli chiamò ultra-imperialismo. Lenin aveva ragione nel dire che questo era impossibile in quanto le potenze non avrebbero mai trovato un accordo su una suddivisione permanete del mondo ma avrebbero cercato di cambiarlo a seconda di come cambiavano le loro forze. Ma Lenin non vide che questo concernesse i ‘monopoli’ nei suoi paesi ‘imperialisti’. La classe capitalista non era un blocco monolitico ma composta da sezioni diverse con interessi diversi e nessuna voleva essere tenuta in sacco da qualche monopolio. Da cui l’intervento ‘antimonopolistico’ negli Stati Uniti e la nazionalizzazione, e anche la minaccia di nazionalizzazione in Gran Bretagna.    
Fedele al suo stile polemico, Lenin attribuiva un movente a Kautsky, accusandolo di difendere un pacifico capitalismo mondiale anche se Kautsky aveva solo immaginato ‘l’ultra-imperialismo’ come una possibilità teorica. Lenin postulò un collegamento tra ‘l’opportunismo’ del quale accusava Kautsky e ‘l’imperialismo’, argomentando che il riformismo dei partiti Socialdemocratico e Laburista d’Europa era dovuto alle potenze ‘imperialiste’ che usavano una parte dei loro ‘alti profitti monopolistici’ per corrompere ‘certe sezioni di lavoratori’ nel sostenere il riformismo e lo stato nel quale questi vivevano. Dopo il colpo di stato bolscevico questo argomento fu sviluppato in una teoria bell’e fatta che lo strato più alto dei lavoratori in paesi con colonie era stato corrotto per sostenere il capitalismo per dei super-profitti derivanti dall’esplorazione coloniale e che l’indipendenza dei territori coloniali avrebbe ridimensionato questo fenomeno, con il risultato che, deprivati della loro quota di super-profitto, i lavoratori avrebbero abbandonato il riformismo e sarebbero diventati rivoluzionari.  
Questo fu un errore per un numero di ragioni. In primo luogo, va contro la teoria marxiana dei salari che sostiene che i salari sono il prezzo di quello che i lavoratori vendono e che salari più alti riflettono più alte capacità e preparazione tecnica, non qualsivoglia condizione di plusvalore come implicava Lenin (ovvero che parte dei soldi che alcuni lavoratori ricevono dai loro padroni sia una quota di plusvalore, estratto dai lavoratori delle colonie*). In secondo luogo, questo portò a sostenere la creazione di nuovi stati capitalisti per il beneficio della classe capitalista locale. In terzo luogo, presuppone che i lavoratori diventino meno riformisti se il loro livello di vita è diminuito.      
Lenin stesso menzionò un’obiezione, che attribuiva all’anti-militarista menscevico Martov, che la situazione per i socialisti sarebbe alquanto disperata ‘se fossero proprio i lavoratori meglio pagati ad essere inclini all’opportunismo’, per esempio gli ingegneri qualificati. La replica di Lenin era, tipicamente, di accusare anche Martov di difendere l’opportunismo e il riformismo.
Se i bolscevichi non avessero conservato il potere in Russia questo lavoro sarebbe rimasto un opuscolo sconosciuto e datato. Tuttavia, data la posizione di Lenin e la sua successiva semi-deificazione, fu gonfiato in un’opera seria di ricerca e teoria. Il risultato fu che le sue idee errate – specialmente in merito a dei lavoratori che condividono lo sfruttamento coloniale e che i socialisti dovrebbero sostenere l’emergere delle classi capitaliste ‘anti-imperialiste’ – divennero più ampiamente accettate di quanto sarebbero state altrimenti.      
ADAM BUICK (traduzione di Cesco)

* comunicazione personale dell’autore al traduttore

giovedì 16 marzo 2017

La partecipazione politica

Iniziamo con il definire cosa si intende per classe lavoratrice e cosa si intende per politica. La classe lavoratrice è costituita di fatto da tutti coloro i quali sono costretti a vendere il proprio lavoro (forza lavoro) per una remunerazione, salario o pensione, per sostentarsi, e sostentare i membri della propria famiglia non in grado di lavorare, per il resto dei loro giorni. Fare parte di questa classe è uno stato di fatto economico e di conseguenza sociale e non vuol dire automaticamente esserne a conoscenza. Per politica si intende, l’arte o l’attività di organizzazione e amministrazione di una collettività sociale.
Troppo spesso oggi il lavoratore non ha una chiara idea di appartenenza alla propria classe sociale, la classe lavoratrice appunto. L’unico senso di appartenenza che gli rimane è quello culturale, legato al posto dove è cresciuto, o più in generale, alla cultura nella quale è stato allevato. Spesso anche se approssimativamente questa appartenenza culturale si identifica con l’identità nazionale. Il risultato è che sfruttati e sfruttatori si sentono tutti e due legati da un minimo comune denominatore che è la madre Patria.
Allo stesso tempo, troppo spesso, oggi il lavoratore identifica la politica con l’organo di governo della classe dominante, ovvero lo Stato borghese impersonato dai suoi rappresentati, i politici. Giustamente una larga fetta di lavoratori, se non la maggioranza, non sente che i suoi interessi siano rispettati da questa politica. Questo è dimostrato dalla bassa affluenza alle urne alle elezioni politiche. In più vi è il diffuso senso di diffidenza e disprezzo nei confronti di chi organizza e amministra la cosa pubblica. Questo senso è giustificato dalla mala amministrazione, le cammorrie, o mafie che si vogliano chiamare, le quali puntualmente mostrano i politici come dei parassiti che mangiano a quattro ganasce sulla cosa pubblica.
Questo stato di cose, ovvero la mancanza di coscienza di classe e la identificazione della politica in una istituzione oligarchica (in mano a una casta), estranea e addirittura corrotta, lascia i lavoratori in uno stato di frustrazione che sfocia in diverse manifestazioni, da movimenti reazionari intolleranti più o meno autoritari e nostalgici, demagogici (ovvero senza sostanza che accontentato solo apparentemente il popolino), a movimenti moralisti. Questi ultimi sono per una politica sempre oligarchica anche se “democraticamente” eletta, ma che funzioni, ovvero ben amministrata e non corrotta, cioè, moralmente onesta. E poi c’è la maggioranza silente che rimane a guardare in uno stato di impotenza o indifferenza. Questo tipo di reazioni ovviamente non fanno parte della lotta della classe lavoratrice cosciente del suo ruolo nella società.
Se avessimo una classe politica governate perfetta, come vogliono i moralisti, questo non risolverebbe lo stato di sfruttamento della classe lavoratrice. La disoccupazione, le basse pensioni, i tagli ai posti di lavoro nei settori non più redditizi agli imprenditori sarebbero i medesimi. Questo perché anche nel sistema capitalista “onesto”, il profitto viene prima di tutto, e quindi è totalmente moralmente onesto, secondo la morale borghese si intende, assoggettare la maggioranza della popolazione al lavoro salariato o affamarla se tale lavoro può essere spostato dove è più economico. Ecco che la vera indole della morale della classe padronale viene svelata: il profitto. Lottare per una classe dirigente “onesta” non è che la trappola più insidiosa della borghesia. Il voto elettorale in questo caso quindi rimane il pretesto per legittimare gli interessi economici della classe che detiene il potere economico.  Attraverso questo meccanismo la classe che detiene il potere economico si assicura quello politico.
Ma allora come interagire con la politica? Se torniamo alla sua definizione, la politica non è nient’altro che l’arte di gestire, ovvero organizzare e amministrare la collettività sociale. Ma è il sistema economico attuale che impone che da questa gestione la collettività stessa debba essere esclusa. La borghesia si nasconde dietro al suo falso concetto di democrazia, secondo il quale la collettività assolve il suo compito sociale scegliendo i suoi amministratori e organizzatori mediante il suffragio. Ma la collettività dovrebbe e può gestire direttamente se stessa. Ovviamente la classe dominante ci tiene a precisare che questa è utopia, in quanto se gli venisse tolto il diritto di proprietà sui mezzi di produzione e su ciò che producono (ovvero la cosa pubblica), questa classe non esisterebbe più.  La classe dominante proprio perché proprietaria di tali mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero del potere economico, ci tiene a ribadire che senza di essa e della sua rappresentanza politica, eletta “democraticamente” dalla collettività, la società non potrebbe funzionare o addirittura esistere.
Ora, avendo, la classe dominante, sradicato qualsiasi tipo di coscienza di classe nella classe lavoratrice, ovvero quella che deve lavorare per campare, non può far altro che trovare conferma nel disinteresse e nella disorganizzazione ti tale classe per rafforzare la propria posizione di indispensabilità. Non è un caso che questa entri a legiferare nell’intimo della libertà del singolo individuo, cercandolo di legare mani e piedi e inculcandogli l’idea di essere un cittadino che deve imparare a stare al suo posto a tutti i costi, anche in casi estremi, come di guerra e fame.
Ma tutto questo non è altro che un sistema sociale ed economico che deve essere rovesciato.
Il nostro intendimento di politica è semplice. La collettività sociale deve organizzare e amministrare se stessa. Per fare ciò deve prendere possesso dei mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero in parole semplici, cessare di lavorare per il profitto di un padrone, deve quindi organizzarsi in centri di amministrazione del prodotto sociale, ovvero tutto ciò che ora è merce, sia materiale che astratta, e distribuirlo secondo i bisogni di ognuno.  Investire parte del tempo ora dedicato al lavoro retribuito a questa attività di organizzazione e amministrazione della collettività sociale, vorrà dire fare effettivamente politica.

L’annullamento di ogni tipo di mercimonio e di profitto, libererà interi settori di lavoratori e moltissime risorse, tra le quali gli odierni disoccupati che saranno finalmente disponibili nel contribuire alla produzione sociale e alla sua organizzazione e amministrazione quindi distribuzione. Questo si può semplicemente ottenere investendo una frazione di tempo al giorno, alla settimana o al mese, nel prendere parte all’attività di gestione di Gruppi locali, li si chiami Comuni, Consigli, la sostanza non cambia. Qui invece di gestire gli interessi di una minoranza si gestiranno le risorse, la produzione e la sua distribuzione in coordinamento con gli altri Gruppi. Ovviamente tali Gruppi saranno uniti in una rete globale, dove il problema delle risorse, della produzione e della distribuzione sociale sarà armonizzato secondo le singolarità e esigenze locali, ma anche tenendo conto dell’equilibrio globale. I mezzi di comunicazione ora utilizzati per tenere il popolo bue al suo posto, con panem et circenses, saranno sfruttati per la gestione globale del prodotto sociale. Le diversità culturali, usi e costumi, non saranno più associate al concetto di patria e di nazione sovrana, non ci sarà più l’esigenza di avere confini, ma tali diversità saranno fonte di ricchezza intellettuale e spirituale. Il turismo, per esempio, continuerà a esistere, ma gli sforzi andranno verso la libera distribuzione della conoscenza nel rispetto dell’ambiente. Non più orde di turisti trattati come mandrie per mungerli fino all’ultimo penny. L’educazione, intesa come istruzione, e la ricerca saranno attività cruciali per questo nuovo tipo di società. In quanto l’educazione dell’individuo nel rispetto delle regole sociali sarà necessaria per il buon funzionamento del sistema sociale e il miglioramento del razionale uso delle risorse nel processo di produzione, e l’equa distribuzione sarà il cardine della nuovo sistema socialista.  

venerdì 30 dicembre 2016

Come potrebbe essere il socialismo?

Il socialismo sarà una società globale basata sulla proprietà comune e sul controllo democratico delle risorse naturali e industriali del mondo. Ma ciò come potrebbe funzionare? Come saranno interessati la produzione, il processo decisionale e la cultura?

La produzione

Ci sarà una completa trasformazione nel calcolo delle risorse, e nelle collegate produzione e distribuzione. Nel capitalismo gli articoli della ricchezza (merci) sono prodotti per essere venduti e acquistati sui mercati, per un profitto. Questo commercio di merci genera: sprechi; inquinamento ed esternalità; sovrapproduzione e sottoproduzione; obsolescenza programmata; quantità a scapito della qualità; crisi e boom economici; povertà nell’abbondanza; occupazione per alcuni e spreco di potenzialità umane per i più; e ricchezza oscena per pochi.

Senza produzione di merci e senza commercio non ci saranno nessun valore di scambio e nessun prezzo, solo i dati di input e di output delle risorse e dei bisogni umani. Il processo decisionale avrà lo scopo di assicurare che ci sia sufficiente controllo delle scorte per soddisfare le esigenze proiettate attraverso il calcolo in natura.

Questo processo decisionale comprenderà anche: valutazioni di impatto ambientale; elevato standard di controllo di qualità e di durata; riciclaggio positivo - dove i prodotti saranno deliberatamente progettati in modo da garantire che durino più a lungo e quando avranno perso la loro utilità tutte le loro componenti saranno facilmente riciclati in altri prodotti utili; e le distanze di trasporto per la distribuzione dei beni in modo che sia utilizzato il percorso più breve possibile. Tale efficienza di calcolo assicurerà che l’energia richiesta dalla produzione di beni e servizi sarà mantenuta al minimo e promuoverà l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili [e pulite].    

Il processo decisionale

In questo ambito il sistema sarà una democrazia partecipativa con l’uso di delegati. Nel capitalismo i partiti politici rappresentano interessi campanilistici, all’interno della classe capitalista. Tutti questi partiti sono in competizione per il controllo politico dello stato e del suo apparato di governo. Senza interessi di classe da rappresentare quando ci sarà la proprietà comune, non ci saranno partiti politici o apparato statale. Ciò nonostante, le questioni principali saranno gestite con decisioni prese su ciò che è il miglior modo di agire per ottenere un esito positivo.

Un processo decisionale dal basso che richiede partecipazione volontaria non può essere imposto da una gerarchia o da un’avanguardia, altrimenti il concetto diventa privo di significato. La struttura base è costituita dalle assemblee di comunità o di quartiere, riunioni faccia a faccia in cui i cittadini si riuniscono per discutere e votare sulle questioni del giorno, ciò non significa che sarà necessario votare su ogni questione in quanto la maggior parte del lavoro quotidiano svolto sarà di routine. Queste assemblee eleggeranno dei delegati con mandato e revocabili che poi si collegheranno con altre assemblee formando un consiglio confederale, una “comunità di comunità”. La differenza tra questa forma di democrazia con delegati e la nostra attuale forma di democrazia rappresentativa è che in quest’ultima il potere è dato quasi interamente al rappresentante che poi è libero di agire di propria iniziativa. In una democrazia con delegati l’iniziativa è imposta dal corpo elettivo e il delegato può essere richiamato in qualsiasi momento nel caso in cui il corpo elettivo sentisse che il suo mandato non fosse seguito, quindi il potere rimane al popolo.

La cultura

A causa dell’impatto della proprietà privata sulla comunità globale ci sarà perfino più di un incremento nelle scelte e nelle possibilità culturali di quanto ce ne siano sotto il capitalismo. Senza le restrizioni dei rapporti sociali conformati alla proprietà privata, gli individui e le comunità saranno in grado di concentrarsi su una celebrazione continua della libertà di espressione – che porterà a un incremento delle diversità culturali.

Le attività ricreative probabilmente aumenteranno nella portata e diminuiranno in termini di dimensioni. Attualmente, i pacchetti vacanza sono il modo più economico di prendere una pausa dalla fatica e dalla monotonia della linea di produzione o dell’ufficio, sono la forma più popolare di vacanza.  

Nel socialismo, dove il principio del libero accesso è alla base della proprietà comune dei mezzi di vita, le nostre possibilità e scelte su viaggi e vacanze sarebbero estese e influenzate dal contributo positivo che possiamo dare alla località che stiamo visitando. E con i pacchetti vacanza e il turismo di massa diventati una cosa del passato, è probabile che le vacanze nel socialismo non sarebbero limitate entro un arco di tempo che va dai 10 ai 14 giorni di edonismo frenetico, ma trasformate in una opportunità unica di soggiornare in un luogo particolare per tutto il tempo necessario per capire la storia e la cultura della regione.

La natura umana

Ma tutto questo non sarebbe contro la natura umana? No. I socialisti fanno una distinzione tra la natura umana e il comportamento umano. Che le persone siano in grado di pensare e di agire è un fatto di sviluppo biologico e sociale (natura umana), ma come esse pensino e agiscano è il risultato di specifiche condizioni sociali storiche (comportamento umano). La natura umana cambia, se non del tutto, su vasti periodi di tempo; il comportamento umano cambia in base alle condizioni sociali mutate. Il capitalismo essendo essenzialmente competitivo e predatore, produce modi di pensare e di agire viziosi e competitivi. Ma noi esseri umani siamo in grado di cambiare la nostra società e di adattare il nostro comportamento, e non vi è alcun motivo per cui il nostro desiderio razionale per il benessere e la felicità umani non dovrebbe permettere di realizzare e gestire una società basata sulla cooperazione. 

I bisogni hanno una dimensione fisiologica e storica. I bisogni fisiologici primari derivano dalla nostra natura umana (per es. il cibo, il vestiario e il riparo), ma i bisogni storicamente condizionati derivano dallo sviluppo delle forze produttive. Nel capitalismo i bisogni sono manipolati dall’imperativo di vendere merci e accumulare capitale; i bisogni fisiologici primari quindi assumono la forma storicamente condizionata di “bisogni” come per qualsiasi altra cosa che i capitalisti possono venderci.

L’evoluzione sociale suggerisce che nessun modo di produzione è scolpito nella pietra e che dinamiche del cambiamento riguardano anche il capitalismo come sistema sociale. Studi dei sistemi sociali con rapporti sociali distinti legati e corrispondenti al loro specifico modo di produzione hanno identificato, per esempio, il comunismo primitivo, la schiavitù, il feudalesimo e il capitalismo. Tutte queste società mutarono da una a un’altra a causa delle contraddizioni insite in quella società e anche a causa dello sviluppo tecnologico a cui ogni società non è stata in grado di adattarsi. Il capitalismo ha raggiunto questo punto più di un secolo fa. È il momento di passare al socialismo.

(Traduzione da The Socialist Standard, ottobre 2016)

domenica 23 ottobre 2016

Socialismo, a che punto siamo oggi

Non è difficile constatare che il movimento socialista e il suo pensiero sia oggi relegato ad una posizione a dir poco marginale. I lavoratori, sia dei paesi economicamente sviluppati che non, hanno una vaga ed in generale errata idea di cosa significhi Socialismo. Quali sono le cause? La causa principale è la mondializzazione del mercato del lavoro. La produzione o va dove la forza lavoro costa enormemente meno o è la forza lavoro a bassissimo costo e aspettative a sportarsi verso la produzione. Questa internazionalizzazione del capitale non ha avuto una corrispondente internazionalizzazione del movimento socialista. Le identità statali borghesi spacciatesi per identità nazionali hanno ancora la supremazia sul pensiero della classe lavoratrice. La stessa identità di classe è stata assottigliata e confusa. Nei paesi sviluppati economicamente l’ambiguità di questa definizione ormai dettata dal pensiero borghese ha praticamente svuotato la classe della sua coscienza. Nei paesi sottosviluppati economicamente le condizione di depressione esistenziale e di bassissimo potere contrattuale non ha permesso nessuna presa di coscienza. Come risultato abbiamo la coscienza di classe ai minimi storici. Tra molti lavoratori è prevalsa l’idea che non ci sia alternativa alla struttura e morale borghesi, dove è normale che ci siano ricchi e poveri, dove l’importante è che ci sia libertà, eguaglianza e fraternità, ma secondo il loro significato borghese, ovvero gli affari sono affari e vengono prima di ogni altra cosa.
E noi socialisti ci ritroviamo troppo spesso a dover rispolverare e ricontestualizzare il concetto di classe lavoratrice oppressa e quello di classe dominante. Che si può semplicemente risolvere in un discorso di sostentamento: senza il tuo, o di chi ti mantiene, lavoro remunerato (pensione inclusa) puoi campare di rendita, e far campare i membri della tua famiglia che non sono nelle condizioni di lavorare (figli piccoli, disabili, anziani) con uno standard di vita adeguato per il resto dei tuoi giorni? Sì? Allora non fai parte della classe lavoratrice. No? Allora ne fai parte e devi assicurarti di essere sempre in una occupazione retribuita, vedendoti al miglior, o di questi tempi l’unico, offerente. Questa definizione non dovrebbe confondere nessuno e far vedere alcuni “colleghi” o conoscenti in una luce diversa se nel loro caso, sì, sarebbe la risposta giusta. I ricchi, membri della classe dominante, non stanno necessariamente sullo yacht tutto l’anno, molti “lavorano”, o più correttamente passano il tempo in un ambiante lavorativo, non che ne abbiano bisogno economicamente si intende. Ad ogni modo questa ambiguità associata al fatto che la classe media per “diritto divino” non si ritiene facente parte della classe lavoratrice, nonostante non possa rispondere al questo sopra posto positivamente, porta all’offuscamento della coscienza di classe. Di conseguenza il vero e proprio concetto di Socialismo sembra ai più una vecchia storia andata a male.
Questo ci porta poi ad un altro grave ritardo storico del movimento e del pensiero socialista. Ovvero anni di “marxismo” centralista blanquista (con blanquista si intende controllato rigidamente da un piccolo gruppo) che ha dominato e per molti versi è ancora in auge tra molti socialisti marxisti. Questo partiva dal presupposto che la classe lavoratrice doveva essere guidata da rivoluzionari di professione. Questo si affermò in contrasto di altre correnti degenerative del socialismo marxista. Il riformismo, che voleva cambiare il capitalismo dall’interno tramite riforme strutturali, il sindacalismo che vedeva nelle confederazioni di lavoratori l’unico strumento rivoluzionario, e l’anarchismo che si concentrava sulla distruzione dello Stato borghese senza occuparsi della ricostruzione della società in senso socialista. La popolarità del “marxismo” centralista blanquista si affermò principalmente con la presa del potere dei Bolscevichi in Russia alla fine del 1917. Il concetto di coercizione della classe lavoratrice tramite una piccola avanguardia rigidamente strutturata nel Comitato Centrale del Partito, dove i ruoli sono divisi come in una delle migliori strutture capitalistiche, divenne dominante. Di conseguenza i movimenti socialisti marxisti che al contrario volevano un Partito senza capi, dove tutti avessero ruoli intercambiabili e seguissero il criterio di delega revocabile in qualsiasi momento quando gli elettori sentissero che il delegato non fosse in linea con il suo mandato e non di rappresentanza con libertà di azione del delegato a prescindere dal suo mandato, diventarono mosche bianche. Unendo quindi lo svuotamento della classe lavoratrice da responsabilità politiche… e perdendo qualsiasi potere contrattuale la classe lavoratrice si ritrova oggi a essere in gran parte amorfa, abituata alla delega passiva e non alla partecipazione attiva, incosciente della propria identità e quindi si sente impotente e frustrata. La facile via di uscita fornita dalla borghesia è il nazionalismo e il moralismo borghese.
Oggi siamo quindi ad un pessimo punto, ma non ci possiamo scoraggiare e arrendere, lo dobbiamo alle generazioni passate che hanno lottato per un sistema migliore e alle generazioni future che si ritroveranno con problemi sociali enormi. Il sistema socio-economico capitalista si basa sul profitto tratto dal lavoro non pagato e non è sostenibile. Con la globalizzazione sta raggiungendo il suo limite e si basa sulla disparità di ricchezza e condizioni tra persone. Il socialismo marxista vuole cessare questo sistema socio-economico basato sul profitto di pochi grazie allo sfruttamento di molti. Vuole cessare questo stato di cose tramite l’azione della classe lavoratrice nella sua maggioranza. A questo scopo si organizza in un Movimento politico mondiale dove non ci siano capi e non ci sia la tipica divisione del lavoro che caratterizza la produzione capitalista. Ciò vuol dire che ogni membro del Movimento è parte in causa e non può semplicemente delegare la sua responsabilità. Ma per questo motivo il Movimento dei lavoratori, costituito solo dai lavoratori stessi, e non da politici professionisti, ha bisogno di te lavoratore.  
Il Movimento Socialista Mondiale è già formato da Partiti Socialisti marxisti in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Canada, in India, in Nuova Zelanda, ma in Italia siamo ancora troppo pochi. Abbiamo bisogno di lavoratori socialisti rivoluzionari per stabilire il Partito compagno del Movimento Socialista Mondiale in Italia. Leggi di più su cosa è il socialismo qui:
E se ti vuoi unire a noi leggi questo link:


sabato 20 agosto 2016

Il giovane Bordiga parte seconda

Questa seconda parte, che si chiuderà con i commenti di Bordiga sulla Rivoluzione di Ottobre in Russa, rivela degli aspetti interessanti. Una prima posizione sulla leadership. Bordiga si esprime chiaramente contro un movimento guidato da pochi capi. Questo è confermato anche dal suo commento in merito al lavoro di Lenin e Trotskij dove Bordiga scrive sia puerile attribuire meriti o demeriti a soli due uomini. Nonostante non fosse direttamente coinvolto nella Conferenza di Zimmerwald, organizzata principalmente dai socialisti Italiani, svizzeri e russi, Bordiga commenta sul fallimento della Seconda Internazionale, nella quale egli ancora un po’ di speranze riservava, dettato dall’ingresso in guerra della Francia e della Germania con il bene placito dei partiti socialisti di queste due nazioni, e separatamente formula una sua idea sulla questione nazionale distinguendo le guerre di unificazione nazionale da quelle imperialiste. Secondo Bordiga l’identità culturale, non combacia con il concetto di nazione che ha lo Stato borghese, il quale si cura degli interessi economici e non del rispetto dell’identità culturale. Infine Bordiga chiaramente esalta l’uso della violenza rigettando la rivoluzione legalitaria dei riformisti.    
Nel marzo e nell’aprile del 1913 “L’Avanguardia” pubblica una serie di articoli di Bordiga intitolati “Per la concezione teoria del socialismo” … qui Bordiga esprime chiaramente la sua visione politica che se da un lato è marxista rivoluzionaria dall’altro ha del sapore fortemente di azionismo anarchico: non dobbiamo essere filosofi ma uomini d’azioneil proletariato è ancora alla ricerca del suo programma e non lo troverà definitivamente che dopo una lunga serie di lotte e inevitabili errori commessi nell’azione. Il pensiero socialista si era messo con Marx al di fuori della filosofia.  Il marxismo pone in luce il rapporto di causalità che fa derivare dal fatto economico trasportando nella scienza economica l’origine della scienza sociale. Il socialismo è e deve essere materialista. Noi abbiamo un programma di fatto: l’abolizione della proprietà privata e del regime del salariato. Ci si deve guardare dagli inganni del pensiero borghese e particolarmente delle forme idealistiche che vogliono distrarre l’attenzione del proletariato da quei problemi economici che esso tende a risolvere con la soppressione violenta del dominio di classe. Il nostro pensiero di rivoluzionari è un grande atto di sincerità, contro tutto il pensiero politico della borghesia che è falsificazione e speculazione. Engels diceva che le basi della scienza del socialismo erano gettate, e ora non restava che da svilupparle nei dettagli… Può il pensiero proletario assumersi il carico enorme di questo sviluppo teorico completo? Ecco il problema, secondo Bordiga la risposta era negativa. Faremmo nuovamente dipendere l’azione proletaria dall’intellettualismo borghese, sosteneva. Il Bordiga di questi primi anni era quindi per l’azione.
“Per la cultura socialista” è un articolo uscito su “L’Avanguardia” nel luglio del 1913, dove Bordiga commenta l’opera di Albert e Duchene “Il socialismo rivoluzionario” e la prefazione fattane da Mussolini sull’“Avanti”. Vi sono degli elementi interessanti in questo articolo. In primis Bordiga è un po’ deluso dal poco tempo dedicato da Mussolini alla prefazione. Quindi, c’è un passaggio sulla critica al pensiero anarchico e sindacalista. Secondo Bordiga troppo spesso questi (gli anarchici e i sindacalisti) sono criticati dal punto di vista riformista, ovvero, rigettandone la violenza e ispirandosi invece alla rivoluzione legalitaria. Invece per Bordiga le deficienze del movimento anarchico e sindacalista stavano proprio nel come volevano raggiungere lo scopo rivoluzionario, gli anarchici troppo astratti e i sindacalisti troppo semplicisti nel credere che il sindacato basti a tutto. In più Bordiga dissentiva dagli autori sul fatto che il Marxismo sia fatalista. Il marxismo non limita la portata della rivoluzione ai soli fatti economici ma stabilisce solo un rapporto di causalità che a noi pare innegabile, tra la questione economica e la questione sociale nel solo intento di trovare più facilmente le vie risolutive della seconda. Poi sulla tattica parlamentare, sempre in questo articolo, si trovava un elemento chiave di quello che sarà il pensiero del Bordiga futuro. Egli concordava con la critica ai motivi sballati dell’astensionismo anarchico, e riconosceva la critica di Albert e Duchene all’azione parlamentare in quanto soffocatrice di ogni altra attività. Bordiga commenta – non può negarsi che i fatti sembrano dargli ragione – ma per Bordiga a questo punto si tratta di vedere se il parlamentarismo giova o no al programma massimo del socialismo. Pochi anni più tardi la sua risposta sarà no e la giustificazione sarà la medesima di Albert e Duchene, e da qui il suo astensionismo. Già nel novembre del 1913 Bordiga usciva con delle considerazioni sulla battaglia elettorale appena conclusasi. E’ infatti indiscutibile che le conquiste del Socialismo, dalle massime alle immediate, devono essere opera di grandi masse che si siano formata una coscienza collettiva dei propri interessi e del proprio divenire e siano convinte che, per garantirli ed affermarli efficacemente, non debbono abdicare la tutela nelle mani di pochi dirigenti; come non debbono chiedere aiuti di sorta alla classe economicamente avversa. Il Partito Socialista deve coltivare e diffondere questa coscienza collettiva… Nessuno può negare la verità dell’osservazione che l’uomo costretto al lavoro manuale è propenso a delegare ad altri, agli intellettuali, la gestione e quindi il dominio della vita sociale. Anche le masse quasi coscienti di una qualsiasi finalità tendono ad affidarne la realizzazione ad un uomo o a pochi uomini, che seguono poi troppo ciecamente… Vogliamo dedurne che nelle attuali condizioni ogni forma di azione di classe – non le sole elezioni, ma anche l’azione sindacale e perfino la rivolta di piazza – presenta il rischio che le masse rinunzino all’effettivo controllo dei propri interessi e lo affidino ad un certo numero di “capi”. Bordiga allora non era contrario alle elezioni, ma già vedeva con che facilità nelle lotte elettorali si perdeva di vista ogni scopo che non sia il risultato numerico. Da “Democrazia e Socialismo” è chiaro che per Bordiga le elezioni erano una buona occasione per fare propaganda nelle piazze ove si vuole anche nei seggi di consiglieri comunali e provinciali, o di deputati, ma nulla di più.               
Al XIV Congresso Nazionale del PSI di Ancona aprile del 1914 Bordiga tenne la relazione politica della Direzione e sul socialismo meridionale. Fece un discorso sulla tattica del Partito nelle elezioni ammnistrative. Anche in questo caso Bordiga si batté per una politica di intransigenza assoluta contro ogni tipo di coalizione con i partiti borghesi anche per il Sud Italia, contro i blocchisti. E nonostante le condizioni speciali del Sud Italia, invitava il PSI ad affrontare la questione ammnistrativa con una direttiva unitaria, e a fare dei comuni socialisti un’arma contro lo Stato capitalista e borghese. Il 7 giugno del 1914 in onore della festa dello Statuto Albertino (carta costituzionale della monarchia sabauda) sempre ad Ancona fu organizzata una manifestazione presenziata da repubblicani ed anarchici dove accorse una folla numerosa. I carabinieri aprirono il fuoco sulla folla accorsa uccidendo tre persone. I lavoratori di tutta Italia risposero a questo atto di violenza con dimostrazioni di piazza, i capi del sindacato, Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), socialisti riformisti, furono costretti a proclamare lo sciopero generale. L’epilogo di questa insurrezione fu tipica della storia italiana come commentò Bordiga negli anni 60. Ma il 12 giugno, quando già i poteri statali e la borghesia sbigottivano, la CGdL rese loro uno dei suoi innumerevoli servigi; ordinò la fine dello sciopero generale. Era fresca la tradizione anarchica e sindacalista soreliana, secondo cui il sindacato ha per sua funzione l’azione diretta e violenta e il partito quella legale. Bordiga fu colpito personalmente dalla reazione del governo, ma non spenderà mai una parola sulla sua vicenda personale. Fu in fatti licenziato dalle Ferrovie dello Stato dove lavorava come ingegnere per aver partecipato alla dimostrazione di Napoli. In quei giorni, il 25 giugno, pubblicò in merito un ordine del giorno breve su “Il Socialista” dove salutava i rivoltosi a nome della Sezione Napoletana del PSI.
Nel già citato “Democrazia e Socialismo” uscito il luglio del 1914 su “Il Socialista” si intende come Bordiga si riferisca alla democrazia borghese e quindi si intende la sua frase che il socialismo si affermò come solenne denunzia del fallimento storico della formola democratica, e degli inganni che questa conteneva. E argutamente scrive – La democrazia [aggiunta nostra: borghese] vede nel sistema rappresentativo il mezzo per risolvere ogni problema di interesse collettivo; noi vediamo in esso la maschera di una oligarchia sociale, che si avvale dell’inganno dell’uguaglianza politica per mantenere oppressi i lavoratori. – e ancora più interessante questo altro concetto che – il socialismo è nel campo amministrativo per la massima autonomia locale –. Altro passaggio fondamentale presente in questa serie di articoli è quello su cosa voglia dire essere socialista… vuol dire ritenere oggi, in base all’esame delle condizioni economiche sociali presenti, possibile un’azione di classe tendente a distruggere il capitalismo per sostituirvi un nuovo ordinamento sociale. Agire da socialisti, significa dare opera a che la coscienza di una tale possibilità si diffonda in un numero sempre maggiore di proletari, con la maggiore simultaneità possibile nei diversi paesi e nelle diverse nazioni. Chi, pur riconoscendo che la distruzione del capitalismo sarà una belle cosa, non ritiene giunto il momento di agire in tal senso, ma crede opportuno prima risolvere ben altri problemi, non è un socialista. Sempre in questa serie di articoli poi Bordiga delinea una tesi municipalista, vicina a quella sostenuta da Mussolini sull’“Avanti”. Secondo Bordiga non si poteva saltare lo stadio della solidarietà dei lavoratori nella loro città, ovvero nei loro Comuni, ma il ruolo del Partito era sempre di propaganda, proselitismo e di preparazione all’urto finale delle classi.
In tema di neutralità: al posto nostro” esce sull’“Avanti” nell’agosto del 1914, dove percepisce da subito una di quelle che definisce correnti pericolose ovvero un sentimento di simpatia per la Triplice Intesa, giustificando non solo, ma esaltando l’atteggiamento dei socialisti francesi fino a sostenere che i socialisti italiani dovrebbero accorrere a battersi in difesa della Francia. Questa anche se in sordina fu poi la linea presa da Mussolini. Mentre per Bordiga il concetto di patria era per definizione anti-socialista e non poteva esistere nessuna guerra di difesa. Poi nel settembre, dalle pagine de “Il Socialista”, si riferì apertamente all’atteggiamento di Mussolini in “L’Avanti e la guerra”. In questo articolo criticava l’ambiguità della linea data da Mussolini nei confronti della guerra, nonostante ci tenesse a precisare la sua stima per il direttore dell’Avanti, concludendo con – il Partito deve rendersi sempre più autonomo delle singole persone: e lo stesso Mussolini lo ha tante volte sostenuto! – A seguire vi fu la pubblicazione del manifesto della Direzione e del Gruppo parlamentare del PSI contro la guerra, del quale Mussolini ne rivendicò la paternità. Fino ad arrivare al famoso articolo di Mussolini sulla neutralità attiva ed operante che spingerà il Partito a dimetterlo da direzione dell’“Avanti”. Bordiga rispose al famoso articolo di Mussolini, con un editoriale su “Il Socialista”, “Per l’antimilitarismo attivo ed operante”, dove definiva quelle di Mussolini, balorde esagerazioni. Qui Bordiga però si trovava in una posizione poco lineare – Il concetto di neutralità ha per soggetto non i socialisti, ma lo Stato. Noi vogliamo che lo Stato resti neutrale nella guerra, assolutamente, fino all’ultimo, checché avvenga. Per ottenere ciò noi agiamo su di esso, contro di esso, nel campo e coi mezzi della lotta di classe. Da questa non vogliamo disarmare. La nostra guerra è permanete. – Quando poi Mussolini dal suo nuovo giornale interventista, contro le sue stesse posizioni di pochi mesi prima, incominciò ad attaccare il PSI, Bordiga da “Il Socialista” lanciò l’appello di boicottarlo. In fine nel dicembre del 1914 si concluse la vicenda Mussolini socialista, che per i continui attacchi al PSI venne espulso dallo stesso; Bordiga sempre da “Il Socialista” riportò soddisfatto la notizia, e rimarcò che le condanne contro i traditori sono senza appello.
Un’altra serie di articoli apparvero su “L’Avanguardia” intitolati “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”. Qui vi sono diversi spunti molto interessanti: la guerra … è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto di monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Quindi per il proletariato la guerra è disastrosa sotto ogni rapporto mentre per la borghesia ne vede intaccata la sua ricchezza materiale, ma conservati e forse rafforzati i rapporti potenziali per ricostruirla, poiché la lotta di classe si assopisce e si spegne nell’esaltazione nazionale. Gli Stati moderni con il loro regime di democrazia mantengono quindi in schiavitù economica la classe dei lavoratori che può essere mobilitata in 24 ore sul fronte essendo la democrazia borghese di fatto la miglior tirannide, insiste Bordiga. In più egli notava che un moto rivoluzionario avrebbe sempre maggiore possibilità di successo in tempo di pace che alla vigilia della guerra. Bordiga il quale riservava ancora qualche fiducia nella Seconda Internazionale dei lavoratori, constatò il vero insuccesso del Socialismo nell’adesione dei partiti socialisti nazionali, di Francia e Germania, alla guerra. I capi di questi Partiti spesso per la loro maggior cultura, borghese intende Bordiga, hanno troppi legami con le ideologie borghesi e si sentono più rappresentati della Nazione che dal Socialismo. Il Socialismo deve quindi rimettere su più salde basi l’azione antimilitarista, rivedere in senso più rivoluzionario la sua azione parlamentare…. Sulla questione nazionale, poi sviluppa la nozione che le guerre ora venivano fatte dagli Stati e non dalle Nazioni. Distingue quindi le guerre di unificazione nazionale da quelle imperialiste. E anche la scusa, ancora in voga oggi per altro, di diffondere la democrazia con le baionette, per Bordiga è ovviamente una scusa borghese. Sul principio di nazionalità pubblica anche un articolo sull’“Avanti” nel gennaio del 1915. La sua posizione in merito è interessante se si mette nel contesto della polemica tra la Luxemburg e Lenin, che Bordiga al tempo ignorava. Bordiga fa qualche riferimento a Zimmerwald, ma non vi partecipò direttamente. Poi in netto contrasto con i riformisti di sinistra, dichiara – Pacifismo? No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà... Ma la violenza legale, ufficiale, disciplinata all’arbitrio di autorità,… questa violenza… ci fa schifo e ribrezzo –
Bordiga prese come riferimento Karl Liebknecht per il suo discorso al Reichstag il 2 dicembre 1914 contro l’aumento dei crediti di guerra approvati dalla socialdemocrazie tedesca. Citando più volte Karl Liebknecht per le sue parole contro il militarismo e contro la guerra. Bordiga riallacciò esplicitamente il suo antimilitarismo a quello internazionale proprio di Karl Liebknecht, dei deputati socialisti russi, dei compagni serbi, del riformista Independent Labour Party d’Inghilterra (probabilmente riferendosi ad un Articolo dell’Avanti di J Bruce Glasier, che si riferiva al pacifismo di Keir Hardie all’interno del Partito Labourista) e dell’anarchico Sébastien Faure in Francia. Quindi chiaramente senza tenere in considerazione la loro linea politica, ma solo il loro antimilitarismo. Il caso Frederich Adler, esponente socialista internazionalista austriaco che uccise in un atto anarchico il Primo Ministro Austriaco Stürgkh, suscitò reazioni contrastanti tra i socialisti anche estremisti. Vi era chi condannava questo tipo di atti e chi lo giustificava come atto di esasperazione. Bordiga si schierò con questi ultimi. Fedele alla dottrina socialista internazionale, commenta Bordiga, interprete sicuro, come il suo fratello ideale Carlo Liebknecht, della vera tattica proletaria, si dette alla battaglia contro la borghesia e l’imperialismo nel suo paese. Federico Adler è nostro, rivendicava Bordiga.        
Sulla rivoluzione Russa ci limiteremo ad analizzare qui agli articoli scritti nel 1917, in quanto il pensiero bordighiano post-leninista necessiterebbe una trattazione a parte. Bordiga scrisse una serie di articoli dal titolo “La rivoluzione Russa nell’interpretazione socialista” su “L’Avanguardia” proprio nel 17. Bordiga riconosceva che la rivoluzione russa fosse un fenomeno in atto da già 50 anni. Ma a differenza dal primo commento di Gramsci, il quale pur sostenendo la rivoluzione senza riserve ne individuava le contraddizioni con il pensiero marxiano, Bordiga commentò che nonostante potesse sembrare che  l’applicazione più rigorosa (interessante notare che Bordiga ne critichi il rigore) delle linee del sistema marxistico si adattassero male ad un paese arretrato politicamente, dal punto di vista borghese, come la Russia, qui si era formato un forte Partito socialista marxista – forse il più ortodosso del mondo – riferendosi soprattutto alla frazione bolscevica. Infatti aggiunse, qualche riga dopo, l’estrema (la corrente bolscevica) è la più genuina … vuole la pace, rifiuta la collaborazione anche transitoria di classe, e invoca la presa del potere per attuare il Programma Comunista. Ma notava d’altro canto, come molti altri socialisti, che i metodi socialisti mal si applicavano ad un paese maggiormente costituito da immense masse contadine. Bordiga concludendo in dicembre questa serie di articoli commentava sul trionfo massimalista, utilizzando la terminologia più consona al socialismo italiano, intendendo però la frazione maggioritaria, ovvero bolscevica. Finalmente il governo è rovesciato, scriveva Bordiga, ed il Soviet in cui gli estremisti sono diventati l’enorme maggioranza assume il potere. Mentre scriviamo, fra la ridda di notizie contradditorie e tendenziose che giungono a noi, si comprende che i socialisti lavorano all’attuazione di un programma dalle linee semplici e grandiose – quello stesso del Manifesto dei Comunisti – cioè la espropriazione dei privati detentori dei mezzi di produzione, mentre procedono logicamente e conseguentemente a liquidare la guerra. Un quadro più dettagliato viene riportato nell’articolo del 16 dicembre “Il caos” su “L’Avanguardia”. Qui commentava Bordiga che Lenin e Trotskij con tutti i massimalisti, in quanto sarebbe puerile attribuire tutto …a due persone, potranno essere giudicati i salvatori della Russia proletaria od i traditori della civiltà mondiale. Non possono essere imputati di non sapere che cosa vogliono, di non avere un programma preciso e di non attuarlo con piena coscienza dei mezzi e delle responsabilità. Il caos non è dunque in Russia, dove le cose si vanno assestando.           
Il Bordiga pre-Lenin aveva quindi già un’idea molto chiara di socialismo rivoluzionario marxista, era intransigente, impossibilista per molti aspetti, con una propensione però per l’attivismo, talvolta anarcoide, esaltando l’uso della violenza, si veda il suo commento su caso Adler e post-Lenin per il centralismo blanquista, dai quali non possiamo che prendere le distanze.

Il giovane Bordiga parte prima

Amadeo Bordiga con i dovuti distinguo del caso ha probabilmente rappresentato in Italia ciò che si avvicina di più al marxismo rivoluzionario come inteso dal WSM. La sua costante lotta al riformismo, al revisionismo, al militarismo, e al nazionalismo anche di “sinistra” è sicuramente in linea con le nostre posizioni, mentre la sua esaltazione della violenza rivoluzionaria, l’avversione verso pressoché ogni tipo di forma democratica, e l’adozione del centralismo sono punti di profonda divergenza. Secondo Michele Fatica nel giovane Bordiga era presente l’antitesi tra il socialismo e la democrazia con le sue istituzioni simbolo: la caserma e la fabbrica. Sempre secondo Fatica questo era dovuto per la sua identificazione della democrazia con la massoneria, che lo spinse più tardi a respingere il centralismo democratico formulando il centralismo organico. Dove la direzione del Partito sarebbe diventata un’entità astratta custode della dottrina marxista. Ad ogni modo, la sua posizione giovanile sull’uso del parlamento fu molto vicina al nostro approccio. Il giovane Bordiga non vedeva la via parlamentare come l’unico mezzo di lotta, e prima delle varie delusioni elettorali con il PSI, la sosteneva solo come un mezzo di propaganda e proselitismo socialista.
A causa della ampia censura che il pensiero e l’opera di Bordiga hanno ricevuto dal Partito Comunista Italiano, molto poco si sa sul lavoro di Bordiga, eccettuato il periodo attorno alla scissione del 1921, dove per forza di cose non poteva non figurare nei resoconti storici anche della sinistra stalinista. Per questa ragione in questi due articoli analizzeremo i suoi primi anni di vita politica, ovvero il periodo che va dal 1911 al 1917.
Bordiga nacque nel 1889 a Resina, oggi Ercolano, vicino a Napoli. Suo nonno materno, il conte Michele Amadei di origine toscana ma residente a Roma fu anche egli un ribelle, diventando, nonostante il suo titolo nobiliare, un patriota Risorgimentale oppositore del Papa Re, e affiliato alla Massoneria. Il conte Amadei fu anche Sottosegretario del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio e al Parlamento del Regno d’Italia per ben otto legislature dal 1874 al 1897. Anche da parte paterna la famiglia Bordiga era attiva politicamente. I due fratelli Oreste, il padre, e Giovanni, lo zio, di origine piemontese, furono due affiliati alla Massoneria. Lo zio Giovanni, matematico, Professore all’Università di Padova, era un irredentista veneto. Il padre Oreste, lavorò come Professore di economia agraria, a Portici nel napoletano, dove Amadeo crebbe e iniziò la sua vita politica.
Amadeo Bordiga entrò a far parte del Partito Socialista Italiano (PSI) nella sezione di Portici all’età di 21 anni nel 1910 ancora giovane studente di ingegneria, si laureò due anni più tardi. Secondo una ricostruzione dello stesso Bordiga sessantenne, la sua iscrizione al PSI fu una reazione all’emissario del Grande Oriente d’Italia quando gli chiese di entrare nella Massoneria. La situazione all’interno del PSI quando Bordiga ne fece ingresso era alquanto complessa. In linea di principio il PSI era organizzato seguendo l’esempio della socialdemocrazia tedesca; con la differenza che avendo pochissimi fondi, mancava di funzionari, ovvero politici di professione, stipendiati dal partito. Vi era una Direzione con a capo il Segretario di Partito e un Gruppo Parlamentare eletto dai membri con diritto di voto. Questi due gruppi non sempre coincidevano e spesso non concordavano sulla linea politica. Il Gruppo Parlamentare “guidato” da Filippo Turati, il principale artefice della creazione del PSI nel 1892, era pressoché riformista, nonostante Turati si reputasse e fosse riconosciuto spesso come marxista ortodosso.
Nonostante gli anarchici furono stati espulsi durante il secondo congresso del partito nel 1892 a Reggio Emilia, e i sindacalisti rivoluzionari nel 1907 a Ferrara, nel 1910 il PSI raccoglieva ancora diverse correnti. I riformisti “di destra” alla Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, i riformisti “di sinistra” turatiani, come Giuseppe Modigliani e la frazione rivoluzionaria intransigente, guidata dall’ex-operaista, Costantino Lazzari. Quest’ultimo secondo Luigi Gerosa avrebbe influenzato molto l’intransigenza di Bordiga con l’opuscolo “I principi e i metodi del Partito Socialista Italiano” uscito nel 1911, dove il leader degli intransigenti, Lazzari appunto, si rifaceva al programma costitutivo del 1892 e lamentava le varie degenerazioni da esso. Come citato in un mio precedente articolo dedicato ad Antonio Labriola è discutibile anche che questo programma costitutivo fosse pienamente in linea con il socialismo marxista (http://www.worldsocialism.org/spgb/socialist-standard/2010s/2016/no-1338-february-2016/antonio-labriola-strict-marxist), ma per Bordiga fu più il principio di intransigenza che contava, ovvero rimanere fedele al programma del partito dal fine massimo che si poneva la sovversione del capitalismo e l’istituzione del socialismo, in opposizione al fine minimo di cambiare il capitalismo con le riforme.  E’ anche importante notare che già da qui si incominciava a sviluppare in Bordiga l’idea di Partito che non ha bisogno di una vera e propria direzione di individui, ma che il programma fosse così chiaro ed immutabile che sarebbe stato solo questione di seguirlo alla lettera. 
Da subito Bordiga si trovò a lottare, scrivendo su “L’Avanguardia”, contro la politica coloniale italiana e l’anticlericalismo massonico. Nell’ottobre del 1911 l’Italia infatti invase la Libia, parte dell’Impero Ottomano ormai in disfacimento. Bordiga si scagliò subito non solo contro la borghesia italiana che sosteneva il militarismo, ma anche sui presunti socialisti e revisionisti di destra e sindacalisti rivoluzionari come Arturo Labriola, (da non confondere con il marxista ortodosso di cui abbiamo scritto e accennato in precedenza Antonio Labriola) che seguendo tesi loriane (da Achille Loira, economista borghese italiano, si veda prefazione di Engels al secondo volume de Il Capitale) le quali vedevano nell’espansione coloniale un’opportunità per la causa socialista. Bordiga individuò da subito nel nazionalismo una ideologia capitalista che non poteva essere giustificata dal socialismo che per definizione è anti-patriottico. Non si allontanerà mai da questa idea anche quando affronterà faccia a faccia il socialismo nazionalista di Stalin.  
Bordiga insieme ad altri compagni intransigenti del napoletano si impegnò soprattutto dal 1911 al 1914, a smascherare elementi borghesi, massoni detti anche anticlericali borghesi e blocchisti, ovvero per una politica di coalizioni con gli altri partiti borghesi, che controllavano ancora la sezione di Napoli del PSI. Bordiga lottò contro questi revisionisti che in molti casi erano rientrarti ambiguamente nel PSI nonostante la loro espulsione del 1907. Bordiga scrisse in questo periodo molti articoli sulla situazione del Partito nel napoletano, chiedendo più volte l’intervento della Direzione del Partito a mettere fine a questa ambiguità. Bordiga faceva parte al contempo della frazione intransigente e della Federazione Italiana Giovanile Socialista (FIGS) come rappresentante campano. 
Nell’aprile del 1912 Bordiga fondò il Circolo “Carlo Marx” atto a fare attività di propaganda e di studio delle opere marxiane. Nel marzo del 1912 denunciava già l’atteggiamento di alcuni esponenti del gruppo parlamentare, come Bissolati, Cabrini e Bonomi per aver reso omaggio al Re d’Italia ferito in un attentato alla sua vita, chiedendone l’espulsione dal Partito, cosa che avvenne poi durante il congresso e che in virtù di questo episodio vide l’ascesa di Benito Mussolini tra le file del Partito. Al Congresso di Reggio Emilia la sezione di Portici nominò Bordiga loro rappresentante con le seguenti mozioni: 1. Estendere la tattica intransigente alle elezioni amministrative e 2. Escludere dal Partito i membri di associazioni politiche borghesi, quale la massoneria. 
Durante il Congresso della Federazione Giovanile di Bologna nel settembre del 1912 venne discussa “La questione della cultura e della gioventù socialità”. Mentre una parte dei congressisti (Angelo Tasca) riconoscevano al movimento giovanile un semplice scopo di preparazione e di cultura volendo che la Federazione dipendesse dal Partito e il giornale facesse divulgazione elementare, Bordiga propose, ed ebbe la maggioranza, che la Federazione Giovanile mantenesse un indirizzo autonomo e il giornale un carattere di battaglia contro la borghesia. Rispondendo a Gaetano Salvemini direttore dell’Unità, Bordiga osservava che se la nostra “Avanguardia” (nome della rivista sulla quale scriveva Bordiga) assumesse l’indirizzo di cultura, dopo quattro numeri gli operai non la leggerebbero più… il movimento socialista è movimento di preparazione di una parte degli individui alla necessaria trasformazione della società, ma è assurdo giungere alla preparazione con metodi scolastici, anzi occorre cercare nell’azione le fonti di tale preparazione educativa e continuava Bordiga La democrazia dice al popolo: sei sfruttato perché ignorante: studia, educati, liberati dal prete e diverrai libero. Il socialismo dice al proletariato: sei ignorante e vile perché sei sfruttato, sei sfruttato perché chini la testa al giogo: rivoltati, e sarai libero, e potrai allora diventare civile. In quanto per Bordiga Il socialismo era basato non tanto sulla cultura quanto sul sentimento di solidarietà proletaria.
Nel novembre del 1912 Bordiga scriveva “Il socialismo meridionale e le questioni morali” pubblicato sull’“Avanti”, qui egli descriveva l’arretratezza e l’inadeguatezza della borghesia meridionale dalla quale originava il problema morale. Puntualizzava che lo Stato essendo maneggiato dalla oligarchia capitalista del Nord non intendeva sviluppare capitalisticamente il Sud, in quanto lo sviluppo economico, agricolo e industriale del Mezzogiorno non potrebbe che nuocere agli attuali gruppi monopolistici della grandi industrie protette che hanno nel Mezzogiorno il mercato naturale di consumo. Questa inettitudine della classe dirigente del Sud e la conseguente corruzione della sue amministrazioni portava al malcontento sfruttato dai partiti locali, quasi sempre personali, senza alcun contenuto politico a base di clientele e di odi inveterati, in ottimi rapporti con il clero, ancora molto influente. Gli oppositori di questo degrado politico era rappresentato dai borghesi anticlericali, spesso massoni infiltrati anche nel PSI che puntavano sulla questione morale ovvero per un’amministrazione borghese onesta. Questi vendevano quindi un falso socialismo che per loro non era altro che il capitalismo borghese non corrotto ed efficiente. A questo Bordiga oppone il suo commento materialista, ladri od onesti i borghesi si equivalgono. Il PSI avrebbe dovuto essere ultraintransigente contro questi moralisti, perché il socialismo era altra cosa. L’analisi di Bordiga sulla questione morale di allora è stata ed è terribilmente attuale, nel senso che coglie a pieno quello che sarà la linea politica del PCI nel secondo dopoguerra, il partito moralista per antonomasia, che si batterà talvolta concretamente contro l’istitualizzazione della mafia, e dopo il crollo del PCI, la politica che è stata portata avanti da questo e da quel partito politico all’occorrenza.
La riscrittura dell’Opuscolo “Il soldo al soldato” secondo Michele Fatica fu affidata a Bordiga, e viene riportata nella raccolta delle sue opere. Questo opuscolo era stato discusso durante il congresso giovanile di Bologna. Qui Bordiga si scaglia contro la caserma come istituzione della democrazia borghese. La posizione del giovane Bordiga sulle elezioni era generalmente in linea con quella della fazione intransigente del PSI, ovvero a favore del suo utilizzo, ma contro ogni tipo di blocco con i partiti borghesi. La sfiducia dello strumento elettorale però si andrà maturando in Bordiga, con il succedersi delle sconfitte elettorali del PSI e l’eccessivo sforzo che questi ne riservava. Interessante è notare come in un articolo pubblicato sull’“Avanti” del gennaio del 1913, firmato a.b. intitolato “Forza e diritto”, presumibilmente, Bordiga citi come, i nostri maestri Marx, Engels, Lassalle, Antonio Labriola, e Bebel. Questo è interessante in particolare per la presenza di due socialdemocratici tedeschi come Ferdinand Lassalle, che marxista non era, e August Bebel tutt’altro che un intransigente di sinistra, ma più vicino a quello che poteva rappresentare un Turati in Italia. Questi due molto probabilmente scelti da Bordiga superficialmente perché padri fondatori del Partito Socialdemocratico tedesco. In più questo articolo potrebbe sfatare il mito che Bordiga fosse completamente indifferente al pensiero di Antonio Labriola.  
In merito all’organizzazione del Partito, argomento che segnerà più tardi, negli anni 20 e nel secondo dopoguerra uno dei contributi più originali quanto discussi, ovvero il centralismo organico, che Bordiga opponeva al centralismo democratico di Lenin, il giovane Bordiga presentava già nei suoi primi anni di vita politica, degli interessanti punti di partenza, ovvero la formazione naturale della coscienza di classe, la difesa del programma rivoluzionario, e l’antimilitarismo di classe. Bordiga affermava che il PSI non è un partito operaio né operaista, questi deve difendere il programma rivoluzionario… il partito socialista ha degenerato, il riformismo lo ha affogato… la scuola sindacalista ha giustamente reagito ma esagerando e deducendo l’inutilità del partito socialista formulando il dogma che il sindacato deve ignorare l’azione politica. Bisogna mostrare tutte le insidie del garibaldinismo che ritorna di moda.    
Ne “La Nostra missione”, articolo del febbraio del 1913, Bordiga ritorna sul ruolo del movimento giovanile, dove esplicitamente vede nel PSI l’avanguardia del proletariato nella lotta di classe. In questo articolo è interessante notare la citazione all’opera dell’anarchico russo Peter Kropotkin sul principio del mutuo aiuto. Qui Bordiga ribadisce l’indole altruista del proletariato e delinea una intuizione preziosa, ovvero che è pregiudizioso credere che la borghesia domini per mezzo dell’ignoranza: essa invece domina per mezzo della cultura, della sua cultura. L’educazione, borghese, diventa il freno morale.