giovedì 16 marzo 2017

La partecipazione politica

Iniziamo con il definire cosa si intende per classe lavoratrice e cosa si intende per politica. La classe lavoratrice è costituita di fatto da tutti coloro i quali sono costretti a vendere il proprio lavoro (forza lavoro) per una remunerazione, salario o pensione, per sostentarsi, e sostentare i membri della propria famiglia non in grado di lavorare, per il resto dei loro giorni. Fare parte di questa classe è uno stato di fatto economico e di conseguenza sociale e non vuol dire automaticamente esserne a conoscenza. Per politica si intende, l’arte o l’attività di organizzazione e amministrazione di una collettività sociale.
Troppo spesso oggi il lavoratore non ha una chiara idea di appartenenza alla propria classe sociale, la classe lavoratrice appunto. L’unico senso di appartenenza che gli rimane è quello culturale, legato al posto dove è cresciuto, o più in generale, alla cultura nella quale è stato allevato. Spesso anche se approssimativamente questa appartenenza culturale si identifica con l’identità nazionale. Il risultato è che sfruttati e sfruttatori si sentono tutti e due legati da un minimo comune denominatore che è la madre Patria.
Allo stesso tempo, troppo spesso, oggi il lavoratore identifica la politica con l’organo di governo della classe dominante, ovvero lo Stato borghese impersonato dai suoi rappresentati, i politici. Giustamente una larga fetta di lavoratori, se non la maggioranza, non sente che i suoi interessi siano rispettati da questa politica. Questo è dimostrato dalla bassa affluenza alle urne alle elezioni politiche. In più vi è il diffuso senso di diffidenza e disprezzo nei confronti di chi organizza e amministra la cosa pubblica. Questo senso è giustificato dalla mala amministrazione, le cammorrie, o mafie che si vogliano chiamare, le quali puntualmente mostrano i politici come dei parassiti che mangiano a quattro ganasce sulla cosa pubblica.
Questo stato di cose, ovvero la mancanza di coscienza di classe e la identificazione della politica in una istituzione oligarchica (in mano a una casta), estranea e addirittura corrotta, lascia i lavoratori in uno stato di frustrazione che sfocia in diverse manifestazioni, da movimenti reazionari intolleranti più o meno autoritari e nostalgici, demagogici (ovvero senza sostanza che accontentato solo apparentemente il popolino), a movimenti moralisti. Questi ultimi sono per una politica sempre oligarchica anche se “democraticamente” eletta, ma che funzioni, ovvero ben amministrata e non corrotta, cioè, moralmente onesta. E poi c’è la maggioranza silente che rimane a guardare in uno stato di impotenza o indifferenza. Questo tipo di reazioni ovviamente non fanno parte della lotta della classe lavoratrice cosciente del suo ruolo nella società.
Se avessimo una classe politica governate perfetta, come vogliono i moralisti, questo non risolverebbe lo stato di sfruttamento della classe lavoratrice. La disoccupazione, le basse pensioni, i tagli ai posti di lavoro nei settori non più redditizi agli imprenditori sarebbero i medesimi. Questo perché anche nel sistema capitalista “onesto”, il profitto viene prima di tutto, e quindi è totalmente moralmente onesto, secondo la morale borghese si intende, assoggettare la maggioranza della popolazione al lavoro salariato o affamarla se tale lavoro può essere spostato dove è più economico. Ecco che la vera indole della morale della classe padronale viene svelata: il profitto. Lottare per una classe dirigente “onesta” non è che la trappola più insidiosa della borghesia. Il voto elettorale in questo caso quindi rimane il pretesto per legittimare gli interessi economici della classe che detiene il potere economico.  Attraverso questo meccanismo la classe che detiene il potere economico si assicura quello politico.
Ma allora come interagire con la politica? Se torniamo alla sua definizione, la politica non è nient’altro che l’arte di gestire, ovvero organizzare e amministrare la collettività sociale. Ma è il sistema economico attuale che impone che da questa gestione la collettività stessa debba essere esclusa. La borghesia si nasconde dietro al suo falso concetto di democrazia, secondo il quale la collettività assolve il suo compito sociale scegliendo i suoi amministratori e organizzatori mediante il suffragio. Ma la collettività dovrebbe e può gestire direttamente se stessa. Ovviamente la classe dominante ci tiene a precisare che questa è utopia, in quanto se gli venisse tolto il diritto di proprietà sui mezzi di produzione e su ciò che producono (ovvero la cosa pubblica), questa classe non esisterebbe più.  La classe dominante proprio perché proprietaria di tali mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero del potere economico, ci tiene a ribadire che senza di essa e della sua rappresentanza politica, eletta “democraticamente” dalla collettività, la società non potrebbe funzionare o addirittura esistere.
Ora, avendo, la classe dominante, sradicato qualsiasi tipo di coscienza di classe nella classe lavoratrice, ovvero quella che deve lavorare per campare, non può far altro che trovare conferma nel disinteresse e nella disorganizzazione ti tale classe per rafforzare la propria posizione di indispensabilità. Non è un caso che questa entri a legiferare nell’intimo della libertà del singolo individuo, cercandolo di legare mani e piedi e inculcandogli l’idea di essere un cittadino che deve imparare a stare al suo posto a tutti i costi, anche in casi estremi, come di guerra e fame.
Ma tutto questo non è altro che un sistema sociale ed economico che deve essere rovesciato.
Il nostro intendimento di politica è semplice. La collettività sociale deve organizzare e amministrare se stessa. Per fare ciò deve prendere possesso dei mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero in parole semplici, cessare di lavorare per il profitto di un padrone, deve quindi organizzarsi in centri di amministrazione del prodotto sociale, ovvero tutto ciò che ora è merce, sia materiale che astratta, e distribuirlo secondo i bisogni di ognuno.  Investire parte del tempo ora dedicato al lavoro retribuito a questa attività di organizzazione e amministrazione della collettività sociale, vorrà dire fare effettivamente politica.

L’annullamento di ogni tipo di mercimonio e di profitto, libererà interi settori di lavoratori e moltissime risorse, tra le quali gli odierni disoccupati che saranno finalmente disponibili nel contribuire alla produzione sociale e alla sua organizzazione e amministrazione quindi distribuzione. Questo si può semplicemente ottenere investendo una frazione di tempo al giorno, alla settimana o al mese, nel prendere parte all’attività di gestione di Gruppi locali, li si chiami Comuni, Consigli, la sostanza non cambia. Qui invece di gestire gli interessi di una minoranza si gestiranno le risorse, la produzione e la sua distribuzione in coordinamento con gli altri Gruppi. Ovviamente tali Gruppi saranno uniti in una rete globale, dove il problema delle risorse, della produzione e della distribuzione sociale sarà armonizzato secondo le singolarità e esigenze locali, ma anche tenendo conto dell’equilibrio globale. I mezzi di comunicazione ora utilizzati per tenere il popolo bue al suo posto, con panem et circenses, saranno sfruttati per la gestione globale del prodotto sociale. Le diversità culturali, usi e costumi, non saranno più associate al concetto di patria e di nazione sovrana, non ci sarà più l’esigenza di avere confini, ma tali diversità saranno fonte di ricchezza intellettuale e spirituale. Il turismo, per esempio, continuerà a esistere, ma gli sforzi andranno verso la libera distribuzione della conoscenza nel rispetto dell’ambiente. Non più orde di turisti trattati come mandrie per mungerli fino all’ultimo penny. L’educazione, intesa come istruzione, e la ricerca saranno attività cruciali per questo nuovo tipo di società. In quanto l’educazione dell’individuo nel rispetto delle regole sociali sarà necessaria per il buon funzionamento del sistema sociale e il miglioramento del razionale uso delle risorse nel processo di produzione, e l’equa distribuzione sarà il cardine della nuovo sistema socialista.  

venerdì 30 dicembre 2016

Come potrebbe essere il socialismo?

Il socialismo sarà una società globale basata sulla proprietà comune e sul controllo democratico delle risorse naturali e industriali del mondo. Ma ciò come potrebbe funzionare? Come saranno interessati la produzione, il processo decisionale e la cultura?

La produzione

Ci sarà una completa trasformazione nel calcolo delle risorse, e nelle collegate produzione e distribuzione. Nel capitalismo gli articoli della ricchezza (merci) sono prodotti per essere venduti e acquistati sui mercati, per un profitto. Questo commercio di merci genera: sprechi; inquinamento ed esternalità; sovrapproduzione e sottoproduzione; obsolescenza programmata; quantità a scapito della qualità; crisi e boom economici; povertà nell’abbondanza; occupazione per alcuni e spreco di potenzialità umane per i più; e ricchezza oscena per pochi.

Senza produzione di merci e senza commercio non ci saranno nessun valore di scambio e nessun prezzo, solo i dati di input e di output delle risorse e dei bisogni umani. Il processo decisionale avrà lo scopo di assicurare che ci sia sufficiente controllo delle scorte per soddisfare le esigenze proiettate attraverso il calcolo in natura.

Questo processo decisionale comprenderà anche: valutazioni di impatto ambientale; elevato standard di controllo di qualità e di durata; riciclaggio positivo - dove i prodotti saranno deliberatamente progettati in modo da garantire che durino più a lungo e quando avranno perso la loro utilità tutte le loro componenti saranno facilmente riciclati in altri prodotti utili; e le distanze di trasporto per la distribuzione dei beni in modo che sia utilizzato il percorso più breve possibile. Tale efficienza di calcolo assicurerà che l’energia richiesta dalla produzione di beni e servizi sarà mantenuta al minimo e promuoverà l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili [e pulite].    

Il processo decisionale

In questo ambito il sistema sarà una democrazia partecipativa con l’uso di delegati. Nel capitalismo i partiti politici rappresentano interessi campanilistici, all’interno della classe capitalista. Tutti questi partiti sono in competizione per il controllo politico dello stato e del suo apparato di governo. Senza interessi di classe da rappresentare quando ci sarà la proprietà comune, non ci saranno partiti politici o apparato statale. Ciò nonostante, le questioni principali saranno gestite con decisioni prese su ciò che è il miglior modo di agire per ottenere un esito positivo.

Un processo decisionale dal basso che richiede partecipazione volontaria non può essere imposto da una gerarchia o da un’avanguardia, altrimenti il concetto diventa privo di significato. La struttura base è costituita dalle assemblee di comunità o di quartiere, riunioni faccia a faccia in cui i cittadini si riuniscono per discutere e votare sulle questioni del giorno, ciò non significa che sarà necessario votare su ogni questione in quanto la maggior parte del lavoro quotidiano svolto sarà di routine. Queste assemblee eleggeranno dei delegati con mandato e revocabili che poi si collegheranno con altre assemblee formando un consiglio confederale, una “comunità di comunità”. La differenza tra questa forma di democrazia con delegati e la nostra attuale forma di democrazia rappresentativa è che in quest’ultima il potere è dato quasi interamente al rappresentante che poi è libero di agire di propria iniziativa. In una democrazia con delegati l’iniziativa è imposta dal corpo elettivo e il delegato può essere richiamato in qualsiasi momento nel caso in cui il corpo elettivo sentisse che il suo mandato non fosse seguito, quindi il potere rimane al popolo.

La cultura

A causa dell’impatto della proprietà privata sulla comunità globale ci sarà perfino più di un incremento nelle scelte e nelle possibilità culturali di quanto ce ne siano sotto il capitalismo. Senza le restrizioni dei rapporti sociali conformati alla proprietà privata, gli individui e le comunità saranno in grado di concentrarsi su una celebrazione continua della libertà di espressione – che porterà a un incremento delle diversità culturali.

Le attività ricreative probabilmente aumenteranno nella portata e diminuiranno in termini di dimensioni. Attualmente, i pacchetti vacanza sono il modo più economico di prendere una pausa dalla fatica e dalla monotonia della linea di produzione o dell’ufficio, sono la forma più popolare di vacanza.  

Nel socialismo, dove il principio del libero accesso è alla base della proprietà comune dei mezzi di vita, le nostre possibilità e scelte su viaggi e vacanze sarebbero estese e influenzate dal contributo positivo che possiamo dare alla località che stiamo visitando. E con i pacchetti vacanza e il turismo di massa diventati una cosa del passato, è probabile che le vacanze nel socialismo non sarebbero limitate entro un arco di tempo che va dai 10 ai 14 giorni di edonismo frenetico, ma trasformate in una opportunità unica di soggiornare in un luogo particolare per tutto il tempo necessario per capire la storia e la cultura della regione.

La natura umana

Ma tutto questo non sarebbe contro la natura umana? No. I socialisti fanno una distinzione tra la natura umana e il comportamento umano. Che le persone siano in grado di pensare e di agire è un fatto di sviluppo biologico e sociale (natura umana), ma come esse pensino e agiscano è il risultato di specifiche condizioni sociali storiche (comportamento umano). La natura umana cambia, se non del tutto, su vasti periodi di tempo; il comportamento umano cambia in base alle condizioni sociali mutate. Il capitalismo essendo essenzialmente competitivo e predatore, produce modi di pensare e di agire viziosi e competitivi. Ma noi esseri umani siamo in grado di cambiare la nostra società e di adattare il nostro comportamento, e non vi è alcun motivo per cui il nostro desiderio razionale per il benessere e la felicità umani non dovrebbe permettere di realizzare e gestire una società basata sulla cooperazione. 

I bisogni hanno una dimensione fisiologica e storica. I bisogni fisiologici primari derivano dalla nostra natura umana (per es. il cibo, il vestiario e il riparo), ma i bisogni storicamente condizionati derivano dallo sviluppo delle forze produttive. Nel capitalismo i bisogni sono manipolati dall’imperativo di vendere merci e accumulare capitale; i bisogni fisiologici primari quindi assumono la forma storicamente condizionata di “bisogni” come per qualsiasi altra cosa che i capitalisti possono venderci.

L’evoluzione sociale suggerisce che nessun modo di produzione è scolpito nella pietra e che dinamiche del cambiamento riguardano anche il capitalismo come sistema sociale. Studi dei sistemi sociali con rapporti sociali distinti legati e corrispondenti al loro specifico modo di produzione hanno identificato, per esempio, il comunismo primitivo, la schiavitù, il feudalesimo e il capitalismo. Tutte queste società mutarono da una a un’altra a causa delle contraddizioni insite in quella società e anche a causa dello sviluppo tecnologico a cui ogni società non è stata in grado di adattarsi. Il capitalismo ha raggiunto questo punto più di un secolo fa. È il momento di passare al socialismo.

(Traduzione da The Socialist Standard, ottobre 2016)

domenica 23 ottobre 2016

Socialismo, a che punto siamo oggi

Non è difficile constatare che il movimento socialista e il suo pensiero sia oggi relegato ad una posizione a dir poco marginale. I lavoratori, sia dei paesi economicamente sviluppati che non, hanno una vaga ed in generale errata idea di cosa significhi Socialismo. Quali sono le cause? La causa principale è la mondializzazione del mercato del lavoro. La produzione o va dove la forza lavoro costa enormemente meno o è la forza lavoro a bassissimo costo e aspettative a sportarsi verso la produzione. Questa internazionalizzazione del capitale non ha avuto una corrispondente internazionalizzazione del movimento socialista. Le identità statali borghesi spacciatesi per identità nazionali hanno ancora la supremazia sul pensiero della classe lavoratrice. La stessa identità di classe è stata assottigliata e confusa. Nei paesi sviluppati economicamente l’ambiguità di questa definizione ormai dettata dal pensiero borghese ha praticamente svuotato la classe della sua coscienza. Nei paesi sottosviluppati economicamente le condizione di depressione esistenziale e di bassissimo potere contrattuale non ha permesso nessuna presa di coscienza. Come risultato abbiamo la coscienza di classe ai minimi storici. Tra molti lavoratori è prevalsa l’idea che non ci sia alternativa alla struttura e morale borghesi, dove è normale che ci siano ricchi e poveri, dove l’importante è che ci sia libertà, eguaglianza e fraternità, ma secondo il loro significato borghese, ovvero gli affari sono affari e vengono prima di ogni altra cosa.
E noi socialisti ci ritroviamo troppo spesso a dover rispolverare e ricontestualizzare il concetto di classe lavoratrice oppressa e quello di classe dominante. Che si può semplicemente risolvere in un discorso di sostentamento: senza il tuo, o di chi ti mantiene, lavoro remunerato (pensione inclusa) puoi campare di rendita, e far campare i membri della tua famiglia che non sono nelle condizioni di lavorare (figli piccoli, disabili, anziani) con uno standard di vita adeguato per il resto dei tuoi giorni? Sì? Allora non fai parte della classe lavoratrice. No? Allora ne fai parte e devi assicurarti di essere sempre in una occupazione retribuita, vedendoti al miglior, o di questi tempi l’unico, offerente. Questa definizione non dovrebbe confondere nessuno e far vedere alcuni “colleghi” o conoscenti in una luce diversa se nel loro caso, sì, sarebbe la risposta giusta. I ricchi, membri della classe dominante, non stanno necessariamente sullo yacht tutto l’anno, molti “lavorano”, o più correttamente passano il tempo in un ambiante lavorativo, non che ne abbiano bisogno economicamente si intende. Ad ogni modo questa ambiguità associata al fatto che la classe media per “diritto divino” non si ritiene facente parte della classe lavoratrice, nonostante non possa rispondere al questo sopra posto positivamente, porta all’offuscamento della coscienza di classe. Di conseguenza il vero e proprio concetto di Socialismo sembra ai più una vecchia storia andata a male.
Questo ci porta poi ad un altro grave ritardo storico del movimento e del pensiero socialista. Ovvero anni di “marxismo” centralista blanquista (con blanquista si intende controllato rigidamente da un piccolo gruppo) che ha dominato e per molti versi è ancora in auge tra molti socialisti marxisti. Questo partiva dal presupposto che la classe lavoratrice doveva essere guidata da rivoluzionari di professione. Questo si affermò in contrasto di altre correnti degenerative del socialismo marxista. Il riformismo, che voleva cambiare il capitalismo dall’interno tramite riforme strutturali, il sindacalismo che vedeva nelle confederazioni di lavoratori l’unico strumento rivoluzionario, e l’anarchismo che si concentrava sulla distruzione dello Stato borghese senza occuparsi della ricostruzione della società in senso socialista. La popolarità del “marxismo” centralista blanquista si affermò principalmente con la presa del potere dei Bolscevichi in Russia alla fine del 1917. Il concetto di coercizione della classe lavoratrice tramite una piccola avanguardia rigidamente strutturata nel Comitato Centrale del Partito, dove i ruoli sono divisi come in una delle migliori strutture capitalistiche, divenne dominante. Di conseguenza i movimenti socialisti marxisti che al contrario volevano un Partito senza capi, dove tutti avessero ruoli intercambiabili e seguissero il criterio di delega revocabile in qualsiasi momento quando gli elettori sentissero che il delegato non fosse in linea con il suo mandato e non di rappresentanza con libertà di azione del delegato a prescindere dal suo mandato, diventarono mosche bianche. Unendo quindi lo svuotamento della classe lavoratrice da responsabilità politiche… e perdendo qualsiasi potere contrattuale la classe lavoratrice si ritrova oggi a essere in gran parte amorfa, abituata alla delega passiva e non alla partecipazione attiva, incosciente della propria identità e quindi si sente impotente e frustrata. La facile via di uscita fornita dalla borghesia è il nazionalismo e il moralismo borghese.
Oggi siamo quindi ad un pessimo punto, ma non ci possiamo scoraggiare e arrendere, lo dobbiamo alle generazioni passate che hanno lottato per un sistema migliore e alle generazioni future che si ritroveranno con problemi sociali enormi. Il sistema socio-economico capitalista si basa sul profitto tratto dal lavoro non pagato e non è sostenibile. Con la globalizzazione sta raggiungendo il suo limite e si basa sulla disparità di ricchezza e condizioni tra persone. Il socialismo marxista vuole cessare questo sistema socio-economico basato sul profitto di pochi grazie allo sfruttamento di molti. Vuole cessare questo stato di cose tramite l’azione della classe lavoratrice nella sua maggioranza. A questo scopo si organizza in un Movimento politico mondiale dove non ci siano capi e non ci sia la tipica divisione del lavoro che caratterizza la produzione capitalista. Ciò vuol dire che ogni membro del Movimento è parte in causa e non può semplicemente delegare la sua responsabilità. Ma per questo motivo il Movimento dei lavoratori, costituito solo dai lavoratori stessi, e non da politici professionisti, ha bisogno di te lavoratore.  
Il Movimento Socialista Mondiale è già formato da Partiti Socialisti marxisti in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Canada, in India, in Nuova Zelanda, ma in Italia siamo ancora troppo pochi. Abbiamo bisogno di lavoratori socialisti rivoluzionari per stabilire il Partito compagno del Movimento Socialista Mondiale in Italia. Leggi di più su cosa è il socialismo qui:
E se ti vuoi unire a noi leggi questo link:


sabato 20 agosto 2016

Il giovane Bordiga parte seconda

Questa seconda parte, che si chiuderà con i commenti di Bordiga sulla Rivoluzione di Ottobre in Russa, rivela degli aspetti interessanti. Una prima posizione sulla leadership. Bordiga si esprime chiaramente contro un movimento guidato da pochi capi. Questo è confermato anche dal suo commento in merito al lavoro di Lenin e Trotskij dove Bordiga scrive sia puerile attribuire meriti o demeriti a soli due uomini. Nonostante non fosse direttamente coinvolto nella Conferenza di Zimmerwald, organizzata principalmente dai socialisti Italiani, svizzeri e russi, Bordiga commenta sul fallimento della Seconda Internazionale, nella quale egli ancora un po’ di speranze riservava, dettato dall’ingresso in guerra della Francia e della Germania con il bene placito dei partiti socialisti di queste due nazioni, e separatamente formula una sua idea sulla questione nazionale distinguendo le guerre di unificazione nazionale da quelle imperialiste. Secondo Bordiga l’identità culturale, non combacia con il concetto di nazione che ha lo Stato borghese, il quale si cura degli interessi economici e non del rispetto dell’identità culturale. Infine Bordiga chiaramente esalta l’uso della violenza rigettando la rivoluzione legalitaria dei riformisti.    
Nel marzo e nell’aprile del 1913 “L’Avanguardia” pubblica una serie di articoli di Bordiga intitolati “Per la concezione teoria del socialismo” … qui Bordiga esprime chiaramente la sua visione politica che se da un lato è marxista rivoluzionaria dall’altro ha del sapore fortemente di azionismo anarchico: non dobbiamo essere filosofi ma uomini d’azioneil proletariato è ancora alla ricerca del suo programma e non lo troverà definitivamente che dopo una lunga serie di lotte e inevitabili errori commessi nell’azione. Il pensiero socialista si era messo con Marx al di fuori della filosofia.  Il marxismo pone in luce il rapporto di causalità che fa derivare dal fatto economico trasportando nella scienza economica l’origine della scienza sociale. Il socialismo è e deve essere materialista. Noi abbiamo un programma di fatto: l’abolizione della proprietà privata e del regime del salariato. Ci si deve guardare dagli inganni del pensiero borghese e particolarmente delle forme idealistiche che vogliono distrarre l’attenzione del proletariato da quei problemi economici che esso tende a risolvere con la soppressione violenta del dominio di classe. Il nostro pensiero di rivoluzionari è un grande atto di sincerità, contro tutto il pensiero politico della borghesia che è falsificazione e speculazione. Engels diceva che le basi della scienza del socialismo erano gettate, e ora non restava che da svilupparle nei dettagli… Può il pensiero proletario assumersi il carico enorme di questo sviluppo teorico completo? Ecco il problema, secondo Bordiga la risposta era negativa. Faremmo nuovamente dipendere l’azione proletaria dall’intellettualismo borghese, sosteneva. Il Bordiga di questi primi anni era quindi per l’azione.
“Per la cultura socialista” è un articolo uscito su “L’Avanguardia” nel luglio del 1913, dove Bordiga commenta l’opera di Albert e Duchene “Il socialismo rivoluzionario” e la prefazione fattane da Mussolini sull’“Avanti”. Vi sono degli elementi interessanti in questo articolo. In primis Bordiga è un po’ deluso dal poco tempo dedicato da Mussolini alla prefazione. Quindi, c’è un passaggio sulla critica al pensiero anarchico e sindacalista. Secondo Bordiga troppo spesso questi (gli anarchici e i sindacalisti) sono criticati dal punto di vista riformista, ovvero, rigettandone la violenza e ispirandosi invece alla rivoluzione legalitaria. Invece per Bordiga le deficienze del movimento anarchico e sindacalista stavano proprio nel come volevano raggiungere lo scopo rivoluzionario, gli anarchici troppo astratti e i sindacalisti troppo semplicisti nel credere che il sindacato basti a tutto. In più Bordiga dissentiva dagli autori sul fatto che il Marxismo sia fatalista. Il marxismo non limita la portata della rivoluzione ai soli fatti economici ma stabilisce solo un rapporto di causalità che a noi pare innegabile, tra la questione economica e la questione sociale nel solo intento di trovare più facilmente le vie risolutive della seconda. Poi sulla tattica parlamentare, sempre in questo articolo, si trovava un elemento chiave di quello che sarà il pensiero del Bordiga futuro. Egli concordava con la critica ai motivi sballati dell’astensionismo anarchico, e riconosceva la critica di Albert e Duchene all’azione parlamentare in quanto soffocatrice di ogni altra attività. Bordiga commenta – non può negarsi che i fatti sembrano dargli ragione – ma per Bordiga a questo punto si tratta di vedere se il parlamentarismo giova o no al programma massimo del socialismo. Pochi anni più tardi la sua risposta sarà no e la giustificazione sarà la medesima di Albert e Duchene, e da qui il suo astensionismo. Già nel novembre del 1913 Bordiga usciva con delle considerazioni sulla battaglia elettorale appena conclusasi. E’ infatti indiscutibile che le conquiste del Socialismo, dalle massime alle immediate, devono essere opera di grandi masse che si siano formata una coscienza collettiva dei propri interessi e del proprio divenire e siano convinte che, per garantirli ed affermarli efficacemente, non debbono abdicare la tutela nelle mani di pochi dirigenti; come non debbono chiedere aiuti di sorta alla classe economicamente avversa. Il Partito Socialista deve coltivare e diffondere questa coscienza collettiva… Nessuno può negare la verità dell’osservazione che l’uomo costretto al lavoro manuale è propenso a delegare ad altri, agli intellettuali, la gestione e quindi il dominio della vita sociale. Anche le masse quasi coscienti di una qualsiasi finalità tendono ad affidarne la realizzazione ad un uomo o a pochi uomini, che seguono poi troppo ciecamente… Vogliamo dedurne che nelle attuali condizioni ogni forma di azione di classe – non le sole elezioni, ma anche l’azione sindacale e perfino la rivolta di piazza – presenta il rischio che le masse rinunzino all’effettivo controllo dei propri interessi e lo affidino ad un certo numero di “capi”. Bordiga allora non era contrario alle elezioni, ma già vedeva con che facilità nelle lotte elettorali si perdeva di vista ogni scopo che non sia il risultato numerico. Da “Democrazia e Socialismo” è chiaro che per Bordiga le elezioni erano una buona occasione per fare propaganda nelle piazze ove si vuole anche nei seggi di consiglieri comunali e provinciali, o di deputati, ma nulla di più.               
Al XIV Congresso Nazionale del PSI di Ancona aprile del 1914 Bordiga tenne la relazione politica della Direzione e sul socialismo meridionale. Fece un discorso sulla tattica del Partito nelle elezioni ammnistrative. Anche in questo caso Bordiga si batté per una politica di intransigenza assoluta contro ogni tipo di coalizione con i partiti borghesi anche per il Sud Italia, contro i blocchisti. E nonostante le condizioni speciali del Sud Italia, invitava il PSI ad affrontare la questione ammnistrativa con una direttiva unitaria, e a fare dei comuni socialisti un’arma contro lo Stato capitalista e borghese. Il 7 giugno del 1914 in onore della festa dello Statuto Albertino (carta costituzionale della monarchia sabauda) sempre ad Ancona fu organizzata una manifestazione presenziata da repubblicani ed anarchici dove accorse una folla numerosa. I carabinieri aprirono il fuoco sulla folla accorsa uccidendo tre persone. I lavoratori di tutta Italia risposero a questo atto di violenza con dimostrazioni di piazza, i capi del sindacato, Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), socialisti riformisti, furono costretti a proclamare lo sciopero generale. L’epilogo di questa insurrezione fu tipica della storia italiana come commentò Bordiga negli anni 60. Ma il 12 giugno, quando già i poteri statali e la borghesia sbigottivano, la CGdL rese loro uno dei suoi innumerevoli servigi; ordinò la fine dello sciopero generale. Era fresca la tradizione anarchica e sindacalista soreliana, secondo cui il sindacato ha per sua funzione l’azione diretta e violenta e il partito quella legale. Bordiga fu colpito personalmente dalla reazione del governo, ma non spenderà mai una parola sulla sua vicenda personale. Fu in fatti licenziato dalle Ferrovie dello Stato dove lavorava come ingegnere per aver partecipato alla dimostrazione di Napoli. In quei giorni, il 25 giugno, pubblicò in merito un ordine del giorno breve su “Il Socialista” dove salutava i rivoltosi a nome della Sezione Napoletana del PSI.
Nel già citato “Democrazia e Socialismo” uscito il luglio del 1914 su “Il Socialista” si intende come Bordiga si riferisca alla democrazia borghese e quindi si intende la sua frase che il socialismo si affermò come solenne denunzia del fallimento storico della formola democratica, e degli inganni che questa conteneva. E argutamente scrive – La democrazia [aggiunta nostra: borghese] vede nel sistema rappresentativo il mezzo per risolvere ogni problema di interesse collettivo; noi vediamo in esso la maschera di una oligarchia sociale, che si avvale dell’inganno dell’uguaglianza politica per mantenere oppressi i lavoratori. – e ancora più interessante questo altro concetto che – il socialismo è nel campo amministrativo per la massima autonomia locale –. Altro passaggio fondamentale presente in questa serie di articoli è quello su cosa voglia dire essere socialista… vuol dire ritenere oggi, in base all’esame delle condizioni economiche sociali presenti, possibile un’azione di classe tendente a distruggere il capitalismo per sostituirvi un nuovo ordinamento sociale. Agire da socialisti, significa dare opera a che la coscienza di una tale possibilità si diffonda in un numero sempre maggiore di proletari, con la maggiore simultaneità possibile nei diversi paesi e nelle diverse nazioni. Chi, pur riconoscendo che la distruzione del capitalismo sarà una belle cosa, non ritiene giunto il momento di agire in tal senso, ma crede opportuno prima risolvere ben altri problemi, non è un socialista. Sempre in questa serie di articoli poi Bordiga delinea una tesi municipalista, vicina a quella sostenuta da Mussolini sull’“Avanti”. Secondo Bordiga non si poteva saltare lo stadio della solidarietà dei lavoratori nella loro città, ovvero nei loro Comuni, ma il ruolo del Partito era sempre di propaganda, proselitismo e di preparazione all’urto finale delle classi.
In tema di neutralità: al posto nostro” esce sull’“Avanti” nell’agosto del 1914, dove percepisce da subito una di quelle che definisce correnti pericolose ovvero un sentimento di simpatia per la Triplice Intesa, giustificando non solo, ma esaltando l’atteggiamento dei socialisti francesi fino a sostenere che i socialisti italiani dovrebbero accorrere a battersi in difesa della Francia. Questa anche se in sordina fu poi la linea presa da Mussolini. Mentre per Bordiga il concetto di patria era per definizione anti-socialista e non poteva esistere nessuna guerra di difesa. Poi nel settembre, dalle pagine de “Il Socialista”, si riferì apertamente all’atteggiamento di Mussolini in “L’Avanti e la guerra”. In questo articolo criticava l’ambiguità della linea data da Mussolini nei confronti della guerra, nonostante ci tenesse a precisare la sua stima per il direttore dell’Avanti, concludendo con – il Partito deve rendersi sempre più autonomo delle singole persone: e lo stesso Mussolini lo ha tante volte sostenuto! – A seguire vi fu la pubblicazione del manifesto della Direzione e del Gruppo parlamentare del PSI contro la guerra, del quale Mussolini ne rivendicò la paternità. Fino ad arrivare al famoso articolo di Mussolini sulla neutralità attiva ed operante che spingerà il Partito a dimetterlo da direzione dell’“Avanti”. Bordiga rispose al famoso articolo di Mussolini, con un editoriale su “Il Socialista”, “Per l’antimilitarismo attivo ed operante”, dove definiva quelle di Mussolini, balorde esagerazioni. Qui Bordiga però si trovava in una posizione poco lineare – Il concetto di neutralità ha per soggetto non i socialisti, ma lo Stato. Noi vogliamo che lo Stato resti neutrale nella guerra, assolutamente, fino all’ultimo, checché avvenga. Per ottenere ciò noi agiamo su di esso, contro di esso, nel campo e coi mezzi della lotta di classe. Da questa non vogliamo disarmare. La nostra guerra è permanete. – Quando poi Mussolini dal suo nuovo giornale interventista, contro le sue stesse posizioni di pochi mesi prima, incominciò ad attaccare il PSI, Bordiga da “Il Socialista” lanciò l’appello di boicottarlo. In fine nel dicembre del 1914 si concluse la vicenda Mussolini socialista, che per i continui attacchi al PSI venne espulso dallo stesso; Bordiga sempre da “Il Socialista” riportò soddisfatto la notizia, e rimarcò che le condanne contro i traditori sono senza appello.
Un’altra serie di articoli apparvero su “L’Avanguardia” intitolati “Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi”. Qui vi sono diversi spunti molto interessanti: la guerra … è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto di monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Quindi per il proletariato la guerra è disastrosa sotto ogni rapporto mentre per la borghesia ne vede intaccata la sua ricchezza materiale, ma conservati e forse rafforzati i rapporti potenziali per ricostruirla, poiché la lotta di classe si assopisce e si spegne nell’esaltazione nazionale. Gli Stati moderni con il loro regime di democrazia mantengono quindi in schiavitù economica la classe dei lavoratori che può essere mobilitata in 24 ore sul fronte essendo la democrazia borghese di fatto la miglior tirannide, insiste Bordiga. In più egli notava che un moto rivoluzionario avrebbe sempre maggiore possibilità di successo in tempo di pace che alla vigilia della guerra. Bordiga il quale riservava ancora qualche fiducia nella Seconda Internazionale dei lavoratori, constatò il vero insuccesso del Socialismo nell’adesione dei partiti socialisti nazionali, di Francia e Germania, alla guerra. I capi di questi Partiti spesso per la loro maggior cultura, borghese intende Bordiga, hanno troppi legami con le ideologie borghesi e si sentono più rappresentati della Nazione che dal Socialismo. Il Socialismo deve quindi rimettere su più salde basi l’azione antimilitarista, rivedere in senso più rivoluzionario la sua azione parlamentare…. Sulla questione nazionale, poi sviluppa la nozione che le guerre ora venivano fatte dagli Stati e non dalle Nazioni. Distingue quindi le guerre di unificazione nazionale da quelle imperialiste. E anche la scusa, ancora in voga oggi per altro, di diffondere la democrazia con le baionette, per Bordiga è ovviamente una scusa borghese. Sul principio di nazionalità pubblica anche un articolo sull’“Avanti” nel gennaio del 1915. La sua posizione in merito è interessante se si mette nel contesto della polemica tra la Luxemburg e Lenin, che Bordiga al tempo ignorava. Bordiga fa qualche riferimento a Zimmerwald, ma non vi partecipò direttamente. Poi in netto contrasto con i riformisti di sinistra, dichiara – Pacifismo? No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà... Ma la violenza legale, ufficiale, disciplinata all’arbitrio di autorità,… questa violenza… ci fa schifo e ribrezzo –
Bordiga prese come riferimento Karl Liebknecht per il suo discorso al Reichstag il 2 dicembre 1914 contro l’aumento dei crediti di guerra approvati dalla socialdemocrazie tedesca. Citando più volte Karl Liebknecht per le sue parole contro il militarismo e contro la guerra. Bordiga riallacciò esplicitamente il suo antimilitarismo a quello internazionale proprio di Karl Liebknecht, dei deputati socialisti russi, dei compagni serbi, del riformista Independent Labour Party d’Inghilterra (probabilmente riferendosi ad un Articolo dell’Avanti di J Bruce Glasier, che si riferiva al pacifismo di Keir Hardie all’interno del Partito Labourista) e dell’anarchico Sébastien Faure in Francia. Quindi chiaramente senza tenere in considerazione la loro linea politica, ma solo il loro antimilitarismo. Il caso Frederich Adler, esponente socialista internazionalista austriaco che uccise in un atto anarchico il Primo Ministro Austriaco Stürgkh, suscitò reazioni contrastanti tra i socialisti anche estremisti. Vi era chi condannava questo tipo di atti e chi lo giustificava come atto di esasperazione. Bordiga si schierò con questi ultimi. Fedele alla dottrina socialista internazionale, commenta Bordiga, interprete sicuro, come il suo fratello ideale Carlo Liebknecht, della vera tattica proletaria, si dette alla battaglia contro la borghesia e l’imperialismo nel suo paese. Federico Adler è nostro, rivendicava Bordiga.        
Sulla rivoluzione Russa ci limiteremo ad analizzare qui agli articoli scritti nel 1917, in quanto il pensiero bordighiano post-leninista necessiterebbe una trattazione a parte. Bordiga scrisse una serie di articoli dal titolo “La rivoluzione Russa nell’interpretazione socialista” su “L’Avanguardia” proprio nel 17. Bordiga riconosceva che la rivoluzione russa fosse un fenomeno in atto da già 50 anni. Ma a differenza dal primo commento di Gramsci, il quale pur sostenendo la rivoluzione senza riserve ne individuava le contraddizioni con il pensiero marxiano, Bordiga commentò che nonostante potesse sembrare che  l’applicazione più rigorosa (interessante notare che Bordiga ne critichi il rigore) delle linee del sistema marxistico si adattassero male ad un paese arretrato politicamente, dal punto di vista borghese, come la Russia, qui si era formato un forte Partito socialista marxista – forse il più ortodosso del mondo – riferendosi soprattutto alla frazione bolscevica. Infatti aggiunse, qualche riga dopo, l’estrema (la corrente bolscevica) è la più genuina … vuole la pace, rifiuta la collaborazione anche transitoria di classe, e invoca la presa del potere per attuare il Programma Comunista. Ma notava d’altro canto, come molti altri socialisti, che i metodi socialisti mal si applicavano ad un paese maggiormente costituito da immense masse contadine. Bordiga concludendo in dicembre questa serie di articoli commentava sul trionfo massimalista, utilizzando la terminologia più consona al socialismo italiano, intendendo però la frazione maggioritaria, ovvero bolscevica. Finalmente il governo è rovesciato, scriveva Bordiga, ed il Soviet in cui gli estremisti sono diventati l’enorme maggioranza assume il potere. Mentre scriviamo, fra la ridda di notizie contradditorie e tendenziose che giungono a noi, si comprende che i socialisti lavorano all’attuazione di un programma dalle linee semplici e grandiose – quello stesso del Manifesto dei Comunisti – cioè la espropriazione dei privati detentori dei mezzi di produzione, mentre procedono logicamente e conseguentemente a liquidare la guerra. Un quadro più dettagliato viene riportato nell’articolo del 16 dicembre “Il caos” su “L’Avanguardia”. Qui commentava Bordiga che Lenin e Trotskij con tutti i massimalisti, in quanto sarebbe puerile attribuire tutto …a due persone, potranno essere giudicati i salvatori della Russia proletaria od i traditori della civiltà mondiale. Non possono essere imputati di non sapere che cosa vogliono, di non avere un programma preciso e di non attuarlo con piena coscienza dei mezzi e delle responsabilità. Il caos non è dunque in Russia, dove le cose si vanno assestando.           
Il Bordiga pre-Lenin aveva quindi già un’idea molto chiara di socialismo rivoluzionario marxista, era intransigente, impossibilista per molti aspetti, con una propensione però per l’attivismo, talvolta anarcoide, esaltando l’uso della violenza, si veda il suo commento su caso Adler e post-Lenin per il centralismo blanquista, dai quali non possiamo che prendere le distanze.

Il giovane Bordiga parte prima

Amadeo Bordiga con i dovuti distinguo del caso ha probabilmente rappresentato in Italia ciò che si avvicina di più al marxismo rivoluzionario come inteso dal WSM. La sua costante lotta al riformismo, al revisionismo, al militarismo, e al nazionalismo anche di “sinistra” è sicuramente in linea con le nostre posizioni, mentre la sua esaltazione della violenza rivoluzionaria, l’avversione verso pressoché ogni tipo di forma democratica, e l’adozione del centralismo sono punti di profonda divergenza. Secondo Michele Fatica nel giovane Bordiga era presente l’antitesi tra il socialismo e la democrazia con le sue istituzioni simbolo: la caserma e la fabbrica. Sempre secondo Fatica questo era dovuto per la sua identificazione della democrazia con la massoneria, che lo spinse più tardi a respingere il centralismo democratico formulando il centralismo organico. Dove la direzione del Partito sarebbe diventata un’entità astratta custode della dottrina marxista. Ad ogni modo, la sua posizione giovanile sull’uso del parlamento fu molto vicina al nostro approccio. Il giovane Bordiga non vedeva la via parlamentare come l’unico mezzo di lotta, e prima delle varie delusioni elettorali con il PSI, la sosteneva solo come un mezzo di propaganda e proselitismo socialista.
A causa della ampia censura che il pensiero e l’opera di Bordiga hanno ricevuto dal Partito Comunista Italiano, molto poco si sa sul lavoro di Bordiga, eccettuato il periodo attorno alla scissione del 1921, dove per forza di cose non poteva non figurare nei resoconti storici anche della sinistra stalinista. Per questa ragione in questi due articoli analizzeremo i suoi primi anni di vita politica, ovvero il periodo che va dal 1911 al 1917.
Bordiga nacque nel 1889 a Resina, oggi Ercolano, vicino a Napoli. Suo nonno materno, il conte Michele Amadei di origine toscana ma residente a Roma fu anche egli un ribelle, diventando, nonostante il suo titolo nobiliare, un patriota Risorgimentale oppositore del Papa Re, e affiliato alla Massoneria. Il conte Amadei fu anche Sottosegretario del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio e al Parlamento del Regno d’Italia per ben otto legislature dal 1874 al 1897. Anche da parte paterna la famiglia Bordiga era attiva politicamente. I due fratelli Oreste, il padre, e Giovanni, lo zio, di origine piemontese, furono due affiliati alla Massoneria. Lo zio Giovanni, matematico, Professore all’Università di Padova, era un irredentista veneto. Il padre Oreste, lavorò come Professore di economia agraria, a Portici nel napoletano, dove Amadeo crebbe e iniziò la sua vita politica.
Amadeo Bordiga entrò a far parte del Partito Socialista Italiano (PSI) nella sezione di Portici all’età di 21 anni nel 1910 ancora giovane studente di ingegneria, si laureò due anni più tardi. Secondo una ricostruzione dello stesso Bordiga sessantenne, la sua iscrizione al PSI fu una reazione all’emissario del Grande Oriente d’Italia quando gli chiese di entrare nella Massoneria. La situazione all’interno del PSI quando Bordiga ne fece ingresso era alquanto complessa. In linea di principio il PSI era organizzato seguendo l’esempio della socialdemocrazia tedesca; con la differenza che avendo pochissimi fondi, mancava di funzionari, ovvero politici di professione, stipendiati dal partito. Vi era una Direzione con a capo il Segretario di Partito e un Gruppo Parlamentare eletto dai membri con diritto di voto. Questi due gruppi non sempre coincidevano e spesso non concordavano sulla linea politica. Il Gruppo Parlamentare “guidato” da Filippo Turati, il principale artefice della creazione del PSI nel 1892, era pressoché riformista, nonostante Turati si reputasse e fosse riconosciuto spesso come marxista ortodosso.
Nonostante gli anarchici furono stati espulsi durante il secondo congresso del partito nel 1892 a Reggio Emilia, e i sindacalisti rivoluzionari nel 1907 a Ferrara, nel 1910 il PSI raccoglieva ancora diverse correnti. I riformisti “di destra” alla Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, i riformisti “di sinistra” turatiani, come Giuseppe Modigliani e la frazione rivoluzionaria intransigente, guidata dall’ex-operaista, Costantino Lazzari. Quest’ultimo secondo Luigi Gerosa avrebbe influenzato molto l’intransigenza di Bordiga con l’opuscolo “I principi e i metodi del Partito Socialista Italiano” uscito nel 1911, dove il leader degli intransigenti, Lazzari appunto, si rifaceva al programma costitutivo del 1892 e lamentava le varie degenerazioni da esso. Come citato in un mio precedente articolo dedicato ad Antonio Labriola è discutibile anche che questo programma costitutivo fosse pienamente in linea con il socialismo marxista (http://www.worldsocialism.org/spgb/socialist-standard/2010s/2016/no-1338-february-2016/antonio-labriola-strict-marxist), ma per Bordiga fu più il principio di intransigenza che contava, ovvero rimanere fedele al programma del partito dal fine massimo che si poneva la sovversione del capitalismo e l’istituzione del socialismo, in opposizione al fine minimo di cambiare il capitalismo con le riforme.  E’ anche importante notare che già da qui si incominciava a sviluppare in Bordiga l’idea di Partito che non ha bisogno di una vera e propria direzione di individui, ma che il programma fosse così chiaro ed immutabile che sarebbe stato solo questione di seguirlo alla lettera. 
Da subito Bordiga si trovò a lottare, scrivendo su “L’Avanguardia”, contro la politica coloniale italiana e l’anticlericalismo massonico. Nell’ottobre del 1911 l’Italia infatti invase la Libia, parte dell’Impero Ottomano ormai in disfacimento. Bordiga si scagliò subito non solo contro la borghesia italiana che sosteneva il militarismo, ma anche sui presunti socialisti e revisionisti di destra e sindacalisti rivoluzionari come Arturo Labriola, (da non confondere con il marxista ortodosso di cui abbiamo scritto e accennato in precedenza Antonio Labriola) che seguendo tesi loriane (da Achille Loira, economista borghese italiano, si veda prefazione di Engels al secondo volume de Il Capitale) le quali vedevano nell’espansione coloniale un’opportunità per la causa socialista. Bordiga individuò da subito nel nazionalismo una ideologia capitalista che non poteva essere giustificata dal socialismo che per definizione è anti-patriottico. Non si allontanerà mai da questa idea anche quando affronterà faccia a faccia il socialismo nazionalista di Stalin.  
Bordiga insieme ad altri compagni intransigenti del napoletano si impegnò soprattutto dal 1911 al 1914, a smascherare elementi borghesi, massoni detti anche anticlericali borghesi e blocchisti, ovvero per una politica di coalizioni con gli altri partiti borghesi, che controllavano ancora la sezione di Napoli del PSI. Bordiga lottò contro questi revisionisti che in molti casi erano rientrarti ambiguamente nel PSI nonostante la loro espulsione del 1907. Bordiga scrisse in questo periodo molti articoli sulla situazione del Partito nel napoletano, chiedendo più volte l’intervento della Direzione del Partito a mettere fine a questa ambiguità. Bordiga faceva parte al contempo della frazione intransigente e della Federazione Italiana Giovanile Socialista (FIGS) come rappresentante campano. 
Nell’aprile del 1912 Bordiga fondò il Circolo “Carlo Marx” atto a fare attività di propaganda e di studio delle opere marxiane. Nel marzo del 1912 denunciava già l’atteggiamento di alcuni esponenti del gruppo parlamentare, come Bissolati, Cabrini e Bonomi per aver reso omaggio al Re d’Italia ferito in un attentato alla sua vita, chiedendone l’espulsione dal Partito, cosa che avvenne poi durante il congresso e che in virtù di questo episodio vide l’ascesa di Benito Mussolini tra le file del Partito. Al Congresso di Reggio Emilia la sezione di Portici nominò Bordiga loro rappresentante con le seguenti mozioni: 1. Estendere la tattica intransigente alle elezioni amministrative e 2. Escludere dal Partito i membri di associazioni politiche borghesi, quale la massoneria. 
Durante il Congresso della Federazione Giovanile di Bologna nel settembre del 1912 venne discussa “La questione della cultura e della gioventù socialità”. Mentre una parte dei congressisti (Angelo Tasca) riconoscevano al movimento giovanile un semplice scopo di preparazione e di cultura volendo che la Federazione dipendesse dal Partito e il giornale facesse divulgazione elementare, Bordiga propose, ed ebbe la maggioranza, che la Federazione Giovanile mantenesse un indirizzo autonomo e il giornale un carattere di battaglia contro la borghesia. Rispondendo a Gaetano Salvemini direttore dell’Unità, Bordiga osservava che se la nostra “Avanguardia” (nome della rivista sulla quale scriveva Bordiga) assumesse l’indirizzo di cultura, dopo quattro numeri gli operai non la leggerebbero più… il movimento socialista è movimento di preparazione di una parte degli individui alla necessaria trasformazione della società, ma è assurdo giungere alla preparazione con metodi scolastici, anzi occorre cercare nell’azione le fonti di tale preparazione educativa e continuava Bordiga La democrazia dice al popolo: sei sfruttato perché ignorante: studia, educati, liberati dal prete e diverrai libero. Il socialismo dice al proletariato: sei ignorante e vile perché sei sfruttato, sei sfruttato perché chini la testa al giogo: rivoltati, e sarai libero, e potrai allora diventare civile. In quanto per Bordiga Il socialismo era basato non tanto sulla cultura quanto sul sentimento di solidarietà proletaria.
Nel novembre del 1912 Bordiga scriveva “Il socialismo meridionale e le questioni morali” pubblicato sull’“Avanti”, qui egli descriveva l’arretratezza e l’inadeguatezza della borghesia meridionale dalla quale originava il problema morale. Puntualizzava che lo Stato essendo maneggiato dalla oligarchia capitalista del Nord non intendeva sviluppare capitalisticamente il Sud, in quanto lo sviluppo economico, agricolo e industriale del Mezzogiorno non potrebbe che nuocere agli attuali gruppi monopolistici della grandi industrie protette che hanno nel Mezzogiorno il mercato naturale di consumo. Questa inettitudine della classe dirigente del Sud e la conseguente corruzione della sue amministrazioni portava al malcontento sfruttato dai partiti locali, quasi sempre personali, senza alcun contenuto politico a base di clientele e di odi inveterati, in ottimi rapporti con il clero, ancora molto influente. Gli oppositori di questo degrado politico era rappresentato dai borghesi anticlericali, spesso massoni infiltrati anche nel PSI che puntavano sulla questione morale ovvero per un’amministrazione borghese onesta. Questi vendevano quindi un falso socialismo che per loro non era altro che il capitalismo borghese non corrotto ed efficiente. A questo Bordiga oppone il suo commento materialista, ladri od onesti i borghesi si equivalgono. Il PSI avrebbe dovuto essere ultraintransigente contro questi moralisti, perché il socialismo era altra cosa. L’analisi di Bordiga sulla questione morale di allora è stata ed è terribilmente attuale, nel senso che coglie a pieno quello che sarà la linea politica del PCI nel secondo dopoguerra, il partito moralista per antonomasia, che si batterà talvolta concretamente contro l’istitualizzazione della mafia, e dopo il crollo del PCI, la politica che è stata portata avanti da questo e da quel partito politico all’occorrenza.
La riscrittura dell’Opuscolo “Il soldo al soldato” secondo Michele Fatica fu affidata a Bordiga, e viene riportata nella raccolta delle sue opere. Questo opuscolo era stato discusso durante il congresso giovanile di Bologna. Qui Bordiga si scaglia contro la caserma come istituzione della democrazia borghese. La posizione del giovane Bordiga sulle elezioni era generalmente in linea con quella della fazione intransigente del PSI, ovvero a favore del suo utilizzo, ma contro ogni tipo di blocco con i partiti borghesi. La sfiducia dello strumento elettorale però si andrà maturando in Bordiga, con il succedersi delle sconfitte elettorali del PSI e l’eccessivo sforzo che questi ne riservava. Interessante è notare come in un articolo pubblicato sull’“Avanti” del gennaio del 1913, firmato a.b. intitolato “Forza e diritto”, presumibilmente, Bordiga citi come, i nostri maestri Marx, Engels, Lassalle, Antonio Labriola, e Bebel. Questo è interessante in particolare per la presenza di due socialdemocratici tedeschi come Ferdinand Lassalle, che marxista non era, e August Bebel tutt’altro che un intransigente di sinistra, ma più vicino a quello che poteva rappresentare un Turati in Italia. Questi due molto probabilmente scelti da Bordiga superficialmente perché padri fondatori del Partito Socialdemocratico tedesco. In più questo articolo potrebbe sfatare il mito che Bordiga fosse completamente indifferente al pensiero di Antonio Labriola.  
In merito all’organizzazione del Partito, argomento che segnerà più tardi, negli anni 20 e nel secondo dopoguerra uno dei contributi più originali quanto discussi, ovvero il centralismo organico, che Bordiga opponeva al centralismo democratico di Lenin, il giovane Bordiga presentava già nei suoi primi anni di vita politica, degli interessanti punti di partenza, ovvero la formazione naturale della coscienza di classe, la difesa del programma rivoluzionario, e l’antimilitarismo di classe. Bordiga affermava che il PSI non è un partito operaio né operaista, questi deve difendere il programma rivoluzionario… il partito socialista ha degenerato, il riformismo lo ha affogato… la scuola sindacalista ha giustamente reagito ma esagerando e deducendo l’inutilità del partito socialista formulando il dogma che il sindacato deve ignorare l’azione politica. Bisogna mostrare tutte le insidie del garibaldinismo che ritorna di moda.    
Ne “La Nostra missione”, articolo del febbraio del 1913, Bordiga ritorna sul ruolo del movimento giovanile, dove esplicitamente vede nel PSI l’avanguardia del proletariato nella lotta di classe. In questo articolo è interessante notare la citazione all’opera dell’anarchico russo Peter Kropotkin sul principio del mutuo aiuto. Qui Bordiga ribadisce l’indole altruista del proletariato e delinea una intuizione preziosa, ovvero che è pregiudizioso credere che la borghesia domini per mezzo dell’ignoranza: essa invece domina per mezzo della cultura, della sua cultura. L’educazione, borghese, diventa il freno morale.

lunedì 8 febbraio 2016

Stato Islamico: una creatura del capitalismo petrolifero

Il fondamentalismo islamico ha colpito nuovamente il cuore del mondo occidentale. Per la loro vicinanza e imprevedibilità questi eventi hanno lasciato un profondo senso di urgenza e insicurezza. I mezzi d’informazione di massa intanto buttano benzina sul fuoco gridando alla guerra tra culture, “guerra santa” ecc. I nazionalismi vecchio stile alla “Fratelli d’Italia” e “Lega Nord” in Italia; Front National della Le Pen in Francia, Partij voor de Vrijheid di Geert Wilders nei Paesi Bassi e, in chiave più moderna, moderata ed europeista, dei partiti maggiori (dei vari Renzi, Hollande, Cameron ecc.) vengono venduti come la risposta a questi attacchi. E allora si aumenta la presenza delle forze dell’ordine nelle strade, si approvano raid aerei. E nel caso dell’Italia, si firmano un paio di espulsioni di elementi “pericolosi”, anche se contro il giudizio della magistratura. Insomma, di tutto, basta che si ristabilisca la sicurezza. E ci si stringe tutti attorno alla bandiera, a prescindere dai problemi contrattuali, di disoccupazione e del caro vita perché in fondo non ci sono classi sociali di fronte al terrorismo. O ci sono?                   
Beh sì, a guardar bene le classi sociali ci sono anche in questo caso. Così come gli interessi delle grandi compagnie petrolifere in Medio Oriente e la politica coloniale degli ultimi 200 anni. Ma allora non è che rischiamo di saltare in aria, sempre per la solita ragione, che 75 anni fa vedeva i nostri nonni andare a morire al fronte? E un secolo fa i loro padri?
Sì, la ragione è sempre la stessa, il profitto. E la cosa che dovrebbe far imbestialire noi lavoratori è che il sistema del profitto, ovvero il capitalismo, ha una classe di pochissimi privilegiati che detengono il potere economico e politico e una classe più eterogenea di gente, (che è la stragrande maggioranza della popolazione mondiale) che deve ringraziare la fortuna, o qualche dio, per chi ci crede, se ha un lavoro retribuito. Ora, sì, c’è ancora la fortunata élite di lavoratori dei paesi economicamente avanzati che hanno più opulenza degli altri. Ma non facciamoci illusioni; solo un stolto sarebbe così ottuso da non essersi accorto della caduta del potere contrattuale sofferto da questa élite negli ultimi 45 anni.
Il fondamentalismo islamico odierno altro non è che una risposta indipendentista alla politica coloniale dei paesi occidentali nel mondo islamico. Già nel ‘300, l’elemento religioso era stato usato in quella che è l’odierna Siria per giustificare il rovesciamento dell’invasore Mongolo, Ghāzān Khān, miscredente. Di fondamentalismo, ma non solo, islamico fu ed è caratterizzata la partizione artificiosa dell’India Britannica in Pakistan mussulmano e India induista e buddhista, proprio da parte dei britannici. Questa partizione fu un processo molto tormentato e conflittuale iniziato formalmente nel 1947 che in pratica dura tutt’oggi. Vi furono interminabili guerre tra Pakistan e India per il possesso del Kashmir e del Bangladesh. Di punto in bianco intere popolazioni dovettero emigrare perché si trovarono dalla parte “sbagliata” del confine. Ed ecco che il gruppo pakistano fondamentalista islamico Jamaat-e-Islami divenne un ottimo esempio, di come, la legge coranica, Sharia, e il concetto di guerra santa, Jihād, siano stati (e sono) usati a fini indipendentistici.
Se da un lato i gruppi fondamentalisti pretendono di preservare gli usi e i costumi islamici e per far ciò devono combattere l’Occidente “cristiano” ed ebreo corrotto, oppure gli infedeli induisti, buddhisti o chi che sia; non si faccia l’errore di pensare che gli stessi islamici fondamentalisti siano immuni dal dio denaro. La loro non è una lotta contro il capitalismo, ma la politica coloniale capitalista fatta a loro danno. Il fatto che siamo qui a commentare tragici attacchi terroristici è proprio riconducibile direttamente al dio denaro.
Senza fare un giro troppo lungo. Si consideri come fosse diviso il Nord Africa e il Medio Oriente ai primi del Novecento. L’Impero Ottomano era ridotto ormai all’odierna Turchia, parte della Bulgaria meridionale, parte della Grecia e dei Balcani, la provincia di Beirut (Libano e Siria), il distretto di Zor (Siria), la provincia di Siria, il distretto di Gerusalemme, la provincia di Mosul (Iraq), la provincia di Bagdad (Iraq), la provincia di Basra (Iraq e Kuwait, Qatar, Arabia Saudita), la provincia di Hejaz (Arabia Saudita), il sultanato d’Egitto e lo Stato di Tripolitania (Libia). Questo colosso moribondo era sotto continue pressioni coloniali di vari paesi europei. E se l’Impero Ottomano era in completo disfacimento, l’Impero Persiano (oggi chiamato Iran) aveva perso da secoli ogni prestigio ed era sotto il protettorato di Russia e Gran Bretagna. La presenza Britannica si allargò quindi non solo in India (e Pakistan), ma ormai a diverse province perse dall’Impero Ottomano, quali Iraq, Kuwait, Oman, Palestina, Qatar, ed Egitto soprattutto dopo la fine della prima guerra mondiale. L’attività coloniale francese in Nord Africa non fu da meno, presente in Marocco, Algeria, e Tunisia. Senza citare la breve parentesi italiana e quindi britannica in Tripolitania. Aggiungiamo a tutto questo l’inizio del progetto Stato di Israele quando la Palestina era ancora sotto controllo britannico e diventa abbastanza evidente quanto fosse artificiosamente divisa e sfruttata la gente delle terre da dove oggi pullulano questi fanatismi. Unica azione contro tendenza in rifermento al dominio e all’influenza occidentale sulla regione mediorientale, fu la conquista da parte di Ibn Sa‛ud nel 1932 di quella che oggi è l’Arabia Saudita. Ibn Sa‛ud riuscì nel giro di 30 anni a unire un vastissimo territorio sotto il suo dominio. Per spiegarci, attorno agli anni ‘20 la Gran Bretagna si trovava a contrattare con Ibn Sa‛ud i confini di quello che diventerà poi l’Iraq.
A quell’epoca a nessuno sarebbe venuto in mente di pensare che tale divisione di terre fosse legata a una particolare religione, si trattava di puro e semplice imperialismo, ovvero colonizzazione di nuove terre per sfruttarne le risorse. Possiamo immaginare la gioia degli inglesi nello scoprire che nelle loro colonie e zone di influenza medio-orientali vi fosse il petrolio. In Persia il petrolio venne scoperto nel 1908 da parte di quella che oggi è la British Petroleum (BP), in Iraq nel 1925 da parte della Turkish Petroleum Company (TPC) controllata da Germania, Gran Bretagna e Turchia, e in Arabia Saudita nel 1938 da parte statunitense. Le cose dal punto di vista degli interessi economici non si potevano fare più interessanti. Eccezion fatta per l’Arabia Saudita, che avendo una dinastia forte e radici religiose (wahhabita) rigorose non ebbe grandi problemi a mantenere il controllo sulle sue tribù e quindi sui suoi giacimenti, per l’Iraq, l’Iran, e l’Egitto l’influenza (o sfruttamento) europea era ancora pesante. Tutti e tre questi paesi, per non menzionare la Siria, la Libia, e l’Algeria, hanno pensato a un certo punto d’iniziare a utilizzare le proprie risorse “in proprio”.
Nel 1928 viene fondata l’organizzazione dei Fratelli Musulmani in Egitto che ben presto divenne reazionaria fino a quando il regime di re Faruk nel 1949 assassinò il suo fondatore al-Banna. Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, dopo l’assassinio di al-Banna, prendendo spunto dagli insegnamenti di Mawdudi, fondatore in Pakistan della Jamaat-e-Islami, scrisse dei testi basilari per i movimenti fondamentalisti a seguire, in quanto criticava i governi islamici filo-occidentali. Tra tutti in testa si possono immaginare l’Iran e l’Iraq dell’epoca. Altro elemento importante è il putsch di Nasser nel 1952, appoggiato inizialmente per il suo nazionalismo dalla Fratellanza Mussulmana, per poi rivolgervisi contro pochi anni dopo. A questo fa seguito la Guerra dei Sei Giorni del 1967, di espansione di Israele, che dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si mise chiaramente in testa di fondare una nazione israeliana ai danni di Egitto, Siria e Giordania. Lo smacco fu così grave da indurre Nasser alle dimissioni. La migrazione di massa di palestinesi e l’occupazione israeliana dei territori in Libano catalizzò la nascita della resistenza fondamentalista islamica degli Hezbollah (anni ‘80), che faceva uso di attacchi suicidi e atti di guerriglia.   
Il regime al contempo repressivo e filo-occidentale dello Scià di Persia venne destituito nel  1979 con la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini. Questo fu un momento molto importante perché Khomeini parlò di movimento pan-islamico, quindi giustificava la cacciata degli occidentali dal punto di vista religioso, mentre questo implicava in pratica prendere il controllo delle risorse nazionali. Questo modello verrà seguito in futuro da altri movimenti fondamentalisti tra i quali oggi lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (ISIS).
Tornando alla prima metà del secolo scorso, gli interessi britannici nelle risorse petrolifere in Iraq furono preservati, con il solito governo fantoccio, fino all’inasprirsi delle condizioni causate dalla Seconda Guerra Mondiale, precipitando in un colpo di stato nel 1958. L’Iraq uscì man mano dalla sfera di influenza britannico-statunitense propendendo negli anni ‘70 più per quella sovietica. Intanto, negli anni settanta, l’Arabia Saudita ebbe una prova concreta del suo peso geopolitico con la crisi del 1973, accrescendo l’influenza dell’islam wahhabita sul mondo mussulmano. Negli anni settanta quindi i tre stati più grandi del Medio Oriente, Iran, Iraq e Arabia Saudita, avevano già mostrato all’Occidente di voler far valere la propria voce quando si parlava del loro petrolio.
E quindi, la Guerra degli 8 anni (1980-88) tra Iraq e Iran fu una guerra per il petrolio e per uno sbocco importante sul Golfo Persico. L’Iraq di Saddam venne appoggiato dagli Stati Uniti così come dall’Arabia Saudita, contro i persiani. Poco importa se Khomeini inneggiava al movimento pan-islamico. La dinastia saudita non considerava e considera i persiani come arabi e sicuramente non come wahabiti. La guerra non la vinse nessuno e vi furono centinaia di migliaia di morti, pochi dei quali petrolieri possiamo dire con certezza. Le cose però si misero male per Saddam quando ebbe la felice idea di rifarsi dei costi di guerra occupando il Kuwait. Le ragioni di questa invasione furono le stesse di prima: petrolio e uno sbocco importante sul Golfo Persico. A differenza che con l’Iran, dove a causa di Khomeini, gli interessi statunitensi erano compromessi, per il Kuwait gli Stati Uniti e alleati organizzarono la Guerra del Golfo (1991), alla quale fece seguito l’invasione anglo-statunitense del 2003. Quest’ultima giustificata dal fatto che il gruppo fondamentalista islamico Al-Qaeda aveva attaccato gli Stati Uniti con sanguinosi ed eclatanti attentati su suolo statunitense. Al-Qaeda era attiva già dalla guerra di liberazione dell’Afghanistan dai sovietici, con appoggio statunitense negli anni ‘80. Questo gruppo si era differenziato per l’uso degli attacchi terroristici di massa. A questi attacchi seguì l’invasione degli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Anche se per fare i pignoli Saddam e Al-Qaeda c’entravano davvero poco tra loro.     
L’eliminazione del regime di Saddam, che è ovviamente giustificabile dal punto di vista dei diritti umani e della morale borghese, ha però avuto l’effetto collaterale di lasciare un vuoto di potere in Iraq. A questo vuoto si è aggiunta la cosiddetta Primavera Araba che a voler di popolo ha eliminato diversi regimi, paradossalmente stabilizzatori, ovvero quello di Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, quello di Hosni Mubarak in Egitto e quello di Muhammar Gheddafi in Libia. Questo ha determinato altrettanti vuoti di potere che i pan-islamici non si vogliono far scappare. In Siria le cose non sono andate così linearmente e la Primavera Siriana per eliminare il tiranno di turno Bashar al-Assad, si è trasformata in una feroce guerra civile. Ovviamente i fondamentalisti pan-islamici di tutto questo traballamento ai vertici hanno approfittato. Non è un caso che l’ISIS sia costituito da ufficiali e mercenari che servivano i regimi dei tiranni di Iraq, Tunisia, e Libia, ora destituiti.  
Paradossalmente le grandi potenze, ovvero Iran, Arabia Saudita e simili, Stati Uniti e alleati, e Israele hanno tutti interessi economici e quindi politici sugli esiti della lotta al potere che sta avvenendo in Siria e Iraq. L’Iran promotrice del pan-islamismo vede in un effettivo califfato islamico un vicino scomodo, molto meglio avere un Iraq fiacco. L’Arabia Saudita ha foraggiato l’ISIS perché potrebbe essere un vicino scomodo per Iran e Israele, a patto che non si allarghi troppo, s’intende. Infatti ora che gli attacchi estremisti diventano un problema di politica interna non ci pensa due volte a giustiziare i terroristi. A Israele, che è alla costante ricerca di terra per poter consolidare lo Stato, il caos creato dall’ISIS potrebbe giocare a favore a patto che le mire espansionistiche del califfato si limitino all’Iraq e alla Siria. Per Israele in fondo fondamentalisti palestinesi, libanesi o dell’ISIS son nemici a cui sanno rispondere a tono quando necessario. Per gli Stati Uniti, primo produttore di greggio al mondo, e per i suoi alleati, l’ISIS è un effetto collaterale dell’invasione dell’Iraq che sta diventando alquanto spiacevole, se si considerano gli investimenti nel ricreare un governo fantoccio in Iraq e gli attacchi imprevedibili di cellule impazzite nel vivo dell’Occidente.     
E quindi lo Stato Islamico altro non è che una creatura del capitalismo petrolifero. È un’espressione del potere che, come ogni fascismo o mafia che si rispetti, deve incutere timore e controllare i mezzi di produzione. La matrice culturale fa parte del gioco; così come i fascisti, i nazisti, gli stalinisti avevano bisogno della loro ideologia e della propaganda per radicalizzare i propri seguaci, anche questo cosiddetto Stato Islamico ha bisogno della sua dottrina del terrore. Ma sempre di soldi si tratta!
E allora, grave sarebbe l’errore dei lavoratori nel farsi confondere dal senso di urgenza completamente comprensibile quando la propria incolumità potrebbe essere in pericolo, e cadere nella xenofobia, nel nazionalismo. Noi lavoratori oggi più che mai dobbiamo cercare l’unità internazionale.
Per chi legge l’inglese due link di approfondimento su cosa sia lo “Stato Islamico” e il mondo islamico:
Fonte:
“Fondamentalismo islamico” di Luca Ozzano

domenica 7 febbraio 2016

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e il problema delle crisi


Henryk Grossmann

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e
il problema delle crisi
 

da Zeitschrift für Sozialforschung, 1 (1/2), 1932, pagg. 55-84.
Ringraziamenti a Rick Kuhn.
Transcrizione e versione html di Einde O’Callaghan per Marxists’ Internet Archive.



I. La realtà concreta come oggetto e obiettivo della conoscenza marxiana


Lo scopo di tutta la scienza sta nell’esplorazione e nella comprensione della totalità dei fenomeni concretamente dati, del loro collegamento e delle loro variazioni. La difficoltà di questo compito è sita nel fatto che i fenomeni non coincidono immediatamente con l'essenza delle cose. La ricerca dell’essenza costituisce quindi il prerequisito per la conoscenza del mondo fenomenico. Ma se Marx vuole conoscere, in opposizione all’economia volgare, “la natura nascosta” e “l’interdipendenza” della realtà economica (Marx, Il Capitale, III 2, pag. 352 [1]), questo non significa che i fenomeni concreti non gli interessino. Al contrario! Alla coscienza sono dati immediatamente solo i fenomeni, con il risultato (già pienamente metodologico) che si può giungere al loro “nocciolo” essenziale nascosto solo mediante un’analisi di tali fenomeni (cfr. Marx, Il Capitale, III 1, pagg. 17-22).

Ma i fenomeni concreti non sono importanti per Marx solo perché rappresentano il punto di partenza e il mezzo per la comprensione del “movimento reale”, ma anche perché questi stessi sono ciò che Marx in definitiva conoscerà e comprenderà nel loro contesto. Dunque egli non vuole in nessun modo, escludendo i fenomeni, limitarsi alla sola ricerca dell'essenza. Piuttosto, l’essenza conosciuta ha la funzione di renderci capaci di capire i fenomeni concreti. Quindi Marx si sforza proprio di trovare la “legge dei fenomeni” che domini “la legge dei loro cambiamenti” (Postfazione alla 2a edizione de “Il Capitale”). 

Incomprensibili e a prima vista assurdi sono, per Marx, solo i fenomeni per se stessi, sconnessi dalla “essenza nascosta” delle cose. Ma sarebbe un errore madornale della scienza economica se a questo punto la questione (cadendo nello sbaglio opposto a quello dell’economia volgare) restasse ferma all’analisi dell’“essenza nascosta” appena scoperta, senza trovare una via di ritorno ai fenomeni concreti, di cui comunque si discute la spiegazione, ossia senza ricostruire le molte mediazioni tra l’essenza e la forma fenomenica! Perciò anche Marx vede in questo cammino dall’astratto al concreto “il metodo scientifico ovviamente corretto”. Qui “le regole astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare” perché “il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo lui, il modo del pensare per appropriarsi del concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito” (Introduzione alla Critica dell’Economia Politica, pag. XXXVI).

Marx fornisce qui un esempio pratico: non è sufficiente dire che nella produzione industriale il valore viene creato secondo la legge generale per cui “i valori delle merci sono determinati dal lavoro in esse contenuto”, poiché i processi empirici nella sfera della circolazione (p. e. l’influenza praticamente verificabile del capitale commerciale sui prezzi delle merci) mostrano “fenomeni che, senza un’analisi completa dei nessi intermedi, sembrano semplicemente presupporre una determinazione arbitraria dei prezzi”, cosicché nasce l’idea che “sia il processo di circolazione in quanto tale a determinare i prezzi delle merci, indipendentemente (entro certi limiti) dal processo produttivo”, ovvero dalle ore di lavoro necessarie alla produzione. Così provare il carattere illusorio di questa idea e stabilire la “connessione profonda” tra il fenomeno e “l’azione reale”, cosa “molto intricata e lavoro alquanto minuzioso”, “è un’opera della scienza che sa ricondurre il movimento visibile, ma solo apparente, al movimento reale interno” (Il Capitale, III 1, pag. 297), “proprio come il moto apparente dei corpi celesti viene ricondotto al loro moto reale ma impercettibile ai sensi” (Il Capitale, I 1, pag. 314).

Dunque “l’opera della scienza” d’importanza critica consiste nell’impegno a cercare “legami intermedi” che ci guidino dall’essenza ai fenomeni concreti, poiché senza questi legami intermedi la teoria, cioè l’ “essenza” delle cose, sarebbe contraria alla realtà concreta. Giustamente Marx ironizzava su quei “teorici” che si perdono in costruzioni irreali. Ma solo “il volgo ha quindi concluso che le verità teoriche sono astrazioni che contraddicono le condizioni reali” (Plusvalore, II 1, pag. 166).

Anche la struttura de “Il Capitale” di Marx, come ho già mostrato [2], corrisponde a questo principio metodologico marxiano e il “metodo delle approssimazioni” lì applicato ha trovato la sua espressione più pregnante nella costruzione degli schemi di riproduzione marxiani. Utilizzando numerose assunzioni semplificanti, viene in primo luogo effettuato il “viaggio” dal concreto all’astratto. Ciò è distinto dal mondo fenomenico, dalle forme parziali concrete, dove il plusvalore entra nella sfera dalla circolazione (utili d’impresa, interessi, profitti commerciali ecc.) e tutta l’analisi dei libri I e III de “Il Capitale” si concentra sul valore e sul plusvalore complessivi, sulla loro creazione e variazione nel corso dei processi di produzione e di accumulazione. Qui “la questione connessa al processo di circolazione” (“Il Capitale”, I 1, pag. 600) viene eliminata. L’oggetto dell’analisi del I e del III libro de “Il Capitale” è esplorare la creazione di plusvalore come essenza generale del processo economico e, successivamente (ciò forma, come ha enfatizzato Marx, precisamente lo scopo e il contenuto del III libro), la connessione interna tra l’essenza scoperta e le sue manifestazioni: stabilire le forme empiricamente date di plusvalore ossia “rintracciare e mostrare le forme concrete che emergono dal processo di movimento del capitale che abbiamo finora considerato nella sua totalità. Nel loro movimento effettivo i capitali si scontrano con tali forme concrete” (“Il Capitale”, III 1, pag. 1).

Qui, nel terzo libro, le assunzioni semplificanti prima effettuate (p. e. la vendita delle merci al loro valore, l’eliminazione della sfera della circolazione e della concorrenza, la trattazione del plusvalore nella sua globalità e l’esclusione delle parti in cui esso si suddivide ecc.) vengono abbandonate e, di conseguenza, in questo secondo livello del metodo approssimato sono gradualmente presi in considerazione i fattori intermedi, precedentemente ignorati, e vengono trattate le forme concrete di profitto nel modo in cui esse si rendono visibili nella realtà empirica. Solo in questo modo si chiude il cerchio dell’analisi di Marx e si verifica che la teoria del valore lavoro non è uno schema irrealistico, ma piuttosto una “legge fenomenica”, ossia forma la base che ci permette di spiegare il mondo reale dei fenomeni. Questa idea è formulata con chiarezza inequivocabile quando Marx dice: “Lo abbiamo dovuto fare nei libri I e II solo con i valori delle merci”…”Ora”, ossia nel libro III, “il prezzo di produzione emerge come una forma di valore modificata” (“Il Capitale”, III 1, pag. 142). E ancora:
“Gli aspetti del capitale, come noi li svolgiamo nel presente (terzo) libro, si avvicinano quindi per gradi alla forma in cui essi si presentano alla superficie della società, nell’azione dei diversi capitali l’uno sull’altro, nella concorrenza e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione” (“Il Capitale”, III 1, pagg. 33-34).