martedì 3 aprile 2018

Capitalismo di Stato sovietico?


Storia di un’idea

Capitalismo di Stato sovietico?

di W. Jerome e A. Buick
(con postilla di R. Mondolfo)


La differenza fra il sistema sovietico e il sistema sociale dell’Europa occidentale e del Nord America sembra così marcata da giustificare una etichetta distintiva; e l’etichetta che è stata adottata per un sistema di proprietà statale dei principali mezzi di produzione è «socialismo». L’ampio accordo, tuttavia, non nasconde divergenze radicali di svariate gradazioni d’opinioni, che rifiutano di applicare la denominazione «socialismo» al sistema sovietico. Ma fra gli stessi dissenzienti non c’è accordo riguardo alla definizione che dovrebbe applicarsi. Il fine di questo saggio è considerare la storia di quella definizione che descrive l’Unione Sovietica come una società capitalista di Stato. Questa teoria è stata sostenuta da tre diversi gruppi ben distinti ideologicamente: 1) i marxisti ortodossi; 2) i «comunisti dei consigli»; 3) i leninisti dissidenti.

I Marxisti ortodossi

Riuscirà probabilmente una sorpresa per la maggior parte dei lettori apprendere che è la scuola di lingua inglese del marxismo tradizionale, derivante dalla Federazione socialdemocratica di Hyndman, e rappresentata dal piccolo Partito Socialista di Gran Bretagna (SPGB) e dagli ancor minori partiti fratelli dei paesi di lingua inglese (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda, Stati Uniti) quella che ha, senza esitazione, affermato che la rivoluzione bolscevica ha portato ad una società capitalista di Stato. Il SPGB si oppose alla guerra del 1914-18, e perciò approvò decisamente l’azione anti-imperialista dei bolscevichi russi, pur condannando la tattica leninista (che riteneva opportunista) sollecitante i lavoratori inglesi a sostenere il Partito laburista. Il SPGB riteneva che il partito bolscevico fosse formato da socialisti intenzionati ad introdurre un sistema di proprietà sociale. Tuttavia il SPGB predisse che questo tentativo sarebbe fallito per la mancanza di un requisito fondamentale per il socialismo, cioè l’esistenza di un’industria moderna e di un proletariato con mentalità socialista. Lenin stesso ammetteva che la proprietà sociale era fuori questione in Russia finché il capitalismo non avesse portato ad un alto sviluppo della produzione sociale. Egli si riferiva all’attività del settore nazionalizzato dell’economia (che era solo un piccolo settore a quel tempo) come ad una forma di capitalismo di Stato. Il SPGB citò Lenin su questo punto, ma ciò non bastava a definire il sistema sociale della Russia sovietica come capitalismo di Stato. La maggior parte della società russa, come Lenin ammetteva, consisteva in un classico sistema di rapporti capitalistici, ben noto in occidente, che coesisteva con una produzione contadina semifeudale e perfino con attività prefeudali di pastorizia e caccia. Poiché il SPGB credeva che lo sviluppo del capitalismo fosse una premessa necessaria al socialismo, esso non condannò Lenin e i bolscevichi. Tuttavia insistette nell’affermare che la Unione Sovietica non era una società socialista, e, inoltre, nel sostenere che il «dominio di una minoranza — sia pure minoranza marxista — non è socialismo». Fu solo nel periodo 1929-30 che cominciò ad applicare il termine capitalismo di Stato alla URSS, quando Stalin collettivizzò l’agricoltura e organizzò una produzione pianificata di merci sotto il controllo dello Stato. In Germania, diversamente dalla Gran Bretagna, i socialisti marxisti avevano un largo seguito e favorevoli prospettive per giungere a posizioni di governo. Dal 1918 il SPD era dunque partito di governo, e l’atteggiamento del suoi dirigenti di fronte al governo bolscevico era determinato più da considerazioni politiche immediate che da una analisi teorica. Perfino Karl Kautsky, la guida ideologica della socialdemocrazia tedesca (sebbene membro dell’opposizione formata dal Partito Socialista Indipendente nel 1918), non tentò alcuna particolare analisi economica della società sovietica. Tuttavia in vari suoi scritti di critica ai bolscevichi si riferì all’Unione Sovietica come a una società di capitalismo di Stato. In Terrorismo e comunismo egli dice: «il capitalismo industriale, lungi dall’essere un sistema privato, è diventato ora un capitalismo di Stato» «Oggi (…) ambedue, stato e burocrazia capitalista, sono fusi in un unico sistema». Tuttavia questo concetto non venne elaborato più a lungo; evidentemente Kautsky considerava la Russia matura solo per l’abolizione dei rapporti feudali della terra, ma non per l’abolizione del capitalismo. Entrambi, Kautsky ed i bolscevichi, credevano che la proprietà statale dei mezzi di produzione e un sistema di retribuzione mediante salario fossero compatibili col socialismo. Essi concordavano altresì nel ritenere che sebbene una società senza salariati e senza Stato possa essere possibile nel futuro, gli sforzi immediati dovessero essere diretti a fini meno ambiziosi. Kautsky e i bolscevichi non erano invece d’accordo sui mezzi adatti ad ottenere questo obiettivo minore. Molte critiche kautskiane al regime instaurato dai bolscevichi erano fondate sul fatto che la loro azione repressiva negava la democrazia politica, e senza democrazia politica la classe lavoratrice non poteva controllare la macchina economica a cui era soggetta, per cui era lasciata nella stessa posizione in cui si trovava in qualsiasi paese capitalista. Di fatto, i lavoratori russi erano in una situazione peggiore di quella del lavoratori di quei paesi dove prevaleva qualche forma di democrazia politica. Più tardi Kautsky parlò di Lenin «che usava il potere statale per la creazione del suo capitalismo di Stato». Egli spiegava che la Russia potrebbe diventare socialista «solo quando il popolo espropri gli espropriatori». «Un cambiamento nelle relazioni formali di proprietà non basta per stabilire il socialismo, perché occorre anche il controllo democratico dello Stato da parte del lavoratori. Mancando questo, i lavoratori si trovano, rispetto al problema del controllo del mezzi di produzione, nella stessa situazione che ha di fronte a sé il lavoratore nei paesi capitalisti». Per Kautsky il controllo democratico del mezzi di produzione attraverso il potere politico era la differenza essenziale fra socialismo e capitalismo di Stato. In scritti ulteriori erano usati da lui altri termini, ma la sua critica rimase sostanzialmente la stessa. Un altro eminente teorico, l’austriaco Otto Bauer, in linea con la tradizione critica marxista nei confronti della rivoluzione bolscevica, affermava che la mancanza di forti e vitali istituzioni democratiche in Russia, così come la sua arretratezza economica, impedivano il raggiungimento del socialismo. Ma a differenza di Kautsky, Bauer prevedeva una graduale maturazione e democratizzazione del regime sovietico. Egli riteneva che il programma di industrializzazione dei bolscevichi avrebbe condotto a una «razionalizzazione economica». Questa a sua volta avrebbe portato alla conseguenza che Bauer credeva derivante dallo sviluppo economico: la democrazia politica. Così egli si aspettava che il regime sovietico divenisse più democratico: «dal dittatoriale capitalismo di Stato sorgerà un ordinamento socialista della società». In certo senso il capitalismo di Stato russo stava costruendo il socialismo. Bauer credeva che la transizione dal capitalismo di Stato al socialismo non avrebbe richiesto una rivoluzione politica, e quindi si opponeva al veemente incitamento di Kautsky per una nuova rivoluzione russa contro i bolscevichi. Al pari di Kautsky, Bauer non usò sempre gli stessi termini nell’analisi dell’URSS come forma di capitalismo. Occasionalmente egli usò il termine «socialismo dispotico». I socialdemocratici tedeschi ed austriaci si opponevano ai bolscevichi a causa delle caratteristiche dittatoriali del loro potere. Quando definivano il regime sovietico «quale capitalismo di Stato», era più per motivi politici che economici. A differenza del SPGB e degli altri partiti socialisti, i socialdemocratici tedeschi non pensavano che il sistema della retribuzione mediante salario, la moneta e lo Stato fossero incompatibili col socialismo. Per i socialdemocratici tedeschi, socialismo significava il controllo democratico delle forze produttive di una società altamente industrializzata. Inoltre la rivalutazione del significato del sistema socio-economico sovietico negli anni ‘30 accentuava la distinzione fra il capitalismo tradizionale e la società sovietica. Nel 1940 l’eminente teorico socialdemocratico Rudolf Hilferding pubblicò una critica della teoria del capitalismo di Stato dell’URSS, nel periodico di lingua russa di New York, Socialist Courier. Hilferding indicava come segno distintivo del capitalismo un’economia di mercato, nella quale i prezzi sono il risultato di un minimo di concorrenza fra i diversi proprietari dei mezzi di produzione. Questa concorrenza «in ultima analisi dà origine alla legge del valore», e determina che cosa e quanto è prodotto. «Un’economia di Stato, tuttavia, elimina precisamente l’autonomia della legge economica... Non è più il prezzo, ma una commissione statale pianificatrice che determina la produzione». Hilferding definiva l’Unione Sovietica come una nuova organizzazione economica né capitalista, né socialista, come una economia di Stato totalitario. L’economia nazista tedesca e quella fascista italiana eran specie meno sviluppate di questo genere.

lunedì 12 marzo 2018

Bitcoin: cosa ne penserebbe Marx?


  • di Cesco 

Abbiamo sentito di tutto in merito ai Bitcoin. C'è addirittura qualcuno che ha osato affermare che i Bitcoin sarebbero un'alternativa alla struttura economico-politica attuale e per questa ragione Marx li avrebbe apprezzati (‘Bitcoin and Marx’sTheory of History’, Kenny Spotz, Bitcoin Magazine 26, July 2014). Poveri noi!
Vediamo allora se Marx avrebbe apprezzato i Bitcoin oppure no. I Bitcoin sono una 'criptomoneta', ovvero un mezzo digitale criptato di pagamento, sicuro, fino a quando non viene “hackerato”, ovviamente. 
Secondo Marx, la sola alternativa al capitalismo è una società basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e dei loro prodotti, una società senza profitto e senza denaro, nemmeno quello criptato o non convenzionale. 
Marx analizzò esaurientemente la natura e la funzione del denaro nel sistema capitalista. Questa la si può trovare nella prima sezione del primo volume del Capitale. Ripassiamone brevemente un paio di concetti.  Qualsiasi cosa che ha la proprietà di soddisfare un bisogno ha un valore d'uso, che è un'utilità, una particolare qualità. 
Ma quando guardiamo lo scambio di due cose e le loro qualità, per esempio due sedie e 0,3 once d'oro, i loro valori d'uso non sono determinanti nello scambio; ciò che conta è una quantità comune misurabile. Nello scambio, queste due cose diventano merci e i loro valori diventano valori di scambio. Così nel nostro esempio, 2 e 0,3 sono i valori di scambio. Però, se guardiamo questo scambio dal punto di vista dell'utilità, due sedie dovrebbero essere più utili di 0,3 once d'oro (diciamo un anello d'oro). Ma chi o cosa decide che due sedie valgano solo 0,3 once d'oro, piuttosto che 20 once o 0,1 once? Questo è determinato dal fatto che l'ammontare di lavoro umano medio in una società, necessario per produrre due sedie e per estrarre 0,3 once d'oro, è il medesimo. Quindi, due sedie così come 0,3 once d'oro, si possono scambiare, come con 8.000 mele, o quattro paia di scarpe. Ogni merce quindi ha equivalenti, che riflettono il tempo medio di lavoro speso nel produrle dall'inizio alla fine. Per convenzione, storicamente, la forma generale di equivalente era attribuita ai metalli preziosi, come l'oro e l'argento, diventando così merce-denaro, come moneta, la quale in sé incarna uno standard di tempo di lavoro allo stesso modo e permette a tutte le altre merci di essere a lei comparata. 
Marx riassume tutto questo in un chiaro esempio:
Se le merci avessero la parola, direbbero: il nostro valore d’uso può interessare agli uomini. A noi, come cose, non interessa. Ma quello che, come cose, ci interessa, è il nostro valore [di scambio].            
            L’oro [inteso come denaro]… funziona come misura generale dei valori [di scambio]
Originariamente, il denaro era una merce, i metalli preziosi (oro e argento), lo erano per le loro proprietà di durevolezza nel tempo e divisibilità; il loro valore di scambio era determinato dal loro peso. A un certo punto, per permettere scambi di più piccola dimensione, altri metalli meno durevoli come il rame vennero usati come monete, sostituendo l'oro o l'argento. Anche gli stessi oro e argento erano soggetti all'usura del tempo, diventando il loro valore sempre più convenzionale e sempre meno connesso al loro peso. Questo spianò la strada a una moneta puramente convenzionale come le banconote. 
La carta per sé ha un limitato valore di scambio, ma convenzionalmente le banconote hanno valori di £20, £50, £100 etc. Ai tempi di Marx le banconote della Banca d'Inghilterra erano ripagabili in oro. La Banca, alla quale era concesso dallo Stato di stampare carta moneta, doveva avere il corrispettivo in riserve auree nelle sue casseforti. 
Come scritto da Marx,
            La monetazione, come pure la definizione di scala di misura dei prezzi, è compito dello Stato.
Inoltre,           
La carta è segno di valore, solo perché rappresenta quantità d’oro che sono pure quantità di valori, come tutte le quantità di merci.

Uno alla volta, i vari governi del mondo decisero di revocare la convertibilità del loro conio in oro, facendone moneta a corso legale (fiat money)Fiat significa in latino “lascia che sia”. Che vuol dire: soldi senza obblighi di convertibilità. Quindi, oggigiorno, una banca centrale, che stampa banconote per concessione statale, può creare soldi dal nulla, aumentando le possibilità d'inflazione. 
Torniamo quindi alla criptomoneta, e a come la giudicherebbe Marx.
È decisamente possibile creare criptomoneta dal nulla; è solo una questione di convenzione. Per diventare una vera moneta, lo Stato deve riconoscerla e in molti paesi, ma non in tutti, Bitcoin e altre criptovalute sono riconosciute legalmente ma solo come valute private. È importante notare che gli inventori dei Bitcoin hanno imposto un limite nel numero circolante (21 milioni) e questa scarsità, assieme ad altri vantaggi, ha dato loro una certa popolarità. L'altro principale vantaggio è che i Bitcoin garantiscono l'anonimato, ideale per chi è interessato a evadere il fisco, al gioco d'azzardo e al riciclaggio. In più gli acquisti non sono tassati. I Bitcoin non richiedono intermediari e quindi hanno costi di trasferimento più bassi. Le imprese possono raccogliere capitali, con i Bitcoin, senza essere valutate nella borsa valori ufficiale. Ad ogni modo, questi vantaggi non spiegano la loro popolarità e loro rapido aumento di valore azionario.
Il Chicago Mercantile Exchange, l'operatore di scambio di derivati più grande al mondo, sta considerando di offrire la vendita di Bitcoin. Questo ha agevolato la bolla speculativa sui Bitcoin anche più grande di quella del “dot-com” della fine anni novanta. Mentre scriviamo questo articolo, nel dicembre 2017, i Bitcoin valevano $15.500, nella loro fase discendente, da un picco di $18.000 circa. Quanto varranno domani, $10.000, $500, $1? Gli investitori compravano Bitcoin perché contavano sul fatto che qualcun altro li ricomprasse da loro, e così via. Contavano su un 'fesso più grosso' che li comprasse da loro, come descritto nell'Economist (1 novembre). Chiaramente, nonostante quello che dice la “Bitcoin community”, questa non è una valuta adeguata per comprare beni quotidiani, ma si è dimostrata ideale per una bolla speculativa, di sicuro non un passo avanti verso il futuro dell'evoluzione umana. 
Marx non penserebbe neanche che i Bitcoin siano una buona valuta, in quanto non stabile come equivalente universale. Marx, allo stesso modo, non penserebbe che neanche il dollaro o ogni altra moneta a corso legale siano una buona forma di equivalente universale, in quanto fittiziamente sostenuti dallo Stato e quando stampati in eccesso causa d'inflazione. Marx non penserebbe che una moneta, invisibile perché digitale e criptata, sia intrinsecamente un passo in avanti o che sia in grado di cambiare l'ordine sociale. Il capitalismo può essere superato solo da un sistema dove i mezzi di produzione e i loro prodotti diventino di comune proprietà dell'intera società, e l’accesso a questi ultimi sia completamente libero. Una società dove l'oro non sarebbe la forma di equivalente universale, come neanche nessun altro tipo di moneta. 
(Tradotto da “Socialist Standard” n. 1362 Febbraio 2018 “Bitcoin: What Would Marx Think?”)

giovedì 8 febbraio 2018

Convergenza “Socialista” e il World Socialist Movement: due poli diametralmente opposti!

Un piccolo partito di recente formazione, noto con il nome di “Convergenza Socialista” (CS), usa impropriamente la corretta definizione di “socialismo”. Questa è stata presa dal vecchio e glorioso Socialist Party of Great Britain (SPGB), attivo fin dal 1904. L’uso improprio di una definizione giusta crea due pericoli, ovvero: quello di passare per un partito che vuole davvero il socialismo, quando invece è altrimenti. E quello di associare in qualche modo il proprio nome al SPGB e quindi al World Socialist Movement (WSM). Questi due rischi noi del WSM non li possiamo correre e, quindi, non solo prendiamo le distanze dalla linea politica revisionista e riformista di CS, ma evidenziamo qui di seguito anche le principali differenze che ci dividono in modo diametrale.
Il SPGB nasce dalla rottura della Socialist Democratic Federation (SDF), appunto nel 1904. La SDF ebbe una nobile origine: fondata da Henry Hyndman nel 1881, vide socialisti del calibro di William Morris, Eleanor Marx e del suo partner Edward Aveling tra i propri membri. Hyndman, già a suo tempo plagiario di Marx (il quale per questo troncò con lui ogni rapporto), era un uomo politico eclettico che guidava il partito in modo autoritario e personale entrando fin da subito in conflitto con molti membri socialisti, tra i quali quelli celebri appena citati. Proprio questi ultimi andarono a formare la Socialist League, una scissione accolta con piacere da Engels, il quale anch’egli poco tollerava Hyndman, ma che, mancando di massa critica, non ebbe il seguito sperato. Proprio per la condotta personalistica e le posizioni revisioniste, riformiste e scioviniste di Hyndman, alcuni membri della sinistra della SDF di Londra andarono successivamente a formare il SPGB. Un partito che da allora non accettò mai più una leadership di partito, né alcuna sorta di riformismo.
Il SPGB e i suoi partiti fratelli, che formano il WSM, ovvero il Socialist Party of Canada, il World Socialist Party of the United States, il World Socialist Party (Ireland), il World Socialist Party (New Zealand) e il World Socialist Party of India, funzionano in modo totalmente democratico e senza alcuna leadership.
La loro intransigenza nei confronti di ogni tipo di revisionismo e di riformismo, allora già incipienti nelle grandi socialdemocrazie della Seconda Internazionale, valse loro il nomignolo di “impossibilisti”. Questo termine (un po’ ironico) fu coniato proprio dai partiti membri della Seconda Internazionale, tra i quali troviamo anche il Partito Socialista Italiano, per indicare coloro i quali pensavano che fosse impossibile partecipare a governi di coalizione con i partiti borghesi “progressisti” (dopo l’affaire Millerand del 1899) e, più in generale, riformare il capitalismo per condurlo gradualmente verso il socialismo.
Invero, Marx ed Engels pensavano che un programma “minimo” di riforme, spontaneamente sollevato dal movimento dei lavoratori stesso, avrebbe aiutato la costruzione di un movimento rivoluzionario socialista globale nel quale la classe lavoratrice sarebbe organizzata come un corpo unico, ma non lo concepivano come strumento per riformare il capitalismo. Tuttavia l’adozione di un programma minimo risultò nella corruzione della natura dei vari partiti social-democratici. Quindi il WSM, nonostante accetti di partecipare alle elezioni politiche, rifiuta categoricamente il programma “minimo”: il suo solo programma è il Socialismo. Come Marx ed Engels, anche il WSM vede i sindacati come organizzazioni di lavoratori occupate, nel migliore dei casi, nella lotta quotidiana di miglioramento delle condizioni lavorative. I sindacati non si occupano del movimento socialista come non si occupano del socialismo. “L’essere membro del WSM non preclude l’attività nei sindacati [anzi], tuttavia ogni membro deve riconoscere i gravi limiti della lotta difensiva dei sindacati sotto il regime capitalista”.

domenica 7 gennaio 2018

Elezioni politiche 2018



La Sinistra riformista:
cosa può ottenere e cosa non farà mai


(adattato da un articolo di Adam Buick intitolato “Corbyn: what he can achieve and what he could not have” apparso sul “Socialist Standard”, n. 1355 del luglio 2017)

Introduzione

Nel 2017 alcuni politici progressisti europei, come per esempio Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia e Sahra Wagenknecht  in Germania, hanno dimostrato almeno una cosa: presentarsi alle elezioni politiche con un programma che promette di tassare le multinazionali e i super-ricchi per finanziare la sanità, l’edilizia popolare e l’istruzione non sempre causa quell’emorragia di voti che tanti politologi-“guru” spesso prevedono. Molti, inclusi vari parlamentari della stessa Sinistra, pensano che scendere in campo oggi con un programma del genere sia un suicidio politico. Alla fine, tornando all’esempio britannico, il programma è stato proprio uno dei fattori che ha permesso al Partito Laburista di aumentare il numero dei suoi parlamentari di 30 unità e il voto popolare del 40%. Naturalmente né Corbyn, né Mélenchon, né la Wagenknecht hanno vinto, ma all’inizio si pensava che sarebbero stati letteralmente polverizzati.
Le elezioni politiche del 2017 in Europa sono state nuovamente una competizione per decidere quale gruppo di politici dovesse guidare l’azienda-paese, ma questa volta per lo meno non è stata, come a volte accade, solo una gara tra due o tre squadre tutte pronte a giurare che il loro partito sarebbe stato il migliore a gestire il capitalismo così com’era. In effetti quest’anno è avvenuta una certa competizione tra molti raggruppamenti che ancora proponevano questo programma e pochi altri (per esempio i Laburisti britannici, La France Insoumise, die Linke) che sostenevano, al contrario, che avrebbero fatto importanti modifiche al capitalismo. Che un numero crescente di persone si esprima contro lo stato attuale delle cose è comunque sempre meglio che votare, senza entusiasmo o cinicamente, come se si dovesse scegliere tra due marche di un detersivo più o meno identico. Se la gente non fosse scontenta dello status quo e non sperasse in qualcosa di migliore allora le prospettive del socialismo sarebbero davvero nulle.

Tuttavia

C’è una bella differenza tra essere in grado di conquistare voti con un programma moderatamente di Sinistra volto a riformare il capitalismo ed esser capaci poi di metterlo in pratica. Se, per esempio, il Partito Laburista di Corbyn avesse avuto ancora più successo e fosse riuscito a vincere effettivamente le elezioni, allora, alla luce di quanto dimostrato dalle esperienze passate dei governi di Sinistra, avrebbe fallito a far funzionare il capitalismo “nell’interesse dei molti e non dei pochi”. E questo non perché i suoi ministri avrebbero dato prova di esser incapaci o venduti, ma perché il capitalismo è un sistema sociale basato, in modo rigoroso, sull’esclusione della maggioranza dalla proprietà e dal controllo dei mezzi di produzione della ricchezza. Questi appartengono a una minoranza che però usa la maggioranza per farli funzionare. Sotto il capitalismo (in quanto sistema economico) la ricchezza è prodotta per esser venduta sul mercato in vista di un profitto la cui origine sta nel lavoro non pagato “dei molti” di cui si appropriano “i pochi”. Promettere di far funzionare il sistema economico nell’interesse della maggioranza e non di una minoranza, implicitamente assume che tale minoranza continui a esistere. Così la Sinistra europea sta dicendo che sotto un ipotetico governo di Corbyn, di Mélenchon o della Wagenknecht, “i pochi” rimarrebbero ai loro posti di privilegio, ma un po’ del loro denaro verrebbe preso e usato a beneficio de “i molti”. Il problema è che l’origine delle entrate de “i pochi” sta nel profitto, e proprio la ricerca del profitto è ciò che guida il sistema capitalista. Minacciando i profitti il sistema economico entrerebbe in stallo. Un governo di Sinistra che tassasse i profitti semplicemente per migliorare la vita de “i molti” si scontrerebbe con la legge economica fondamentale del capitalismo: “niente profitti, niente produzione”.

Ci siamo già passati

Lo scenario tipico, confermato dalla Storia, di un governo di Sinistra è questo: viene eletto e inizia ad applicare il suo programma; scoppia una crisi economica; il governo reagisce facendo retromarcia sulle sue riforme e accettando, in modo più o meno riluttante, che i profitti abbiano il primo posto e poi agendo di conseguenza. Perde popolarità e nell’elezione successiva, o viene sostituito, o viene rieletto con un programma molto diverso: non più riforme radicali, ma soltanto “il male minore”.
Questo è il motivo per cui non possiamo essere entusiasti di Corbyn, di Mélenchon o della Wagenknecht. Per quanto ragionevoli e umani possano essere da vari punti di vista (e nonostante le ampie campagne contro di loro, sono risultati essere certamente più ragionevoli e umani degli altri politici), i loro programmi non sono realizzabili.  Il capitalismo, semplicemente, non può esser fatto funzionare in modo diverso da quello di un sistema che anteponga il profitto alla gente. È il modo in cui opera e in cui deve operare.

Illusione

Ciò vuol dire che la politica e le elezioni politiche sono in realtà basate su un’illusione: chi controlla il governo può controllare il modo in cui funziona l’economia, mentre è esattamente l’opposto: i governi devono adattare le loro politiche al modo in cui opera il capitalismo. Così, alla fine, non importa quale gruppo di politici sia stato eletto per formare un governo. Chiunque siano, qualunque cosa abbiano promesso, dovranno sempre governare nei termini fissati dal capitalismo. In altre parole, se la gente vota per migliorare la propria sorte sotto il capitalismo, sarà frustrata dall’azione delle forze economiche stesse del capitalismo. Non è un sistema che possa accettare la volontà democratica della gente, espressa per esempio in un’elezione, di migliorare le proprie condizioni. I votanti propongono, ma il capitalismo dispone. Questa è la base del detto: “cambiare il governo non cambia nulla”.
L’aspirazione a migliorare le cose è molto positiva, ma non può esser soddisfatta nell’ambito del capitalismo. Ciò che serve a realizzare le speranze di chi ha votato a Sinistra non è la tassazione de “i pochi” a vantaggio de “i molti”. È l’abolizione della divisione sociale in “molti” e “pochi”, convertendo i mezzi di produzione della ricchezza dal possesso (e dal vantaggio) de “i pochi”, alla proprietà comune di tutti per il vantaggio di tutti. Ciò costituirebbe il quadro in cui riorientare la produzione: dal raggiungimento del profitto al soddisfacimento dei bisogni della gente. Non lo slogan riformista: “Il popolo prima dei profitti”, ma quello rivoluzionario: “Il popolo, non i profitti”!

DC

giovedì 14 dicembre 2017

Jahiliyya, l’uso politico dell’Islam

In un precedente post Stato Islamico: una creatura del capitalismo petrolifero (lunedì 8 febbraio 2016) ho affrontato la questione medio orientale più dal punto di vista del fenomeno coloniale e degli interessi che girano attorno al petrolio. In questo post ho analizzato i motivi più interni che hanno determinato l’uso politico dell’Islam.  
Voglio iniziare questo breve approfondimento con una citazione tratta dal volume I del Capitale di Marx:
Il riflesso religioso del mondo reale può, in ogni caso, solo allora finalmente svanire, quando le relazioni pratiche della vita quotidiana offriranno all’uomo nient’altro che relazioni perfettamente intelligibili e razionali con il suo prossimo e la natura.
La religione, quindi, colma un vuoto di razionalità, di comprensione del mondo in cui viviamo. Molti confondono questo con il bisogno umano d’introversione, di sensibilità, di spiritualità. La religione per secoli ha assolto questa funzione, così come ha assolto una funzione didattica, etica e morale. Questa determinazione di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato è ancora oggi un elemento predominate in tutte le religioni. La religione ha anche controllato la scienza, mischiando quindi la conoscenza di fenomeni certi, con idee e credenze fantastiche o soltanto verosimili.
Marx in una frase spiega tutto questo dicendo, in pratica, che quando gli uomini saranno in grado di spiegare i propri rapporti, tra uomo e uomo, e quelli tra uomo e natura, la religione sarà cosa del passato. Questo vorrà dire che l’educazione, l’etica e la morale saranno formalmente determinate da leggi razionali. E questo è quello che in effetti il capitalismo ha già iniziato a fare.
Ma allora perché oggigiorno ci ritroviamo a discutere di religione e, in particolare, di Islam?

giovedì 7 dicembre 2017

Cento anni dalla rivoluzione della minoranza bolscevica in Russia: le critiche dei socialisti italiani e inglesi (Conclusioni)

Conclusioni

Questo breve saggio non ha l'ambizione di essere un resoconto storico completo. Lo scopo principale di questo testo è quello di riportare alla luce in un contesto di sinistra socialista, marxista, intransigente, la critica al leninismo successiva i fatti di "Ottobre". L'aspetto cronologico è fondamentalmente, in questo caso, perché fare gli opinionisti col senno di poi su posizioni e idee generatesi durante l'accadimento dei fatti, è scorretto da ogni punto di vista. Negli articoli esposti è chiaro che dopo un periodo di incertezza avendo notizie molto approssimative sugli accadimenti russi, il socialisti unitari, così come i socialisti del SPGB, assunsero una posizione molto critica nei confronti della dittatura bolscevica; mentre i massimalisti italiani accettarono a pieno il leninismo e si divisero principalmente sull’uso del parlamento, prima, e sulla modalità di collaborazione con i riformisti poi. Ovviamente le nostre idee si basano sia sul riscontro della dottrina marxista quanto sugli sviluppi e i risultati di sconvolgimenti sociali quali anche quelli determinati dal bolscevismo in Russia. 
È immediato notare una certa similarità nelle critiche dei socialisti unitari italiani e degli impossibilisti inglesi. L’immaturità delle condizioni economiche, il potere nelle mani di una minoranza e l’utilizzo inappropriato del termine dittatura del proletariato, per giustificare la dittatura di una minoranza, infine l’uso del terrore. In Treves, almeno negli articoli riportati, che ricordiamo sono subito successivi la rivoluzione, più che in Mondolfo e Turati, c’è una sorta di giustificazione delle azioni di Lenin e soltanto un ammonimento della sua applicabilità solo alla situazione russa. Nei tre socialisti unitari, troviamo molti elementi di critica comuni a quelli presenti nel SPGB. La mitizzazione del Soviet, e della sua democraticità, la mancanza di condizioni economiche per poter parlare di instaurazione del socialismo, e ripiegamento sul capitalismo. Turati, Treves, Modigliani e gli altri socialisti unitari, furono presto al centro della polemica tra i bolscevichi e i massimalisti italiani, in merito ai 21 punti per l’ammissione del PSI nella Terza Internazionale e la condizione necessaria di estromissione di tali riformisti dal partito. La loro critica venne quindi vista come quella di social-traditori alla Kautsky del resto.
Come già accennato nel preambolo, nonostante le similarità delle critiche da parte dei socialisti unitari e di quelli inglesi del SPGB, paragonare uno a uno il PSI al SPGB in termini di seguito nelle masse non sarebbe storicamente corretto. Per attenersi a quel periodo il PSI aveva ottenuto 883.409 voti (17,62%) nel 1913; e 1.834.792 voti (32,28%) nel 1919, aveva una grande presenza nei sindacati confederali, soprattutto la frazione unitaria; mentre il SPGB non raccoglierà voti nelle elezioni generali fino al 1945; in più il SPGB (probabilmente sui 150-200 membri all’epoca) era un partito fisiologicamente più piccolo del PSI, che aveva 200.000 iscritti nel 1920. D’altro canto si potrebbe dire che non scendere a compromessi si paga in popolarità.
Questa analisi non vuol fare nemmeno un’associazione tra gli impossibiliti inglesi, ai quali il nostro Movimento Socialista Mondiale si rifà, e i riformisti italiani. I socialisti unitari (ossia i riformisti, italiani) erano oramai dell’idea di cambiare gradualmente il capitalismo mediante l’uso delle riforme e grazie al suffragio universale, nel quale riversavano una fiducia, se non una fede, sproporzionate. La posizione del SPGB era (ed è) chiara in merito: se la maggioranza dei lavoratori non concepisce la produzione sociale (e quindi non è organizzata per essa) non potrà attuare la rivoluzione del sistema socio-economico per mezzo della presa del potere politico. Tale rivoluzione socio-economica attuata da parte della maggioranza dei lavoratori organizzati e addestrati alla produzione sociale sarà democratica. Quindi niente evoluzionismo. Questo ci differenzia dai riformisti-revisionisti, come anche niente salti, niente minoranze o leader illuminati, e questo ci differenzia dai rivoluzionari-centralisti.           
Storicamente, in sostanza, i risultati, e il peso, dei "minimalisti", e degli impossibiliti, furono così marginali, che si tende a dimenticare quello che di buono, talvolta "profetico", la loro analisi a caldo conteneva, e contiene. Per gli anni a venire la bolscevizzazione del Partito Comunista prima, e di quello Socialista poi, egemonizzò il pensiero della maggioranza della classe lavoratrice di sinistra. Questo portò in classico stile bolscevico a cancellare ogni critica, che venisse dalla "destra" e dalla “sinistra” marxista. Il nazional-comunista Palmiro Togliatti fu la personificazione, in Italia, di questa censura, e distorsione, con la sua esaltazione di un certo Gramsci e la distruzione di voci come quelle di Turati, Treves, Rodolfo Mondolfo, ma anche socialisti come Lelio Basso, Angelica Balabanoff, e leninisti come Bordiga, Onorato Damen, Ottorino Perrone, e Pietro Tresso, quest’ultimo addirittura fisicamente eliminato dagli stalinisti.
Quando l’Unione Sovietica non poté più essere difesa neanche dal punto di vista ideologico più bieco, allora si incominciò ad addossare tutte le colpe a Stalin, che nonostante fosse stato un dittatore sanguinario, fu tra la maggioranza degli incerti in merito all’insurrezione d’Ottobre, spinta principalmente da Lenin.
Per la sinistra comunista italiana, il discorso della deviazione della rivoluzione russa fu un po’ più intricato, in quanto ammetteva e ammette sì la rivoluzione politica in Russia, ma ad un certo punto non quella economica. E fu anche, come visto, altrove, forte oppositrice della bolscevizzazione del Partito Comunista d’Italia.      
Infine, nonostante il lunghissimo strascico devastante dell’influenza del leninismo sul socialismo marxista, bisogna dare del credito a Lenin come marxista. Lenin era di sicuro un “blanquista”, ovvero credeva che una minoranza, regolata da una rigida disciplina, potesse rivoluzionare il sistema sociale, che secondo lui doveva passare per il Capitalismo di Stato, ma come si è visto in queste ampie citazioni, fu molto più realista di altri leninisti, o dovremmo dire “blanquisti” per coerenza. Purtroppo, l’identificazione del marxismo col leninismo, che io continuerei a chiamare “blanquismo”, non fece che dar credito agli anarchici bakunisti, della Prima Internazionale, che criticavano in Marx l’eccessivo autoritarismo centralista. Il marxismo è ben altro che autoritarismo, ma spiegalo un po’, dopo che il leninismo è diventato l’emblema del marxismo.   
Cosa impariamo dalla rivoluzione di ‘Ottobre’ quindi? Che la rivoluzione del sistema economico-sociale non fa salti, si deve basare sul massimo sviluppo delle forze produttive capitaliste. Che non può che essere globale e instaurata dalla maggioranza della classe lavoratrice cosciente. Che per quest’ultimo motivo la classe lavoratrice deve vincere l’egemonia culturale della classe dominante e prendere coscienza. La rivoluzione non è né violenza anarchica né un graduale processo di riforme del capitalismo.
Solo oggi incominciamo ad intravedere il pieno potenziale del sistema capitalista applicato a livello globale, con la Cina, l’India, il Medio Oriente in forte sviluppo. Allo stesso momento, vi sono parti nel mondo ancora ai primi passi verso questo processo. Il capitalismo del XXI secolo non ha ancora risolto le sue contraddizioni, nonostante quanto sostengano le svariate creative formulazioni degli economisti asserviti alla classe capitalista. Le contraddizioni del capitalismo sono sempre più evidenti: ricerca del massimo profitto a scapito dell’uomo e dell’ambiente, guerre di interesse commerciale e strategico, terrore, disoccupazione, immigrazione di massa, propaganda di regime, sistema di educazione conformato al pensiero piccolo borghese, povertà, e disparità economica.
Secondo il Movimento Socialista Mondiale la via di uscita c’è, ed è un processo sulle spalle di tutti noi lavoratori, organizzati al di fuori del sistema capitalista, in modo davvero democratico, quindi senza capi o condottieri.


Lavoratori di tutto il mondo unitevi! Da perdere avete solo le vostre catene!  

domenica 3 dicembre 2017

Cento anni dalla rivoluzione della minoranza bolscevica in Russia: le critiche dei socialisti italiani e inglesi (Parte II)

Reazioni del “Socialist Standard”

Nell’articolo pubblicato a gennaio del 1918, si fa menzione alla presa del potere da parte dei Bolscevichi, ma c’è molta cautela nel commentare notizie parziali e poco attendibili. Si menziona come positivo l’armistizio firmato dai bolscevichi. In agosto, sempre del 1918, quando le informazione sono ormai chiare c’è la presa di posizione del SPGB con “The Revolution in Russia: Where it Fails”. Si fa menzione di due pamphlet “Guerra o Rivoluzione” di Trockij pubblicato dal “Socialist Labour Party” a Glasgow, scritto prima della rivoluzione e uno di Litvinov. In primis l’articolo dello Standard espone in termini negativi Trockij il quale nonostante si dica marxista, si stupisce della decisione dell’Internazionale Socialista di votare i crediti di guerra,
Da ogni marxista serio questo era da aspettarselo. Il partito socialista sta fermamente e solidamente sulla linea della guerra di classe … Negli anni passati il S.P.G.B. da solo in questo paese, e gruppi marxisti in altri paesi, hanno sottolineato che le sezioni di Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Austria ecc. …, le quali formano la maggioranza dell’Internazionale, hanno o abbandonato, o non hanno mai accettato di schierarsi in favore della guerra di classe, e non erano quindi Socialiste nel vero senso della parola”
Il secondo pamphlet di M. Litvinov scritto a marzo del 1918, non aggiunge nulla alla nostra conoscenza degli affari russi, prosegue l’articolo dello “Standard”, che quindi va avanti descrivendo la situazione in Russia:
“Perfino la Russia d’oggi è in larga misura un paese agricolo, alcune fonti dicono che l’80 per cento della popolazione sia occupata nell’agricoltura; il loro sistema, ad ogni modo, ha certi aspetti peculiari che necessiterebbero un tomo voluminoso per descriverli.
Nel complesso la popolazione agricola è divisa in gruppi di villaggio, o comunità, basate primariamente su quel che viene chiamata ‘mir’. Ad ogni contadino è assegnato un certo ammontare di terra, a seconda del numero di componenti della sua famiglia. La sua proprietà viene cambiata periodicamente così da prevenire che qualcuno possa tenere per se la terra migliore. Se la popolazione aumenta oltre i limiti della terra controllata dalla ‘mir’, si forma un gruppo, e si sposta su una nuova terra, nel modo descritto molto bene da Julius Faucher nel suo arguto saggio ‘Il sistema agrario russo’. Siccome questo gruppo è collegato alla vecchia ‘mir’, le comunicazioni e le relazioni tra loro sono mantenute, e la proliferazione potrebbe vedere una serie di villaggi espandersi oltre una certa area, e avere una connessione più o meno lassa l’uno con l’altro. La terra, però, non è posseduta dal gruppo di villaggio. In ultima istanza è posseduta dallo Czar nella sua qualità di Padre del Popolo; ad ogni modo, grandi possedimenti sono concessi ai nobili per i loro servizi militari e altri servigi resi alla corona. 
Questa proprietà, per quanto peculiare possa diventare, è concessa da tutte le ‘mir’ previo pagamento di una quota per la terra, solitamente denominata tassa. Questa tassa viene pagata al nobile quando egli ha il possedimento, e allo Czar quando questo è il padrone diretto.”