lunedì 15 maggio 2017

La Frazione della sinistra comunista italiana

Con questo articolo continuiamo la serie sul Giovane Bordiga illustrando la sua influenza politica determinatasi nella Frazione della sinistra comunista fino alla sua dissoluzione con la fondazione del Partito Comunista Internazionalista. Bordiga e la sinistra italiana accettarono la rivoluzione bolscevica di Ottobre come loro nuovo punto di riferimento. La loro intransigenza contro ogni tipo di corruzione della dottrina marxista, ogni tipo di collaborazione tra classi, e in alcuni casi con i sindacati, però li farà etichettare dagli stessi bolscevichi come infantili estremisti, settari e dottrinari. Comunque leninisti, i sinistri italiani saranno tra i primi a denunciare negli anni 20 la degenerazione politica del partito bolscevico, e alla fine negli anni 30, la degenerazione economica dell’Unione Sovietica. Nonostante ciò rimarranno ancorati al centralismo e alla coercizione delle masse. Questo articolo si concluderà con la citazione della risposta di Melvin Harris del nostro Partito, alla sinistra comunista, il quale taglierà corto sulla questione della degenerazione della rivoluzione russa. Questa non fu una rivoluzione Socialista, dice, ma condotta da una partito che era giacobino nella struttura e nel fine.

La sinistra comunista italiana storicamente origina dalla frazione intransigente rivoluzionaria presente all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa frazione, come visto nel precedente scritto sul Giovane Bordiga, si opponeva a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911 l’ex-operaista Costantino Lazzari aveva pubblicato “I principi e metodi del Partito Socialista Italiano” difendendo l’originale programma di partito del 1892 dalle degenerazioni riformiste. In termini semplicistici possiamo trovare in questo l’origine del concetto dell’invarianza del Programma del partito comunista, ovvero il leitmotiv, di Bordiga.  

Nell’Ottobre del 1917 il colpo di mano bolscevico alla rivoluzione russa, divise presto la frazione intransigente. Se i così detti riformisti di Turati, come Rodolfo Mondolfo, erano dell’opinione che la rivoluzione bolscevica era contro le condizioni oggettive storiche per instaurare il Socialismo, la frazione intransigente del PSI si divise tra astensionisti e massimalisti. Gli astensionisti si organizzarono nella “Frazione Comunista” fondata di fatto da Bordiga, subito prima del decisivo XVI Congresso del partito tenutosi a Bologna nell’Ottobre del 1919. La frazione era contro l’uso dello strumento elettorale in quanto spreco di preziose risorse rivoluzionarie, legittimazione dei riformisti, e fonte di corruzione degli intransigenti eletti. I massimalisti erano invece allo stesso tempo sia per la partecipazione elettorale che per la rivoluzione violenta. Alla luce dei fatti di Russia, Germania e Ungheria, durante il XVI Congresso del PSI i massimalisti riscrissero il programma originale del 1892 in uno più genuinamente rivoluzionario, il contributo di Bordiga fu però ridimensionato. Malgrado l’opposizione di Lazzari e Turati, il Partito votò per l’ingresso nella Terza Internazionale (Comintern). Il nuovo capo di fatto, anche se non segretario, divenne Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti. Bordiga fu molto critico nei sui riguardi perché considerava la sua posizione ipocrita, ovvero sostenitrice dell’azione parlamentare e allo stesso tempo conclamatrice della rivoluzione di classe e dell’unità di partito. Unità di partito che avrebbe significato coesistere con i riformisti di Turati. Tuttavia, la politica unitaria di Serrati, diede in qualche modo, dei frutti, ovvero il 30,4% dei voti per il PSI, alle elezioni del 1919. 

domenica 7 maggio 2017

Imperialismo: dove Lenin sbagliò

Abbiamo tradotto questo recente articolo pubblicato sul Socialist Standard n. 1353 di Maggio 2017, non solo perché ne condividiamo a pieno il contenuto, ma anche perché riteniamo che sia un elemento di analisi importante per ridare credito al socialismo marxista. Considerare personaggi del passato, come del presente del resto, infallibili o allo stesso modo dei completi falliti non è mai realistico. Il Movimento Socialista Mondiale ha spesso pubblicato materiale anti-leninista, ma questo non va letto come un voler screditare l’uomo politico, il rivoluzionario o il socialista a prescindere da tutto. E’ importante però analizzare la sua opera e le sue azioni con gli strumenti forniteci dal materialismo storico. Secondo il nostro punto di vista Lenin, già dalla sua presa di posizione del 1902 nel impostare il partito socialdemocratico russo in termini gerarchici avanguardisti, è uscito dal seminato. Il suo atteggiamento denigratorio nei confronti di chi lo criticava, premiato dal suo indiscusso successo politico grazie a quello che fu davvero il suo più grande risultato, ovvero ottenere il potere politico con il colpo di stato di Ottobre, ha determinato una visione ampiamente deformata di cosa è il Socialismo e di come si può raggiungere. Questo breve articolo a seguire rimette in prospettiva l’analisi di Lenin sull’imperialismo e la questione coloniale. Questione coloniale che è anche oggi lungi dall’esser chiusa, se consideriamo, per esempio, gli strascichi nel nord Africa e nel medio oriente. E’ storia dell’altro ieri di movimenti di sinistra internazionalisti sfaldatisi sulla questione della lotte di liberazione dal colonialismo, ci riferiamo per esempio alla sinistra comunista italiana e francese all’inizio degli anni ottanta.                     


Imperialismo: dove Lenin sbagliò

Il mese scorso sono passati cento anni dalla pubblicazione dell’opuscolo di Lenin ‘Imperialismo, la fase superiore del capitalismo’. Riguardiamo qui i suoi difetti.  
Nella sua introduzione Lenin scrisse che l’opuscolo era basato sui punti di vista espressi nel libro ‘Imperialismo’ (1902) dallo scrittore inglese, non marxista, JA Hobson e quelli del socialdemocratico austriaco Rudolf Hilferding nel ‘Capitale Finanziario’ (1910). Hilferding, si basava soprattutto sull’esperienza tedesca, descrivendo come le banche, attraverso quello che oggi chiameremmo investimento bancario, erano arrivate a fondersi con il capitale industriale, raccogliendo capitale per gli industriali e non solo facendoli pagare per questo servizio ma trattenendo una quota per se stesse. Hobson, il quale era un sottoconsumista, sosteneva che ciò che aveva portato all’imperialismo, inteso come investimento e espansione territoriale all’estero, era il sovrappiù di capitale che non riusciva a trovare uno sbocco proficuo nel paese d’origine.        
Lenin combinò queste due visioni venendone fuori con una definizione di imperialismo come ‘lo stadio monopolistico del capitalismo’ dove ‘il capitale finanziario’ e allo stesso tempo ‘il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche’ si era ‘fuso con il capitale delle unioni monopolistiche industriali’. Accettando la teoria del sovrappiù di capitale di Hobson, Lenin disse che il ‘capitalismo monopolistico’ aveva condotto alla formazione di ‘associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo tra di loro’ e la ‘ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche’.   
Questa era una descrizione passabile di alcuni aspetti del capitalismo a quei tempi, specialmente in Germania, e Lenin aveva ragione nel vedere la prima guerra mondiale come una guerra di ripartizione del mondo tra le più grandi potenze capitaliste. D’altro canto però la sua approvazione della teoria del sovrappiù di capitale di Hobson come una spiegazione per ‘esportazione di capitale’, ovvero, investimenti all’estero, lasciava dei dubbi. Una più lineare spiegazione dell’investimento di capitali all’estero sarebbe che era più proficuo investirli lì che a casa propria.       
Lenin errava anche nel vedere la fusione in stile tedesco di banche e capitale industriale come ‘la fase superiore del capitalismo’. Era un’opinione comune tra i partiti socialdemocratici a quel tempo che la competizione capitalista avrebbe condotto ai monopoli e che quello che ai socialisti toccava fare era prendere possesso di questi monopoli trasformandoli in proprietà comune e riorientare la produzione per soddisfare i bisogni della gente piuttosto che per il profitto. Karl Kautsky aveva ipotizzato che il processo di monopolizzazione poteva portare a un singolo consorzio monopolistico mondiale e a un accordo di non aggressione tra le potenze imperialiste, che egli chiamò ultra-imperialismo. Lenin aveva ragione nel dire che questo era impossibile in quanto le potenze non avrebbero mai trovato un accordo su una suddivisione permanete del mondo ma avrebbero cercato di cambiarlo a seconda di come cambiavano le loro forze. Ma Lenin non vide che questo concernesse i ‘monopoli’ nei suoi paesi ‘imperialisti’. La classe capitalista non era un blocco monolitico ma composta da sezioni diverse con interessi diversi e nessuna voleva essere tenuta in sacco da qualche monopolio. Da cui l’intervento ‘antimonopolistico’ negli Stati Uniti e la nazionalizzazione, e anche la minaccia di nazionalizzazione in Gran Bretagna.    
Fedele al suo stile polemico, Lenin attribuiva un movente a Kautsky, accusandolo di difendere un pacifico capitalismo mondiale anche se Kautsky aveva solo immaginato ‘l’ultra-imperialismo’ come una possibilità teorica. Lenin postulò un collegamento tra ‘l’opportunismo’ del quale accusava Kautsky e ‘l’imperialismo’, argomentando che il riformismo dei partiti Socialdemocratico e Laburista d’Europa era dovuto alle potenze ‘imperialiste’ che usavano una parte dei loro ‘alti profitti monopolistici’ per corrompere ‘certe sezioni di lavoratori’ nel sostenere il riformismo e lo stato nel quale questi vivevano. Dopo il colpo di stato bolscevico questo argomento fu sviluppato in una teoria bell’e fatta che lo strato più alto dei lavoratori in paesi con colonie era stato corrotto per sostenere il capitalismo per dei super-profitti derivanti dall’esplorazione coloniale e che l’indipendenza dei territori coloniali avrebbe ridimensionato questo fenomeno, con il risultato che, deprivati della loro quota di super-profitto, i lavoratori avrebbero abbandonato il riformismo e sarebbero diventati rivoluzionari.  
Questo fu un errore per un numero di ragioni. In primo luogo, va contro la teoria marxiana dei salari che sostiene che i salari sono il prezzo di quello che i lavoratori vendono e che salari più alti riflettono più alte capacità e preparazione tecnica, non qualsivoglia condizione di plusvalore come implicava Lenin (ovvero che parte dei soldi che alcuni lavoratori ricevono dai loro padroni sia una quota di plusvalore, estratto dai lavoratori delle colonie*). In secondo luogo, questo portò a sostenere la creazione di nuovi stati capitalisti per il beneficio della classe capitalista locale. In terzo luogo, presuppone che i lavoratori diventino meno riformisti se il loro livello di vita è diminuito.      
Lenin stesso menzionò un’obiezione, che attribuiva all’anti-militarista menscevico Martov, che la situazione per i socialisti sarebbe alquanto disperata ‘se fossero proprio i lavoratori meglio pagati ad essere inclini all’opportunismo’, per esempio gli ingegneri qualificati. La replica di Lenin era, tipicamente, di accusare anche Martov di difendere l’opportunismo e il riformismo.
Se i bolscevichi non avessero conservato il potere in Russia questo lavoro sarebbe rimasto un opuscolo sconosciuto e datato. Tuttavia, data la posizione di Lenin e la sua successiva semi-deificazione, fu gonfiato in un’opera seria di ricerca e teoria. Il risultato fu che le sue idee errate – specialmente in merito a dei lavoratori che condividono lo sfruttamento coloniale e che i socialisti dovrebbero sostenere l’emergere delle classi capitaliste ‘anti-imperialiste’ – divennero più ampiamente accettate di quanto sarebbero state altrimenti.      
ADAM BUICK (traduzione di Cesco)

* comunicazione personale dell’autore al traduttore

giovedì 16 marzo 2017

La partecipazione politica

Iniziamo con il definire cosa si intende per classe lavoratrice e cosa si intende per politica. La classe lavoratrice è costituita di fatto da tutti coloro i quali sono costretti a vendere il proprio lavoro (forza lavoro) per una remunerazione, salario o pensione, per sostentarsi, e sostentare i membri della propria famiglia non in grado di lavorare, per il resto dei loro giorni. Fare parte di questa classe è uno stato di fatto economico e di conseguenza sociale e non vuol dire automaticamente esserne a conoscenza. Per politica si intende, l’arte o l’attività di organizzazione e amministrazione di una collettività sociale.
Troppo spesso oggi il lavoratore non ha una chiara idea di appartenenza alla propria classe sociale, la classe lavoratrice appunto. L’unico senso di appartenenza che gli rimane è quello culturale, legato al posto dove è cresciuto, o più in generale, alla cultura nella quale è stato allevato. Spesso anche se approssimativamente questa appartenenza culturale si identifica con l’identità nazionale. Il risultato è che sfruttati e sfruttatori si sentono tutti e due legati da un minimo comune denominatore che è la madre Patria.
Allo stesso tempo, troppo spesso, oggi il lavoratore identifica la politica con l’organo di governo della classe dominante, ovvero lo Stato borghese impersonato dai suoi rappresentati, i politici. Giustamente una larga fetta di lavoratori, se non la maggioranza, non sente che i suoi interessi siano rispettati da questa politica. Questo è dimostrato dalla bassa affluenza alle urne alle elezioni politiche. In più vi è il diffuso senso di diffidenza e disprezzo nei confronti di chi organizza e amministra la cosa pubblica. Questo senso è giustificato dalla mala amministrazione, le cammorrie, o mafie che si vogliano chiamare, le quali puntualmente mostrano i politici come dei parassiti che mangiano a quattro ganasce sulla cosa pubblica.
Questo stato di cose, ovvero la mancanza di coscienza di classe e la identificazione della politica in una istituzione oligarchica (in mano a una casta), estranea e addirittura corrotta, lascia i lavoratori in uno stato di frustrazione che sfocia in diverse manifestazioni, da movimenti reazionari intolleranti più o meno autoritari e nostalgici, demagogici (ovvero senza sostanza che accontentato solo apparentemente il popolino), a movimenti moralisti. Questi ultimi sono per una politica sempre oligarchica anche se “democraticamente” eletta, ma che funzioni, ovvero ben amministrata e non corrotta, cioè, moralmente onesta. E poi c’è la maggioranza silente che rimane a guardare in uno stato di impotenza o indifferenza. Questo tipo di reazioni ovviamente non fanno parte della lotta della classe lavoratrice cosciente del suo ruolo nella società.
Se avessimo una classe politica governate perfetta, come vogliono i moralisti, questo non risolverebbe lo stato di sfruttamento della classe lavoratrice. La disoccupazione, le basse pensioni, i tagli ai posti di lavoro nei settori non più redditizi agli imprenditori sarebbero i medesimi. Questo perché anche nel sistema capitalista “onesto”, il profitto viene prima di tutto, e quindi è totalmente moralmente onesto, secondo la morale borghese si intende, assoggettare la maggioranza della popolazione al lavoro salariato o affamarla se tale lavoro può essere spostato dove è più economico. Ecco che la vera indole della morale della classe padronale viene svelata: il profitto. Lottare per una classe dirigente “onesta” non è che la trappola più insidiosa della borghesia. Il voto elettorale in questo caso quindi rimane il pretesto per legittimare gli interessi economici della classe che detiene il potere economico.  Attraverso questo meccanismo la classe che detiene il potere economico si assicura quello politico.
Ma allora come interagire con la politica? Se torniamo alla sua definizione, la politica non è nient’altro che l’arte di gestire, ovvero organizzare e amministrare la collettività sociale. Ma è il sistema economico attuale che impone che da questa gestione la collettività stessa debba essere esclusa. La borghesia si nasconde dietro al suo falso concetto di democrazia, secondo il quale la collettività assolve il suo compito sociale scegliendo i suoi amministratori e organizzatori mediante il suffragio. Ma la collettività dovrebbe e può gestire direttamente se stessa. Ovviamente la classe dominante ci tiene a precisare che questa è utopia, in quanto se gli venisse tolto il diritto di proprietà sui mezzi di produzione e su ciò che producono (ovvero la cosa pubblica), questa classe non esisterebbe più.  La classe dominante proprio perché proprietaria di tali mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero del potere economico, ci tiene a ribadire che senza di essa e della sua rappresentanza politica, eletta “democraticamente” dalla collettività, la società non potrebbe funzionare o addirittura esistere.
Ora, avendo, la classe dominante, sradicato qualsiasi tipo di coscienza di classe nella classe lavoratrice, ovvero quella che deve lavorare per campare, non può far altro che trovare conferma nel disinteresse e nella disorganizzazione ti tale classe per rafforzare la propria posizione di indispensabilità. Non è un caso che questa entri a legiferare nell’intimo della libertà del singolo individuo, cercandolo di legare mani e piedi e inculcandogli l’idea di essere un cittadino che deve imparare a stare al suo posto a tutti i costi, anche in casi estremi, come di guerra e fame.
Ma tutto questo non è altro che un sistema sociale ed economico che deve essere rovesciato.
Il nostro intendimento di politica è semplice. La collettività sociale deve organizzare e amministrare se stessa. Per fare ciò deve prendere possesso dei mezzi di produzione e del prodotto sociale, ovvero in parole semplici, cessare di lavorare per il profitto di un padrone, deve quindi organizzarsi in centri di amministrazione del prodotto sociale, ovvero tutto ciò che ora è merce, sia materiale che astratta, e distribuirlo secondo i bisogni di ognuno.  Investire parte del tempo ora dedicato al lavoro retribuito a questa attività di organizzazione e amministrazione della collettività sociale, vorrà dire fare effettivamente politica.

L’annullamento di ogni tipo di mercimonio e di profitto, libererà interi settori di lavoratori e moltissime risorse, tra le quali gli odierni disoccupati che saranno finalmente disponibili nel contribuire alla produzione sociale e alla sua organizzazione e amministrazione quindi distribuzione. Questo si può semplicemente ottenere investendo una frazione di tempo al giorno, alla settimana o al mese, nel prendere parte all’attività di gestione di Gruppi locali, li si chiami Comuni, Consigli, la sostanza non cambia. Qui invece di gestire gli interessi di una minoranza si gestiranno le risorse, la produzione e la sua distribuzione in coordinamento con gli altri Gruppi. Ovviamente tali Gruppi saranno uniti in una rete globale, dove il problema delle risorse, della produzione e della distribuzione sociale sarà armonizzato secondo le singolarità e esigenze locali, ma anche tenendo conto dell’equilibrio globale. I mezzi di comunicazione ora utilizzati per tenere il popolo bue al suo posto, con panem et circenses, saranno sfruttati per la gestione globale del prodotto sociale. Le diversità culturali, usi e costumi, non saranno più associate al concetto di patria e di nazione sovrana, non ci sarà più l’esigenza di avere confini, ma tali diversità saranno fonte di ricchezza intellettuale e spirituale. Il turismo, per esempio, continuerà a esistere, ma gli sforzi andranno verso la libera distribuzione della conoscenza nel rispetto dell’ambiente. Non più orde di turisti trattati come mandrie per mungerli fino all’ultimo penny. L’educazione, intesa come istruzione, e la ricerca saranno attività cruciali per questo nuovo tipo di società. In quanto l’educazione dell’individuo nel rispetto delle regole sociali sarà necessaria per il buon funzionamento del sistema sociale e il miglioramento del razionale uso delle risorse nel processo di produzione, e l’equa distribuzione sarà il cardine della nuovo sistema socialista.