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domenica 16 gennaio 2011

C'è un'alternativa

Il mondo è ricco di materie prime, di tecnologie, di conoscenze e di capacità umane, al punto che se il mondo fosse organizzato in un modo differente, tutti potrebbero godersi una vita soddisfacente in assenza di povertà.

Perché non riorganizziamo la società in modo da ottenere i benefici di questi progressi scientifici? Perché tutti i governi (che la gente mette al potere) cercano soluzioni all’interno della struttura del sistema sociale basato sul denaro, sulle retribuzioni e sulla compravendita.

La storia ci mostra che il capitalismo fu istituito da una minoranza di persone (i proprietari del capitale) per dirigere nell’interesse di quella minoranza. Se tutti avessimo abbastanza capitale, non saremmo obbligati a diventare schiavi salariati – quindi chi farebbe tutto il lavoro?

Pertanto, se non c’è profitto, non c’è produzione e non c’è nessuna disponibilità. Questo è il modo in cui il sistema attuale funziona! Se non puoi permetterti qualcosa, devi farne a meno.

Alcune persone (siccome sono state stimolate a pensare solo in termini di denaro, retribuzioni e compravendita) rifiuteranno sicuramente qualsiasi alternativa etichettandola come un sogno remoto. Altre sosterranno che la natura umana la renderebbe impossibile.

È essenziale che si capisca e si creda nella capacità della gente di cambiare, altrimenti si finisce per abbandonare qualsiasi possibilità di un cambiamento serio nella società.

L’alternativa è il mondo che appartiene a tutta la sua gente, producendo le cose di cui abbiamo bisogno per vivere e goderci la vita. Soddisfacendo direttamente i bisogni della gente! Ciò significa niente denaro, retribuzioni e compravendita.

Perché dovremmo riacquistare quello che abbiamo prodotto collettivamente?

Questo antiquato sistema di razionamento deve sparire. C’è un mondo di abbondanza per cui lavorare. Il lavoro sarebbe cooperativamente organizzato su basi volontarie. Tutti avrebbero libero accesso a ciò di cui hanno bisogno, e avrebbero un’equa voce e voto in decisioni che influirebbero sulla loro vita.


L’Avvento e il Declino del Denaro

Molte persone pensano che il denaro sia sempre esistito e perciò che esisterà per sempre. Sbagliato.

Gli esseri umani hanno vissuto su questo pianeta per centinaia di migliaia di anni senza usare il denaro. Quando erano affamati, mangiavano. Quando erano assetati, bevevano. Qualsiasi cosa che era disponibile per chiunque era disponibile per tutti.

Non era il paradiso, perché il cibo era scarso, e le comunità in crescita erano alla fine obbligate dalla scarsità a competere per vivere.

In primo luogo avvenne l’invenzione dell’agricoltura, e la conseguente necessità di difendere la terra, o proprietà, su cui i raccolti venivano coltivati.

Benché questo diede alle comunità più stabilità e crescita, l’agricoltura e l’allevamento di animali non potevano da soli fornire tutto quello di cui avevano bisogno per svilupparsi come culture. Perciò avevano la necessità di associarsi con altre comunità e di ottenere le loro risorse. Ma nella nuova cultura della proprietà non ci fu mai più la libertà di prendere qualsiasi cosa che era disponibile.

E quindi iniziò lo scambio di prodotti conosciuto come commercio. E benché alcune società piuttosto avanzate dell’età del bronzo riuscissero a commerciare molto bene usando il baratto (per es. gli egiziani), era un modo estremamente scomodo di eseguire le transazioni. Con l’avvento dell’Età del Ferro, per la prima volta del metallo economico fu abbondante, e il conio fu lentamente introdotto per facilitare il commercio.

La civiltà è da allora cresciuta sulla schiena di questo commercio, la cui sofisticazione fu resa possibile dall’invenzione del denaro. Per le menti moderne quindi, la civiltà poggia sul denaro. Questo è un fraintendimento. Infatti è solo il commercio che poggia sul denaro. La civiltà poggia sicuramente sulla distribuzione di beni materiali, ma la distribuzione e il commercio non sono la stessa cosa, proprio come il dare e il vendere.

Le moderne società industriali ci hanno dato i mezzi per liberarci per sempre da quella scarsità che ha sempre incalzato i nostri antenati. Il denaro non è più una caratteristica necessaria o logica della società, e solo una piccola minoranza trae benefici dalla sua presenza.

Nella storia molte cose sono diventate antiquate, come il motore a vapore e le penne d’oca.

Il denaro sta per unirsi a loro.

(Traduzione di un volantino del partito inglese del MSM)

giovedì 6 gennaio 2011

Il capitalismo e la qualità della vita

Il capitalismo è una società in cui quasi tutte le cose che gli esseri umani necessitano o vogliono sono articoli di commercio, cose fatte per essere comprate e vendute. Questa non è una definizione completa dato che sotto il capitalismo una cosa in particolare diventa una merce – la capacità umana di lavorare e creare cose, ciò che Marx chiamava “forza lavoro” – e ciò è di fatto la caratteristica di definizione del capitalismo. Esso è una società delle merci in cui la forza-lavoro è una merce.

Ciò ha due conseguenze. La prima è che non c’è semplicemente produzione per la vendita ma produzione per il profitto. E in secondo luogo, per la maggior parte le cose che gli esseri umani necessitano o vogliono tendono a diventare merci, cioè devono essere acquistate. Non è difficile vedere il perché. Il sistema delle retribuzioni significa che la maggior parte della gente è dipendente, per soddisfare i loro bisogni, dal denaro con cui sono pagati per la vendita dell’unica merce vendibile che possiedono (la loro forza lavoro), denaro che poi usano per comprare ciò che devono avere per vivere. Così la “mercificazione” della forza lavoro significa la mercificazione del cibo, dei vestiti, dell’alloggio, e di altro, anche di esigenze meno materiali.

Una delle cose che l’espansione del capitalismo ha significato, in termini concreti, è stata l’espansione delle relazioni denaro-merce. È un processo che sta ancora continuando in alcune parti del mondo e di cui anche gli economisti convenzionali ne parlano favorevolmente come integrante in passato dei coltivatori in gran parte autosufficienti per i mezzi di sussistenza in Asia, Africa e America Latina nell’”economia del denaro”.

Quello di cui stiamo parlando qui è la mercificazione dei bisogni materiali della gente. Alcune persone potrebbero non trovare ciò discutibile. Qualcuno perfino la trova uno sviluppo progressistico, addirittura di liberazione. Di fatto questa è una delle difese tipiche del capitalismo – che l’economia del denaro dà alla gente la libertà di scegliere che cosa consumare per mezzo di come spendono il loro denaro e che questo è il modo più efficiente di organizzare la soddisfazione dei bisogni e delle esigenze materiali della gente. Certamente questo non è vero, poiché parte dal presupposto che l’economia risponda alla domanda dei consumatori, laddove in realtà risponde ai cambiamenti nel saggio di profitto, mentre la maggior parte della “domanda” della gente è limitata dalla grandezza della loro busta paga o assegno salariale.

Che il capitalismo non sia il modo più efficiente di provvedere ai bisogni materiali della gente – e che il socialismo come un sistema di proprietà comune, di controllo democratico e di produzione soltanto per l’uso farebbe questo molto meglio – è la tradizionale causa socialista contro il capitalismo. E mantiene tutta la sua validità. Ma, dopo l’ultima Guerra Mondiale, il capitalismo degli anni 1950 e 1960 in Nord America e in Europa Occidentale sembrava essere all’altezza della sua promessa della prosperità materiale per la maggior parte della gente attraverso l’emersione della cosiddetta “società dei consumi”. Ma poi un’altra, differente critica del capitalismo è apparsa: che mentre poteva aver risolto più o meno adeguatamente il problema del “pane”, dell’esigenza materiale pressante, per la maggior parte della gente in queste parti del mondo, non aveva ancora creato una società soddisfacente.

Cominciarono ad apparire libri in America con titoli come The Lonely Crowd [La Folla Triste], The Organization Man [l’Uomo dell’Organizzazione], The Hidden Persuaders [Il Persuasore Occulto], The Waste Makers [I Creatori di Spreco], One-Dimensional Man [l’Uomo Superficiale], tutti critici di vari aspetti della “società dei consumi” come una società in cui la gente era incoraggiata a considerare l’acquisizione di sempre più beni di consumo come lo scopo principale nella vita. In Europa, tale criticismo intraprese una più esplicita forma anticapitalista. In Francia i libri critici partorirono titoli come Una Critica della Vita di Ogni Giorno e della Società dello Spettacolo. L’argomento era che nella “società dei consumi” (chiamata invece, più accuratamente, “società delle merci”) la logica di acquistare qualcosa da consumare passivamente si era diffusa dall’acquisto dei beni materiali ad altri aspetti della vita di ogni giorno – a come le persone spendevano il loro tempo libero e a come esse si relazionavano reciprocamente.

Questo tipo di criticismo aggiunse un’altra dimensione alla causa socialista contro il capitalismo: che esso non solo ha fallito nell’organizzare la soddisfazione dei bisogni materiali in modo appropriato ma che ha anche degradato – disumanizzato – la “qualità della vita”.

Non è chiaro a chi il credito per lo sviluppo di questo “criticismo culturale” del capitalismo dovrebbe andare. La Scuola di Marxismo di Francoforte (Fromm, Marcuse e altri), i situazionisti, perfino i giornalisti radicali in America come Vance Packard, sarebbero tra i candidati. In ogni caso stavano tutti lavorando sulle base del fatto osservabile dell’effetto degradante che il capitalismo stava avendo sulla qualità della vita di ogni giorno diffondendo i valori commerciali sempre più estesamente.

È un criticismo potente del capitalismo. Forse perfino in questi giorni, in questa parte del mondo, un criticismo più potente di quello socialista tradizionale che il capitalismo procura povertà materiale alla maggior parte della gente. Senza dubbio, su scala mondiale, ci sono centinaia di milioni di persone in terribile povertà materiale. E ci sono alcuni milioni di persone in questo paese – intorno al 15 percento della popolazione – che sono materialmente private. Ma non possiamo dire questo della maggioranza della popolazione qui. La maggior parte della gente in Gran Bretagna [come in Italia, ndr] non ha problemi riguardo all’avere tre pasti al giorno, vestiti decenti, riscaldamento, non deve andare dai prestatori su pegno o a vivere in locali assediati da insetti. Di fatto, la mercificazione delle “esigenze della mente” è basata sul fatto che la maggior parte della gente abbia denaro da spendere per soddisfate le esigenze che stanno al di sopra di quelle dello “stomaco”. Se le persone non avessero questo potere d’acquisto discrezionale dopo aver soddisfatto i loro bisogni materiali, allora non ci sarebbe alcun mercato riguardante i prodotti culturali e d’intrattenimento per il capitalismo da stimolare, manipolare e sfruttare. (Per quanto riguarda il perché le persone hanno questo denaro “extra” da spendere nell’intrattenimento, avrà qualcosa a che fare con l’aumentata intensità e l’aumentato stress al lavoro che richiede più rilassamento – più evasione dalla realtà – per le persone per ricreare la loro particolare capacità di lavorare.)

Il criticismo della “società dei consumi” non ha riguardato solo il fatto che ha rappresentato l’invasione e la colonizzazione di ogni aspetto della vita sociale da parte delle relazioni denaro-merce, ma che ha anche incoraggiato il consumo passivo piuttosto che la partecipazione attiva. C’è moltissima fondatezza in questo punto – che la “società dei consumi” è una dove, qualche volta letteralmente, le persone siedono su poltrone guardando lo spettacolo di passaggio previsto per loro. Questa è una critica della mancanza di partecipazione delle persone che sta foggiando le loro vite, una mancanza che era anche riflessa politicamente dove la “democrazia” è concepita come soltanto lo scegliere ogni quattro o cinque anni fra aspiranti élite rivaleggianti (usando di fatto tecniche di marketing per attrarre appoggio). Le persone invece di creare il proprio sport o il proprio intrattenimento – o la propria politica – li consumano come una merce preconfezionata.

Ci deve essere qualcosa di sbagliato in una società in cui le persone invece di vivere le proprie vite e interagire con i loro vicini di casa in un modo umano, siedono di fronte a uno schermo guardando attori che realizzano scene artificiali basate sulle esagerazioni della vita di ogni giorno e si identificano con i personaggi fittizi di questi programmi. E in cui i giornali più ampiamente letti non discutono degli eventi reali tanto quanto quelli artificiali ritratti in questi programmi e le vite e gli amori degli attori più importanti che vi recitano – come pure quelli di altre cosiddette “celebrità” del mondo dello sport e dell’intrattenimento.

Finché esisterà il capitalismo, la qualità della vita continuerà a declinare. Non c’è niente che possa essere fatto per fermare questa tendenza nel contesto del capitalismo poiché è causato dal capitalismo, che rappresenta, per quello che fa, gli effetti dissolventi sulla società dell’espansione delle relazioni denaro-merce in tutti gli aspetti della vita. Così, nonostante il lento, ma innegabile aumento nei livelli di vita materiali in certe parti del mondo la causa per il socialismo come una società non-commerciale in cui il benessere umano e i valori umani saranno il principio guida mantiene tutta la sua rilevanza. Con la proprietà comune dei mezzi di vita, ci potrebbe essere e ci sarebbe produzione direttamente per soddisfare i bisogni e le esigenze umane e non per la vendita con lo scopo del profitto – la morte della merce, la fine di ciò che William Morris chiamava “società commerciale” – e una comunità senza classi con un genuino interesse comune in cui gli esseri umani possano relazionarsi l’un l’altro come esseri umani e non come atomi sociali che si scontrano reciprocamente sul mercato come compratori e venditori di merce.

(Traduzione da Socialist Standard, gennaio 2006)

venerdì 31 dicembre 2010

Il socialismo funzionerà

I socialisti sono per l’istituzione di un sistema sociale fondamentalmente differente da quello che esiste oggi. In una società socialista i mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza – i terreni, le fabbriche, le fattorie, le miniere, i bacini, gli uffici, i mezzi di trasporto – apparterranno all’intera comunità. La proprietà comune sopprimerà il bisogno dello scambio, cosicché il denaro non avrà impiego.

La produzione nel socialismo sarà determinata dalle persone sulla base del bisogno sociale, non del profitto. Attualmente le persone possono aver bisogno di beni ma, se non possono permettersi di comprarli, devono farne a meno. La produzione è messa in atto per vendere con lo scopo di fare profitto. Socialismo significa produzione soltanto per l’uso: il pane per mangiare, le case per viverci dentro, i vestiti per vestirsi.

Quale sarà l’incentivo a lavorare in una società socialista? Non ci saranno le retribuzioni, perciò in una società senza classi nessuna persona avrà il diritto di comprare la capacità di un’altra persona di lavorare per un prezzo. Il lavoro nella società socialista dipenderà dalla cooperazione e dalle decisioni volontarie degli uomini e delle donne di contribuire alla società per mantenerla funzionante. Come un individuo non potrebbe sopravvivere se non mangiasse, non bevesse o non ricevesse le cure sanitarie necessarie, così una società socialista non sopravvivrebbe se la gente in essa non agisse cooperativamente in uno spirito di reciprocità.

Il socialismo non sarà un’Utopia dove tutti i problemi dell’esistenza saranno scoparsi. Il lavoro sgradevole dovrà ancora essere fatto. Certamente, molto del lavoro sporco del sistema del profitto, come uccidere, truffare e dare più valore alle banconote che alle persone, sarà eliminato con immediatezza in una società socialista. L’altro lavoro non attraente potrebbe essere preso in cura dalle macchine che fanno risparmiare lavoro e fatica. Dove il lavoro sporco dovrà essere fatto nella società socialista possiamo essere del tutto sicuri di due cose: innanzitutto, non sarà fatto dalle stesse persone tutto il tempo – i membri della società faranno dei turni; in secondo luogo, tale lavoro sarà effettuato da uomini e donne socialmente consapevoli che apprezzeranno il fatto che la società apparterrà a loro e perciò i suoi compiti meno piacevoli dovranno essere eseguiti da loro. Con la consapevolezza che possediamo e controlliamo la terra, e tutto ciò che vi è dentro e sopra di essa, è improbabile che gli esseri umani si rifiuteranno di occuparsi del lavoro sporco nel socialismo.

Che dire riguardo alle persone pigre in una società socialista? I critici della proposta socialista spesso ci dicono che il socialismo si troverebbe di fronte milioni di uomini e donne che si rifiuterebbero di fare il loro poco per fare in modo che la società funzioni efficientemente. Effettivamente, la società socialista conterrà milioni di bambini e minorenni che non potranno lavorare nelle miniere o mungere le vacche; ma, con la ragionevole consapevolezza che queste persone dipendenti saranno i fornitori di domani, non pensiamo che gli abitanti del socialismo lasceranno i bambini morire di fame. Attualmente ogni anno quindici milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono di fame – una società basata sulla produzione per l’uso non tollererebbe tale oscenità. Ci saranno quelli nella società socialista che saranno troppo vecchi, troppo malati o troppo incapaci per offrire molto alla società; ma essi non sono pigri e non c’è alcuna ragione per cui la società non dovrebbe permettergli di dare secondo le loro varie capacità e di prendere secondo i loro differenti bisogni. E se uno che contribuisce di meno prendesse di più, perché ciò dovrebbe essere un problema in una società che è basata sulla soddisfazione dei bisogni? Quelle persone che vivranno in una società socialista e che saranno troppo apatiche per lavorare non costituiranno uno scolo sulle risorse della società molto a lungo, in quanto se mentiranno nel letto piuttosto a lungo moriranno – di noia, se non d’inerzia.

Ma non è per caso che, data una società di accesso senza limitazioni alla ricchezza sociale, l’ingordigia umana porterà la gente a consumare tutta la ricchezza della società in un mese? Questo è il “problema” previsto dai critici del socialismo. Tanto per cominciare, la loro predizione è basata sul falso presupposto che il socialismo sarebbe una società di sola consumazione, mentre ovviamente sarebbe una società dove ciò che è consumato dovrebbe essere confrontato con ciò che è prodotto. Perciò, se la gente nel socialismo decide di fare dieci pasti al giorno – come i nostri critici sembrano temere – ci dovrà essere il provvedimento eseguito per produrre abbastanza cibo per soddisfare tale malsana ghiottoneria. Certamente, nei casi dove le persone vorranno ciò che la società non è in grado di produrre, o ha deciso democraticamente di non produrre, la loro consumazione dovrà essere limitata. Queste potrebbero essere cattive notizie per gli utopisti ma, per i lavoratori e le lavoratrici che sono generalmente privati di ciò di cui hanno bisogno (non perché la società non può soddisfare il bisogno o perché ha deciso democraticamente di non farlo, ma perché non è redditizio fare in questo modo) l’idea della produzione democraticamente organizzata per l’uso è infinitamente preferibile alla presente sistemazione sociale. Per esempio, le migliaia di pensionati che sono morti d’ipotermia probabilmente non avrebbero rifiutato la proposta socialista perché non avrebbe permesso loro di fare dieci pasti al giorno; per lo meno una società basata sulla produzione per i bisogni assicurerà che nessuno non sia in grado di avere accesso al calore.

Ma che dire a riguardo di questa ingordigia? Il critico dell’idea socialista è giustamente preoccupato che in una società di libero accesso, la gente prenderà più di quello di cui ha bisogno. Ora è piuttosto vero che se i grandi magazzini fossero aperti oggi e i lavoratori fossero invitati ad andarci e prendere quanto vogliono senza dover pagare, ci sarebbe una ressa impazzita e i magazzini verrebbero svuotati entro un giorno. Ma perché questo dovrebbe essere il caso se i grandi magazzini fossero sempre aperti per il libero accesso? Sarebbe strano veramente per gli abitanti del socialismo fare provvista di dozzine di pagnotte, che invecchierebbero prima che possano essere mangiate, quando esisterebbe l’alternativa di andare al grande magazzino e prendere una nuova pagnotta ogni giorno o ogni pochi giorni. Sarebbe non meno strano per noi leggere oggi di lavoratori che fanno scorta d’acqua perché hanno paura che, quando in seguito apriranno il rubinetto, il liquido accessibile non ci sarà più per essere consumato. Forse, nell’innocenza, i primissimi abitanti del socialismo si soddisferanno con alcuni banchetti di cospicua ed eccessiva consumazione (chi sarebbe sorpreso da tale azione dopo anni di povertà e d’inferiorità sociale?), ma tali buffonerie finiranno presto quando le conseguenze fisiche di tale irrazionalità saranno avvertite.

Ma non è il caso che, anche se le classi fossero abolite e tutte le persone fossero socialmente uguali, una gerarchia presto sorgerebbe ancora e la società ritornerebbe al punto di partenza? L’oppositore del socialismo si sente convinto che l’ineguaglianza sia un fenomeno dal quale la società non può mai sfuggire. Forse – e soltanto forse – la società socialista non eliminerà le differenze di talento: una persona potrebbe continuare a essere un più grande pianista rispetto a un’altra, mentre un’altra correrà più veloce di un’altra per quanto possa mai essere stata addestrata a correre. Ma ciò non significa che il socialismo istituirà una gerarchia di pianisti, di atleti, di poeti o di chirurghi. In una società cooperativa sarà riconosciuto che i poeti non possono scrivere i loro capolavori letterari senza il minatore che è disposto a prendere il carbone da sotto la terra. L’umanità vive interdipendentemente. E chi dice che i minatori non saranno dei poeti quando non saranno giù nella miniera e che i più grandi giocatori di scacchi nel socialismo non spazzeranno le vie cosicché i più grandi chirurghi potranno camminare verso l’ospedale senza i ratti che mordono alle caviglie? La divisione rigida del lavoro, che è una caratteristica del presente sistema, non esisterà nella società socialista.

In generale, i critici della proposta socialista non stanno dicendo che sono contrari all’istituzione di un mondo socialista, come definito dai socialisti. La maggior parte di loro sta levando delle obiezioni al socialismo che riflettono il loro condizionamento dal presente ordine sociale. I “problemi” che temono sono basati sulla premessa sbagliata, che il socialismo stia avanzando per essere imposto sulle condizioni del capitalismo, includendo la coscienza che appoggia il sistema. Certamente, una maggioranza di persone le cui menti sono ancora riempite d’idee e di pregiudizi del sistema del profitto non potrebbe mai mettere in azione il socialismo. Ecco perché il Movimento Socialista Mondiale specifica enfaticamente che non ci può essere nessuna società socialista finché una maggioranza di lavoratori non la comprende e non la vuole. Occorre che i timori infondati delle critiche del socialismo diventino assurdi quanto i pittoreschi vecchi timori dei vittoriani secondo i quali l’elettricità in tutte le case avrebbe dovuto condurre a pericoli che la società non sarebbe stata in grado di trattare. Sì, il futuro appare sempre strano quando le menti della gente sono imprigionate nel passato, ma più abbiamo vicina la prossima tappa nello sviluppo sociale meno strana diventa l’idea della produzione per il bisogno.

Ci sono migliaia di lavoratori che stanno andando in giro con idee nelle loro menti che sono vicine o identiche a quelle difese dai socialisti; come quel numero cresce, e come essi vengono a sapere del movimento politico consapevole per il socialismo, i dubbi delle critiche crescono più fiacchi e più assurdi e ciò che una volta sembrava inconcepibile sale al primo posto nell’agenda della storia.

(Traduzione da www.worldsocialism.org)

domenica 18 luglio 2010

Che cos'è la proprietà comune

Il fondamento di qualsiasi società è il modo in cui i suoi membri sono organizzati per la produzione e la distribuzione della ricchezza. Se solo un gruppo della società controlla l’uso dei mezzi di produzione, vi è una società di classe. Un altro modo di esprimere la stessa idea è che i membri di questo gruppo o classe possiedono i mezzi di produzione, dal momento che poter controllare l’uso di qualcosa è come possederlo, con o senza dei titoli di proprietà legali.

Ne consegue che una società senza classi è una società in cui l’uso dei mezzi di produzione viene controllato da tutti i membri della società su una base equa, e non solamente da un solo gruppo con l’esclusione di tutti gli altri. James Burnham esprime bene questa idea nel suo libro La rivoluzione manageriale:

“Una società ‘senza classi’ vuol dire che all’interno della società non c’è nessun gruppo (ad eccezione, forse, di provvisori gruppi delegati liberamente eletti dalla comunità e soggetti sempre al richiamo) che eserciti, come gruppo, qualsiasi controllo speciale sull’accesso agli strumenti di produzione; e nessun gruppo che riceva, come gruppo, trattamento preferenziale nella distribuzione.”

In una società senza classi ogni membro può contribuire, a parità di condizioni con ogni altro membro, a decidere come i mezzi di produzione devono essere usati. Ogni membro della società è socialmente uguale e sta esattamente nella stessa relazione di ogni altro membro riguardo ai mezzi di produzione. Similmente, ogni membro della società ha accesso ai frutti della produzione su base uguale.

Non appena l’uso dei mezzi di produzione viene messo sotto il controllo democratico di tutti i membri della società, la proprietà di classe è abolita. In queste circostanze si può sempre dire che i mezzi di produzione appartengono a coloro i quali li controllano e ne approfittano, ma in questo caso si tratta dell’intera popolazione organizzata su base democratica, e si può dire perciò che i mezzi di produzione sono “comunemente posseduti” da tutti. La proprietà comune è stata definita come:

“Uno stato delle cose in cui nessuna persona viene esclusa dalla possibilità di controllare, usare e gestire i mezzi di produzione, distribuzione e consumazione. Ogni membro della società può acquisire la capacità, vale a dire l’opportunità di realizzare una varietà di scopi, per esempio, di consumare ciò che vuole, di usare i mezzi di produzione per i fini di lavoro socialmente necessari o non necessari, di amministrare la produzione e la distribuzione, di pianificare le risorse, e di prendere delle decisioni su scopi collettivi di breve termine e di lungo termine. La proprietà comune, quindi, riguarda ogni potenziale capacità dell’individuo di beneficiare della ricchezza della società e di partecipare al suo funzionamento” (Jean-Claude Bragard, Un’indagine sul concetto del comunismo di Marx).

Tuttavia, la parola “proprietà” può essere ingannevole poiché non porta alla luce completamente il fatto che il trasferimento a ogni membro della società del potere di controllare la produzione della ricchezza rende superfluo il concetto stesso di “proprietà”. Con la proprietà comune nessuno è escluso dalla possibilità di controllare o beneficiare dell’uso dei mezzi di produzione, cosicché il concetto di proprietà nel senso di possesso esclusivo non ha senso: nessuno è escluso, non c’è nessun non-proprietario.

Potremmo inventare qualche nuovo termine come “niente-proprietà” e dire che la società senza classi che prenderà il posto del capitalismo è una società di “niente-proprietà”, ma la stessa idea può essere espressa in modo diverso se la proprietà comune è intesa come un rapporto sociale e non come una forma di padronanza proprietaria. Questo rapporto sociale – uguaglianza fra gli esseri umani riguardo al controllo dell’uso dei mezzi di produzione – può ugualmente e correttamente essere descritto dai termini “società senza classi” e “controllo democratico” come da “proprietà comune” dal momento che questi tre termini sono differenti solo per il modo in cui lo descrivono da differenti punti di vista. L’uso del termine “proprietà comune” per fare riferimento al rapporto sociale basilare della società alternativa al capitalismo non significa in nessun senso perciò che la proprietà comune dei mezzi di produzione potrebbe esistere senza il controllo democratico.

Quando ci riferiamo a una società basata sulla proprietà comune, generalmente usiamo il termine “socialismo”, anche se non abbiamo niente da obiettare a quelli che usano il termine “comunismo”, dato che per noi questi termini significano esattamente la stessa cosa e sono interscambiabili.

Contro la proprietà statale

La proprietà comune non deve essere confusa con la proprietà statale, dato che un organo di coercizione, o uno stato, non può esistere nel socialismo. Una società di classe è una società con uno stato perché il controllo di un gruppo sui mezzi di produzione e l’esclusione del resto della popolazione non possono essere imposti senza coercizione, e perciò senza uno speciale organo per esercitare questa coercizione. D’altro canto, una società senza classi è una società senza stato perché tale organo di coercizione smette di essere necessario appena tutti i membri della società stanno nello stesso rapporto riguardo al controllo dell’uso dei mezzi di produzione. L’esistenza dello stato come strumento di controllo e di coercizione da parte della classe politica è del tutto incompatibile con l’esistenza del rapporto sociale della proprietà comune. La proprietà statale è una forma di padronanza proprietaria esclusiva la quale implica un rapporto sociale che è totalmente differente dal socialismo.

La proprietà comune è un rapporto sociale di uguaglianza e democrazia che rende superfluo il concetto di proprietà perché non ci sono più dei non-proprietari esclusi. La proprietà statale, invece, presuppone l’esistenza di una macchina governativa, un sistema legale, forze armate e altre caratteristiche di un organo di coercizione istituzionalizzato. I mezzi di produzione posseduti dallo stato fanno parte di un’istituzione che si oppone ai membri della società, che li costringe e li domina, sia come individui che come collettività. Sotto la proprietà statale la risposta alla domanda “chi possiede i mezzi di produzione?” non è “tutti” o “nessuno” come con la proprietà comune; la risposta è “lo stato”. In altre parole, quando uno stato possiede i mezzi di produzione, i membri della società restano non-proprietari, esclusi dal controllo. Sia legalmente che socialmente, i mezzi di produzione non appartengono a loro, ma allo stato, che si mantiene come un potere indipendente separandoli dai mezzi di produzione.

Lo stato non è un’astrazione che esiste indipendentemente dalla società e dai suoi membri; è un’istituzione sociale, e, come tale, un gruppo di esseri umani, una parte della società, organizzata in un particolare modo. Ecco perché lo stato si oppone agli interessi della maggior parte dei membri della società ed esclude la maggior parte di loro dal controllo dei mezzi di produzione. Dovunque c’è uno stato, c’è sempre un piccolo gruppo di esseri umani che stanno in rapporti differenti con esso rispetto alla maggior parte dei membri della società: non come dominati, né come esclusi, ma come dominatori e vietatori. Sotto la proprietà statale, questo gruppo controlla l’uso dei mezzi di produzione escludendo gli altri membri della società. In questo senso, questo gruppo possiede i mezzi di produzione, sia quando ciò è riconosciuto formalmente e legalmente sia quando non lo è.

Un’altra ragione per cui proprietà statale e socialismo sono incompatibili è che lo stato è una istituzione nazionale che esercita controllo politico su una limitata area geografica. Dato che il capitalismo è un sistema mondiale, la proprietà statale dei mezzi di produzione all’interno di una determinata area politica non può rappresentare l’abolizione del capitalismo, neanche in quell’area. Ciò significa l’istituzione di qualche forma di capitalismo di stato il cui modo di funzionamento è condizionato dal fatto che deve competere in un contesto di mercato mondiale contro altri capitali.

Dal momento che oggi il capitalismo è a livello mondiale, la società che sostituisca il capitalismo può solamente essere a livello mondiale. L’unico possibile socialismo oggi è il socialismo mondiale. Il socialismo, come il capitalismo, non può esistere in un solo paese. Perciò la proprietà comune nel socialismo è la proprietà comune del mondo, delle sue risorse naturali e industriali, a disposizione della società nel suo complesso. Il socialismo può solamente essere una società universale in cui tutto quello che è sopra la Terra è diventato l’eredità comune di tutta l’umanità, e in cui la divisione del mondo in stati ha ceduto il passo a un mondo senza frontiere con un’amministrazione democratica mondiale e anche democrazie locali e regionali.

(Traduzione da Socialist Standard, aprile 2005)