mercoledì 29 gennaio 2020

1920 - 2020 L’Occupazione delle Fabbriche e il mito della mancata rivoluzione socialista in Italia

Introduzione

Tra il 25 e il 30 settembre del 1920, esattamente un secolo fa, terminava il cosiddetto movimento di “Occupazione delle Fabbriche”, con gli operai che sgomberavano pacificamente gli stabilimenti riconsegnandoli agli industriali. Quasi contemporaneamente, il 2 ottobre, quando l'occupazione era da poco conclusa, il settimanale socialista torinese L’Ordine Nuovo pubblicava un editoriale [1] in cui, oltre ad ammettere la sconfitta dei lavoratori industriali, si accusavano i dirigenti sindacali e i burocrati di partito di esserne i responsabili. Finiva la cronaca ed iniziava già il mito, quello della mancata rivoluzione socialista in Italia. Una leggenda ancora largamente diffusa nella sinistra “radicale” italiana: dai leninisti agli anarchici, dai trotzkisti [2] ai bordighisti, dagli “operaisti” fino, addirittura, ad alcune frange più intransigenti della socialdemocrazia. Più in generale, tutto il periodo degli anni 1919 e 1920, noto in Italia con il nome pittoresco di “Biennio Rosso”, verrà visto da molti come un susseguirsi di possibili occasioni pre-rivoluzionarie nelle quali i lavoratori, potenzialmente e obiettivamente in grado di conquistare il potere politico ed economico, furono sistematicamente illusi e ingannati dai loro dirigenti partitici e/o sindacali. Traditi dai socialisti del PSI secondo gli anarchici, traditi dalla potente minoranza riformista della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) secondo i socialisti massimalisti, traditi sia, direttamente, dai riformisti sia, indirettamente, dai massimalisti secondo la cosiddetta “frazione astensionista” del PSI, che avrebbe di lì a poco formato il Partito Comunista d’Italia (PCdI) sotto la pressione della potente componente bolscevica russa del Komintern (Internazionale Comunista).    
Personalmente non siamo affatto d’accordo con questo ridicolo scaricabarile. La nostra tesi è radicalmente diversa: nel Biennio Rosso non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista in Italia e nel resto dell’articolo cercheremo di spiegarne chiaramente le ragioni. Tuttavia, prima di cominciare, è necessaria una brevissima ma cruciale precisazione: anche se alcune delle nostre analisi di questo fenomeno storico sembreranno esteriormente simili a quelle apparse in quegli anni sulle colonne della rivista teorica riformista del PSI, la Critica Sociale di Filippo Turati, noi non siamo assolutamente dei riformisti. Anzi, all’opposto, pensiamo che il sistema capitalista non possa esser trasformato gradualmente nel suo successore storico, il Socialismo. In questo senso, pur riconoscendo che su alcuni singoli punti (la critica alla Rivoluzione d’Ottobre, il rifiuto dei moti insurrezionali violenti ecc. [3]) Turati e i suoi compagni interpretarono l’insegnamento di Marx ed Engels meglio dei loro avversari massimalisti e leninisti, non ne possiamo in alcun modo condividere scelta strategica di fondo: faticosi progetti parlamentari di leggi per la riforma sociale, lenta conquista politica dei comuni urbani con la conseguente creazione di cooperative e di aziende municipalizzate ecc., fino all’illusione finale di potersi alleare nel 1924 con la parte più “democratica” della borghesia in vista di un ipotetico fronte antifascista che salvasse il paese dalla dittatura mussoliniana. Come sono lontani i tempi (26 gennaio 1894) in cui Friedrich Engels in persona istruiva [4] il giovane avvocato Turati sui gravissimi rischi di un governo di coalizione tra partiti socialisti e forze politiche borghesi! Ma questa è proprio la parabola storica (1892-1925) del “primo riformismo italiano” che meriterebbe un approfondimento a parte e che esula, ovviamente, dal tema del presente articolo.


L’Italia nel 1911

Come spiegano chiaramente Marx ed Engels in molti passi della loro opera storico-politica [5], il Socialismo potrà essere raggiunto soltanto in seguito al completo sviluppo del capitalismo su scala planetaria, ossia quando quest’ultimo avrà poco o nulla da offrire all’umanità in termini di progresso materiale, morale e intellettuale. Questo non per un’astratta filosofia della Storia, ma, concretamente, per almeno due ragioni principali: solo lo sviluppo capitalistico crea la base materiale altamente tecnologica (le “forze produttive”, secondo il marxismo) per la realizzazione del Socialismo, che, come sappiamo, è una società dove i bisogni umani saranno soddisfatti in modo totalmente gratuito e il lavoro sarà del tutto libero. Inoltre, sempre per Marx ed Engels, la classe sociale artefice di questa grande trasformazione sarà quella dei lavoratori salariati i quali, però, divengono la larga maggioranza della popolazione esclusivamente nel quadro di un capitalismo maturo. Oggigiorno questa situazione è davvero sotto gli occhi di tutti e soltanto le perduranti sovrastrutture ideologiche impediscono alla maggioranza dei lavoratori di tutto il mondo di prenderne coscienza. Ma com’era il capitalismo cento anni fa, all’inizio del secolo scorso?
La cosiddetta “seconda rivoluzione industriale”, guidata dal tumultuoso sviluppo economico di Stati Uniti d’America e Germania, unitamente alla corsa alla colonizzazione imperialista sancita dal congresso di Berlino (1878), avevano dato luogo, per la prima volta nella intera storia umana, a un sistema economico integrato su scala mondiale caratterizzato da un economia capitalista altamente “finanziarizzata” e costellata da grossi gruppi industriali oligopolistici. Alcuni storici dell’economia hanno coniato per questa fase il termine di “prima globalizzazione” (dato che la seconda è quella odierna). Per questo motivo una grossa parte dei marxisti del periodo 1889-1914, la cosiddetta “età della Seconda Internazionale”, riteneva la rivoluzione socialista oggettivamente e soggettivamente già possibile, se non addirittura imminente [6]. È importante capire però che il fatto, certamente vero, dell’espansione del capitalismo su scala mondiale non implicava che nel 1914 tutti i paesi presentassero simultaneamente lo stesso grado di maturità capitalista. Crederlo sarebbe un errore grossolano e anti-dialettico molto pericoloso, noto in logica come la “fallacia di composizione” (se un insieme gode di una certa proprietà, non necessariamente tutti i suoi elementi godono individualmente della stessa proprietà). All’opposto, persino in Europa, che era stata la culla della “prima rivoluzione industriale” (in Gran Bretagna prima e poi anche in Belgio e Francia), coesistevano situazioni molto varie: il feudalesimo era ormai scomparso ovunque, persino nell’arretratissima Russia (nel 1861), ma il modo di produzione capitalista non aveva ancora portato all’industrializzazione completa di tutto il continente. Nelle aree dell’Europa Meridionale (Portogallo, Spagna, Italia e Balcani) ed Orientale (la metà ungherese dell’Impero Asburgico e l’Impero Russo) l’economia era ancora dominata dall’agricoltura anche se alcune isole d’industrializzazione avevano iniziato a crescere velocemente alla fine del XIX secolo grazie alla sinergia tra capitali nazionali e investimenti stranieri; per esempio la Catalogna e i Paesi Baschi in Spagna, il triangolo industriale Torino-Milano-Genova in Italia, i distretti di San Pietroburgo e di Mosca in Russia ecc. In aggiunta va ricordato che anche il mondo rurale europeo non presentava agli inizi del XX secolo caratteristiche omogenee: in taluni paesi (o, meglio, in talune zone di determinati paesi) dominava la grande proprietà fondiaria gestita in modo capitalistico moderno, altrove la piccola e media proprietà contadina, mentre continuava a sussistere persino il latifondo (in Russia, Polonia, Ungheria, Italia Meridionale, Spagna Centrale e Meridionale), un arcaico residuo di strutture produttive legate all’antica nobiltà terriera.
Basterebbe quanto appena citato per comprendere l’improbabilità di una rivoluzione socialista nell’Italia dell’inizio del XX secolo, ma sarà forse utile fornire qualche cifra relativa agli anni precedenti all’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. Fortunatamente nel 1911 vi è un importante censimento ufficiale che registra 35.841.563 residenti di cui, secondo Montroni [7], solo il 31,3% vive in contesti urbani. Gli attivi arrivano appena al 47,7% dei residenti. Crafts [8] stima per il 1910 un prodotto interno lordo pro-capite di 548$ (in dollari USA equivalenti del 1970), da confrontarsi con i valori di 1.302$, 958$ e 883$, rispettivamente per Gran Bretagna, Germania e Francia, rivelando così la palpabile arretratezza della struttura economica italiana, appena superiore a quella russa (398$). Ma forse più interessante ancora sono i due dati riportati da Federico [9]: sempre nel 1911 l’agricoltura pesa ancora sull'economia italiana per circa il 38-40% in termini di prodotto nazionale lordo e per circa il 58-59% in termini di occupazione totale. Degli occupati rurali, Pescosolido [10] afferma poi che il 52,8% non possiede la terra dove lavora e va considerato, almeno parzialmente, come bracciantato “avventizio”, vero e proprio proletariato agricolo, la parte più povera del paese, largamente analfabeta e certamente più interessata a una possibile riforma agraria che al Socialismo (ciò nonostante la vedremo lottare con particolare determinazione durante tutto il Biennio Rosso). L’industria occupa invece il 23,7% degli attivi e contribuisce per il 25,1% alla produzione lorda nazionale. I servizi occupano infine il 17,9% degli attivi e contribuiscono per il 22,3% alla produzione lorda nazionale di cui più della metà passa attraverso la Pubblica Amministrazione. Combinando insieme le varie cifre citate siamo in grado di fornire (con l’aiuto, per esempio, del noto saggio di Sylos Labini [11]) una stima approssimativa della percentuale dei lavoratori salariati italiani sul totale degli attivi: circa il 49%, così suddivisi tra agricoltura (26% degli attivi), industria (17% degli attivi) e servizi (6% degli attivi), escludendo però il ceto impiegatizio (privato e pubblico) assimilato da Sylos Labini, in modo discutibile, alla piccola borghesia, ma pari nel 1911 già all’11% degli occupati. Anche accostando, un po’ acriticamente, i braccianti e gli operai industriali e dei servizi con gli impiegati di vario genere, emerge una nazione in cui i lavoratori dipendenti sono poco più della metà degli attivi (circa il 60%), mentre l’altra parte, formata da coltivatori diretti, artigiani, bottegai, commercianti, liberi professionisti, imprenditori e agrari, è ancora robustamente attestata intorno al 40%. I lavoratori dipendenti urbani poi, raggiungono appena il 34%; la grande trasformazione del secondo dopoguerra che porterà alla quasi scomparsa dei piccoli e medi coltivatori (8% degli attivi nel 1983) e alla grande espansione del ceto impiegatizio (26% degli attivi nel 1983), è ancora di là da venire nel periodo che stiamo considerando.

Il Partito Socialista Italiano

Come abbiamo appena visto il capitalismo italiano degli inizi del XX secolo, benché in evidente transizione da un’economia principalmente rurale ad una largamente basata sull’industria e sui servizi, non è certamente a un livello di sviluppo analogo a quello della Gran Bretagna, della Francia, della Germania o degli Stati Uniti d’America, mostrando, un po’ come l’Austria-Ungheria, caratteristiche ibride tra quelle dei paesi suddetti e quelle delle nazioni europee orientali (i Balcani, l’Impero Russo ecc.). Ma sarebbe una grave semplificazione limitarsi a un’analisi puramente numerica e quantitativa della classe lavoratrice italiana di questo periodo. L’autentico pensiero socialista ha sempre ribadito anche l’importanza del fattore soggettivo per il raggiungimento del Socialismo; essendo infatti una società basata sul libero accesso ai consumi e sul lavoro puramente volontario, esso non ammette, come al contrario avveniva in tutte le realtà classiste precedenti, una divisione tra capi e gregari, tra chi comanda e chi ubbidisce, e nemmeno tra chi coordina e organizza e chi invece si limita ad eseguire quanto gli si chiede compiere. Questa assenza implica immediatamente che i lavoratori che lottano per il Socialismo devono necessariamente essere preparati ad esso: le loro concezioni politiche (e di conseguenza anche le loro azioni pratiche) dovrebbero, almeno in modo embrionale, prefigurare la consapevolezza e l’alto livello di coscienza necessari per costruire e conservare la società futura senza classi. Il requisito soggettivo minimo per la Rivoluzione Socialista è quindi quello per cui un’ampia maggioranza di lavoratori voglia coscientemente il Socialismo, ovvero: abbia una minima cultura di base (alfabetizzazione), sappia cosa sia il Socialismo, ne faccia apertamente propaganda e sia disposta a lottare duramente per averlo, ma senza seguire in modo servile e pedissequo eventuali avventurieri politici dalla demagogia populista “socialisteggiante”. Marx ed Engels diffidarono per tutta la loro vita dei politici troppo carismatici che assumevano volontariamente, forse persino in buona fede, pose tribunizie o da capi ispirati (Wilhelm Weitling, Luis Blanc, Giuseppe Mazzini, Ferdinand Lassalle, Henry Hyndman ecc.), apprezzando piuttosto i semplici militanti operai che si erano auto-istruiti lentamente e faticosamente per approdare da soli al pensiero socialista, come ad esempio il conciatore-filosofo Joseph Dietzgen. Marx aveva così ben chiaro questo punto che nel 1864 volle scrivere alla prima riga degli "Statuti Provvisori dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori" (ossia la Prima Internazionale): "Considerando che: (1) l'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori medesimi (…)". Purtroppo però la cruenta repressione della Comune di Parigi nel 1871 (con più di 30.000 morti tra gli insorti) e i dissidi tattici e organizzativi tra i socialisti marxisti e gli anarchici bakunisti, portarono prima a una scissione e poi alla liquidazione dell’esperienza dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, che già nel 1876-1877 poteva dirsi conclusa.
Il periodo successivo vide la rinascita del socialismo e di partiti dichiaratamente “operai” in tutta Europa, prima più lentamente tranne che in Germania [dove il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) era già stato fondato a Gotha nel 1875], poi, parallelamente alla fondazione della Seconda Internazionale a Parigi nel 1889, in modo sempre più rapido in moltissimi paesi (Spagna 1879, Francia 1882, Belgio 1885, Austria e Svezia 1889, Italia 1892, Paesi Bassi 1894, USA e Russia 1898, Gran Bretagna 1900 ecc.). Tuttavia, nonostante l’attenta e acuta supervisione di Friedrich Engels durata fino alla sua morte avvenuta nell’agosto del 1895, la Seconda Internazionale non fu affatto rigorosa nella selezione dei partiti membri: il carattere schiettamente classista, il legame con i sindacati operai, la lotta per l’estensione della democrazia, per il suffragio universale maschile e per alcune riforme basilari del lavoro (ad esempio la giornata di otto ore), una generica opposizione al militarismo, al colonialismo, al clericalismo e all’autoritarismo, potevano esser più che sufficienti per guadagnarsi in quegli anni la fama di “socialisti”, lasciando però l’idea stessa di Socialismo con dei contorni volutamente sfumati a un futuro piuttosto remoto. Al marxismo venne tributato inizialmente il massimo onore, ma più come quadro teorico generale che come strumento di lotta politica, poi, con Bernstein e il celebre Revisionismusdebatte del 1896, alcuni cominciarono a mettere in discussione sempre più apertamente le previsioni sull’evoluzione capitalista attribuite, in modo un po’ frettoloso, a Marx ed Engels. C’era in tutta la Seconda Internazionale una voglia di crescere rapidamente, di edificare partiti di massa influenti sia nel mondo sindacale che in quello politico, acquistando in modo veloce e sistematico seggi parlamentari se non, addirittura, intere amministrazioni comunali. Con l’eccezione del clamoroso affaire Millerand del 1899, gli unici veri tabù rimasti in piedi furono quelli della partecipazione a governi di coalizione con partiti “borghesi” e del sostegno alle guerre imperialiste; ma lo scoppio della Grande Guerra nel 1914 s’incaricherà subito d’infrangere entrambi. Per il resto lo snodo tattico cruciale sembrava essere solo uno: differenziarsi in tutto e per tutti dagli anarchici e dagli anarco-sindacalisti, dalla loro stampa rozza e irregolare, dalla loro predicazione settaria e fanatica, dai loro gesti dimostrativi plateali che rasentavano (e sovente raggiungevano) il crimine, dalla loro mancanza di precisione, disciplina e organizzazione, dal loro rifiuto di ogni compromesso e ogni accordo, anche il più vantaggioso. Era il mito del nuovo movimento operaio che rimpiazzava il vecchio, del “socialismo scientifico” che, nell’epoca appunto del positivismo, sostituiva in modo irreversibile quello “utopico e libertario” [12].
Ma torniamo allo specifico dell’Italia. Il Partito Socialista Italiano (PSI), che nasce nel 1892 a Genova (col nome provvisorio di “Partito dei Lavoratori Italiani”) dalla fusione di varie leghe e movimenti dell’Italia Settentrionale a vocazione operaista (Croce e Lazzari), filantropica e “tradunionista” (Bignami e Gnocchi-Viani), riformista (Turati) e persino ex-anarchica (Costa), è quasi un caso paradigmatico della voluta mescolanza tra propaganda rivoluzionaria e pratica riformista, tipica, come si è visto, dei partiti della Seconda Internazionale. Tuttavia, a differenza della SPD tedesca, che codificò tale duplicità nel congresso di Erfurt [13] con la scelta di due programmi (quello “minimo”, riformista, e quello “massimo”, rivoluzionario), il PSI non riuscì a darsi un documento fondante di spessore teorico per ciò che concerne l’obiettivo politico finale del Socialismo. Si può leggere infatti il seguente “Programma del 1892”:

“Considerando che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi: da un lato i lavoratori sfruttati, dall’altro i capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;
che i salariati d’ambo i sessi, d’ogni arte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d’inferiorità e di oppressione;
che tutti gli uomini, purché concorrano secondo le loro forze a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di codesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell’esistenza;
riconoscendo che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;
che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro (terre, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto, ecc.) e la gestione sociale della produzione;
ritenuto che tale scopo finale non può raggiungersi che mediante l’azione del proletariato organizzato in partito di classe, indipendente da tutti gli altri partiti, esplicantesi sotto il doppio aspetto:
1° della lotta di mestieri per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.) lotta devoluta alle Camere del Lavoro ed alle altre Associazioni di arti e mestieri;
2° di una lotta più ampia e intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.) per trasformarli, da strumento che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante;
i lavoratori italiani, che si propongono la emancipazione della propria classe, deliberano:
di costituirsi in Partito, informato ai principi suesposti e retto dal seguente ‘Statuto, Costituzione del Partito’ (…)” ;

notando che, a fianco di una corretta visione classista della società (invero un po’ semplificata), compare principalmente una forte denuncia morale delle enormi disuguaglianze tra proletari e capitalisti, nonché della inclinazione delle istituzioni statali a proteggere e conservare tali disuguaglianze. Per quello che concerne il Socialismo il livello programmatico è davvero embrionale (vedi le nostre sottolineature del testo): vi è una versione estremamente edulcorata della nota idea comunista “da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”, unita a una vaga promessa di “socializzazione” dei mezzi di produzione e di “gestione sociale della produzione” (senza spiegazione alcuna dei termini). Ma diamo pure per valida, pur con mille dubbi e perplessità, la descrizione programmatica del Socialismo contenuta nel programma di fondazione del PSI e ammettiamo per un attimo dunque che tutti i militanti del PSI volessero coscientemente il Socialismo. Parliamo comunque di un partito che dal 1897 al 1909 passa da 27.281 a 31.960 iscritti, per raggiungerne gli 81.463 nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, fino a toccare il tetto massimo di 216.327 iscritti nel 1921 come reazione alla scissione comunista [14]. Nel periodo dell’Occupazione delle Fabbriche (autunno del 1920) possiamo quindi realisticamente stimare una militanza di circa 150.000 iscritti; certo ancora poca cosa (il 3,8%!) rispetto ai circa 3,9 milioni di lavoratori industriali e dei servizi menzionati nel paragrafo precedente (volendo escludere quindi braccianti e impiegati). Ma da questa modesta capacità di reclutamento dei militanti sarebbe sbagliato dedurre una scarsa importanza del PSI nella società italiana. Al contrario, la sua influenza diventa progressivamente sempre più forte anche se sembra quella di un partito per “la promozione e il riscatto dei lavoratori” più che per il Socialismo. Una realtà essenzialmente “laburista” e riformista in cui i tre canali tipici dei partiti della Seconda Internazionale sono sfruttati a pieno: competizione elettorale, carta stampata e azione sindacale. Nel primo la crescita del consenso è davvero notevole: dal 2,95% dei voti nel 1897 al 17,62% nel 1913, fino al 32,28% nel 1919 (pari a 1.834.792 voti) e al 24,69% (pari a 1.628.753 voti) nel 1921 [14], anche se questa espansione deve tener conto delle due riforme elettorali (del 1912 e del 1918) che introducono gradualmente il suffragio universale maschile, la prima ai maggiori di 30 anni, la seconda ai maggiori di 21 anni. Per quello che concerne la stampa, ricordiamo qualche numero circa le vendite dell’organo del partito, il celebre Avanti!: fondato nel 1896 dal liberal-socialista Leonida Bissolati, fu l’unico delle quaranta e più pubblicazioni del PSI a raggiungere una tiratura su scala davvero nazionale: partendo da soli 3.000 abbonati nel primo anno di vita, l'Avanti! salì a 30-45.000 copie nel 1913 e a 60-75.000 copie nei primi mesi del 1914 [15]. Come terzo fattore è rilevante citare la crescita della summenzionata CGdL, l’importante centrale sindacale socialista fondata, su impulso del riformista Rinaldo Rigola, nel 1906 dall’unione di varie leghe di resistenza e federazioni, insieme ad oltre 700 piccoli sindacati locali. Essa ebbe un totale immediato di 250.000 tesserati, che nel 1918 diventarono 600.000 e nel 1919 oltre un milione [16]. Orbene, nel 1920 la sindacalizzazione dei lavoratori italiani raggiungerà l’astronomica cifra di circa 3,5 milioni di tessere, di cui ben 2.150.000 relative alla CGdL e 500.000 all’USI (un sindacato autogestionario fondato nel 1912).
In conclusione, cosa possiamo imparare da questo breve paragrafo sul PSI e sulla sua azione nella classe lavoratrice italiana dell’inizio del XX secolo? Che pur riscontrando grosse difficoltà nel propagandare l’idea stessa di Socialismo, persino in una versione molto semplificata e annacquata, il partito comincia ad acquisire gradualmente una certa rilevanza, anche se non enorme, utilizzando a fianco della carta stampata anche i tipici mezzi del laburismo riformista (programmi elettorali accattivanti e filo-operai, promozione di sindacati e cooperative ecc.). Un esempio è il cosiddetto “programma minimo” del 1900, approvato dal VI Congresso Nazionale per le elezioni politiche, dove la parola “Socialismo” neppure compare! Poi però, dopo il breve periodo bellico (maggio 1915 – novembre 1918), succede qualcosa di inaspettato, anche per i dirigenti socialisti, e il partito sembra, in apparenza, divenire per un biennio l’arbitro della società italiana. Sarà l’effetto congiunto della Grande Guerra e della Rivoluzione Russa, che dovremo necessariamente esaminare per riportare l’Occupazione delle Fabbriche alla sua dimensione reale al di fuori del mito.

I Massimalisti

Il PSI, come molti altri partiti della Seconda Internazionale, non presentava una grande compattezza interna, ma all’opposto era diviso in correnti spesso in forte polemica tra loro. In qualche modo questo era il portato delle modalità con cui il partito era venuto alla luce: un’unione un po’ frettolosa di militanti, sia borghesi sia operai, dalle origini più disparate: ex-mazziniani democratici e repubblicani, radicali massoni e anticlericali, studiosi e propagandisti marxisti, dotti professori positivisti, ex-anarchici bakunisti non completamente pentiti, sindacalisti focosi e impulsivi ecc. Tuttavia la dialettica interna fece presto (nel 1900-1902) cristallizzare due grossi blocchi contrapposti: i “riformisti” di Filippo Turati e Leonida Bissolati e i “rivoluzionari” di Arturo Labriola ed Enrico Ferri. I primi furono sicuramente molto più influenti sul piano sindacale, parlamentare e inizialmente della stampa, ma vennero spesso sospettati di “ministerialismo” (ipotetica collusione con i governi liberali), mentre i secondi primeggiarono nella propaganda e nell’agitazione, sfruttando i molti episodi di malcontento che periodicamente opponevano il povero proletariato italiano non solo al padronato, ma anche al governo e alle sue forze dell’ordine. Dopo un iniziale prevalere dei riformisti, nel 1904 si affermano per un biennio i rivoluzionari (con la segreteria di Ferri), per poi cedere di nuovo le redini del partito a un’alleanza tra i riformisti e i cosiddetti “integristi” (oggi diremmo i “centristi”) di Oddino Morgari. L’espulsione degli anarco-sindacalisti nel 1907 e lo scivolamento di Ferri verso il centro “integrista”, smorzano per un po’ le polemiche interne al partito, che ritorna de facto al riformismo turatiano nel 1908 con la segreteria di Pompeo Ciotti. Ma questa calma, solo apparente, viene definitivamente perduta nel 1912 durante il XIII congresso, dove prevalgono le istanze rivoluzionarie di Costantino Lazzari e viene espulso Bissolati con i suoi collaboratori (ovvero i riformisti più a destra), sia per la sua debole opposizione alla conquista della Libia, ma ancora di più per essersi recato di sua iniziativa al Quirinale durante le consultazioni governative. Il giovane massimalista Benito Mussolini diviene direttore dell’Avanti!. Da questo momento in poi il PSI svilupperà un’anomala evoluzione verso un radicalismo sempre più spinto che lo porterà, dopo i moti della Settimana Rossa (7-14 giugno 1914), cosa quasi unica nella Seconda Internazionale, a un’intransigente opposizione alla Grande Guerra e, successivamente con il XV congresso di Roma del settembre 1918 e il XVI congresso di Bologna dell’ottobre 1919, addirittura a un entusiastico appoggio alla Rivoluzione d’Ottobre e al progetto bolscevico di una III Internazionale. Le parole d’ordine del PSI divengono quindi "repubblica socialista" e "dittatura del proletariato".
Nel frattempo la maggioranza massimalista del partito aveva iniziato a trattare la corrente riformista di Turati con sempre maggior fastidio, come una sorta di corpo estraneo all’organizzazione, da sopportare soltanto per i suoi meriti passati, la sua abilità parlamentare e, soprattutto, per i suoi forti legami con la CGdL di D’Aragona e Buozzi. L’espulsione finale arriverà solo nel 1922 dietro pesanti pressioni del Komintern nel tentativo, peraltro fallito, di recuperare lo strappo con i comunisti. Il lungo periodo della segreteria Lazzari (10 luglio 1912 - 24 gennaio 1918 e poi ancora 20 novembre 1918 - 22 marzo 1919) è anche quello che vede l’astro nascente di Mussolini, il quale, fino all’espulsione definitiva per bellicismo nel 1914, sarà uno dei capi rivoluzionari del partito insieme a Lazzari stesso e a Giacinto Menotti Serrati, quest’ultimo particolarmente ispirato dai bolscevichi russi. Ma cosa significava nel contesto italiano essere un socialista “rivoluzionario” (ovvero “massimalista”) nel periodo 1904-1917? E cosa invece dopo la Rivoluzione d’Ottobre, che fu discussa e accolta nel XV e nel XVI congresso del partito? Si tratta di due domande importanti per capire la nascita di tante illusioni circa il Biennio Rosso e, soprattutto, l’Occupazione delle Fabbriche, anche se data la brevità del presente articolo non potremo certamente studiare con cura le varie sfumature del pensiero socialista in Enrico Ferri, Arturo Labriola, Costantino Lazzari, Benito Mussolini o Giacinto Menotti Serrati. E in effetti non ce ne sarebbe neppure realmente bisogno, in quanto, almeno secondo una celebre definizione dello storico Gaetano Arfè [17], “la corrente di sinistra arriva al governo del partito con un bagaglio di idee assai poco pesante e altrettanto poco ordinato su quel che debba essere la propria parte”. L'ascesa della corrente “intransigente rivoluzionaria”, secondo la denominazione che ne davano i suoi stessi membri, appariva quindi come l'affermarsi di una linea politica assai intransigente sul piano verbale, ma poco rivoluzionaria su quello della teoria: le argomentazioni di Lazzari e dei suoi alleati erano molto aspre e dettagliate su cosa rifiutare del riformismo turatiano e sindacale, ma molto schematiche e povere sulla strategia generale del partito. In un certo senso quindi, si può sostenere che l'ala massimalista non avesse preparato in alcun modo la propria ascesa, ma fosse stata sospinta in avanti dalla radicalizzazione di alcuni importanti strati della classe lavoratrice italiana, i quali rifiutavano il cosiddetto “imperialismo straccione” (fortunata citazione di Lenin) di un paese che, pur senza aver risolto i suoi atavici problemi e le sue arretratezze, pretendeva di scimmiottare le grandi potenze europee. Forse dai discorsi roboanti a metà tra marxismo e evoluzionismo spenceriano di Enrico Ferri, dalle suggestioni anarco-sindacaliste di Arturo Labriola (chiaramente influenzate da Georges Sorel e da Francesco Saverio Merlino), dalla rozzezza argomentativa di Costantino Lazzari e Nicola Bombacci e dall’esaltata violenza superomista di Benito Mussolini, più nietzscheano che marxista, si distinguevano, almeno in parte, le posizioni politiche di Giacinto Menotti Serrati, il massimalista più lucido del PSI, almeno fino a quando non inizia a parteggiare apertamente per il bolscevismo nell’agosto del 1917 con il celebre articolo dell’Avanti! dal titolo “Viva Lenin!”. Serrati, pur autore di un interessante studio sulle penose condizioni delle carceri italiane del suo periodo [18], è però un uomo essenzialmente pratico, un viaggiatore cosmopolita con una vena di avventurismo, un abile organizzatore capace di usare la rivoltella con la stessa maestria della penna. La sua forte simpatia per i bolscevichi inizia, auspice l’italo-russa Angelica Balabanoff, nelle due famose riunioni dei socialisti europei contro la guerra a Zimmerwald (settembre 1915) e a Kienthal (aprile 1916), dove si contrappongono la posizione di Kautsky e Trockij (“pace senza annessioni né riparazioni”) a quella di Lenin e Luxemburg (“trasformare la guerra imperialista in guerra di classe”). Naturalmente Serrati e la Balabanoff vengono progressivamente conquistati dal carisma di Lenin. Ma è soprattutto la concezione bolscevica del partito-avanguardia, fatto di quadri estremamente disciplinati, veri professionisti della rivoluzione, a convincere erroneamente Serrati che, essendo il partito l’unico strumento del proletariato per la conquista del potere, sia necessario trasformare il caotico e magmatico PSI in un’organizzazione leninista di massa per ripetere in Italia l’esperienza dell’Ottobre Rosso. Sul culto del partito rivoluzionario Serrati è addirittura più leninista di Bordiga e Gramsci, che pure, alla lunga, gli saranno preferiti da Lenin e Trockij. Infatti Serrati disprezza (o comunque svaluta) i “consigli operai” (detti soviet in quel periodo) e tutta la “mistica consiliarista” tanto cara alla corrente astensionista-comunista del PSI. Pensa infatti, un po’ come Lenin nel luglio del 1917 (ma a differenza di Trockij), che un partito ben organizzato e saldamente radicato nelle masse proletarie possa conquistare il potere anche senza aver egemonizzato gli eventuali “consigli”. Eppure Serrati non si rivela disposto a seguire ciecamente i “21 punti di Lenin” (ufficializzati il 7 agosto 1920) per condurre in porto l’adesione del PSI al Komintern e, in maniera caparbia, difende la libertà tattica dei socialisti italiani nell’opporsi all’espulsione dell’ala riformista, stante il suo forte controllo della CGdL. Mosca sarà però irremovibile e fomenterà di lì a poco la scissione della corrente astensionista-comunista (benché Lenin [19] sullo specifico problema elettorale fosse chiaramente vicino alle posizioni “partecipazioniste” di Serrati) che si costituirà in Partito Comunista d’Italia. Ma qui siamo già nel gennaio del 1921, ovvero mesi dopo la fine dell’Occupazione delle Fabbriche. Per completezza ricordiamo solo che, nonostante la successiva espulsione dei riformisti dal partito socialista (già citata), il PSI massimalista “puro” non verrà ammesso al Komintern in quanto il XX congresso socialista di Milano del 1923 rifiuterà un’umiliante fusione con il PCdI (mozione Nenni-Vella). Serrati, perseguitato dai fascisti, deluso e seguito soltanto da pochi fedelissimi (i cosiddetti “terzini”) chiederà nel 1924 l’adesione individuale al partito comunista dove però non avrà mai incarichi di rilievo fino alla morte sopraggiunta nel 1926.
Per concludere il paragrafo non possiamo non ricordare l’acuta critica di Filippo Turati al massimalismo italiano successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, pronunciata durante il XVI congresso di Bologna. Nel suo memorabile discorso del 7 ottobre 1919 parlò, tra le altre cose, di una “infatuazione mitica” per il bolscevismo che si era impadronita della maggioranza del partito e che allontanava la classe proletaria dalla vera rivoluzione socialista: “Ecco perché la teoria della violenza – se anche fosse plausibile in Russia – non si potrebbe applicare in Italia. (…) Noi allontaniamo dalla rivoluzione le stesse classi proletarie. Perché è chiaro che, mantenendole nell’aspettazione messianica del miracolo violento, nel quale non credete e pel quale non lavorate se non a chiacchiere, voi le svogliate dal lavoro assiduo e penoso di conquista graduale, che è la sola rivoluzione possibile e fruttuosa” [20]. Pur non accettando il sottofondo riformista e gradualista della sua critica, non potremmo caratterizzare meglio l’effetto negativo del bolscevismo sul PSI massimalista di quei mesi, che di fatto riportava il movimento operaio italiano alla fase blanquista e insurrezionalista di almeno quarantacinque anni prima.
La vacuità teorica del massimalismo anteguerra, che forse sarebbe potuto evolvere, almeno in parte, verso l’autentico Socialismo, era stata di colpo colmata dal bolscevismo leninista, con tutte le sue lusinghe e le sue ambiguità, ma in maniera approssimativa, frettolosa e agiografica, in modo tale, alla lunga, da non soddisfare nemmeno quest’ultimo. Questa ‘malattia russa’ del massimalismo italiano, il quale negli anni ’30 in esilio si era riannodato al riformismo post-turatiano di Saragat e Faravelli, sarebbe riesplosa ancora una volta durante la Guerra di Spagna e la Seconda Guerra Mondiale sotto forma del mito antifascista dell’URSS di Stalin, con i pesanti strascichi dell’unità d’azione con il PCI, della scissione riformista di Palazzo Barberini, del Fronte Popolare del 1948 e, in ultimo, della nascita del PSIUP che durò dal 1964 fino al 1972.

Il 1919

Il Biennio Rosso iniziò nel 1919, caratterizzato presto da una serie di intense lotte sociali: moti bracciantili, tumulti popolari contro il carovita, scioperi industriali e dei servizi, occupazioni di terre incolte. Le agitazioni, inizialmente localizzate nel Settentrione e nel Centro, si estesero rapidamente a tutto il paese e furono spesso accompagnate da manifestazionipicchetti e scontri con le forze dell’ordine. Ma quale fu la ragione principale di tali imponenti lotte, che nel 1919 totalizzarono oltre 1.800 scioperi economici e più di 1.500.000 scioperanti [21], allargandosi poi a tutti i settori, incluso quello degli impiegati pubblici? L'economia italiana era allora in una situazione di grave crisi che, iniziata già durante la Grande Guerra, sarebbe durata a lungo: il reddito nazionale nel biennio 1917-18 era sceso drasticamente e fino al 1923 restò ben sotto ai livelli dell’anteguerra, causando quindi un radicale peggioramento del tenore di vita dei ceti popolari (alcune statistiche parlano per il 1918 di un calo dei salari reali del 35,4% rispetto al valore del 1913 [21]). Al livello macroeconomico questo calo si accompagnava a un aumento del debito pubblico (il 124% del prodotto interno lordo nel 1919 [21]), a un aggravio del deficit della bilancia dei pagamenti, al crollo del valore della lira e, ovviamente, a un’impennata dell’inflazione che causò la diminuzione generalizzata dei salari reali. Ma mentre gli operai industriali e dei servizi scioperavano principalmente per gli aumenti salariali e i miglioramenti delle condizioni di lavoro (per esempio, la riduzione dell'orario giornaliero a non oltre otto ore fu ottenuta nelle grandi industrie proprio nell'aprile del 1919), nelle campagne, dove avvennero scioperi davvero imponenti (nel solo 1919 più di 500.000 persone [21]), si ebbero obiettivi differenti da categoria a categoria: i sindacati dei braccianti avventizi lottavano per ottenere il monopolio del collocamento e il cosiddetto “imponibile di manodopera” (ossia l’obbligo per gli agrari di assumere un numero fisso di braccianti contrattato coi sindacati), mentre i mezzadri e i salariati agricoli fissi cercavano di ottenere dalla proprietà fondiaria dei nuovi contratti (i cosiddetti “patti agrari”) a loro più vantaggiosi. Allo stesso tempo si verificarono nel Lazio e nell’Italia Meridionale importanti lotte per l'occupazione delle terre incolte del latifondo da parte di braccianti, coloni e piccoli coltivatori diretti, mentre dappertutto, tra la primavera e l’estate del 1919, si verificò un'ondata di proteste contro l’ingente aumento dei prezzi dei beni di consumo primari.
Fino al giugno 1919 il ruolo del PSI nelle agitazioni non fu particolarmente marcato, poi il partito indisse per il 20 e il 21 luglio la prima grande manifestazione politica, in concomitanza con uno sciopero generale (che gli anarchici, sconfitti, avrebbero voluto senza limiti). Nonostante i toni abbastanza cauti dell'Avanti!, alcuni elementi proletari più radicalizzati e parzialmente influenzati dall’anarco-sindacalismo si convinsero che stesse per scoccare finalmente la "grande ora" e pensarono quindi a uno sciopero espropriatore con valenza "rivoluzionaria". In realtà esso si svolse in relativa tranquillità grazie anche ai ripetuti appelli alla moderazione da parte dei sindacalisti riformisti (in primis Ludovico D'Aragona, il segretario confederale della CGdL), cosicché quasi ovunque i servizi pubblici continuarono a funzionare. La mancata rivoluzione, che era stata goffamente preannunciata dai tanti proclami dei fogli anarchici e massimalisti, favorì nei fatti proprio il governo liberal-progressista del radicale Francesco Saverio Nitti e coagulò la nascita di una sorta di vasto “blocco d’ordine”, anti-socialista e anti-anarchico, comprendente radicali, democratici, liberali, conservatori insieme a reduci, nazionalisti, futuristi dannunziani. Delle forze borghesi solo i repubblicani simpatizzarono, almeno in parte, con gli scioperanti, pensando di poter ripetere l’esperienza tedesca e austriaca, in cui gli operai socialdemocratici erano stati abilmente utilizzati come strumento per la liquidazione delle rispettive monarchie imperiali.
L’atteggiamento del PSI, come si è già detto, cambiò nettamente dopo il XVI congresso dove trionfò la mozione di Serrati, che aveva come obiettivo immediato la creazione di una "repubblica socialista" su modello sovietico Quattro furono i punti esplicitamente menzionati:
a) la Rivoluzione bolscevica venne dichiarata il modello d’azione del Partito Socialista Italiano;
b) conseguentemente il partito decise di aderire all'Internazionale Comunista;
c) si riconobbe che il partito avrebbe potuto ricorrere alla violenza se ciò fosse stato necessario per il conseguimento dei suoi fini (ovvero avrebbe potuto usare il metodo del “terrore rivoluzionario” se fosse stato costretto);
d) tra questi fini c'era la distruzione dello Stato borghese, la realizzazione della dittatura del proletariato e la costruzione di un "nuovo ordine comunista".
In pratica la mozione massimalista si distingueva dalla terza mozione, quella di Amadeo Bordiga, solo per pochi ma importanti dettagli: mentre i massimalisti ritenevano che la rivoluzione fosse comunque inevitabile e l'attendevano in modo tutto sommato passivo, la frazione bordighista (autoproclamatasi “comunista astensionista”), forse più coerente con l'esempio leninista, riteneva doveroso adoperarsi per la riuscita dell’insurrezione. In effetti Bordiga era pienamente convinto dell'incompatibilità assoluta tra Socialismo e democrazia e riteneva quindi che il partito socialista non avrebbe dovuto partecipare alle imminenti elezioni politiche del 16 novembre del 1919, proprio quelle, come si è visto, dove il PSI raggiunse risultati davvero spettacolari: 1.834.792 voti validi su 5.793.507 votanti [14] (maschi maggiori di 21 anni). Assumendo per il 1919 una quota di lavoratori dipendenti pari al 61,3% degli attivi [11], possiamo stimare (benché molto approssimativamente) che ben il 52-53% dei lavoratori (o ex-lavoratori) dipendenti abbia scelto il PSI e il suo programma. Un programma elettorale che, sebbene non fosse più quello “minimo”, esplicitamente riformista, del 1900, manteneva di certo molte ambiguità sulla natura della rivoluzione e ancora di più su cosa si intendesse con il termine “Socialismo”. Per saggiarne il tono volutamente retorico, tipico del massimalismo di Serrati, Bombacci, Gennari e Salvadori, riportiamone il brano più saliente e ispirato: «Non è un voto che vogliamo da voi, è una promessa, un atto di fede. Votando per la scheda sulla quale è l’insegna, levata in alto, della Repubblica socialista del mondo [ossia la falce e il martello contornati da due spighe di grano - nota dell’autore - ], voi, proletari d’Italia, direte di voler muovere lotta diretta alla conquista della vostra emancipazione. Su quella insegna sta scritto: “Tutto il potere al proletariato. Chi non lavora non mangi” (…)» [22]. Ovviamente la scelta apparentemente “eversiva” del partito e la totale contestazione delle istituzioni monarchiche poneva il PSI automaticamente e stabilmente all'opposizione. Così i vari governi liberali che si succedettero dopo novembre 1919, fino alla Marcia su Roma, poterono reggersi solo grazie all'appoggio esterno del Partito Popolare, una nuovissima forza politica di matrice cattolica (espressione principalmente dei coltivatori diretti e della piccola borghesia non nazionalista) che aveva totalizzato nel 1919 ben il 20,53% dei voti.

Il 1920

Il nuovo anno, quello cruciale per la nostra vicenda, esordisce con una raffica di scioperi ancora più intensi di quelli dell’anno precedente e ciò non deve sorprendere dato che, come scrive Candeloro [21], nel 1920 ebbero luogo più di 2.000 scioperi con oltre 2.300.000 aderenti.
A marzo scoppiano gli scioperi dei metalmeccanici. In particolare alla FIAT di Torino avviene il famoso “sciopero delle lancette, così chiamato per l'episodio che diede origine alla vicenda: la lotta contro l’ora legale di derivazione bellica (che anticipava in modo insopportabile l’orario di ingresso), il braccio di ferro tra la proprietà e la Commissione Interna e il successivo licenziamento di tre suoi membri. Gli operai metalmeccanici rispondono con uno sciopero di solidarietà ai licenziati che coinvolge tutte le officine metallurgiche torinesi. Gli industriali a loro volta reagiscono con una serrata, pretendendo come precondizione per la riapertura delle aziende, lo scioglimento dei Consigli di Fabbrica (appena sorti a Torino, su modello dei soviet russi, specie fra gli operai metallurgici in appoggio alle loro Commissioni Interne). Viene proclamato un imponente sciopero generale provinciale alla metà di aprile, tuttavia sia la direzione nazionale della CGdL che quella del PSI si mostrano titubanti preferendo non estendere l’agitazione al resto del paese. Per questo motivo, ma anche a causa dell’invio da parte del governo di 50.000 soldati, gli operai torinesi interrompono lo sciopero il 24 aprile, accettando un accordo di fatto svantaggioso che non vede riconosciuti dalla proprietà i Consigli di Fabbrica, ma soltanto tollerati in modo informale. Eppure il fuoco continua a covare sotto la cenere: dopo le abituali manifestazioni di protesta del 1º maggio, disperse dalla polizia in vari luoghi (per esempio a Torino e Napoli), inizia un nuovo poderoso sciopero indetto contro il rincaro del pane. Esso indebolisce il governo Nitti portandolo alle dimissioni nel mese di giugno, ma non cessa con la nomina del vecchio Giolitti a Primo Ministro, anzi si salda con la rivolta dei Bersaglieri a Trieste e ad Ancona, i quali si rifiutano d’imbarcarsi per l’Albania (dove era prevista un’occupazione militare italiana) sparando sugli ufficiali e causando due morti e vari feriti. Per la prima volta l’opinione pubblica borghese comincia ad avere paura: si teme l’intesa tra gli operai industriali e i militari scontenti, esattamente come nella Russia dell’ottobre 1917. Da Ancona la rivolta si spanderà poi al resto delle Marche, all’Umbria, a Roma, alla Romagna, fino alla Lombardia, tenuta in vita dallo sciopero dei ferrovieri della USI che bloccheranno per giorni l’arrivo ad Ancona delle Guardie Regie per la pubblica sicurezza (create in funzione anti-insurrezionale proprio nell’ottobre del 1919). Sarà poi la Marina Militare, dopo un intenso cannoneggiamento della città, a riportare definitivamente l’ordine il 28 di giugno.
Tra il giugno e l’agosto del 1920 si svolge una durissima trattativa tra la FIOM, in rappresentanza dei metalmeccanici della CGdL (seguita presto da altri sindacati) e la Federazione degli Industriali Meccanici e Metallurgici allo scopo di adeguare i salari degli operai ai consistenti aumenti del costo della vita. Si arriva presto al muro contro muro anche a causa degli attriti personali tra il leader sindacale Bruno Buozzi e l’avvocato Edoardo Rotigliano, noto nazionalista e rappresentante dell’ILVA, quando si cominciano a mettere in discussione i sopraprofitti padronali dovuti alle laute commesse belliche del periodo 1915-1918 [23]. La FIOM reagisce con la formula dell’ “ostruzionismo senza sabotaggio”: ridurre la produzione al minimo osservando le norme in modo scrupoloso e rifiutando sia cottimo che straordinari. La reazione padronale però non si fa attendere: il 30 agosto iniziano le serrate alle Officine Romeo, anche contro i moniti prefettizi, alle quali la FIOM milanese contro-reagisce deliberando subito l’occupazione delle fabbriche che comincia dalla famosa industria automobilistica Isotta Fraschini. Il giorno seguente la serrata degli stabilimenti metalmeccanici assume un carattere nazionale, seguita, quasi ovunque, dall’occupazione operaia che arriverà a mobilitare 400.000 lavoratori metalmeccanici (con in aggiunta anche 100.000 unità appartenenti ad altri settori industriali [23]). Il Primo Ministro Giolitti comprende che bisogna far continuare la protesta pacificamente impedendo che le forze dell’ordine entrino nelle fabbriche occupate, evitando così di dare un carattere politico ed eversivo a una vicenda che la stessa CGdL riformista considera come puramente sindacale. Solo a Genova, in un cantiere navale, le Guardie Regie perdono la testa e uccidono un occupante ferendone altri due. Certamente la produzione cala quasi ovunque per ovvi problemi di approvvigionamento e di contabilità anche se a Torino il livello di autogestione operaia è davvero notevole grazie alla collaborazione tra operai (Consigli di Fabbrica), sindacati (Camere del Lavoro), altri lavoratori (Cooperative) e cittadini favorevoli all’occupazione (Comitati): i prodotti industriali delle fabbriche autogestite furono in parte venduti o regalati, ma più spesso le vettovaglie vengono donate agli scioperanti sotto forma di collette, insieme anche ad armi e residuati bellici da usare solo a scopo difensivo da parte delle vedette operaie note come “Guardie Rosse”. Notevole è anche il ruolo dei ferrovieri e dei loro sindacati nel rallentare gli spostamenti delle famigerate Guardie Regie e nel rifornire gli occupanti di carbone, viveri e altri generi di conforto.
Tuttavia, nonostante il prudente neutralismo giolittiano, l’occupazione cominciava ad avere inevitabili risvolti politici: gli industriali reclamavano a gran voce lo sgombero delle fabbriche come precondizione per riaprire le trattative con la FIOM, mentre quest’ultima era ormai esautorata dal direttivo confederale della CGdL. Tra il 9 e l’11 settembre il sindacato e il partito socialista, in una serie di riunioni tese e convulse, decidono la strategia da seguire: i riformisti, maggioritari nella CGdL, sono per riaprire subito la vertenza con gli industriali e il governo, mentre i massimalisti e gli astensionisti, più forti nel partito, parlano apertamente d’insurrezione e di presa del potere. Tuttavia i socialisti torinesi, anche se radicali e molto attivi nel movimento delle occupazioni (come Gramsci, Terracini, Tasca e Togliatti, tutti legati al giornale l’Ordine Nuovo su posizioni filo-sovietiche) non si fidano dei loro vertici nazionali e mantengono un atteggiamento assai guardingo. Credono infatti che i leader del partito e del sindacato li lascerebbero da soli, come utili capri espiatori, nel caso che un’insurrezione dovesse riuscire nella sola città di Torino fallendo altrove. Ad ogni modo il 20 settembre la CGdL sblocca la situazione con un ultimatum: se il PSI volesse prendere le redini del movimento per scatenare la rivoluzione, i dirigenti sindacali sarebbero pronti a dimettersi in blocco. Voi - dice D’Aragona ai capi del partito -  credete che questo sia il momento per far nascere un atto rivoluzionario; ebbene assumetevi la responsabilità. Noi non ci sentiamo di assumere questa responsabilità, di gettare il proletariato al suicidio, vi diciamo che ci ritiriamo e diamo le nostre dimissioni [24]. Ma i capi del partito sentono che senza i dirigenti della CGdL non sarebbe possibile proseguire sulla via rivoluzionaria. A questo punto la segreteria del PSI (guidata da Egidio Gennari) lascia cadere la sua proposta rimettendo ogni decisione sulla continuazione della lotta al Consiglio Nazionale della CGdL del giorno seguente, dove si affrontano due mozioni contrapposte: una propone di lasciare “alla Direzione del Partito l'incarico di dirigere il movimento indirizzandolo alle soluzioni massime del programma socialista, e cioè la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio”; mentre l’altra prevede quale obiettivo immediato della lotta, non la rivoluzione, ma solo “il riconoscimento da parte del padronato del principio del controllo sindacale delle aziende”. Vince la seconda e anche la segreteria del PSI, che da statuto avrebbe avuto il diritto d’invalidarla, l’accetta. Questa decisione però scaverà un solco sempre più profondo tra i massimalisti da un lato e gli “ordinovisti” dall’altro, i quali, infatti, dopo violente polemiche [25] si coalizzeranno coi seguaci di Bordiga il mese dopo (il 20 ottobre 1920).
Tramontata ogni velleità rivoluzionaria e autoesclusosi il PSI, il governo Giolitti prese l’iniziativa di mediare tra le parti, arrivando faticosamente (soprattutto per le forti resistenze padronali) allo storico accordo di Roma del 19 settembre 1920, il quale stabiliva aumenti salariali e miglioramenti contrattuali in termini di ferie e licenziamenti, ma prescriveva lo sgombero immediato delle fabbriche occupate. Vi era pure un generico impegno governativo (di fatto mai attuato) a formulare una legge sulla cogestione operaia delle aziende [23], argomento che interessava molto l’ala riformista turatiana. La fine delle occupazioni avvenne così, pacificamente, tra il 25 e il 30 settembre, con i lavoratori convinti di aver conseguito un’importante, seppur parziale, vittoria. Il concordato definitivo tra FIOM e Confindustria venne poi perfezionato il 1° ottobre a Milano chiudendo definitivamente la vicenda.
Il PSI, nonostante il suo ruolo abbastanza defilato nell’episodio delle occupazioni, riesce a lucrare un buon successo (specie in Toscana e in Emilia) nelle elezioni amministrative della prima settimana di novembre, anche se i liberali escono ancora vincitori, seppur di misura, nei due baluardi industriali di Torino e Milano. I socialisti si aggiudicano la maggioranza in 26 dei 69 consigli provinciali e in 1.915 comuni su 8.346 [21]. Si notano però due tendenze nuove: il PSI ha perso un po’ del seguito del 1919 e i partiti anti-socialisti, seppure ideologicamente lontani (per esempio, liberali e popolari), tendono talora ad allearsi al livello locale nei cosiddetti “blocchi nazionali”, i quali cominciano ad ospitare frequentemente anche elementi ultra-nazionalisti. Questi ultimi iniziano la loro folgorante ascesa politica proprio in queste settimane le quali vedono per la prima volta un ricorso massiccio alla violenza intimidatoria dei cosiddetti “squadristi”. Al contrario, le presunte violenze proletarie del Biennio Rosso furono in quegli anni molto sopravvalutate dalla stampa, se non addirittura mitizzate, mentre i morti ammontano, secondo l’imparziale Gaetano Salvemini [26] (che non simpatizzava né col governo Giolitti, né col suo ex-partito, il PSI), a non più di 65 persone in due anni, da confrontarsi con i 131 lavoratori uccisi da parte delle forze dell’ordine o di civili anti-socialisti, ma per lo più, va precisato, in un contesto rurale e bracciantile.

Conclusioni

Riteniamo di aver dimostrato con un certo dettaglio la nostra tesi iniziale, ovvero il carattere mitico e non storico di un’ipotesi socialista rivoluzionaria associata al Biennio Rosso in generale, e all’Occupazione delle Fabbriche in particolare. L’immaturità del capitalismo italiano di quel periodo, in cui una larga porzione di lavoratori salariati era ancora misera, poco istruita e non particolarmente attratta da un programma genuinamente socialista (perché legata al mondo rurale e bracciantile), rendeva obiettivamente impossibile o, perlomeno largamente improbabile, un esito rivoluzionario mirante al superamento del capitalismo. In aggiunta, il carattere essenzialmente laburista e riformista dell’azione politica e sindacale del PSI dalla sua fondazione fino almeno alla Guerra di Libia, non poteva che corroborare tale impossibilità in quanto questo partito veicolava implicitamente l’idea che le condizioni della classe lavoratrice potessero migliorare in maniera continua e graduale, come nei paesi capitalisti più progrediti, in modo praticamente illimitato, trasferendo così il concetto stesso di “Socialismo” in un futuro sempre più lontano e sfumato. Tuttavia per onestà intellettuale abbiamo anche notato come a partire dal 1912, e più ancora nel periodo bellico, fosse emersa vittoriosamente nel partito una tendenza intransigente, massimalista e verbalmente rivoluzionaria come effetto del malcontento popolare per le costose imprese militari che, pur galvanizzando la media e la piccola borghesia nazionalista, risultavano essenzialmente odiose e incomprensibili agli occhi dei lavoratori italiani. Ma la vacuità e la superficialità di tali correnti impedì in Italia l’inizio di un vero e proprio processo di sedimentazione del socialismo “impossibilista” come avvenne invece negli Stati Uniti d’America (il SLP, rifondato da Daniel de Leon nel 1890), in Gran Bretagna (il SPGB, nel 1904), in Canada (il SPC, sempre nel 1904), nei Paesi Bassi (il SDP, nel 1907) e in Germania (lo Spartakusbund, nel 1914). Anzi, all’opposto, appena la rivoluzione russa vide trionfare il bolscevismo, con la sua mistica dei soviet e la sua violenta dittatura di partito tutta tesa all’edificazione del capitalismo di stato sulle ceneri dell’impero zarista, i massimalisti del PSI identificarono le loro sorti, in modo ingenuo e acritico, con quelle del nascente Komintern. Ovviamente con questo non intendiamo dire che tutti i movimenti “impossibiliti” appena citati non avessero subito in alcun modo il fascino dell’Ottobre Rosso di Lenin e Trockij. Tuttavia i loro “anticorpi ideologici” reagirono prontamente opponendosi alle chimere del bolscevismo internazionale. Così gli eredi più autentici di queste formazioni olandesi e tedesche (rispettivamente, la KAPN e la KAPD) già nel 1921 denunciavano a gran voce il Komintern e la sua pericolosa influenza sul movimento operaio mondiale [27]. Nel PSI questo non avvenne e il partito continuò per decenni ad oscillare a fasi alterne tra bolscevismo e riformismo senza elaborare alcuna profonda critica ad entrambi, ma limitandosi, nei casi migliori, a riprendere le tematiche conciliatorie care all’austromarxismo di Otto Bauer e Max Adler.
Tornando ai rapporti tra massimalisti e Occupazione delle Fabbriche è interessante il giudizio del leader forse più importante del PSI di quel periodo, Giacinto Menotti Serrati, che in una lettera dell’aprile 1921 al giornalista comunista Jaques Mesnil scrive: Mentre tutti parlavano di rivoluzione, nessuno la preparava (…). La famosa occupazione delle fabbriche, che fu un atto sindacale compiuto in concomitanza di interessi colla borghesia giolittiana, fu interpretata come una decisa azione rivoluzionaria e non era invece che un aspetto (…). Ora la borghesia, impaurita dal nostro abbaiare, morde e morde sodo. Si difende accanitamente, quasi [come] prima dell’attacco.” Il testo lascia davvero di stucco visto che i massimalisti (Serrati in primis) avevano predicato per tutto il 1920 l’inevitabilità della rivoluzione e del metodo violento per abbattere lo Stato borghese, nonché la necessità di passare alla formazione e all’organizzazione del cosiddetto “esercito rosso”. Presa di coscienza, benché tardiva, dell’enorme abbaglio subito o ennesima acrobazia politica motivata dall’opposizione al gruppo torinese di “Ordine Nuovo” confluito nel PCdI pochi mesi prima? Non lo sappiamo, ma sia Candeloro [21] che Spriano [23] (benché quest’ultimo sia stato uno storico piuttosto vicino al PCI togliattiano) sembrano condividere l’opinione di Serrati, negando chiaramente che l'Occupazione delle Fabbriche avesse realmente la possibilità di costituire l'occasione di una rivoluzione vittoriosa. Invece è certo che il mito della “rivoluzione socialista mancata” proprio all’ “Ordine Nuovo” va fatto risalire. Uno dei suoi intellettuali di punta, Antonio Gramsci, affermò esplicitamente nel 1926, qualche anno dopo gli eventi, che:
“Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito Socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito Comunista” [25].
Successivamente la vulgata dell’infallibilità analitica di Gramsci, tanto cara alla sinistra italiana a partire dagli anni ’50 (e incomprensibilmente in grado di accomunare stalinisti, maoisti, trotzkisti ed eurocomunisti) s’incaricò di fare assumere a questo giudizio un carattere quasi dogmatico: tutto fallì, in mancanza di un vero partito bolscevico, per il plateale tradimento dei dirigenti sindacali riformisti e l’insipiente ignavia dei dirigenti massimalisti del PSI. Ma paradossalmente non ci si rese conto che così facendo si andava semplicemente a recepire e a ripetere la più trita delle argomentazioni propagandistiche del fascismo il quale dipinse l'Occupazione delle Fabbriche come un episodio emblematico di un'epoca di profondi disordini, caratterizzato da gravi e ripetute violenze operaie e dal pericolo incombente di una rivoluzione comunista, pericolo che, in Italia, sarebbe stato sventato solo dal provvidenziale avvento di Benito Mussolini nell’ottobre del 1922.
In estrema sintesi, l’Occupazione delle Fabbriche fu solo un episodio dell’incessante lotta di classe tra lavoratori e capitalisti in Italia, sicuramente importante, ma forse meno del famoso “primo sciopero generale” del settembre 1904, dove il carattere anti-governativo e politico dell’azione fu ancora più forte. La mitizzazione dei fatti del 1920 non può quindi che essere attribuita alla prossimità della Rivoluzione d’Ottobre, non compresa nella sua vera essenza burocratica e capitalista di stato, ma equivocata come alba del Socialismo mondiale [28].


Bibliografia



[1] L’articolo è a pag. 1 ed è intitolato Cronache dell’ “Ordine Nuovo”, in L’Ordine Nuovo, n. 16 anno II, del 2 ottobre 1920.

[2] Un esempio tipico della visione dei trotzkisti sull’argomento si trova in un breve articolo del 2010:
[3] Si veda, per esempio, il celebre discorso di Filippo Turati al XVII Congresso del PSI (Livorno, 19 gennaio 1921), noto come “La Profezia di Turati”,  in cui si contesta punto per punto la visione bolscevica di Umberto Terracini:
https://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/discorso_di_turati_a_livorno.pdf
[4] Friedrich Engels a Filippo Turati in Milano (26 gennaio 1894): https://www.marxists.org/archive/marx/works/1894/letters/94_01_26.htm
[5] Si veda, per esempio, Il Manifesto del Partito Comunista (1848), un’opera giovanile e un po’ schematica, ma già abbastanza completa. Non si tralascino però le importanti prefazioni alle edizioni successive: da quella tedesca del 1872 a quella russa del 1893:
[6] Uno fra tutti è  il massimo ideologo dal Partito Socialdemocratico Tedesco di quegli anni, Karl Kautsky, certamente non un estremista, che tuttavia nel 1909 scrive un libro dall’eloquente titolo di “La via al potere” (Der Weg zur Macht ):
[7] Giovanni Montroni, La società italiana dall'unificazione alla Grande Guerra (Laterza, Roma-Bari, 2002).
[8] N. F. R. Crafts, Explorations in economic history, vol. 20, pagg. 387-401 (1983).
[9] Giovanni Federico,  Le nuove stime della produzione agricola italiana, 1860-1910: primi risultati e implicazioni, Rivista di storia economica,  vol. 3, pagg. 359-382 (2003).
[10] Guido Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo economico in Italia 1750-1913 (Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2014).
[11] Paolo Sylos Labini, Le classi sociali negli anni '80 (Laterza, Roma-Bari, 1987).
[12] Meglio che da un saggio si potrebbe davvero assaporare lo spirito dell’epoca dall’eccellente film dei fratelli Taviani intitolato “San Michele aveva un gallo” (1972), tutto imperniato sul contrasto tra vecchio insurrezionalismo anarchico e nuova militanza proto-socialista nell’Italia del 1880-85:
[13] Il famoso programma di Erfurt della SPD, commentato in modo tutto sommato positivo da Engels, fu opera principalmente di Karl Kautsky e venne ufficialmente approvato nel 1891, rimanendo in vigore fino al 1921. A fianco di una versione breve:
https://www.marxists.org/history/international/social-democracy/1891/erfurt-program.htm
Kautsky ne produsse anche una commentata, molto più densa dal punto di vista teorico, che fu pubblicata successivamente con il titolo di “La Lotta di Classe”, dove un intero capitolo è dedicato alla futura società socialista:
https://www.marxists.org/archive/kautsky/1892/erfurt/index.htm
[14] A.A. V.V., Almanacco Socialista (Ed. Avanti!, Milano, 1946).
[15] a cura di Valerio Castronovo e Nicola TranfagliaLa stampa italiana nell'età liberale, pag. 212 (Laterza, Roma-Bari, 1979).
[16] Fabrizio Loreto, Storia della CGIL. Dalle origini ad oggi (Ediesse, Roma, 2009).
[17] Gaetano Arfè, Storia del socialismo italiano 1892-1926, (Einaudi, Torino, 1965).
[18] Giacinto Menotti Serrati, Il manuale del perfetto carcerato (Castelvecchi, Roma, 2016).
[19] V .I. Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo, maggio 1920 (Ed. Lotta Comunista, Milano, 2005):
[20] Filippo Turati, Socialismo e riformismo (Frazione di Concentrazione Socialista, Milano, 1919):
[21]  Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna VIII: la prima guerra mondiale, il dopoguerra, l'avvento del fascismo (Feltrinelli, Milano, 1996).
[22] Carlo Felici, Dalla Grande Guerra alla Guerra Civile, parte VII: le elezioni del 1919. La resa dei conti nel Paese, in Avanti! on-line del 7/1/2019:
[23] Paolo Spriano, L’occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, quarta edizione (Einaudi, Torino, 1973).
[24] G. Bosio, La Grande paura. Settembre 1920. L’occupazione delle fabbriche nei verbali inediti delle riunioni degli Stati generali del movimento operaio, pagg. 100-101 (Samonà e Savelli, Roma, 1970).
[25] Antonio Gramsci, Scritti Politici (Editori Riuniti, Roma,1969).
[26] Gaetano Salvemini, Scritti sul fascismo (Feltrinelli, Milano, 1962).
[27] Philippe Bourrinet, The Dutch and German Communist Left (Haymarket, Chicago (IL), 2018).
[28] per un’efficace descrizione del fascino e degli equivoci generati dalla Rivoluzione Russa nell’Italia del 1919 si può vedere l’interessante volume di Pietro Nenni, Il diciannovismo (Ed. Avanti!, Milano, 1962), scritto in retrospettiva. L’autore, futuro leader del PSI, in quell’epoca era addirittura un giovane repubblicano eppure il portato degli eventi lo condusse al socialismo e a scrivere in maniera febbrile un pamphlet dall’emblematico titolo di “Lo spettro del comunismo, 1914-1921” pubblicato nel 1921 dall’Editrice Modernissima di Milano.



D. C.

 
Lavoratori della fonderia “Il Pignone” a Firenze durante l’occupazione (dal 2 al 30 Settembre 1920). In quegli anni la fabbrica impiegava a regime circa 600 operai ed era la seconda per dimensioni della provincia di Firenze, superata solo dalle officine “Galileo” con circa 1.200 operai [23]. Si riconoscono le bandiere rosse a destra e a sinistra, nonché l’emblema della FIOM al centro.

2 commenti:

  1. Per corroborare il fatto che a spingere il mito ci fu un apporto considerevole della componente torinese sarebbero da precisare brevemente le dinamiche presenti nella Frazione Comunista Astensionista. La frazione comunista era stata costituita già nel 1919 e gli ordine novisti ne facevano parte. Anche se i torinesi avevano mostrato tendenze scissioniste.
    “Gli astensionisti si organizzarono nella “Frazione Comunista” fondata di fatto da Bordiga, subito prima del decisivo XVI Congresso del partito tenutosi a Bologna nell’Ottobre del 1919. “
    “La prima conferenza della frazione astensionista avvenne nel Maggio del 1920.” Dalla conferenza nazionale di Firenze 8-9 Maggio è già chiaro che “il Partito, per la sua attuale costituzione e funzione, non è assolutamente in grado di porsi alla testa della Rivoluzione Proletaria”... spingendo la formazione del Partito Comunista.
    Nelle Tesi della Frazione, è presente il tema dei Consigli operai come rappresentanza dei lavoratori.
    “È il genere errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri di sistema capitalistico di produzione. Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato e mezzo efficace per la sua emancipazione. I sindacati e azienda o consigli di fabbrica assorbono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari e varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse.” “I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento del dominio borghese. I soviety non sono per se stessi organi di rivoluzione; essi divengono rivoluzionari quando la maggioranza e conquistata dal partito comunista. I Consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello Stato borghese sia messo in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione.”
    In risposta ad Ambrosini che invocava la costituzione dei Consigli di Fabbrica da parte della Frazione intesa come futuro Partito, Bordiga risponde nel giugno "Circa la questione dei consigli di fabbrica e dei soviet non vi è alcuna incertezza nel pensiero del compagno Bordiga- che egli [Ambrosini] chiama in causa personalmente -del comitato centrale della conferenza di Firenze. ... né i consigli di fabbrica, né i soviets possono essere considerati organi per la lotta rivoluzionaria, e la loro costituzione non può rappresentare il contenuto dell’opera rivoluzionaria, che opera politica di preparazione reale e materiale la cui premessa è l’esistenza di un partito comunista.”
    In luglio e agosto Bordiga è impegnato nel congresso dell’internazionale comunista a Pietrogrado e quindi per nulla attivo nel commentare gli scioperi. Bordiga è altresì impegnato a rispondere alle critiche di Lenin sull’estremismo.
    Nonostante fosse rientrato solo il 16 settembre in Italia, quindi a giochi fatti, assistendo alla fase finale del movimento dell’occupazione delle fabbriche, Bordiga aveva visitato delle fabbriche di Napoli ancora occupate. Aveva fatto visita ai bacini di carenaggio dove aveva incontrato le guardie rosse, che l’avevano accolto con entusiasmo. Fece un discorso dove portò il saluto dei compagnia russi.

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  2. …continua dal commento sopra:
    Solo il 3 ottobre con una serie di articoli risponderà alle questioni interne degli scioperi e delle occupazioni.
    In un articolo pubblicato sul “Soviet” intitolato “Orientarsi e Rinnovarsi!” scrive, con proverbiale lucidità: “Il famoso << problema del controllo >> , e tutta l’agitazione iniziata a Torino da un gruppo di compagni il cui orientamento lasciava a desiderare, non ci hanno mai troppo entusiasmati. Fin dai primissimi accenni abbiamo facilmente preveduto che su questo terreno si apriva la via a nuovi espedienti riformistici, e che il << controllo >> operaio sulla produzione, lungi dal bastare a suscitare un incendio rivoluzionario, sarebbe andato a finire in una qualunque provvidenza legislativa dello Stato borghese. Non vogliamo dire che è un tale problema non abbia contenuto reale, che consigli di fabbrica e le occupazioni delle aziende siano organismi e movimenti artificiali. Tutt’altro: abbiamo in essi manifestazioni fondamentali dello svolgimento della crisi borghese, in cui i comunisti, il partito comunista, hanno il dovere di intervenire appunto per introdurvi quel contenuto rivoluzionario che << intrinsecamente >> non hanno, come non lo era la tradizionale lotta sindacale.”
    Nonostante negli anni 60 rivisiterà questo periodo in chiave più nostalgica. Il Bordiga del 20 non sembrava troppo per il mito della rivoluzione mancata.

    In aggiunta come si evince anche dalla ricostruzione di Angelo Tasca (in Una Storia del Partito Comunista Italiano, 1953) "Negli anni successivi alla prima guerra mondiale una << rivoluzione >> italiana s'imponeva ed era possibile, ma come rivoluzione democratica, non bolscevica. L’esempio ed il modello russi suscitarono altri miraggi, che fecero abortire la rivoluzione di tipo sovietico, di cui non esistettero mai le condizioni, in nessun momento.
    Gramsci il gruppo dell'<< Ordine nuovo >> credettero di riconoscere nei Consigli di fabbrica l'embrione dei soviet italiani, il cui sviluppo avrebbe risolto insieme il problema del potere e quello della produzione. Bordiga non condivise mai l giudizio, ne' le speranze di quel gruppo; egli vi sentiva puzzo di sindacalismo e s'inquietava del compito secondario, di semplice fiancheggiamento, che pareva si fosse attribuito al partito politico e la sua ferma direzione."

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