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lunedì 12 marzo 2018

Bitcoin: cosa ne penserebbe Marx?


  • di Cesco 

Abbiamo sentito di tutto in merito ai Bitcoin. C'è addirittura qualcuno che ha osato affermare che i Bitcoin sarebbero un'alternativa alla struttura economico-politica attuale e per questa ragione Marx li avrebbe apprezzati (‘Bitcoin and Marx’sTheory of History’, Kenny Spotz, Bitcoin Magazine 26, July 2014). Poveri noi!
Vediamo allora se Marx avrebbe apprezzato i Bitcoin oppure no. I Bitcoin sono una 'criptomoneta', ovvero un mezzo digitale criptato di pagamento, sicuro, fino a quando non viene “hackerato”, ovviamente. 
Secondo Marx, la sola alternativa al capitalismo è una società basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione e dei loro prodotti, una società senza profitto e senza denaro, nemmeno quello criptato o non convenzionale. 
Marx analizzò esaurientemente la natura e la funzione del denaro nel sistema capitalista. Questa la si può trovare nella prima sezione del primo volume del Capitale. Ripassiamone brevemente un paio di concetti.  Qualsiasi cosa che ha la proprietà di soddisfare un bisogno ha un valore d'uso, che è un'utilità, una particolare qualità. 
Ma quando guardiamo lo scambio di due cose e le loro qualità, per esempio due sedie e 0,3 once d'oro, i loro valori d'uso non sono determinanti nello scambio; ciò che conta è una quantità comune misurabile. Nello scambio, queste due cose diventano merci e i loro valori diventano valori di scambio. Così nel nostro esempio, 2 e 0,3 sono i valori di scambio. Però, se guardiamo questo scambio dal punto di vista dell'utilità, due sedie dovrebbero essere più utili di 0,3 once d'oro (diciamo un anello d'oro). Ma chi o cosa decide che due sedie valgano solo 0,3 once d'oro, piuttosto che 20 once o 0,1 once? Questo è determinato dal fatto che l'ammontare di lavoro umano medio in una società, necessario per produrre due sedie e per estrarre 0,3 once d'oro, è il medesimo. Quindi, due sedie così come 0,3 once d'oro, si possono scambiare, come con 8.000 mele, o quattro paia di scarpe. Ogni merce quindi ha equivalenti, che riflettono il tempo medio di lavoro speso nel produrle dall'inizio alla fine. Per convenzione, storicamente, la forma generale di equivalente era attribuita ai metalli preziosi, come l'oro e l'argento, diventando così merce-denaro, come moneta, la quale in sé incarna uno standard di tempo di lavoro allo stesso modo e permette a tutte le altre merci di essere a lei comparata. 
Marx riassume tutto questo in un chiaro esempio:
Se le merci avessero la parola, direbbero: il nostro valore d’uso può interessare agli uomini. A noi, come cose, non interessa. Ma quello che, come cose, ci interessa, è il nostro valore [di scambio].            
            L’oro [inteso come denaro]… funziona come misura generale dei valori [di scambio]
Originariamente, il denaro era una merce, i metalli preziosi (oro e argento), lo erano per le loro proprietà di durevolezza nel tempo e divisibilità; il loro valore di scambio era determinato dal loro peso. A un certo punto, per permettere scambi di più piccola dimensione, altri metalli meno durevoli come il rame vennero usati come monete, sostituendo l'oro o l'argento. Anche gli stessi oro e argento erano soggetti all'usura del tempo, diventando il loro valore sempre più convenzionale e sempre meno connesso al loro peso. Questo spianò la strada a una moneta puramente convenzionale come le banconote. 
La carta per sé ha un limitato valore di scambio, ma convenzionalmente le banconote hanno valori di £20, £50, £100 etc. Ai tempi di Marx le banconote della Banca d'Inghilterra erano ripagabili in oro. La Banca, alla quale era concesso dallo Stato di stampare carta moneta, doveva avere il corrispettivo in riserve auree nelle sue casseforti. 
Come scritto da Marx,
            La monetazione, come pure la definizione di scala di misura dei prezzi, è compito dello Stato.
Inoltre,           
La carta è segno di valore, solo perché rappresenta quantità d’oro che sono pure quantità di valori, come tutte le quantità di merci.

Uno alla volta, i vari governi del mondo decisero di revocare la convertibilità del loro conio in oro, facendone moneta a corso legale (fiat money)Fiat significa in latino “lascia che sia”. Che vuol dire: soldi senza obblighi di convertibilità. Quindi, oggigiorno, una banca centrale, che stampa banconote per concessione statale, può creare soldi dal nulla, aumentando le possibilità d'inflazione. 
Torniamo quindi alla criptomoneta, e a come la giudicherebbe Marx.
È decisamente possibile creare criptomoneta dal nulla; è solo una questione di convenzione. Per diventare una vera moneta, lo Stato deve riconoscerla e in molti paesi, ma non in tutti, Bitcoin e altre criptovalute sono riconosciute legalmente ma solo come valute private. È importante notare che gli inventori dei Bitcoin hanno imposto un limite nel numero circolante (21 milioni) e questa scarsità, assieme ad altri vantaggi, ha dato loro una certa popolarità. L'altro principale vantaggio è che i Bitcoin garantiscono l'anonimato, ideale per chi è interessato a evadere il fisco, al gioco d'azzardo e al riciclaggio. In più gli acquisti non sono tassati. I Bitcoin non richiedono intermediari e quindi hanno costi di trasferimento più bassi. Le imprese possono raccogliere capitali, con i Bitcoin, senza essere valutate nella borsa valori ufficiale. Ad ogni modo, questi vantaggi non spiegano la loro popolarità e loro rapido aumento di valore azionario.
Il Chicago Mercantile Exchange, l'operatore di scambio di derivati più grande al mondo, sta considerando di offrire la vendita di Bitcoin. Questo ha agevolato la bolla speculativa sui Bitcoin anche più grande di quella del “dot-com” della fine anni novanta. Mentre scriviamo questo articolo, nel dicembre 2017, i Bitcoin valevano $15.500, nella loro fase discendente, da un picco di $18.000 circa. Quanto varranno domani, $10.000, $500, $1? Gli investitori compravano Bitcoin perché contavano sul fatto che qualcun altro li ricomprasse da loro, e così via. Contavano su un 'fesso più grosso' che li comprasse da loro, come descritto nell'Economist (1 novembre). Chiaramente, nonostante quello che dice la “Bitcoin community”, questa non è una valuta adeguata per comprare beni quotidiani, ma si è dimostrata ideale per una bolla speculativa, di sicuro non un passo avanti verso il futuro dell'evoluzione umana. 
Marx non penserebbe neanche che i Bitcoin siano una buona valuta, in quanto non stabile come equivalente universale. Marx, allo stesso modo, non penserebbe che neanche il dollaro o ogni altra moneta a corso legale siano una buona forma di equivalente universale, in quanto fittiziamente sostenuti dallo Stato e quando stampati in eccesso causa d'inflazione. Marx non penserebbe che una moneta, invisibile perché digitale e criptata, sia intrinsecamente un passo in avanti o che sia in grado di cambiare l'ordine sociale. Il capitalismo può essere superato solo da un sistema dove i mezzi di produzione e i loro prodotti diventino di comune proprietà dell'intera società, e l’accesso a questi ultimi sia completamente libero. Una società dove l'oro non sarebbe la forma di equivalente universale, come neanche nessun altro tipo di moneta. 
(Tradotto da “Socialist Standard” n. 1362 Febbraio 2018 “Bitcoin: What Would Marx Think?”)

venerdì 30 dicembre 2016

Come potrebbe essere il socialismo?

Il socialismo sarà una società globale basata sulla proprietà comune e sul controllo democratico delle risorse naturali e industriali del mondo. Ma ciò come potrebbe funzionare? Come saranno interessati la produzione, il processo decisionale e la cultura?

La produzione

Ci sarà una completa trasformazione nel calcolo delle risorse, e nelle collegate produzione e distribuzione. Nel capitalismo gli articoli della ricchezza (merci) sono prodotti per essere venduti e acquistati sui mercati, per un profitto. Questo commercio di merci genera: sprechi; inquinamento ed esternalità; sovrapproduzione e sottoproduzione; obsolescenza programmata; quantità a scapito della qualità; crisi e boom economici; povertà nell’abbondanza; occupazione per alcuni e spreco di potenzialità umane per i più; e ricchezza oscena per pochi.

Senza produzione di merci e senza commercio non ci saranno nessun valore di scambio e nessun prezzo, solo i dati di input e di output delle risorse e dei bisogni umani. Il processo decisionale avrà lo scopo di assicurare che ci sia sufficiente controllo delle scorte per soddisfare le esigenze proiettate attraverso il calcolo in natura.

Questo processo decisionale comprenderà anche: valutazioni di impatto ambientale; elevato standard di controllo di qualità e di durata; riciclaggio positivo - dove i prodotti saranno deliberatamente progettati in modo da garantire che durino più a lungo e quando avranno perso la loro utilità tutte le loro componenti saranno facilmente riciclati in altri prodotti utili; e le distanze di trasporto per la distribuzione dei beni in modo che sia utilizzato il percorso più breve possibile. Tale efficienza di calcolo assicurerà che l’energia richiesta dalla produzione di beni e servizi sarà mantenuta al minimo e promuoverà l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili [e pulite].    

Il processo decisionale

In questo ambito il sistema sarà una democrazia partecipativa con l’uso di delegati. Nel capitalismo i partiti politici rappresentano interessi campanilistici, all’interno della classe capitalista. Tutti questi partiti sono in competizione per il controllo politico dello stato e del suo apparato di governo. Senza interessi di classe da rappresentare quando ci sarà la proprietà comune, non ci saranno partiti politici o apparato statale. Ciò nonostante, le questioni principali saranno gestite con decisioni prese su ciò che è il miglior modo di agire per ottenere un esito positivo.

Un processo decisionale dal basso che richiede partecipazione volontaria non può essere imposto da una gerarchia o da un’avanguardia, altrimenti il concetto diventa privo di significato. La struttura base è costituita dalle assemblee di comunità o di quartiere, riunioni faccia a faccia in cui i cittadini si riuniscono per discutere e votare sulle questioni del giorno, ciò non significa che sarà necessario votare su ogni questione in quanto la maggior parte del lavoro quotidiano svolto sarà di routine. Queste assemblee eleggeranno dei delegati con mandato e revocabili che poi si collegheranno con altre assemblee formando un consiglio confederale, una “comunità di comunità”. La differenza tra questa forma di democrazia con delegati e la nostra attuale forma di democrazia rappresentativa è che in quest’ultima il potere è dato quasi interamente al rappresentante che poi è libero di agire di propria iniziativa. In una democrazia con delegati l’iniziativa è imposta dal corpo elettivo e il delegato può essere richiamato in qualsiasi momento nel caso in cui il corpo elettivo sentisse che il suo mandato non fosse seguito, quindi il potere rimane al popolo.

La cultura

A causa dell’impatto della proprietà privata sulla comunità globale ci sarà perfino più di un incremento nelle scelte e nelle possibilità culturali di quanto ce ne siano sotto il capitalismo. Senza le restrizioni dei rapporti sociali conformati alla proprietà privata, gli individui e le comunità saranno in grado di concentrarsi su una celebrazione continua della libertà di espressione – che porterà a un incremento delle diversità culturali.

Le attività ricreative probabilmente aumenteranno nella portata e diminuiranno in termini di dimensioni. Attualmente, i pacchetti vacanza sono il modo più economico di prendere una pausa dalla fatica e dalla monotonia della linea di produzione o dell’ufficio, sono la forma più popolare di vacanza.  

Nel socialismo, dove il principio del libero accesso è alla base della proprietà comune dei mezzi di vita, le nostre possibilità e scelte su viaggi e vacanze sarebbero estese e influenzate dal contributo positivo che possiamo dare alla località che stiamo visitando. E con i pacchetti vacanza e il turismo di massa diventati una cosa del passato, è probabile che le vacanze nel socialismo non sarebbero limitate entro un arco di tempo che va dai 10 ai 14 giorni di edonismo frenetico, ma trasformate in una opportunità unica di soggiornare in un luogo particolare per tutto il tempo necessario per capire la storia e la cultura della regione.

La natura umana

Ma tutto questo non sarebbe contro la natura umana? No. I socialisti fanno una distinzione tra la natura umana e il comportamento umano. Che le persone siano in grado di pensare e di agire è un fatto di sviluppo biologico e sociale (natura umana), ma come esse pensino e agiscano è il risultato di specifiche condizioni sociali storiche (comportamento umano). La natura umana cambia, se non del tutto, su vasti periodi di tempo; il comportamento umano cambia in base alle condizioni sociali mutate. Il capitalismo essendo essenzialmente competitivo e predatore, produce modi di pensare e di agire viziosi e competitivi. Ma noi esseri umani siamo in grado di cambiare la nostra società e di adattare il nostro comportamento, e non vi è alcun motivo per cui il nostro desiderio razionale per il benessere e la felicità umani non dovrebbe permettere di realizzare e gestire una società basata sulla cooperazione. 

I bisogni hanno una dimensione fisiologica e storica. I bisogni fisiologici primari derivano dalla nostra natura umana (per es. il cibo, il vestiario e il riparo), ma i bisogni storicamente condizionati derivano dallo sviluppo delle forze produttive. Nel capitalismo i bisogni sono manipolati dall’imperativo di vendere merci e accumulare capitale; i bisogni fisiologici primari quindi assumono la forma storicamente condizionata di “bisogni” come per qualsiasi altra cosa che i capitalisti possono venderci.

L’evoluzione sociale suggerisce che nessun modo di produzione è scolpito nella pietra e che dinamiche del cambiamento riguardano anche il capitalismo come sistema sociale. Studi dei sistemi sociali con rapporti sociali distinti legati e corrispondenti al loro specifico modo di produzione hanno identificato, per esempio, il comunismo primitivo, la schiavitù, il feudalesimo e il capitalismo. Tutte queste società mutarono da una a un’altra a causa delle contraddizioni insite in quella società e anche a causa dello sviluppo tecnologico a cui ogni società non è stata in grado di adattarsi. Il capitalismo ha raggiunto questo punto più di un secolo fa. È il momento di passare al socialismo.

(Traduzione da The Socialist Standard, ottobre 2016)

domenica 7 febbraio 2016

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e il problema delle crisi


Henryk Grossmann

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e
il problema delle crisi
 

da Zeitschrift für Sozialforschung, 1 (1/2), 1932, pagg. 55-84.
Ringraziamenti a Rick Kuhn.
Transcrizione e versione html di Einde O’Callaghan per Marxists’ Internet Archive.



I. La realtà concreta come oggetto e obiettivo della conoscenza marxiana


Lo scopo di tutta la scienza sta nell’esplorazione e nella comprensione della totalità dei fenomeni concretamente dati, del loro collegamento e delle loro variazioni. La difficoltà di questo compito è sita nel fatto che i fenomeni non coincidono immediatamente con l'essenza delle cose. La ricerca dell’essenza costituisce quindi il prerequisito per la conoscenza del mondo fenomenico. Ma se Marx vuole conoscere, in opposizione all’economia volgare, “la natura nascosta” e “l’interdipendenza” della realtà economica (Marx, Il Capitale, III 2, pag. 352 [1]), questo non significa che i fenomeni concreti non gli interessino. Al contrario! Alla coscienza sono dati immediatamente solo i fenomeni, con il risultato (già pienamente metodologico) che si può giungere al loro “nocciolo” essenziale nascosto solo mediante un’analisi di tali fenomeni (cfr. Marx, Il Capitale, III 1, pagg. 17-22).

Ma i fenomeni concreti non sono importanti per Marx solo perché rappresentano il punto di partenza e il mezzo per la comprensione del “movimento reale”, ma anche perché questi stessi sono ciò che Marx in definitiva conoscerà e comprenderà nel loro contesto. Dunque egli non vuole in nessun modo, escludendo i fenomeni, limitarsi alla sola ricerca dell'essenza. Piuttosto, l’essenza conosciuta ha la funzione di renderci capaci di capire i fenomeni concreti. Quindi Marx si sforza proprio di trovare la “legge dei fenomeni” che domini “la legge dei loro cambiamenti” (Postfazione alla 2a edizione de “Il Capitale”). 

Incomprensibili e a prima vista assurdi sono, per Marx, solo i fenomeni per se stessi, sconnessi dalla “essenza nascosta” delle cose. Ma sarebbe un errore madornale della scienza economica se a questo punto la questione (cadendo nello sbaglio opposto a quello dell’economia volgare) restasse ferma all’analisi dell’“essenza nascosta” appena scoperta, senza trovare una via di ritorno ai fenomeni concreti, di cui comunque si discute la spiegazione, ossia senza ricostruire le molte mediazioni tra l’essenza e la forma fenomenica! Perciò anche Marx vede in questo cammino dall’astratto al concreto “il metodo scientifico ovviamente corretto”. Qui “le regole astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare” perché “il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo lui, il modo del pensare per appropriarsi del concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito” (Introduzione alla Critica dell’Economia Politica, pag. XXXVI).

Marx fornisce qui un esempio pratico: non è sufficiente dire che nella produzione industriale il valore viene creato secondo la legge generale per cui “i valori delle merci sono determinati dal lavoro in esse contenuto”, poiché i processi empirici nella sfera della circolazione (p. e. l’influenza praticamente verificabile del capitale commerciale sui prezzi delle merci) mostrano “fenomeni che, senza un’analisi completa dei nessi intermedi, sembrano semplicemente presupporre una determinazione arbitraria dei prezzi”, cosicché nasce l’idea che “sia il processo di circolazione in quanto tale a determinare i prezzi delle merci, indipendentemente (entro certi limiti) dal processo produttivo”, ovvero dalle ore di lavoro necessarie alla produzione. Così provare il carattere illusorio di questa idea e stabilire la “connessione profonda” tra il fenomeno e “l’azione reale”, cosa “molto intricata e lavoro alquanto minuzioso”, “è un’opera della scienza che sa ricondurre il movimento visibile, ma solo apparente, al movimento reale interno” (Il Capitale, III 1, pag. 297), “proprio come il moto apparente dei corpi celesti viene ricondotto al loro moto reale ma impercettibile ai sensi” (Il Capitale, I 1, pag. 314).

Dunque “l’opera della scienza” d’importanza critica consiste nell’impegno a cercare “legami intermedi” che ci guidino dall’essenza ai fenomeni concreti, poiché senza questi legami intermedi la teoria, cioè l’ “essenza” delle cose, sarebbe contraria alla realtà concreta. Giustamente Marx ironizzava su quei “teorici” che si perdono in costruzioni irreali. Ma solo “il volgo ha quindi concluso che le verità teoriche sono astrazioni che contraddicono le condizioni reali” (Plusvalore, II 1, pag. 166).

Anche la struttura de “Il Capitale” di Marx, come ho già mostrato [2], corrisponde a questo principio metodologico marxiano e il “metodo delle approssimazioni” lì applicato ha trovato la sua espressione più pregnante nella costruzione degli schemi di riproduzione marxiani. Utilizzando numerose assunzioni semplificanti, viene in primo luogo effettuato il “viaggio” dal concreto all’astratto. Ciò è distinto dal mondo fenomenico, dalle forme parziali concrete, dove il plusvalore entra nella sfera dalla circolazione (utili d’impresa, interessi, profitti commerciali ecc.) e tutta l’analisi dei libri I e III de “Il Capitale” si concentra sul valore e sul plusvalore complessivi, sulla loro creazione e variazione nel corso dei processi di produzione e di accumulazione. Qui “la questione connessa al processo di circolazione” (“Il Capitale”, I 1, pag. 600) viene eliminata. L’oggetto dell’analisi del I e del III libro de “Il Capitale” è esplorare la creazione di plusvalore come essenza generale del processo economico e, successivamente (ciò forma, come ha enfatizzato Marx, precisamente lo scopo e il contenuto del III libro), la connessione interna tra l’essenza scoperta e le sue manifestazioni: stabilire le forme empiricamente date di plusvalore ossia “rintracciare e mostrare le forme concrete che emergono dal processo di movimento del capitale che abbiamo finora considerato nella sua totalità. Nel loro movimento effettivo i capitali si scontrano con tali forme concrete” (“Il Capitale”, III 1, pag. 1).

Qui, nel terzo libro, le assunzioni semplificanti prima effettuate (p. e. la vendita delle merci al loro valore, l’eliminazione della sfera della circolazione e della concorrenza, la trattazione del plusvalore nella sua globalità e l’esclusione delle parti in cui esso si suddivide ecc.) vengono abbandonate e, di conseguenza, in questo secondo livello del metodo approssimato sono gradualmente presi in considerazione i fattori intermedi, precedentemente ignorati, e vengono trattate le forme concrete di profitto nel modo in cui esse si rendono visibili nella realtà empirica. Solo in questo modo si chiude il cerchio dell’analisi di Marx e si verifica che la teoria del valore lavoro non è uno schema irrealistico, ma piuttosto una “legge fenomenica”, ossia forma la base che ci permette di spiegare il mondo reale dei fenomeni. Questa idea è formulata con chiarezza inequivocabile quando Marx dice: “Lo abbiamo dovuto fare nei libri I e II solo con i valori delle merci”…”Ora”, ossia nel libro III, “il prezzo di produzione emerge come una forma di valore modificata” (“Il Capitale”, III 1, pag. 142). E ancora:
“Gli aspetti del capitale, come noi li svolgiamo nel presente (terzo) libro, si avvicinano quindi per gradi alla forma in cui essi si presentano alla superficie della società, nell’azione dei diversi capitali l’uno sull’altro, nella concorrenza e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione” (“Il Capitale”, III 1, pagg. 33-34).

sabato 25 aprile 2015

Dove ci guidano i leader

Traduciamo questo interessante articolo dei compagni del “Socialist Party of Great Britain” rivolto criticamente a uno dei vari gruppi britannici della cosiddetta “estrema sinistra”, poiché le considerazioni dell’autore si applicano in maniera abbastanza puntuale anche a quello che accade nel nostro paese per ciò che concerne la galassia dei partitini leninisti, trozkisti, stalinisti e maoisti: da “Lotta Comunista” al “Partito Comunista dei Lavoratori”, da “FalceMartello” fino al “Partito Comunista - Sinistra Popolare” e al “Bolscevico”. Con in più l’aggravante che in certi casi al discutibile metodo di Lenin se ne è sostituito da noi uno ancora peggiore: il cosiddetto “centralismo dialettico”, dove non vi sono più né congressi né votazioni, ma tutto avviene per pura cooptazione da parte della dirigenza. Direttamente la prassi di una setta esoterica o religiosa...
 
Piuttosto noto nel Regno Unito per le sue imprese, per i suoi banchetti in strada e per il suo attivismo studentesco, il Socialist Worker Party (SWP, https://www.swp.org.uk/) britannico soffrì un paio di anni fa di un notevole arretramento che condusse a un vero e proprio esodo dei suoi militanti. Uno di questi era Ian Birchall, biografo del fondatore del gruppo Tony Cliff e già componente della dirigenza del partito. Era stato membro dell’SWP e del suo gruppo predecessore, l’International Socialism (IS), per oltre cinquant’anni. Lo scorso dicembre ha pubblicato nel suo blog alcune riflessioni [1] su cosa è andato storto nel partito.
Quando venne formato negli anni ’50 come gruppo trotzkista che riconosceva la natura capitalista della cosiddetta URSS (cosa che noi ben sapevamo da parecchio tempo...) l’IS era organizzato allo stesso modo di molti altri gruppi di sinistra del Regno Unito: i suoi membri erano tutti affiliati al Partito Laburista e si definivano “laburisti di sinistra”. Poi negli anni ’60 le cose iniziarono a cambiare: uscirono dal Partito Laburista e nel 1968 Cliff decise che era il momento di riorganizzare il gruppo secondo linee guida leniniste più rigorose. Era stato lo sciopero generale in Francia di qualche mese prima a spingerlo in questa direzione. Tipicamente, da buon trotzkista, Cliff attribuiva l’impossibilità di arrivare alla rivoluzione socialista all’assenza di un partito rivoluzionario che guidasse i lavoratori in sciopero (non che la rivoluzione socialista fosse il reale obiettivo dello sciopero, tuttavia esso era effettivamente un successo da un punto di vista sindacale). Concluse quindi che ciò che i “rivoluzionari” dovevano fare alla luce di questo evento era di organizzarsi apertamente secondo le linee guida del partito bolscevico di Lenin, che, per lui e per la leggenda trotzkista, aveva condotto a una rivoluzione socialista vittoriosa (benché questa fosse successivamente degenerata in un brutale capitalismo di stato...).
Lenin aveva esposto le sue idee su come doveva essere organizzato un partito rivoluzionario nel noto opuscolo del 1903 intitolato “Che fare?”, dove proponeva un partito di rivoluzionari professionisti a tempo pieno che dovevano cercare di guidare i lavoratori e i contadini formulando parole d’ordine populiste che riflettessero il livello di comprensione che “le masse” erano considerate in grado di raggiungere. Ciò poteva avere un senso come strategia per rovesciare un regime retrogrado e autocratico quale lo zarismo. Come accadde, il regime zarista collassò per conto suo sotto la pressione della Prima Guerra Mondiale, ma la forma organizzativa di Lenin contribuì non poco alla presa del potere politico da parte dei bolscevichi dopo il crollo dello zarismo. Tale successo spinse Lenin a proclamare che quello bolscevico era l’unico modo in cui i rivoluzionari si dovevano organizzare, anche nei paesi capitalisti sviluppati là dove esisteva una stabile democrazia politica.
Così nel 1968 i membri dell’IS cambiarono nome sui loro documenti ufficiali da “lavoratori laburisti” a “lavoratori socialisti” e, più importante, abbandonarono la loro precedente struttura organizzativa dove la linea politica era decisa da una congresso di delegati di sezione che votavano mozioni proposte dalle sezioni e dove i membri del comitato esecutivo erano eletti individualmente. Tutto questo fu messo da parte e venne introdotto il sistema della “lista bloccata” che aveva usato il partito bolscevico e che era stato ereditato dal PCUS in Russia (sì, anche in questo il leninismo condusse allo stalinismo...). Con tale sistema la dirigenza (l’“ufficio politico”,il  “comitato centrale” o come vogliamo chiamarla) viene eletta in blocco al congresso di partito. I delegati non votano per i singoli candidati, ma per la lista (o “blocco”) che contiene tanti nomi quanti sono i posti vacanti. In teoria ci potrebbero essere più liste, ma in pratica non ce ne sono (e non ce ne sono mai state). Nell’SWP (come nell’URSS) ce n’era una sola, quella proposta dalla dirigenza uscente. Piuttosto che proporre una lista rivale, gli oppositori della dirigenza preferivano abbandonare il partito e formare un altro gruppo organizzato nello stesso modo (questo spiega la proliferazione di gruppi trotzkisti...). Si può vedere facilmente come sia una ricetta per la nascita di una dirigenza che si auto-replica. Cosa che infatti è puntualmente accaduta, come nota Birchall:
“Gli eventi recenti hanno mostrato i limiti del sistema della ‘lista bloccata’. È diventata un metodo con cui il Comitato Centrale può riproporsi per la rielezione all’infinito, cooptando singole persone designate quando serve.”
Ma anche nell’SWP vi è un’altra conseguenza:
“Inoltre è emersa pure l’idea della carriera: compagni, in generale ex-studenti, diventano funzionari a tempo pieno e, se hanno successo, entrano nell’apparato e divengono membri del Comitato Centrale. Così abbiamo un Comitato Centrale quasi interamente composto da persone che hanno speso la gran parte della loro carriera politica come funzionari a tempo pieno e hanno quindi una limitatissima esperienza lavorativa e sindacale.”Il sistema delle liste bloccate era applicato persino per eleggere i delegati di sezione al congresso di partito:
“Negli anni ’80, quando esistevano direttivi di sezione vigorosi, tali direttivi stabilivano le liste dei delegati al congresso di partito. Se ovviamente in teoria era possibile per i membri proporre liste alternative, questo era malvisto e, in pratica, era alquanto raro far porre all’ordine del giorno del congresso di sezione il punto in cui si raccoglievano le candidature per divenire delegati al congresso di partito. In pratica andava bene quello che faceva il direttivo: era ciò che accadeva normalmente.” Così l’SWP finì per essere un’organizzazione verticista gestita da un gruppetto di dirigenti che si auto-replicava.
Forse sorprende che Birchall non concluda che questo fosse il risultato inevitabile del sistema delle “liste bloccate”, un punto chiave nel concetto di partito leninista di avanguardia. Egli pensa ancora a un partito di rivoluzionari di professione organizzato in modo leninista. Non ce l’ha con la teoria, ma con come è stata applicata nell’SWP: burocraticamente invece che democraticamente. Però per lui “democrazia” non significa una procedura decisionale, ma soltanto un mezzo per informare la dirigenza in modo tale che possa formulare la politica migliore da perseguire e le parole d’ordine più adeguate da proporre ai lavoratori affinché le seguano:
“...una dirigenza rivoluzionaria necessita di sapere cosa accade nella classe lavoratrice. Non lo può fare leggendo il ‘Financial Times’; deve ascoltare i compagni radicati nella varie sezioni della classe che possono riportare quello che succede nella base. Come diceva Cliff: ‘...devono imparare dai loro compagni lavoratori quanto più possibile e persino in misura maggiore di quanto devono insegnare loro. Ripetendomi: il compito è dirigere e per dirigere dovete comprendere in pieno quelli che state dirigendo’.” Questa non è democrazia in nessun senso compiuto. Si sta ancora dicendo che la classe dei salariati e degli stipendiati è incapace di liberarsi da sé e che quindi necessita di un’avanguardia che si è autonominata. Si rifiuta ancora l’idea che il socialismo, in quanto società completamente democratica, possa esser stabilito solo democraticamente, sia nel senso di esser quello che vuole la maggioranza, sia nel senso di utilizzare metodi democratici. Per arrivare al socialismo la classe dei salariati e degli stipendiati necessita certamente di organizzarsi per conquistare il potere politico, per esempio in un partito politico, ma in un partito democratico, e non di seguire un partito di avanguardia o altri possibili capi.
Però c’è una cosa che Birchall sembra aver capito dopo più di cinquant’anni vissuti da trozkista-leninista:
“La cosa importante in questo momento è la battaglia delle idee, come disse William Morris: ‘il nostro compito particolare sarebbe quello di creare dei Socialisti’.” È una citazione dallo “Statement of Principles of the Hammersmith Socialist Society” stilato nel 1890. Ed è ciò che andiamo dicendo noi del “Socialist Party of Great Britain” da più di cento anni.

ADAM BUICK

tratto da “Socialist Standard”  pp. 16 e 17 , n. 1326, vol. 111, febbraio 2015. Tradotto in italiano il 12 aprile 2015.

NOTE
[1] http://grimanddim.org/political-writings/2014-so-sad/


K. Marx o V. I. Lenin? Il primo nel 1864 scrisse che “l'emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”, mentre il secondo nel 1903, con l’opuscolo “Che fare?”, inventò il partito bolscevico di avanguardia: costituito da sedicenti “rivoluzionari di professione” (in genere studenti o intellettuali stipendiati con le quote dei lavoratori) sarà il germe di tutta la futura nomenklatura sovietica, rapace, repressiva e autoritaria. Il marxismo-leninismo non esiste: è una contraddizione in termini!

giovedì 6 gennaio 2011

Il capitalismo e la qualità della vita

Il capitalismo è una società in cui quasi tutte le cose che gli esseri umani necessitano o vogliono sono articoli di commercio, cose fatte per essere comprate e vendute. Questa non è una definizione completa dato che sotto il capitalismo una cosa in particolare diventa una merce – la capacità umana di lavorare e creare cose, ciò che Marx chiamava “forza lavoro” – e ciò è di fatto la caratteristica di definizione del capitalismo. Esso è una società delle merci in cui la forza-lavoro è una merce.

Ciò ha due conseguenze. La prima è che non c’è semplicemente produzione per la vendita ma produzione per il profitto. E in secondo luogo, per la maggior parte le cose che gli esseri umani necessitano o vogliono tendono a diventare merci, cioè devono essere acquistate. Non è difficile vedere il perché. Il sistema delle retribuzioni significa che la maggior parte della gente è dipendente, per soddisfare i loro bisogni, dal denaro con cui sono pagati per la vendita dell’unica merce vendibile che possiedono (la loro forza lavoro), denaro che poi usano per comprare ciò che devono avere per vivere. Così la “mercificazione” della forza lavoro significa la mercificazione del cibo, dei vestiti, dell’alloggio, e di altro, anche di esigenze meno materiali.

Una delle cose che l’espansione del capitalismo ha significato, in termini concreti, è stata l’espansione delle relazioni denaro-merce. È un processo che sta ancora continuando in alcune parti del mondo e di cui anche gli economisti convenzionali ne parlano favorevolmente come integrante in passato dei coltivatori in gran parte autosufficienti per i mezzi di sussistenza in Asia, Africa e America Latina nell’”economia del denaro”.

Quello di cui stiamo parlando qui è la mercificazione dei bisogni materiali della gente. Alcune persone potrebbero non trovare ciò discutibile. Qualcuno perfino la trova uno sviluppo progressistico, addirittura di liberazione. Di fatto questa è una delle difese tipiche del capitalismo – che l’economia del denaro dà alla gente la libertà di scegliere che cosa consumare per mezzo di come spendono il loro denaro e che questo è il modo più efficiente di organizzare la soddisfazione dei bisogni e delle esigenze materiali della gente. Certamente questo non è vero, poiché parte dal presupposto che l’economia risponda alla domanda dei consumatori, laddove in realtà risponde ai cambiamenti nel saggio di profitto, mentre la maggior parte della “domanda” della gente è limitata dalla grandezza della loro busta paga o assegno salariale.

Che il capitalismo non sia il modo più efficiente di provvedere ai bisogni materiali della gente – e che il socialismo come un sistema di proprietà comune, di controllo democratico e di produzione soltanto per l’uso farebbe questo molto meglio – è la tradizionale causa socialista contro il capitalismo. E mantiene tutta la sua validità. Ma, dopo l’ultima Guerra Mondiale, il capitalismo degli anni 1950 e 1960 in Nord America e in Europa Occidentale sembrava essere all’altezza della sua promessa della prosperità materiale per la maggior parte della gente attraverso l’emersione della cosiddetta “società dei consumi”. Ma poi un’altra, differente critica del capitalismo è apparsa: che mentre poteva aver risolto più o meno adeguatamente il problema del “pane”, dell’esigenza materiale pressante, per la maggior parte della gente in queste parti del mondo, non aveva ancora creato una società soddisfacente.

Cominciarono ad apparire libri in America con titoli come The Lonely Crowd [La Folla Triste], The Organization Man [l’Uomo dell’Organizzazione], The Hidden Persuaders [Il Persuasore Occulto], The Waste Makers [I Creatori di Spreco], One-Dimensional Man [l’Uomo Superficiale], tutti critici di vari aspetti della “società dei consumi” come una società in cui la gente era incoraggiata a considerare l’acquisizione di sempre più beni di consumo come lo scopo principale nella vita. In Europa, tale criticismo intraprese una più esplicita forma anticapitalista. In Francia i libri critici partorirono titoli come Una Critica della Vita di Ogni Giorno e della Società dello Spettacolo. L’argomento era che nella “società dei consumi” (chiamata invece, più accuratamente, “società delle merci”) la logica di acquistare qualcosa da consumare passivamente si era diffusa dall’acquisto dei beni materiali ad altri aspetti della vita di ogni giorno – a come le persone spendevano il loro tempo libero e a come esse si relazionavano reciprocamente.

Questo tipo di criticismo aggiunse un’altra dimensione alla causa socialista contro il capitalismo: che esso non solo ha fallito nell’organizzare la soddisfazione dei bisogni materiali in modo appropriato ma che ha anche degradato – disumanizzato – la “qualità della vita”.

Non è chiaro a chi il credito per lo sviluppo di questo “criticismo culturale” del capitalismo dovrebbe andare. La Scuola di Marxismo di Francoforte (Fromm, Marcuse e altri), i situazionisti, perfino i giornalisti radicali in America come Vance Packard, sarebbero tra i candidati. In ogni caso stavano tutti lavorando sulle base del fatto osservabile dell’effetto degradante che il capitalismo stava avendo sulla qualità della vita di ogni giorno diffondendo i valori commerciali sempre più estesamente.

È un criticismo potente del capitalismo. Forse perfino in questi giorni, in questa parte del mondo, un criticismo più potente di quello socialista tradizionale che il capitalismo procura povertà materiale alla maggior parte della gente. Senza dubbio, su scala mondiale, ci sono centinaia di milioni di persone in terribile povertà materiale. E ci sono alcuni milioni di persone in questo paese – intorno al 15 percento della popolazione – che sono materialmente private. Ma non possiamo dire questo della maggioranza della popolazione qui. La maggior parte della gente in Gran Bretagna [come in Italia, ndr] non ha problemi riguardo all’avere tre pasti al giorno, vestiti decenti, riscaldamento, non deve andare dai prestatori su pegno o a vivere in locali assediati da insetti. Di fatto, la mercificazione delle “esigenze della mente” è basata sul fatto che la maggior parte della gente abbia denaro da spendere per soddisfate le esigenze che stanno al di sopra di quelle dello “stomaco”. Se le persone non avessero questo potere d’acquisto discrezionale dopo aver soddisfatto i loro bisogni materiali, allora non ci sarebbe alcun mercato riguardante i prodotti culturali e d’intrattenimento per il capitalismo da stimolare, manipolare e sfruttare. (Per quanto riguarda il perché le persone hanno questo denaro “extra” da spendere nell’intrattenimento, avrà qualcosa a che fare con l’aumentata intensità e l’aumentato stress al lavoro che richiede più rilassamento – più evasione dalla realtà – per le persone per ricreare la loro particolare capacità di lavorare.)

Il criticismo della “società dei consumi” non ha riguardato solo il fatto che ha rappresentato l’invasione e la colonizzazione di ogni aspetto della vita sociale da parte delle relazioni denaro-merce, ma che ha anche incoraggiato il consumo passivo piuttosto che la partecipazione attiva. C’è moltissima fondatezza in questo punto – che la “società dei consumi” è una dove, qualche volta letteralmente, le persone siedono su poltrone guardando lo spettacolo di passaggio previsto per loro. Questa è una critica della mancanza di partecipazione delle persone che sta foggiando le loro vite, una mancanza che era anche riflessa politicamente dove la “democrazia” è concepita come soltanto lo scegliere ogni quattro o cinque anni fra aspiranti élite rivaleggianti (usando di fatto tecniche di marketing per attrarre appoggio). Le persone invece di creare il proprio sport o il proprio intrattenimento – o la propria politica – li consumano come una merce preconfezionata.

Ci deve essere qualcosa di sbagliato in una società in cui le persone invece di vivere le proprie vite e interagire con i loro vicini di casa in un modo umano, siedono di fronte a uno schermo guardando attori che realizzano scene artificiali basate sulle esagerazioni della vita di ogni giorno e si identificano con i personaggi fittizi di questi programmi. E in cui i giornali più ampiamente letti non discutono degli eventi reali tanto quanto quelli artificiali ritratti in questi programmi e le vite e gli amori degli attori più importanti che vi recitano – come pure quelli di altre cosiddette “celebrità” del mondo dello sport e dell’intrattenimento.

Finché esisterà il capitalismo, la qualità della vita continuerà a declinare. Non c’è niente che possa essere fatto per fermare questa tendenza nel contesto del capitalismo poiché è causato dal capitalismo, che rappresenta, per quello che fa, gli effetti dissolventi sulla società dell’espansione delle relazioni denaro-merce in tutti gli aspetti della vita. Così, nonostante il lento, ma innegabile aumento nei livelli di vita materiali in certe parti del mondo la causa per il socialismo come una società non-commerciale in cui il benessere umano e i valori umani saranno il principio guida mantiene tutta la sua rilevanza. Con la proprietà comune dei mezzi di vita, ci potrebbe essere e ci sarebbe produzione direttamente per soddisfare i bisogni e le esigenze umane e non per la vendita con lo scopo del profitto – la morte della merce, la fine di ciò che William Morris chiamava “società commerciale” – e una comunità senza classi con un genuino interesse comune in cui gli esseri umani possano relazionarsi l’un l’altro come esseri umani e non come atomi sociali che si scontrano reciprocamente sul mercato come compratori e venditori di merce.

(Traduzione da Socialist Standard, gennaio 2006)

domenica 2 gennaio 2011

Appello ai salariati/stipendiati, disoccupati, studenti e precari d'Europa

Riceviamo e pubblichiamo il seguente appello che noi del MSM condividiamo (magari ci fosse un’iniziativa del genere anche in Italia!), tranne la parte in cui si accenna ai picchetti, perché non riteniamo giusto che alcuni lavoratori impongano il loro volere ad altri lavoratori (essi devono essere convinti a partecipare alla lotta nel loro stesso interesse, non obbligati).

Link al documento in formato PDF

venerdì 24 dicembre 2010

I limiti delle riforme

di Paul Mattick

Per quanto possa essere riformabile, il capitalismo non può alterare, senza eliminare se stesso, i rapporti fondamentali tra salario e profitto che lo caratterizzano. L’età delle riforme è un’età di spontanea espansione del capitale, caratterizzata da una crescita non proporzionale ma simultanea dei salari e dei profitti; un’età nella quale, per la borghesia, le concessioni fatte al proletariato sono più tollerabili delle perturbazioni della lotta di classe, che altrimenti accompagnerebbero lo sviluppo del capitalismo. Come classe, la borghesia non favorisce salari minimi e condizioni di lavoro intollerabili, anche se ogni capitalista, per il quale il lavoro è un costo di produzione, cerca di ridurre al massimo questa spesa. Non c’è alcun dubbio sul fatto che la borghesia preferisca una classe lavoratrice soddisfatta piuttosto che insoddisfatta e la stabilità sociale all’instabilità. In effetti, essa considera il miglioramento generale dei livelli di vita come una sua realizzazione e come la giustificazione del suo dominio di classe. A dire il vero, il benessere relativo dei lavoratori non deve essere eccessivo, poiché deve esistere sempre una dipendenza continua dal lavoro salariato.
Tuttavia, pur all’interno di questi limiti, la borghesia non ha alcun’inclinazione soggettiva a ridurre i lavoratori al più basso stadio d’esistenza, anche quando ciò potesse essere oggettivamente possibile attraverso adeguate misure di repressione. Mentre le inclinazioni e le azioni dei lavoratori sono determinate dalla loro dipendenza dal lavoro salariato, quelle della borghesia sono radicate nella necessità di fare profitti e accumulare capitale, indipendentemente dalle loro differenti propensioni ideologiche e psicologiche.

Le limitate riforme possibili all’interno del sistema capitalistico diventano le abituali condizioni
d’esistenza per chi ne è interessato e non possono essere annullate facilmente. In presenza di un basso tasso d’accumulazione, esse diventano un ostacolo per la produzione di profitto, il cui superamento richiede un eccezionale incremento dello sfruttamento del lavoro. D’altra parte, anche periodi di depressione comportano riforme di vario genere, se non altro per resistere alla minaccia di pericolose agitazioni sociali. Appena attuate, tendono a consolidarsi e devono essere compensate da una crescita corrispondentemente maggiore della produttività del lavoro. Naturalmente saranno fatti degli sforzi, alcuni con successo, per ridimensionare ciò che è stato ottenuto per mezzo della legislazione sociale e grazie al miglioramento dei livelli di vita, allo scopo di ristabilire la necessaria redditività del capitale. Alcune conquiste rimarranno comunque, durante i periodi di depressione che di prosperità, con il risultato di un generale miglioramento delle condizioni dei lavoratori nel corso del tempo.

Per i lavoratori vivere alla giornata non rendeva agevole la lotta per salari più alti e migliori
condizioni di lavoro, infatti erano spinti ad agire solo per le brutali provocazioni dei loro datori di lavoro, essendo un male minore rispetto ad uno stato di completa miseria. Consapevole della dipendenza dei lavoratori dal salario giornaliero, la borghesia rispondeva alle loro ribellioni con le serrate, come il mezzo più efficace per imporre la sua volontà. I profitti persi possono essere riguadagnati, mentre i salari no. Tuttavia, la formazione di sindacati e la costituzione di fondi per gli scioperi cambiarono, in qualche misura, questa situazione a favore dei lavoratori, anche se non sempre consentirono di superare una certa riluttanza a ricorrere all’arma dello sciopero. Inoltre, per i capitalisti, la volontà di opporsi alle richieste dei lavoratori diminuiva con la perdita sempre maggiore di profitti su di un capitale accresciuto ma inutilizzato. Con un sufficiente incremento della produttività, le concessioni che venivano fatte ai lavoratori potevano risultare più redditizie della loro negazione. La graduale eliminazione della concorrenza spietata attraverso la monopolizzazione, nonché in generale la crescente organizzazione della produzione capitalistica, comportarono una regolazione del mercato del lavoro. La contrattazione collettiva sui salari e sulle condizioni di lavoro eliminò in qualche misura gli elementi di spontaneità ed incertezza nei conflitti tra capitale e lavoro. L’autodifesa sporadica dei lavoratori lasciò il posto ad un confronto più ordinato e ad una maggiore “razionalità” nelle relazioni capitale-lavoro. I rappresentanti sindacali dei lavoratori diventarono i manager del mercato del lavoro, nello stesso modo in cui i loro rappresentanti politici nel parlamento della democrazia borghese si occupavano dei loro interessi sociali più rilevanti.

Lentamente, ma inarrestabilmente, il controllo sulle organizzazioni del proletariato sfuggì dalle
mani della base e fu centralizzato in quello dei sindacalisti di professione, il cui potere si basava su di un’organizzazione gerarchica e burocratica, il cui funzionamento, pena la distruzione della stessa organizzazione, non poteva più essere determinato dai suoi membri. L’accettazione di questo stato di fatto da parte dei lavoratori richiedeva naturalmente che le attività delle “loro” organizzazioni fornissero qualche beneficio tangibile, che fosse associato col potere crescente delle organizzazioni e con il loro particolare sviluppo strutturale. Era la leadership centralizzata che determinava ora il carattere della lotta di classe come lotta per i salari e per obiettivi politici limitati, che avessero qualche possibilità d’essere realizzati nell’ambito del sistema capitalistico.

Le differenti fasi di sviluppo della produzione capitalistica nei diversi paesi, così come i diversi
tassi d’espansione delle particolari industrie in ogni nazione, si riflettevano nell’eterogeneità dei tassi salariali e delle condizioni di lavoro, che determinavano una suddivisione all’interno della classe operaia, incoraggiando specifici interessi di gruppo a scapito degli interessi generali del proletariato. Di questi ci si sarebbe occupati, presumibilmente, attraverso l’attività politica socialista, e dove tale attività non fosse ancora possibile – o perché la borghesia aveva già occupato l’intera sfera politica attraverso il completo controllo della macchina statale, come nei paesi anglosassoni, o perché i regimi autocratici precludevano qualunque partecipazione all’attività politica, come nelle nazioni orientali capitalisticamente sottosviluppate – l’unica possibilità era la lotta economica che, mentre unificava alcuni strati del proletariato, provocava una divisione al suo interno, vanificando così lo sviluppo di una coscienza di classe.

La rottura della potenziale unità dei lavoratori per mezzo delle differenze salariali, sia nazionali
sia internazionali, non fu il risultato di una cosciente applicazione del vecchio principio di dividere e governare, così da rendere sicuro il predominio della minoranza borghese, ma il risultato dei rapporti tra domanda e offerta sul mercato del lavoro determinati dalla dinamica della produzione e dell’accumulazione del capitale. I lavoratori con occupazioni privilegiate da questo trend cercavano di mantenere le proprie prerogative attraverso la loro monopolizzazione, così da restringere l’offerta di lavoro in particolari settori, non solo a detrimento dei capitalisti loro avversari ma anche nei confronti della gran massa di lavoratori non specializzati che operavano in condizioni più competitive. I sindacati, considerati un tempo strumenti per lo sviluppo di una coscienza di classe, divennero organizzazioni preoccupate solo dei loro particolari interessi, determinati dalla divisione capitalistica del lavoro e dai suoi effetti sul mercato del lavoro. Col passare del tempo, naturalmente, le organizzazioni di categoria furono soppiantate dai sindacati industriali, che incorporavano parecchie categorie e unificavano la manodopera specializzata e non specializzata, ma solo per riprodurre su una base organizzativa allargata le aspirazioni strettamente economiche degli iscritti. In aggiunta alle differenze salariali, caratteristica generale del sistema, la discriminazione salariale fu (ed è) praticata in maniera diffusa anche da singole aziende e dalle industrie allo scopo di rompere l’omogeneità della loro forza-lavoro e indebolirne la capacità di condurre azioni comuni. Le discriminazioni possono essere basate sul sesso, la razza o la nazionalità, secondo le particolarità di un dato mercato del lavoro. Persistenti pregiudizi, associati all’ideologia dominante, sono così utilizzati per indebolire la solidarietà dei lavoratori e con essa il loro potere di contrattazione. In teoria, è irrilevante per i capitalisti a quale razza o nazionalità particolari appartenga la loro forza-lavoro, purché la sua abilità e propensione a lavorare non cada al di sotto della media, ma in pratica una forza-lavoro diversificata con retribuzioni differenti (o anche uguali) produce o accentua i già esistenti antagonismi razziali o nazionali, indebolendo la crescita di una coscienza di classe. Per esempio, riservando la paga migliore o il lavoro meno sgradevole ad una razza o nazionalità favorite, un gruppo di lavoratori è messo in competizione con altri, a detrimento di tutti. Come la competizione generale sul mercato del lavoro , così le discriminazioni fanno abbassare il saggio generale del salario e incrementano la redditività del capitale. Il loro utilizzo è tanto vecchio quanto lo stesso capitalismo. La storia del proletariato è anche la storia della competizione e della discriminazione all’interno di questa classe, che ha diviso i lavoratori irlandesi dai britannici, gli algerini dai francesi, i neri dai bianchi, i nuovi immigrati dai primi colonizzatori e così via, pressoché dappertutto.

Sebbene questa sia una conseguenza della grande diffusione del nazionalismo borghese e del
razzismo dietro sollecitazione dell’imperativo imperialistico, ciò influenza i lavoratori non solo ideologicamente ma anche attraverso la competizione sul mercato del lavoro. Tutto ciò rafforza, della lotta di classe, gli elementi che dividono rispetto a quelli unificanti e contrasta le implicazioni rivoluzionarie della coscienza di classe. Ad ogni modo, ciò porta all’interno del proletariato le stratificazioni sociali del capitalismo. Le sue lotte economiche e le sue organizzazioni sono destinate a servire particolari gruppi di lavoratori, senza alcun riguardo per gli interessi generali di classe, e i confronti tra lavoro e capitale restano necessariamente interni alla struttura del mercato e dei rapporti di prezzo.

Differenze salariali di ampia portata comportano differenti livelli di vita ed è attraverso questi,
non per il lavoro svolto, che i lavoratori giudicano il loro status nella società capitalistica. Se possono permettersi di vivere come la piccola borghesia o quasi, tenderanno a sentirsi più simili a questa classe che al proletariato. Sebbene i lavoratori salariati possano sottrarsi alla loro collocazione di classe solo attraverso l’eliminazione di tutte le classi, singoli lavoratori cercheranno di separarsi dalla loro classe per entrare in un’altra, oppure adottare lo stile di vita della classe media. Un capitalismo in espansione offre qualche possibilità di miglioramento sociale, così come getta nel proletariato individui della classe dominante o media; ma tali spostamenti individuali non influenzano la struttura classista della società, essi producono solo l’illusione di un’eguaglianza delle opportunità, che serve come argomento contro la critica all’immutabile struttura di classe nella produzione capitalistica.

In tempi di prosperità e per l’aumento del numero di famiglie con più redditi, i lavoratori meglio
pagati possono risparmiare una parte delle loro entrate e così percepire interessi, oltre che ricevere salari dal loro lavoro. Ciò fa sorgere l’illusione di un graduale disfacimento della determinazione di classe nel meccanismo di distribuzione del reddito nazionale, giacché i lavoratori vi partecipano non solo come percettori di salario ma anche come beneficiari d’interessi provenienti dal plusvalore, o anche come azionisti nella forma di dividendi. Qualunque cosa questo può significare in termini di coscienza di classe per chi ne è avvantaggiato, è abbastanza insignificante da un punto di vista sociale, poiché non influenza i rapporti fondamentali tra valore e plusvalore, salari e profitti. Ciò significa soltanto che alcuni lavoratori ottengono un incremento del loro reddito dal profitto e dagli interessi prodotti dalla classe lavoratrice. Mentre tutto questo può influenzare la distribuzione del reddito tra i lavoratori, accentuando le già esistenti differenze salariali, non influenza in alcun modo la divisione sociale in salari e profitti, rappresentata dal saggio di sfruttamento e dall’accumulazione di capitale. Il saggio del profitto rimane lo stesso, qualsiasi sia la parte della massa del profitto che può raggiungere alcuni lavoratori attraverso i loro risparmi. Il numero di azioni possedute dai lavoratori non è noto, ma a giudicare dal numero degli azionisti in ogni singolo paese e dai prevalenti saggi medi salariali, dovrebbe essere trascurabile. L’interesse sui risparmi, come parte del profitto, è compensato naturalmente dal fatto che mentre alcuni lavoratori risparmiano, altri ottengono dei prestiti, così l’interesse aumenta ma riduce anche i salari. Con la crescita del credito al consumo, è più probabile che, nel complesso, l’interesse ricevuto da alcuni lavoratori sia più che compensato dall’interesse pagato da altri.

Poiché il proletariato non è omogeneo al suo interno riguardo alla distribuzione del reddito, ma lo
è solo rispetto alla sua posizione nel quadro dei rapporti di produzione, i lavoratori salariati sono propensi a prestare più attenzione alle loro immediate necessità ed opportunità economiche che agli stessi rapporti di produzione, i quali, comunque, appaiono incrollabili in un capitalismo in ascesa. I loro interessi economici, naturalmente, riguardano non solo i privilegi goduti da speciali strati della classe lavoratrice, ma anche il bisogno generale della gran massa dei lavoratori di mantenere, o aumentare, il loro livello di vita. Salari più alti e migliori condizioni di vita presuppongono una crescita dello sfruttamento, ossia la riduzione del valore della forza-lavoro, assicurando così la riproduzione della lotta di classe nel quadro del processo di accumulazione. E’ l’oggettiva possibilità di quest’ultimo che vanifica la lotta economica dei lavoratori come mezzo per lo sviluppo di una coscienza di classe rivoluzionaria. Non c’è alcuna prova che i conflitti di lavoro degli ultimi cento anni abbiano reso il proletariato rivoluzionario, nel senso di un desiderio crescente di liberarsi del sistema capitalistico. In tutti i paesi capitalistici la tipologia degli scioperi varia col ciclo economico, ossia il numero degli scioperi e dei lavoratori che vi partecipano diminuisce in periodi di depressione e cresce ad ogni ripresa dell’attività economica. E’ l’accumulazione di capitale, non la sua mancanza, che provoca l’attivismo dei lavoratori nelle loro lotte salariali e nelle loro organizzazioni.

Ovviamente, una seria contrazione dell’attività economica, che riduce il numero totale dei
lavoratori, riduce anche le ore di lavoro perdute in scioperi e serrate, non solo per il numero minore di lavoratori occupati, ma anche a causa della loro maggiore riluttanza a scioperare, nonostante condizioni di lavoro in via di peggioramento. I sindacati, parimenti, decadono non solo a causa della crescente disoccupazione, ma anche perché sono meno capaci, o non lo sono per nulla, di procurare ai lavoratori benefici sufficienti a garantire la loro esistenza. Tanto in tempi di depressione quanto di prosperità, i conflitti continui tra lavoro e capitale non hanno condotto ad una radicalizzazione politica della classe lavoratrice, ma ad un’accentuata preoccupazione per migliori accomodamenti all’interno del sistema capitalistico. I disoccupati rivendicano il “loro diritto al lavoro” e non l’abolizione del lavoro salariato, mentre quelli ancora occupati dimostrano d’essere propensi ad accettare parecchi sacrifici pur di arrestare il declino dell’economia capitalistica. La retorica delle organizzazioni dei lavoratori esistenti o di quelle fondate recentemente è diventata senza dubbio più minacciosa, ma le loro rivendicazioni concrete, realizzabili o no, sono andate nella direzione di un migliore funzionamento del capitalismo e non della sua abolizione.

Ogni sciopero, inoltre, o è un fenomeno localizzato, che coinvolge un numero limitato di
lavoratori, o una lotta che interessa tutta l’industria, estesa a varie località, che coinvolge perciò un grande numero di lavoratori. In entrambi i casi, riguarda solo interessi particolari, condizionati nel tempo, di piccoli settori della classe lavoratrice e raramente influenza in maniera significativa l’intera società. Ogni sciopero deve finire nella sconfitta di una delle due parti in conflitto, o in un compromesso conveniente ad entrambe; in ogni caso, deve consentire che le imprese capitalistiche mantengano un grado sufficiente di redditività per produrre ed espandersi. Gli scioperi che conducono al fallimento delle imprese vanificherebbero anche gli obiettivi stessi dei lavoratori, obiettivi che presuppongono l’esistenza dei loro datori di lavoro. L’arma dello sciopero come tale è di natura riformistica, essa potrebbe diventare uno strumento rivoluzionario solo attraverso la sua generalizzazione ed estensione all’intera società. Fu per questa ragione che il sindacalismo rivoluzionario sostenne lo sciopero generale come leva per rovesciare la società capitalistica, ed è per la stessa ragione che il movimento operaio riformista si oppone allo sciopero generale, eccetto come un mezzo straordinario e politicamente controllato per salvaguardare la propria esistenza (1).
Forse l’unico sciopero generale nazionale che abbia avuto un completo successo fu quello voluto dallo stesso governo tedesco per sconfiggere il reazionario Putsch di Kapp del 1920.

Sempre che uno sciopero di massa non si trasformi in una guerra civile ed in una lotta per il
potere politico, presto o tardi esso è destinato a finire non appena i lavoratori conseguono o no le loro rivendicazioni. Ci si aspettava, naturalmente, che le situazioni critiche causate da tali scioperi, e con esse le reazioni da parte del capitale e del suo stato, avrebbero condotto al crescente riconoscimento dell’incolmabile antagonismo tra lavoro e capitale, così da rendere i lavoratori sempre più sensibili all’idea del socialismo. Questa non era un’assunzione irragionevole, ma non è stata confermata dal corso degli eventi che si sono verificati. Senza dubbio, il subbuglio procurato da uno sciopero porta con se un’acuita consapevolezza del vero significato di una società di classe e della sua natura sfruttatrice, ma questo, di per sé, non cambia la realtà delle cose.. La situazione eccezionale degenera di nuovo nella routine della vita quotidiana e dei suoi bisogni immediati; la coscienza di classe che si era ridestata, si trasforma di nuovo in apatia e in una sottomissione allo stato delle cose presenti.

La lotta di classe coinvolge la borghesia non meno dei lavoratori, perciò non basterà considerare
solo questi ultimi, riguardo allo sviluppo della loro coscienza. L’ideologia borghese dominante sarà riformulata e notevolmente modificata per neutralizzare i cambiamenti che si possono avvertire negli atteggiamenti e nelle aspirazioni dei lavoratori. L’iniziale aperto disprezzo che la borghesia nutre verso i lavoratori lascia spazio ad un’evidente preoccupazione per il loro benessere e al riconoscimento del loro contributo alla “qualità della vita sociale”; per cui la borghesia fa qualche concessione che in precedenza le veniva imposta attraverso le azioni indipendenti dei lavoratori. La collaborazione è fatta apparire vantaggiosa per tutte le classi, come la via verso armoniose relazioni sociali.

La più importante di tutte le riforme compiute dal capitalismo fu naturalmente rappresentata
dall’ascesa dello stesso movimento operaio. La continua estensione del diritto di voto fino ad interessare l’intera popolazione adulta, nonché la legalizzazione e la tutela dell’attività sindacale, integrarono il movimento operaio nelle strutture di mercato e nelle istituzioni politiche della società borghese. Il movimento operaio divenne da allora parte integrante del sistema, a condizione che questo si conservasse, e così sembrava, proprio per la capacità del sistema stesso di mitigare le contraddizioni di classe per mezzo delle riforme. Peraltro, queste riforme presupponevano condizioni economiche stabili ed uno sviluppo ordinato, che si potevano realizzare attraverso una crescente organizzazione sociale, di cui le stesse riforme erano parte integrante. Naturalmente questa possibilità era stata negata dalla teoria marxiana, sicché la giustificazione di una coerente politica riformista richiese l’abbandono di quella teoria. Dentro il movimento operaio, i revisionisti si convinsero che, contrariamente a quanto pensava Marx, l’economia capitalistica non avesse una tendenza insita al collasso, mentre i sostenitori della teoria marxiana insistevano sulle limitazioni oggettive del sistema. Tuttavia, rispetto alla situazione determinatasi, anche questi ultimi non avevano altra scelta che lottare per le riforme economiche e politiche, differenziandosi dai revisionisti per via dell’assunto che, a causa dei limiti oggettivi del capitalismo, la lotta per le riforme avrebbe avuto significati differenti secondo i momenti in cui veniva condotta. In quest’ottica , era possibile intraprendere la lotta di classe sia nei parlamenti sia nelle strade, non solo attraverso i partiti politici ed i sindacati, ma anche con i lavoratori non organizzati. La base legale conquistata nella democrazia borghese doveva essere garantita mediante le azioni dirette delle masse nella loro lotta salariale, e si supponeva che le attività parlamentari dovessero sostenere questi sforzi. Mentre ciò non avrebbe avuto alcun’implicazione rivoluzionaria in periodi di prosperità, la situazione sarebbe cambiata in periodi di crisi, particolarmente in una fase discendente del capitalismo. Poiché il capitalismo trova un ostacolo solo in se stesso, la lotta per le riforme si sarebbe trasformata in una lotta rivoluzionaria appena la borghesia non fosse stata più in grado di fare concessioni ai lavoratori.

Proprio come i capitalisti (tranne qualche eccezione) non sono economisti, ma uomini d’affari,
anche i lavoratori non sono interessati alla teoria economica. Indipendentemente dalla questione se il capitalismo è destinato o no a crollare, i lavoratori devono badare ai loro bisogni immediati attraverso le lotte salariali, onde difendere o migliorare i loro livelli di vita. Se sono convinti della necessità del declino e della caduta del capitalismo, ciò accade perché già aderiscono all’ideologia socialista, anche se probabilmente non sono in grado di dimostrare “scientificamente” il loro punto di vista. Per la verità, è duro immaginare che un sistema sociale come il capitalismo possa durare ancora a lungo, salvo che, naturalmente, si fosse totalmente indifferenti alle condizioni anarchiche della produzione capitalistica ed alla sua completa decomposizione. Tuttavia, tale indifferenza è solo un altro termine per indicare l’individualismo borghese, il quale non è solo un’ideologia, ma anche una condizione dei rapporti di mercato come rapporti sociali. Tuttavia anche sotto quest’incantesimo, l’indifferenza dei lavoratori non impedisce loro di condurre la lotta di classe, sebbene a volte sia intrapresa solo parzialmente, a causa della violenta repressione che colpisce tutte le azioni indipendenti dei lavoratori.

Finora, il riformismo non ha portato ad una trasformazione del capitalismo in un sistema sociale più accettabile, né a rivoluzioni e neppure al socialismo; d’altra parte, potrebbe aver bisogno di rivoluzioni politiche per realizzare alcune riforme sociali. La storia recente fornisce numerosi esempi di rivoluzioni politiche che finirono col rovesciare l’odiata struttura di governo di una nazione, senza influenzare i suoi rapporti di produzione. Simili sovvertimenti rivoluzionari sostituiscono un regime dittatoriale per perseguire cambiamenti istituzionali e, implicitamente, riforme economiche. In questo caso, le rivoluzioni politiche sono una precondizione per qualunque tipo di attività riformistica e non il risultato di quest’ultima. Non si tratta di rivoluzioni socialiste nel senso marxiano, anche quando sono preminentemente iniziate e realizzate per mezzo della classe operaia, ma di attività riformiste condotte con mezzi politici più diretti.
La possibilità di un cambiamento rivoluzionario non può essere contestata, poiché ci sono state rivoluzioni politiche che hanno cambiato i rapporti di produzione e sostituito il governo di una classe con quello di un’altra. Le rivoluzioni borghesi assicurarono il trionfo della classe media e del modo di produzione capitalistico; una rivoluzione proletaria – ossia una rivoluzione per eliminare ogni rapporto di classe nel processo di produzione sociale – non è finora avvenuta, sebbene siano stati fatti tentativi in questa direzione, all’interno e all’esterno del sistema politico borghese. Mentre la riforma sociale è un surrogato della rivoluzione e questa può dissolversi in pure e semplici riforme capitalistiche, come in niente, una rivoluzione proletaria può solo vincere o perdere. Essa non può basarsi su alcun genere di compromesso di classe, poiché il suo compito è di eliminare ogni rapporto di classe. Conseguentemente, troverà tutte le altre classi schierate contro i tentativi di realizzare i propri obiettivi socialisti. E’ questo carattere speciale della rivoluzione proletaria che spiega le difficoltà eccezionali che incontra sul suo percorso.

(1) Nel suo libro In Place of Fear (New York, 1952, pp. 21-23), Aneurin Bevan riferisce che nel 1919 – quando i sindacati britannici minacciarono uno sciopero nazionale – l’allora primo ministro David Lloyd Gorge disse ai leader sindacali che dovevano essere consapevoli di tutte le conseguenze di una simile azione, perché “se nello stato sorge una forza più forte dello stato stesso, allora essa deve essere pronta ad assumerne le funzioni, o a ritirarsi e accettare l’autorità dello stato.” Da quel momento in poi”, disse un leader sindacale, “noi sapemmo d’essere sconfitti.” Dopo di ciò, continua Bevan, “lo sciopero generale del 1926 fu veramente una delusione. Nel 1926 i leader sindacali non si resero conto delle implicazioni rivoluzionarie di un’azione diretta su una tale scala, né erano ansiosi di farlo … Non fu tanto il potere coercitivo dello stato che limitò il pieno uso del potere dei lavoratori dell’industria …
I lavoratori e i loro leader indugiarono anche quando il loro potere coercitivo era più grande di quello dello stato. L’opportunità di impadronirsi del potere non è sufficiente quando la volontà di conquistarlo è assente, e quella volontà è conseguente all’atteggiamento tradizionalmente tenuto dal popolo verso quelle istituzioni politiche che fanno parte della loro eredità storica.”
Questo può essere vero, ma per la verità, in questo caso particolare, non fu l’atteggiamento dei lavoratori riguardo alla loro eredità storica, ma semplicemente la sottomissione alle loro organizzazioni e alle loro leadership che permise a queste ultime di sospendere lo sciopero generale, per il timore che esso potesse condurre ad agitazioni rivoluzionarie a causa della determinazione
apparentemente ferma del governo di interrompere lo sciopero con la forza.

(Traduzione a cura di www.countdownnet.info)

domenica 19 dicembre 2010

Marx e la filosofia

In luglio Radio BBC 4 annunciò il risultato del suo sondaggio tra i suoi ascoltatori per trovare “il più grande filosofo del nostro tempo”. E il vincitore è stato – Karl Marx, arrivato primo con il 28 percento dei circa 34.000 voti emessi, seguito dallo scozzese scettico e agnostico del XVIII secolo, David Hume, con il 13 percento, e dal logico-positivista dell’inizio del XX secolo, Ludwig Wittgenstein, con il 7 percento.

Ci deve essere qualche tipo di significato sul fatto che Marx sia stato scelto da circa 9.500 persone. Sarebbe bello pensare che sia stato un voto per l’obiettivo di Marx di una società senza proprietà privata dei mezzi di produzione, senza il denaro, sena il sistema delle retribuzioni e senza lo Stato. Più probabilmente rappresenta un riconoscimento del suo contributo all’analisi della storia e del capitalismo.

Che cosa ebbe da dire Marx riguardo alla filosofia? Di fatto, fu davvero un filosofo? Fu certamente un dottore di filosofia nel senso letterale, avendo ottenuto il suo dottorato – i sindacalisti che lo frequentarono negli anni 1860 nella Prima Internazionale lo conoscevano come “Dr Marx” – per una tesi su due antichi filosofi greci, Democrito ed Epicuro. E nei suoi primi vent’anni e tra i venti e i trenta pensò e scrisse enormemente circa i problemi filosofici, ma poi raggiunse la conclusione che il filosofeggiare astratto su “Dio”, “la natura dell’Uomo” e “il significato della vita”, su cui quasi tutti i filosofi avevano fatto congetture fino ad allora, era un esercizio alquanto inutile e lo abbandonò, all’età di 27 anni, per mai ritornarvi. Questo fu di fatto più o meno la stessa conclusione raggiunta dai due inseguitori nel sondaggio della BBC, Hume e Wittgenstein.

Ciò che sostituì tale filosofia, per Marx, fu lo studio e l’analisi empirici, ossia scientifici, della storia e della società, quello che fu noto come la concezione materialistica della storia. Strettamente parlando, questa non è veramente una filosofia ma una teoria e metodologia di una particolare scienza. Engels faticò a introdurre il termine “socialismo scientifico” ma è un’accurata descrizione del risultato dell’incontro di Marx (e del proprio) con la filosofia tedesca dei suoi giorni.

Marx arrivò al socialismo tramite la filosofia tedesca. Come molti altri tedeschi di mente radicale negli anni 1840 era stato un “Giovane Hegeliano”, il nome dato a quelli che interpretarono la filosofia di Hegel in una maniera radicale per giustificare l’istituzione di uno stato democratico e laico in Germania. Hegel stesso (che morì nel 1831) non fu un democratico radicale, anche se inizialmente accolse la Rivoluzione Francese. Proprio l’opposto. Durante gli anni 1820 fu un difensore conservatore dello Stato Prussiano, quasi un suo filosofo di Stato. E credeva che la religione Cristiana fosse vera, con tutto quello che implica in termini dell’esistenza di un dio con un piano per l’umanità e che interviene negli affari umani.

Ciò che fece appello ai radicali tedeschi nella filosofia di Hegel fu il concetto di alienazione (o qualcosa dalla sua natura, o essenza) e la visione che (fino alla fine della storia) tutte le istituzioni umane fossero transitorie e sviluppate attraverso criticismo intellettuale portando alla luce e poi trascendendo le contraddizioni nell’idea dietro di loro. Per Hegel questo era tutto in un contesto religioso (l’alienazione era l’alienazione dell’Uomo da parte di Dio e la fine della storia era la riconciliazione dell’Uomo con Dio). I Giovani Hegeliani rifiutarono tutto questo e furono molto critici sulla religione; di fatto fecero una particolarità di ciò, presentando una versione terrena del sistema di Hegel in cui l’alienazione era ancora l’alienazione dell’Uomo (con un capitale U) ma da parte della vera natura dell’Uomo, e la fine della storia era la riconciliazione dell’Uomo con la sua natura, o, come loro la chiamarono, l’emancipazione umana.

La maggior parte di loro identificarono ciò con l’istituzione di una repubblica democratica. Così fece Marx, inizialmente, ma arrivò alla conclusione che la democrazia politica, benché desiderabile come un passo avanti per la Germania, non significasse piena emancipazione umana, ma soltanto un’emancipazione parziale, “politica”; l’emancipazione “umana” poteva solamente essere realizzata con una società senza la proprietà privata, il denaro e lo stato. Cercando un agente per realizzare ciò, Marx identificò il “proletariato”, ma concepito in termini molto filosofici come un gruppo sociale che era “l’oggetto di nessuna particolare ingiustizia ma dell’ingiustizia in generale”, “la perdita completa dell’umanità e quindi può solo recuperare se stesso attraverso una completa redenzione dell’umanità”. Come scrisse alla fine del suo articolo “Introduzione a un contributo alla critica della Filosofia del diritto di Hegel” pubblicato nel febbraio del 1844: “La testa di questa emancipazione [dell’Uomo] è la filosofia, il suo cuore è il proletariato.” Questo è lo stesso articolo in cui si trova forse il suo più ben noto detto “la religione è l’oppio del popolo”, cioè, un illusorio fuggire dalle reali sofferenze. Questo fu di fatto rivolto ai suoi compagni Giovani Hegeliani che sembravano immaginare che la religione potesse essere fatta per far scomparire la sua irrazionalità soltanto con il criticismo. L’analisi della religione di Marx e di ciò che era richiesto per farla scomparire andava in profondità:

“Eliminare la religione quale illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione è dunque il germe della critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola”.

E:

“La critica della religione finisce con la dottrina che l’uomo è la più alta esistenza per l’uomo, vale a dire, con l’imperativo categorico di rovesciare tutte le circostanze in cui l’uomo è umiliato, asservito, abbandonato e disprezzato” (Tradotto da David McLellan dai Primi Testi di Karl Marx).

Questo è ancora un approccio filosofico e faceva Marx, in quel momento, un filosofo umanista. Alcuni trovano questo sufficiente, e assai lodevole (e Marx può anche aver ricevuto voti nel sondaggio della BBC su questa base), e certamente il fatto di essere socialista deve basarsi in fin dei conti sul desiderio di “rovesciare tutte le circostanze in cui l’uomo è umiliato, asservito, abbandonato e disprezzato”.

Marx stesso, tuttavia, non era soddisfatto di lasciare la causa per il socialismo poggiare su una pura teoria filosofica che procurava l’unica base sociale su cui “l’essenza dell’Uomo” poteva essere pienamente e finalmente realizzata. In seguito continuando a siglare con la sua posizione filosofica precedente, finì con il rifiutare la visione che gli esseri umani avessero delle “essenze” astratte dalle quali erano alienati. Come lo espresse in alcune note scritte in fretta nel 1845:

“L’essenza umana non è astrazione inerente a ogni singolo individuo. Nella sua realtà è l’insieme delle relazioni sociali” (Tesi su Feuerbach).

Questo lo condusse lontano dalla speculazione filosofica circa l’“essenza umana”, quello che era e come realizzarla, allo studio dei differenti “insiemi delle relazioni sociali” in cui gli esseri umani avevano vissuto e a vedere la storia non come lo sviluppo di qualche idea ma come lo sviluppo da un “insieme di relazioni sociali” a un altro in linea con lo sviluppo delle forze materiali di produzione. Ciò diede al socialismo una base molto più solida di un semplice “imperativo categorico di rovesciare tutte le circostanze in cui l’uomo è umiliato, asservito, abbandonato e disprezzato”. Lo rese la prossima tappa nello sviluppo della società umana, una tappa che doveva sia essere preparata dallo sviluppo della tappa corrente (capitalismo), che la soluzione dei problemi causati dall’inerenti contraddizioni interne del capitalismo. Mantenne come agente della sua istituzione la classe dei lavoratori retribuiti, non più considerata come una classe che personifica tutte le sofferenze dell’umanità, ma come la classe i cui interessi materiali la condurrebbero a opporsi e alla fine ad abolire il capitalismo.

Marx trattenne ancora un po’ del linguaggio e dei concetti del suo passato di Giovane Hegeliano, ma diede loro un contenuto nuovo, materialista. Quindi, per esempio, l’alienazione del “proletariato” non era più l’alienazione dalla loro essenza umana ma l’alienazione dai prodotti del loro proprio lavoro che avveniva per dominarli nella forma di capitale come personificato da una classe capitalista; e “l’emancipazione dell’Uomo” divenne l’emancipazione di tutta l’umanità attraverso l’abolizione delle classi e del governo di classe da parte della classe lavoratrice mondiale inseguendo il suo interesse materiale; e ancora si riferì alla fine del capitalismo come la conclusione de “la preistoria della società umana”. Anche l’imperativo di cambiare il mondo rimase, ma indirizzato alla classe lavoratrice piuttosto che ai filosofi. Come lo espose nel 1845 nel suo colpo d’addio alla filosofia tedesca: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo, in vari modi; si tratta però di cambiarlo” (anche dalle Tesi su Feuerbach).

(Traduzione da Socialist Standard, settembre 2005)