domenica 8 maggio 2022

Guerra in Ucraina

La Federazione Russa ha lanciato un attacco su vasta scala contro l'Ucraina.

Il Movimento Socialista Mondiale non si preoccupa dei cosiddetti diritti e torti di questa guerra, se le sottigliezze del diritto internazionale sono state violate o se la sovranità dell'Ucraina è stata ignorata. Come lavoratori, siamo dolorosamente consapevoli che saranno i compagni lavoratori a pagare il prezzo del sangue dei giochi geopolitici delle Grandi Potenze.

L'Ucraina non è la "democrazia" che i politici e i media occidentali amano dare l'impressione che sia. In realtà, la sovrastruttura politica ed economica dell'Ucraina non è molto diversa da quella della Russia. Quindi l'argomento che è "democratica" mentre la Russia non lo è e che "dobbiamo sostenerla per difendere i "valori democratici" è falso.

Il guaio per i nostri compagni lavoratori che vivono nell'Europa orientale è che la storia non gli ha dato alternative, non c'è altra scelta che essere dominati dall'UE-USA o dalla Russia. Per i governi di entrambe le parti, le persone in Ucraina sono pedine da utilizzare per promuovere i propri interessi.

Non una goccia del sangue dei lavoratori dovrebbe essere versata nel sostenere una o l’altra parte di questo conflitto capitalista di cui un blocco può rivendicare un territorio come parte della sua sfera di influenza. Che si tratti della nazione ucraina o delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, non vale il sacrificio delle vite dei nostri compagni lavoratori.

Il MSM condanna l'atteggiamento di tutti coloro che sono disposti a vedere paesi e città disseminati di cadaveri di uomini, donne e bambini. Per cosa? Combattere a favore o contro quello che sarebbe fondamentalmente un semplice cambio di governo, con ciascuna parte che sacrificherebbe i nostri compagni lavoratori ucraini e i nostri compagni lavoratori russi del Donbass per affermazioni spurie come agire per la "democrazia" e la "libertà".

(Traduzione da The Socialist Standard - aprile 2022)

domenica 28 novembre 2021

Cosa succede quando c'è una maggioranza socialista?

Non sarà il Partito Socialista come organizzazione separata dalla classe lavoratrice ad avere una maggioranza parlamentare, ma la classe lavoratrice di mentalità socialista. Saranno i lavoratori che avranno conquistato il controllo politico e i parlamentari socialisti saranno i loro delegati. Ciò presuppone una maggioranza socialista al di fuori del parlamento, che si sarà organizzata non solo in un partito politico socialista, ma anche in luoghi di lavoro pronti a mantenere in corso una produzione utile. Inoltre, ci sarebbero movimenti simili con il controllo del potere politico o che sarebbero vicini ad averlo in altri paesi capitalisti avanzati. 

Quindi cosa farebbe la maggioranza dei delegati socialisti? La ragione principale per entrare in parlamento, come organo centrale eletto per la legislazione, è quella di essere in grado di controllare la macchina del governo; non allo scopo di formare un governo come sotto il capitalismo, ma, come minimo, per impedire che i poteri dello stato vengano usati contro il movimento per il socialismo. Inoltre, poiché lo Stato non è solo il potere pubblico della coercizione, ma anche il centro dell'amministrazione sociale, si userebbe questo aspetto per coordinare la rivoluzione sociale dal capitalismo al socialismo e per mantenere in vita i servizi amministrativi essenziali.

lunedì 13 settembre 2021

Gli ambientalisti sanno cos’è il capitalismo?

La COP26 di novembre a Glasgow [nel Regno Unito] si avvicina e molte organizzazioni si stanno preparando a partecipare per far conoscere le loro proposte e le loro argomentazioni, e noi del Movimento Socialista Mondiale faremo lo stesso per presentare la nostra causa per il socialismo come soluzione al riscaldamento globale e a tutte le sue crisi che l'accompagnano.

Il capitalismo è la causa principale della maggior parte dei problemi ambientali che affrontiamo ed è anche il più grande ostacolo all'attuazione delle soluzioni. Eppure pochi riconoscono la colpevolezza del capitalismo e, se lo fanno, i loro rimedi comportano poco più che l'approvazione di leggi per regolare il sistema capitalista, come il proposto Green New Deal, e l'incoraggiamento di piccoli cambiamenti nello stile di vita.

Molti gruppi di attivisti come Extinction Rebellion e Sunrise Movement considerano la nostra proposta di un mondo senza stati, confini, mercati, prezzi e denaro, come qualcosa per gli scrittori di fantascienza.

Tuttavia, gli attivisti ambientalisti più radicali ammetteranno che è necessario un cambiamento rivoluzionario su scala mondiale, una rivoluzione per rovesciare il capitalismo. Durante le marce ci sono sicuramente abbastanza cartelli e striscioni con lo slogan "Cambiamento del sistema, non cambiamento climatico".

venerdì 30 aprile 2021

Il ritorno della Natura: Socialismo ed Ecologia

La brillante riscoperta di un secolo di pensiero ecologico e socialista da parte di John Bellamy Foster informerà, renderà possibile e ispirerà una nuova generazione di socialisti e di verdi. 

John Bellamy Foster THE RETURN OF NATURE Socialism and Ecology Monthly Review Press, 2020


In un'epoca in cui la richiesta di cambiamento del sistema viene ascoltata sempre di più, nel riconoscimento crescente delle cause socio-economiche della crisi climatica, un libro che stabilisce la connessione tra socialismo ed ecologia non potrebbe essere più tempestivo. Nel tracciare l'evoluzione di tale connessione, The Return of Nature di John Bellamy Foster individua le condizioni per un ecosocialismo efficace.

Il libro è un lavoro di recupero in diversi sensi correlati: di Marx ed Engels e di coloro che hanno ispirato come pionieri dell'ecologia sociale; della natura come necessariamente radicata nell'analisi sociale; della dialettica come metodo critico-pratico; del materialismo come campo di immanenza e di emergenza; del socialismo come mediazione sistemica del rapporto socio-naturale; e, soprattutto, della politica come impegno pratico con il mondo, rendendo la conoscenza e la ragione socialmente efficaci.

domenica 6 settembre 2020

La trasformazione marxiana dei valori in prezzi e la sua “Nuova Interpretazione” (un’esposizione divulgativa)

Introduzione

La questione della trasformazione dei valori di scambio in prezzi di produzione nell’ambito del sistema economico marxiano è ormai lunga quasi centocinquant’anni e ha accompagnato le fortune e le sfortune del marxismo teorico in tutte le vicissitudini della storia del movimento operaio e socialista. Per tale motivo non possiamo neppure tentare di esporla cronologicamente in queste brevissime note, rimandando le persone interessate a una descrizione, seria ma divulgativa, del problema alla pagina italiana di Wikipedia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Problema_della_trasformazione_dei_valori_in_prezzi_di_produzione.

In quel che segue proveremo invece a fornire le idee basilari del problema come formulato per la prima volta da Karl Marx nel III volume de “Il Capitale” [1] (sez. II e sez. III), come rivisto criticamente dalla scuola economica neoricardiana (sez. IV) e, in fine, come sistematizzato dai principali teorici della scuola marxista nota come “Nuova Interpretazione” (sez. V). Qualche breve conclusione (sez. VI) terminerà queste note proponendo spunti di approfondimento per chi fosse interessato all’importante tematica della trasformazione dei valori in prezzi da un punto di vista più completo e matematicamente rigoroso. L’unica precisazione che ci resta da fare è quella relativa al livello basilare di conoscenza dell’economia marxista richiesta al lettore: daremo per scontata una superficiale familiarità con i concetti espressi da Marx nel I volume de “Il Capitale” [2] quali: il valore d’uso e il valore di scambio, il lavoro astratto, la differenza tra lavoro e forza-lavoro, il capitale costante e quello variabile, il plusvalore e pochissimo altro, come ottimamente spiegato nel “Riassunto del Capitale” scritto da Friedrich Engels nel 1868, ma pubblicato solo nel 1929:

https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1867/capitale/e-riassunto.htm.

Continua a leggere: link al documento in formato PDF

martedì 19 maggio 2020

ANGELICA BALABANOFF: UN ITINERARIO VERSO IL BOLSCEVISMO E RITORNO

Anželika Isaakovna Balabanova nacque a Černigov nell’Impero Russo (ora Černihiv in Ucraina) in agosto, probabilmente attorno al 1868 [1]. La sua famiglia, di origine israelitica, era ricca, sicché lei ebbe un’infanzia privilegiata. Presto si rese conto di non sentirsi a suo agio in quel tipo di classe sociale abbiente e, con il sostegno finanziario della famiglia ma allo stesso momento contro il suo volere, si trasferì a Bruxelles per frequentare l’Université Nouvelle. Lì conobbe figure di spicco della Seconda Internazionale (o vicine ad essa), come Élisée Reclus, Émile Vandervelde e Georgi Plekhanov.
A Lipsia, dove si trasferì per un breve periodo, conobbe anche Rosa Luxemburg che divenne il suo modello per gli anni a venire. Quindi si recò a Berlino dove frequentò lezioni di economia politica e incontrò vari membri di alto livello del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), come Clara Zetkin e August Bebel. Sentì quindi parlare di un professore di filosofia italiano, il marxista Antonio Labriola, abbastanza noto persino tra gli studenti della SPD. Così decise di trasferirsi a Roma dove frequentò le lezioni di Labriola e incontrò alcuni fondatori del Partito Socialista Italiano (PSI): Filippo Turati, Claudio Treves e la compagna di Turati, anch’ella un’ebrea russa, Anna Kuliscioff. In quel periodo prese a italianizzare il suo nome divenendo per tutti “Angelica Balabanoff”.

sabato 4 aprile 2020

1920 - 2020 Risposte al compagno Errico Malatesta sulle differenze politiche tra socialisti e anarchici

Introduzione

Errico Malatesta (1853-1932) fu senz’altro il più celebre militante anarchico italiano del cinquantennio che va dalla morte di Michail A. Bakunin (1876) al consolidamento della dittatura fascista (1926) e, probabilmente, uno dei più rilevanti al livello mondiale insieme a Pëtr A. Kropotkin, Gustav Landauer, James Guillaume, Ricardo Mella, Alexander Berkman, Emma Goldman e Rudolf Rocker. Nel resto di questo breve articolo non proveremo neppure a riassumere l’avventurosa esistenza di Malatesta [1], tutta intessuta di progetti rivoluzionari, fallite insurrezioni, fughe precipitose, lunghi esili e non trascurabili periodi di detenzione carceraria. Una vita scomoda ma coerente dove, glissando su certe ingenuità giovanili (ad esempio, i fatti della banda del Matese del 1877), emerge l’elevata statura morale della persona che è eguagliata soltanto dalla fede salda nell’avvenire comunista libertario del genere umano. Al livello biografico c’interessa solo riassumere l’attività di Malatesta dalla fine della Grande Guerra (novembre 1918) alla Marcia su Roma (ottobre 1922), perché è proprio in questo quadriennio che si situano i due articoli ai quali intendiamo fornire adeguate risposte. Soltanto nel 1919, dopo diversi tentativi infruttuosi, Malatesta, esule nel Regno Unito dal 1914, riesce a ottenere un passaporto dal console italiano a Londra e a imbarcarsi a Cardiff per Taranto con l’aiuto di un influente sindacalista dei portuali italiani. In Italia gode subito di un’enorme popolarità, acclamato dalla folla (ma con sua grande irritazione!) come il “Lenin italiano”, e se ne avvantaggia durante un’intensa attività propagandistica che lo rende uno dei protagonisti più radicali del cosiddetto “Biennio Rosso” (1919-1920). I suoi intenti sono infatti sintetizzabili in quattro semplici linee d’azione: necessità di armarsi, necessità di un fronte unico dei sovversivi, necessità di far funzionare campi e officine in modo nuovo, necessità di passare dagli scioperi alle occupazioni. Punti che, almeno per qualche settimana durante l’Occupazione delle Fabbriche (settembre 1920), sembrano divenire finalmente attuabili.
Nel febbraio del 1920 fonda e dirige a Milano il quotidiano anarchico Umanità Nova, mentre nel luglio dello stesso anno è tra i protagonisti del congresso di Bologna dove si riorganizza l'Unione Anarchica Italiana e viene approvato il famoso “Programma Anarchico” [2], già abbozzato da Malatesta nel 1919. Viene però arrestato e recluso nel carcere di San Vittore dove, insieme ad altri detenuti, inizia uno sciopero della fame che mina le sue condizioni fisiche, riducendolo quasi in fin di vita. Tale sciopero viene sospeso solo dopo la famigerata “Strage del teatro Kursaal Diana”, avvenuta il 23 marzo 1921 e costata 21 morti e 80 feriti, per la quale vengono condannati Giuseppe Mariani, Ettore Aguggini, Giuseppe Boldrini e altri sedici anarchici individualisti che sostengono di aver agito proprio per protesta contro l’arresto immotivato di Malatesta e dei suoi compagni. Poco dopo Malatesta viene liberato ma, fortemente impressionato dalle conseguenze umane e politiche della strage, pubblica un articolo sull’Umanità Nova nel quale, pur mostrando una certa comprensione per gli esecutori materiali dell’attentato, critica gli atti di violenza indiscriminati. Continua a dirigere l’Umanità Nova (nel frattempo ridottasi a settimanale e trasferitasi a Roma dopo le devastazioni fasciste della redazione) fino alla fine del 1922, anno in cui Mussolini prende il potere e chiude d’autorità il giornale (22 novembre) che termina con il n. 196. Riprenderà le pubblicazioni soltanto nel secondo dopoguerra.