Il dibattito pubblico odierno è ossessionato dalle personalità. La vita politica si riduce a un susseguirsi di individui che vengono demonizzati come la fonte dei problemi della società o celebrati come i suoi salvatori. Pochi incarnano questo concetto meglio di Donald Trump.
Ma concentrarsi su individui come Trump significa perdere di vista il punto centrale. Non è un'anomalia, né la causa dei problemi che la gente gli attribuisce. È il prodotto del sistema in cui opera.
La società moderna è organizzata attorno alla produzione a scopo di lucro, alla concorrenza e alla concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di una minoranza. Al centro di questo sistema si trova il rapporto salariale: la maggioranza delle persone deve vendere la propria capacità di lavorare per vivere, mentre una minoranza possiede e controlla i mezzi per produrre ricchezza.
È qui che si manifesta lo sfruttamento, non come eccezione, ma come caratteristica normale del sistema. I lavoratori producono più valore di quanto ricevano in cambio sotto forma di salario, e questo surplus viene appropriato come profitto. È questo processo che genera ricchezza da un lato e insicurezza dall'altro.
In questo contesto, la politica non è un'arena neutrale. I governi, a prescindere da chi li guidi, sono obbligati a mantenere le condizioni per una produzione redditizia. Ciò limita l'azione di qualsiasi politico. Possono differire per stile, retorica o dettagli politici, ma operano entro gli stessi vincoli economici.
In tali condizioni, non sorprende che emergano figure aggressive, egocentriche e abili nel canalizzare la frustrazione. Queste figure si fanno portavoce di un reale malcontento, ma lo deviano dalla struttura della società verso capri espiatori, rivali o personalità.
Nel frattempo, l'opinione pubblica è incoraggiata a concentrarsi su queste personalità. L'indignazione si concentra sui singoli individui, le elezioni vengono presentate come contese morali e l'impegno politico diventa una questione di schieramento. Questo distoglie l'attenzione dal sistema salariale stesso, il meccanismo che genera disuguaglianza, instabilità e insoddisfazione ricorrente.
Che si tratti di Trump o di qualsiasi altra figura politica, lo schema rimane invariato. Diversi individui vanno e vengono, ma il rapporto di fondo tra chi lavora per un salario e chi vive di profitto resta immutato.
Da questa prospettiva, attaccare i singoli politici non solo è insufficiente, ma è anche una distrazione. Crea l'illusione che sostituire un leader risolverà problemi che affondano le radici nell'organizzazione sociale a un livello molto più profondo.
Finché esisterà il sistema salariale – in cui la maggioranza deve lavorare per un salario e una minoranza si appropria del surplus – la disuguaglianza e il conflitto saranno inevitabili, e continueranno a emergere figure politiche controverse.
Se si vuole ottenere un cambiamento significativo, l'attenzione deve spostarsi dalle personalità alla struttura stessa. La vera questione non è chi governa, ma se un sistema basato su salari, profitti e divisioni di classe possa mai servire gli interessi della maggioranza.
Finché non si affronterà questa domanda, il ciclo continuerà, e con esso le condizioni che generano figure come Donald Trump.
(Traduzione da The Socialist Standard – giugno 2026)



