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sabato 4 novembre 2017

Cento anni dal colpo di Stato bolscevico in Russia

In occasione del centesimo anniversario del colpo di Stato bolscevico in Russia (precisamente il 7 novembre del 1917, secondo il calendario gregoriano), il Movimento Socialista Mondiale pubblicherà una serie di articoli al fine di analizzare, il contesto storico, l'impatto sul socialismo marxista e la classe dei lavoratori, l'influenza sui socialisti in Italia che tale presa del potere ebbe e tuttora ha. A seguire la traduzione a cura di D.C. dell'articolo uscito sul numero di Ottobre 2017 dello Standard, che chiaramente mostra i limiti della visione leninista del marxismo.


La Russia è mai stata socialista? 

Esaminiamo la reazione del Partito Socialista della Gran Bretagna al colpo di stato bolscevico e descriviamo l’analisi della Russia Sovietica iniziata per primo da questo partito.


Introduzione

L’apparente trionfo dei bolscevichi nella Russia arretrata del 1917 mise in subbuglio il movimento marxista. Inoltre, varie organizzazioni politiche in Europa e in America Settentrionale, precedentemente impotenti, si mostrarono maggiormente colpite dal rapido e inatteso successo di alcuni rivoluzionari nel mezzo di una cruenta guerra mondiale, che preoccupate per il potenziale impatto di quest’evento sugli elementi centrali della teoria marxista (come erano stati sempre compresi in precedenza).
Contrariamente alla leggenda il Partito Socialista della Gran Bretagna divenne inizialmente preda proprio di questo sentimento come altri partiti della sinistra radicale, lodando i tentativi riusciti da parte dei bolscevichi di allontanare la Russia da quella carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale. Riguardo a ciò che stava accadendo in Russia a un livello più profondo, il Partito Socialista della Gran Bretagna era più scettico. In effetti quello che attirava la nostra attenzione più di ogni altra cosa erano le affermazioni stravaganti, fatte per conto dei bolscevichi dai loro sostenitori in Gran Bretagna, sull’ “Ottobre Rosso” (i primi di novembre secondo il calendario gregoriano). La prima analisi dettagliata della situazione russa, scritta da Jack Fitzgerald, apparve sul “Socialist Standard” nel numero dell’agosto 1918 con il titolo: “La Rivoluzione in Russia – Dove fallisce”. Affrontava le pretese dell’allora “Socialist Labour Party” (di Gran Bretagna), sottolineando perché la presa del potere bolscevica non avrebbe potuto condurre all’instaurazione del socialismo in Russia. L’articolo si domandava:

“È pronta per il socialismo questa massa enorme di gente, circa 160 milioni, sparsa su otto milioni e mezzo di miglia quadrate? E i cacciatori del Nord, i piccoli proprietari contadini in rivolta nel Sud, gli schiavi-salariati agricoli delle Province Centrali e gli schiavi-salariati industriali delle città sono forse convinti della necessità d’instaurare la proprietà sociale dei mezzi di sostentamento e forniti delle conoscenze necessarie allo scopo? A meno che una rivoluzione mentale di un’ampiezza siffatta che il mondo non l’abbia mai vista abbia preso piede, o un cambiamento economico immensamente più rapido di ciò che la storia abbia mai registrato sia accaduto, la risposta è ‘No!’ (…). Quale giustificazione ci potrebbe essere, quindi, per definire la sollevazione avvenuta in Russia una ‘rivoluzione socialista’? Nessuna, al di là del fatto che i capi del movimento di novembre si definiscono ‘socialisti marxisti’.”

In effetti, col tempo, il Partito Socialista della Gran Bretagna arrivò a identificare cinque ragioni principali per cui l’edificazione del socialismo in Russia da parte dei bolscevichi sarebbe stata impossibile:

·   In primo luogo, come già indicato da Fitzgerald, la coscienza socialista di massa, necessaria prima di una rivoluzione socialista vittoriosa, era palesemente assente in Russia, come altrove. Fitzgerald faceva propria un’osservazione di Litvinov, il quale suggeriva che i bolscevichi non conoscessero veramente il punto di vista dell’intera classe lavoratrice quando assunsero il comando, ma solo quello di alcuni suoi settori come, per esempio, quello degli operai industriali di Pietrogrado.

·    In secondo luogo non era neanche il caso che la classe lavoratrice fosse la maggioran- za numerica in Russia, una società dominata dall’economia rurale. Come può essere portata a termine una rivoluzione socialista maggioritaria quando i lavoratori sono una minoranza e la classe sociale più grande è costituta da contadini analfabeti? Anche se l’analfabetismo non impedisce in modo assoluto il diffondersi della comprensione del socialismo, certo, lo rende più difficile. In ogni caso i contadini si sono da sempre mostrati più interessati a liberarsi dal pesante fardello delle tasse sulla terra e ad accrescere la dimensione dei loro appezzamenti piuttosto che a domandare la proprietà comune.

·   In terzo luogo il socialismo non potrebbe esistere in una nazione economicamente arretrata dove in mezzi di produzione non siano sufficientemente sviluppati da poter sostenete un sistema socialista di distribuzione.

·      In quarto luogo, e ciò è veramente cruciale, non è possibile costruire il socialismo in un solo paese, data la natura del capitalismo quale sistema economico mondiale con una divisione del lavoro su scala planetaria. Un ‘socialismo in un solo paese’, isolato, sarebbe destinato al fallimento a prescindere dalle lodevoli intenzioni dei rivoluzionari in esso coinvolti.

·  La quinta ragione avanzata per sostenere la natura non-socialista della Russia bolscevica andava, invece, proprio alla radice delle nostre differenze politiche con il bolscevismo: il socialismo non si sarebbe potuto raggiungere seguendo dei capi (illuminati o meno che fossero).


Il Capitalismo di Stato

In assenza di una rivoluzione socialista mondiale, realisticamente, ci poteva essere solo una via di sviluppo per la Russia semi-feudale: la via del capitalismo. Con la virtuale eliminazione della gracile borghesia russa, per i bolscevichi era stato necessario sviluppare l’industria attraverso la proprietà statale delle imprese e l’accumulazione forzata di capitale. In “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” [1], scritto appena prima della rivoluzione, Lenin aveva delineato proprio quest’approccio alla crisi russa. Secondo questo documento Lenin immaginava che le misure immediate necessarie avrebbero comportato la nazionalizzazione delle banche esistenti e la formazione di una sola banca di stato, insieme alla nazionalizzazione delle compagnie assicurative, dei monopoli e di tutte le altre realtà industriali fondamentali. Il “Socialist Standard” colse subito l’opportunità di porre in dubbio l’ipotetica applicabilità generale delle azioni bolsceviche in Russia, in questo caso lo sviluppo del “capitalismo di stato” come precondizione per l’instaurazione del socialismo:

“Se dovessimo copiare la politica bolscevica, dovremmo domandare il capitalismo di stato, che non è un passo in avanti verso il socialismo nei paesi capitalisti avanzati. Resta il fatto, come anche Lenin ha dovuto confessare, che non dobbiamo imparare dalla Russia, ma la Russia deve imparare dai paesi dove la produzione su ampia scala è dominante (“Un punto di vista socialista sulla politica bolscevica”, luglio 1920).

Come da noi evidenziato con gran pena ai nostri oppositori filo-bolscevichi, Lenin ammise che la formazione sociale della Russia sovietica era essenzialmente capitalistica di stato, sebbene sotto la direzione e il controllo di un cosiddetto “stato proletario” guidato da un partito d’avanguardia di rivoluzionari professionisti. Per Lenin la natura della politica rivoluzionaria era il determinante cruciale del tipo di sistema sociale esistente. Senza ciò che Lenin definì “democrazia rivoluzionaria”, i monopoli capitalistici di stato sarebbero rimasti solo espressioni di un capitalismo di stato. Con il controllo operaio della produzione e il controllo dello stato proletario da parte del partito di avanguardia della classe lavoratrice, però, il socialismo sarebbe divenuto una realtà. Secondo “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” il socialismo sarebbe semplicemente “i monopoli capitalistici di stato usati per servire gli interessi di tutto il popolo”.

Oltre vent’anni dopo la presa del potere bolscevica eravamo rimasti scettici sul fatto che il capitalismo di stato fosse realmente socialismo, anche se presieduto da coloro che si proclamavano socialisti:

“… le caratteristiche principali del capitalismo [in Russia] non sono scomparse e non sono in procinto di farlo. Le merci non sono prodotte per l’uso ma per la vendita a quelli che hanno denaro per acquistarle, come negli altri paesi. I lavoratori non sono membri di un sistema in cui i mezzi di produzione della ricchezza siano posseduti e controllati socialmente, ma sono salariati impiegati dallo stato o da imprese para-statali ecc. Le  imprese di stato russe non sono ‘socialmente possedute’ più delle Poste Britanniche, dell’Ente Centrale per l’Elettricità [del Regno Unito], o di ogni altra compagnia privata (…). Il tentativo bolscevico d’introdurre il socialismo mediante ‘decreti legali’ o ‘coraggiosi balzi in avanti’ prima che le condizioni economiche siano mature e prima che la gran massa della popolazione desideri il socialismo, è stato un totale fallimento. Con il tempo questo fallimento diverrà ovvio ai lavoratori dentro e fuori dalla Russia” (“Domande del giorno d’oggi”, 1942).

Il capitalismo, basato sulla separazione tra i produttori e i mezzi di produzione, non era stato abolito e non sarebbe potuto esserlo. La produzione aveva ancora luogo nella forma di un sistema di scambi basato sulla circolazione dei capitali. Il capitale si espandeva in conseguenza dello sfruttamento del lavoro salariato e i beni erano ancora prodotti per la vendita sul mercato in vista della realizzazione di un plusvalore. In effetti, molto dell’analisi iniziale del Partito Socialista della Gran Bretagna dedicata alle basi economiche del sistema sovietico rifletteva l’intento di dimostrare le somiglianze tra il capitalismo di stato russo e il capitalismo britannico, basato sulle imprese private, con cui il partito era più familiare.


Chi è la classe capitalista?

Col tempo, mentre era chiaro che il capitalismo di stato in Russia (e poi nei suoi vari paesi satelliti) manteneva tutte le caratteristiche essenziali del capitalismo, rimanevano anche evidenti differenze, benché superficiali. Una, ad esempio, era legata a chi fosse la classe capitalista in Russia, dato che i sostenitori di questo sistema spesso sostenevano che non potesse realmente esistere il capitalismo in Russia dato che non c’era una classe capitalista nel senso tradizionale del termine. Eppure in realtà esisteva una classe capitalista di questo tipo, come mostrato dall’opuscolo “Milionari Sovietici” di Reg Bishop del 1940, insieme a un settore privato che affiancava le maggiori istituzioni e le compagnie possedute dallo stato, nonostante fosse alquanto marginale.
Ad ogni modo era chiaro che il potere e il controllo effettivi (comprese le decisioni economiche) erano tutti concentrati in un potente gruppo di burocrati dirigenti che godevano di uno stile di vita privilegiato e di alti stipendi ottenuti dalla loro posizione al vertice della gerarchia sovietica. Questa classe dirigente non poteva essere semplicemente equiparata ai sovrintendenti e ai manager interni al capitalismo a cui si riferiva Marx, i quali ricevevano uno stipendio basato sulla quantità di beni necessaria per produrre e riprodurre la loro forza-lavoro. All’opposto, questa classe di burocrati in Russia stava usando la sua posizione di controllo per compiere le stesse funzioni espletate dai capitalisti individuali nelle prime fasi dello sviluppo capitalista e per impossessarsi di entrate privilegiate ricavate dal plusvalore. Benché non avesse titoli legali sui mezzi di produzione e non fosse in grado di cederne o passarne la proprietà, era chiaramente una classe possidente del tipo menzionato nella nostra Dichiarazione dei Principi, che esercitava un “monopolio … della ricchezza estorta ai lavoratori”. Questa classe capitalistica di stato, come la classe capitalista dei proprietari privati in occidente, era privilegiata nei consumi ricevendo stipendi “gonfiati” che non erano il prezzo della loro forza-lavoro, ma una quota del plusvalore totale creato dalla classe lavoratrice. Ed erano anche privilegiati per via di una moltitudine di vantaggi, benefici e bonus solo a loro disponibili, compreso l’accesso a esercizi commerciali esclusivi come negozi e ristoranti di lusso da cui la classe lavoratrice era addirittura fisicamente esclusa.

L’opinione prevalente nel Partito Socialista della Gran Bretagna fu che la natura di classe non potesse venir determinata dalle sole forme legali o dai metodi di selezione (infatti la classe possidente sovietica non veniva selezionata ereditariamente, ma tramite altri metodi, più meritocratici, che non erano stati del tutto inusuali nelle altre classi possidenti della storia). Così, in definitiva, il partito concluse che, nonostante la classe capitalistica di stato non avesse titoli legali di proprietà sui mezzi di produzione, tuttavia costituiva ugualmente una classe in grado di esercitare una proprietà collettiva sui mezzi di produzione e di distribuzione. Ciò che venne giudicato di primaria importanza fu, quindi, la realtà sociale del capitalismo piuttosto che una sua particolare forma legale: gli oppositori della teoria del capitalismo di stato non erano mai stati capaci di vedere al di là di quest’ultima.


La teoria del capitalismo di stato

Il Partito Socialista della Gran Bretagna fu il primo gruppo politico nel Regno Unito, e probabilmente nel mondo, a identificare la direzione capitalistica di stato presa dalla Russia sotto la dittatura del partito comunista, benché molti altri giunsero nel corso del tempo alla stessa conclusione, anche se non sempre per le medesime ragioni.
Diversamente da noi la gran parte di questi gruppi restava nel solco della tradizione leninista o, per lo meno, si mostrava interessata a identificare alcuni aspetti positivi nella presa del potere bolscevica i quali, in futuro, sarebbero potuti essere usati dal movimento socialista in altre situazioni. In particolare, la concezione leninista del socialismo come proprietà e direzione statali dell’economia sotto il controllo di un partito di avanguardia operante tramite lo strumento politico dei consigli operai era acriticamente accettata dalla maggioranza di questi gruppi. Di conseguenza essi attribuirono solo in seguito la caratteristica di “capitalismo di stato” alla Russia, quando ritennero che la proprietà statale non coincidesse più con la “democrazia proletaria” e con il potere dei soviet. Questa fu essenzialmente l’analisi proposta inizialmente dai “comunisti dei consigli” tra cui, per esempio, Otto Rühle che vide nella repressione dei soviet l’ascesa del “despotismo dei commissari” e del capitalismo di stato (Rühle stesso, più tardi, comprese l’inadeguatezza di questa posizione e giunse a concepire la nazionalizzazione e la regolazione da parte dello stato come intrinsecamente “capitalistiche di stato”). Il maggiore gruppo della “Sinistra Comunista” in Europa, la KAPD tedesca [2], sviluppò una prospettiva simile. Identificò il capitalismo con la proprietà privata (specificamente non-statale) dei mezzi di produzione e, come la “Workers’ Socialist Federation” (anch’essa “comunista dei consigli”) in Gran Bretagna, lodò i bolscevichi per la loro costruzione del socialismo nei centri industriali della Russia. In seguito la KAPD divenne fortemente critica del sistema bolscevico dopo la repressione finale dei soviet e l’introduzione della cosiddetta “Nuova Politica Economica”, che, sosteneva la KAPD, annunciava un “regresso verso il capitalismo”.

Nonostante gli eccessi iniziali della “Sinistra Comunista” e dei gruppi dei “comunisti dei consigli” che invariabilmente lasciarono che l’ammirazione per la forma politica dei soviet dominasse le loro analisi, forse il peggior esempio di socialismo concepito come la combinazione di proprietà statale più “democrazia rivoluzionaria” venne dai trotzkisti. Ironicamente le teorie trotzkiste sul capitalismo di stato, pur essendo le più deboli, sono le più note. C. L. R. James e Raya Dunayevskaya del “Socialist Workers’ Party” statunitense furono i primi trotzkisti a separarsi dallo stesso Trockij e ad attribuire all’URSS una natura capitalistica di stato, benché la teoria forse più nota sia quella elaborata da Tony Cliff e fatta circolare come documento di discussione all’interno del Partito Comunista Rivoluzionario della Gran Bretagna nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, prima di venir pubblicata con il titolo: “Russia, un’analisi marxista”.
Cliff, che era la vera guida dietro ciò che sarebbe poi divenuto l’SWP britannico [3], sostenne che le sue ragioni per dividersi dai trotzkisti ortodossi, identificando l’Unione Sovietica con il capitalismo di stato, fossero abbastanza semplici:

“Quando giunsi alla teoria del capitalismo di stato non vi arrivai attraverso lunghe analisi [sulla sopravvivenza] della legge del valore in Russia … Niente di tutto ciò. Vi arrivai con la semplice constatazione che … non si può avere uno stato operaio senza che i lavoratori abbiano il potere di determinare ciò che avviene nella società” (intervista a “The Leveller”, 30 settembre 1979).

In realtà Cliff era stato pesantemente influenzato dal suo compagno trotzkista Jock Haston circa le opinioni del Partito Socialista della Gran Bretagna sull’esistenza del capitalismo di stato in Russia al posto del socialismo o del cosiddetto “stato operaio”; ma Cliff non sarebbe mai stato in grado abbandonare del tutto le prospettive di Lenin e di Trockij. In effetti l’analisi di Cliff era profondamente radicata nell’idea che l’URSS fosse una forma di “stato operaio” prima che il “Piano Quinquennale” di Stalin, nel 1928, instaurasse la burocrazia come nuova classe consumatrice di plusvalore. Come tutti i trotzkisti, Cliff non identificò l’URSS con una società in via di sviluppo secondo le linee guida del capitalismo di stato già dal 1917, ma soltanto a partire dall’ascesa al potere di Stalin. Sotto Lenin la Russia sarebbe stata, ipoteticamente, una società in transizione dal capitalismo al comunismo, fondata sul potere della classe lavoratrice. Per Cliff un cambiamento visibile di controllo politico condurrebbe a una mutazione fondamentale della struttura economica, a quello che, in effetti, arriverebbe a essere un “regresso verso il capitalismo”.
Forse sorprendentemente, furono proprio i trotzkisti che restarono fedeli alle opinioni di Trockij (nel periodo dell’esilio) sulla Russia vista come uno “stato operaio degenerato” che mossero le critiche più pertinenti all’analisi di Cliff, in particolar modo alle sue conclusioni che la struttura del sistema sovietico fosse cambiata nel 1928 e avesse assunto basi capitalistiche. Il primo di questi critici fu il rivale trotzkista britannico Ted Grant (fondatore di ciò che poi divenne “The Militant” [4]) che scrisse:

“Se la tesi del compagno Cliff fosse corretta, ossia che in Russia oggi ci sia il capitalismo di stato, allora non si potrebbe evitare la conclusione che il capitalismo di stato esista dai tempi della rivoluzione russa e che la funzione stessa della rivoluzione sia stata quella di introdurre questo sistema di capitalismo di stato nella società. Perché, nonostante i suoi strenui sforzi per tracciare una linea di demarcazione tra le basi economiche della Russia prima e dopo il 1928, tali basi economiche sono rimaste immutate (…) il denaro, la forza-lavoro, l’esistenza della classe lavoratrice, il plusvalore ecc. sono tutti relitti del vecchio sistema capitalista sopravvissuti perfino sotto il regime di Lenin (…) la legge del valore si applica, e deve potersi applicare, fino a che non vi sia un accesso diretto ai prodotti da parte dei produttori” (“Contro la teoria del capitalismo di stato”, 1949).

Questa conclusione fu certamente rifiutata da Cliff e dagli altri teorici trotzkisti del capitalismo di stato, benché ovviamente, non da noi. Oggi molti gruppi politici di “comunisti dei consigli”, di “comunisti di sinistra” e di trotzkisti identificano la Russia sovietica, sicuramente nel periodo successivo a quello di Lenin, con una realtà essenzialmente a capitalismo di stato e, come noi, hanno applicato la loro analisi della società russa ad altri paesi “socialisti” con caratteristiche simili in Asia, Africa e America Centrale. Il non esser soli nell’identificare la natura capitalistica dell’URSS ovviamente non indebolisce la nostra posizione di unica organizzazione che promosse un’analisi basata sul capitalismo di stato degli eventi della Russia all’epoca del loro accadimento e non, solamente, con il senno di poi. Ma quello che è più importante è che rimaniamo una delle poche organizzazioni impegnate a sostenere una tale critica all’URSS (e ai regimi simili) che non abbia mai cercato di adottare o di promuovere l’avanguardismo leninista che, così chiaramente, condusse proprio a questo sbocco capitalistico di stato.

DAP

(da “Socialist Standard” n. 1358, Ottobre 2017, traduzione italiana a cura del blog “Movimento Socialista Mondiale”).


NOTE

[1] “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” (del 10-14 settembre 1917) in V. I. Lenin, Opere, vol. 25 (Editori Riuniti, Roma, 1967).
[2] Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands (“Partito Comunista Operaio di Germania”), attivo dal 1920 al 1933.
[3] “Socialist Workers’ Party” (“Partito Socialista dei Lavoratori”), partito trotzkista britannico fondato nel 1950 e ancora esistente.
[4] “The Militant” (“Il Militante”) fu il giornale dell’ala trotzkista del Partito Laburista britannico nota come “Militant Tendency” nel periodo 1964-1991. Dopo l’espulsione proseguì come rivista autonoma fino al 1997.

              

sabato 25 aprile 2015

Dove ci guidano i leader

Traduciamo questo interessante articolo dei compagni del “Socialist Party of Great Britain” rivolto criticamente a uno dei vari gruppi britannici della cosiddetta “estrema sinistra”, poiché le considerazioni dell’autore si applicano in maniera abbastanza puntuale anche a quello che accade nel nostro paese per ciò che concerne la galassia dei partitini leninisti, trozkisti, stalinisti e maoisti: da “Lotta Comunista” al “Partito Comunista dei Lavoratori”, da “FalceMartello” fino al “Partito Comunista - Sinistra Popolare” e al “Bolscevico”. Con in più l’aggravante che in certi casi al discutibile metodo di Lenin se ne è sostituito da noi uno ancora peggiore: il cosiddetto “centralismo dialettico”, dove non vi sono più né congressi né votazioni, ma tutto avviene per pura cooptazione da parte della dirigenza. Direttamente la prassi di una setta esoterica o religiosa...
 
Piuttosto noto nel Regno Unito per le sue imprese, per i suoi banchetti in strada e per il suo attivismo studentesco, il Socialist Worker Party (SWP, https://www.swp.org.uk/) britannico soffrì un paio di anni fa di un notevole arretramento che condusse a un vero e proprio esodo dei suoi militanti. Uno di questi era Ian Birchall, biografo del fondatore del gruppo Tony Cliff e già componente della dirigenza del partito. Era stato membro dell’SWP e del suo gruppo predecessore, l’International Socialism (IS), per oltre cinquant’anni. Lo scorso dicembre ha pubblicato nel suo blog alcune riflessioni [1] su cosa è andato storto nel partito.
Quando venne formato negli anni ’50 come gruppo trotzkista che riconosceva la natura capitalista della cosiddetta URSS (cosa che noi ben sapevamo da parecchio tempo...) l’IS era organizzato allo stesso modo di molti altri gruppi di sinistra del Regno Unito: i suoi membri erano tutti affiliati al Partito Laburista e si definivano “laburisti di sinistra”. Poi negli anni ’60 le cose iniziarono a cambiare: uscirono dal Partito Laburista e nel 1968 Cliff decise che era il momento di riorganizzare il gruppo secondo linee guida leniniste più rigorose. Era stato lo sciopero generale in Francia di qualche mese prima a spingerlo in questa direzione. Tipicamente, da buon trotzkista, Cliff attribuiva l’impossibilità di arrivare alla rivoluzione socialista all’assenza di un partito rivoluzionario che guidasse i lavoratori in sciopero (non che la rivoluzione socialista fosse il reale obiettivo dello sciopero, tuttavia esso era effettivamente un successo da un punto di vista sindacale). Concluse quindi che ciò che i “rivoluzionari” dovevano fare alla luce di questo evento era di organizzarsi apertamente secondo le linee guida del partito bolscevico di Lenin, che, per lui e per la leggenda trotzkista, aveva condotto a una rivoluzione socialista vittoriosa (benché questa fosse successivamente degenerata in un brutale capitalismo di stato...).
Lenin aveva esposto le sue idee su come doveva essere organizzato un partito rivoluzionario nel noto opuscolo del 1903 intitolato “Che fare?”, dove proponeva un partito di rivoluzionari professionisti a tempo pieno che dovevano cercare di guidare i lavoratori e i contadini formulando parole d’ordine populiste che riflettessero il livello di comprensione che “le masse” erano considerate in grado di raggiungere. Ciò poteva avere un senso come strategia per rovesciare un regime retrogrado e autocratico quale lo zarismo. Come accadde, il regime zarista collassò per conto suo sotto la pressione della Prima Guerra Mondiale, ma la forma organizzativa di Lenin contribuì non poco alla presa del potere politico da parte dei bolscevichi dopo il crollo dello zarismo. Tale successo spinse Lenin a proclamare che quello bolscevico era l’unico modo in cui i rivoluzionari si dovevano organizzare, anche nei paesi capitalisti sviluppati là dove esisteva una stabile democrazia politica.
Così nel 1968 i membri dell’IS cambiarono nome sui loro documenti ufficiali da “lavoratori laburisti” a “lavoratori socialisti” e, più importante, abbandonarono la loro precedente struttura organizzativa dove la linea politica era decisa da una congresso di delegati di sezione che votavano mozioni proposte dalle sezioni e dove i membri del comitato esecutivo erano eletti individualmente. Tutto questo fu messo da parte e venne introdotto il sistema della “lista bloccata” che aveva usato il partito bolscevico e che era stato ereditato dal PCUS in Russia (sì, anche in questo il leninismo condusse allo stalinismo...). Con tale sistema la dirigenza (l’“ufficio politico”,il  “comitato centrale” o come vogliamo chiamarla) viene eletta in blocco al congresso di partito. I delegati non votano per i singoli candidati, ma per la lista (o “blocco”) che contiene tanti nomi quanti sono i posti vacanti. In teoria ci potrebbero essere più liste, ma in pratica non ce ne sono (e non ce ne sono mai state). Nell’SWP (come nell’URSS) ce n’era una sola, quella proposta dalla dirigenza uscente. Piuttosto che proporre una lista rivale, gli oppositori della dirigenza preferivano abbandonare il partito e formare un altro gruppo organizzato nello stesso modo (questo spiega la proliferazione di gruppi trotzkisti...). Si può vedere facilmente come sia una ricetta per la nascita di una dirigenza che si auto-replica. Cosa che infatti è puntualmente accaduta, come nota Birchall:
“Gli eventi recenti hanno mostrato i limiti del sistema della ‘lista bloccata’. È diventata un metodo con cui il Comitato Centrale può riproporsi per la rielezione all’infinito, cooptando singole persone designate quando serve.”
Ma anche nell’SWP vi è un’altra conseguenza:
“Inoltre è emersa pure l’idea della carriera: compagni, in generale ex-studenti, diventano funzionari a tempo pieno e, se hanno successo, entrano nell’apparato e divengono membri del Comitato Centrale. Così abbiamo un Comitato Centrale quasi interamente composto da persone che hanno speso la gran parte della loro carriera politica come funzionari a tempo pieno e hanno quindi una limitatissima esperienza lavorativa e sindacale.”Il sistema delle liste bloccate era applicato persino per eleggere i delegati di sezione al congresso di partito:
“Negli anni ’80, quando esistevano direttivi di sezione vigorosi, tali direttivi stabilivano le liste dei delegati al congresso di partito. Se ovviamente in teoria era possibile per i membri proporre liste alternative, questo era malvisto e, in pratica, era alquanto raro far porre all’ordine del giorno del congresso di sezione il punto in cui si raccoglievano le candidature per divenire delegati al congresso di partito. In pratica andava bene quello che faceva il direttivo: era ciò che accadeva normalmente.” Così l’SWP finì per essere un’organizzazione verticista gestita da un gruppetto di dirigenti che si auto-replicava.
Forse sorprende che Birchall non concluda che questo fosse il risultato inevitabile del sistema delle “liste bloccate”, un punto chiave nel concetto di partito leninista di avanguardia. Egli pensa ancora a un partito di rivoluzionari di professione organizzato in modo leninista. Non ce l’ha con la teoria, ma con come è stata applicata nell’SWP: burocraticamente invece che democraticamente. Però per lui “democrazia” non significa una procedura decisionale, ma soltanto un mezzo per informare la dirigenza in modo tale che possa formulare la politica migliore da perseguire e le parole d’ordine più adeguate da proporre ai lavoratori affinché le seguano:
“...una dirigenza rivoluzionaria necessita di sapere cosa accade nella classe lavoratrice. Non lo può fare leggendo il ‘Financial Times’; deve ascoltare i compagni radicati nella varie sezioni della classe che possono riportare quello che succede nella base. Come diceva Cliff: ‘...devono imparare dai loro compagni lavoratori quanto più possibile e persino in misura maggiore di quanto devono insegnare loro. Ripetendomi: il compito è dirigere e per dirigere dovete comprendere in pieno quelli che state dirigendo’.” Questa non è democrazia in nessun senso compiuto. Si sta ancora dicendo che la classe dei salariati e degli stipendiati è incapace di liberarsi da sé e che quindi necessita di un’avanguardia che si è autonominata. Si rifiuta ancora l’idea che il socialismo, in quanto società completamente democratica, possa esser stabilito solo democraticamente, sia nel senso di esser quello che vuole la maggioranza, sia nel senso di utilizzare metodi democratici. Per arrivare al socialismo la classe dei salariati e degli stipendiati necessita certamente di organizzarsi per conquistare il potere politico, per esempio in un partito politico, ma in un partito democratico, e non di seguire un partito di avanguardia o altri possibili capi.
Però c’è una cosa che Birchall sembra aver capito dopo più di cinquant’anni vissuti da trozkista-leninista:
“La cosa importante in questo momento è la battaglia delle idee, come disse William Morris: ‘il nostro compito particolare sarebbe quello di creare dei Socialisti’.” È una citazione dallo “Statement of Principles of the Hammersmith Socialist Society” stilato nel 1890. Ed è ciò che andiamo dicendo noi del “Socialist Party of Great Britain” da più di cento anni.

ADAM BUICK

tratto da “Socialist Standard”  pp. 16 e 17 , n. 1326, vol. 111, febbraio 2015. Tradotto in italiano il 12 aprile 2015.

NOTE
[1] http://grimanddim.org/political-writings/2014-so-sad/


K. Marx o V. I. Lenin? Il primo nel 1864 scrisse che “l'emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”, mentre il secondo nel 1903, con l’opuscolo “Che fare?”, inventò il partito bolscevico di avanguardia: costituito da sedicenti “rivoluzionari di professione” (in genere studenti o intellettuali stipendiati con le quote dei lavoratori) sarà il germe di tutta la futura nomenklatura sovietica, rapace, repressiva e autoritaria. Il marxismo-leninismo non esiste: è una contraddizione in termini!

martedì 26 agosto 2014

Cosa c'è di male nell'usare il parlamento?

Il Movimento Socialista Mondiale (MSM) v’invita a leggere la traduzione italiana dell’opuscolo redatto dal Socialist Party of Great Britain (SPGB) e intitolato ”What’s wrong with using the Parliament?”. La questione dell’utilizzo del Parlamento è cruciale per il nostro movimento in quanto, non solo ci distingue dagli altri movimenti marxisti, ma è un nostro principio cardine che ha suscitato, suscita e susciterà implacabili discussioni. A causa, ma noi diremo grazie, a questo principio, diversi marxisti e anarchici, anche se vicini alle posizioni antileniniste del MSM, declinano la loro adesione al nostro movimento poiché sono dell’idea che il Parlamento resti sempre uno strumento di dominazione borghese non utilizzabile per la causa socialista. La traduzione che presentiamo qui si pone proprio lo scopo di controbattere questa, come anche altre critiche rivolteci.
In più la frazione Italiana del MSM coglie quest’occasione per approfondire alcuni punti non (o poco) trattati nell’opuscolo in inglese. Abbiamo a questo proposito condotto una piccola intervista ad Adam Buick, co-autore del lavoro originale, della quale riportiamo la traduzione. Si consiglia comunque la lettura della traduzione dell’intero opuscolo prima di quella dell’approfondimento che riportiamo qui sotto.


Approfondimento

Redazione: Cosa ne pensi di questi movimenti emergenti che usano internet per diffondere e praticare la democrazia diretta? Sono tutti, in un modo o nell’altro, riformisti. Ad ogni modo l’uso di internet può essere uno strumento efficace per l’organizzazione della futura società socialista. Pensi che questo tipo di democrazia diretta possa scavalcare l’attuale sistema politico basato sulle elezioni? 
 
Adam: Sono certo che alcune forme di democrazia diretta per via elettronica avranno il loro spazio nella struttura democratica della futura società socialista, ma non penso che la democrazia diretta sia il miglior modo di prendere le decisioni. Questi strumenti vanno bene per decisioni su questioni di principio che richiedono un sì o un no come risposta, ma molte questioni sono molto più complesse con vari tipi di alternative o soluzioni di compromesso. Ecco perché una democrazia per delega, dove c’è un Consiglio o un Comitato eletto che prende le decisioni, è più appropriata nei casi complessi che saranno, a parer mio, la maggior parte delle situazioni. Certo è che coloro i quali verranno eletti nei Consigli o nei Comitati dovranno rendere conto ai loro elettori e saranno soggetti ad ogni tipo di controllo e di verifica.
 
Redazione: Nel leggere quest’articolo un lettore potrebbe pensare che i movimenti leninisti, così come alcuni di quelli anarchici, agirebbero contro una rivoluzione socialista una volta che questa si presenti, essendo questi movimenti così occupati a farsi la guerra tra loro. È questo ciò che s’intendeva nell’articolo? Se sì, dovrebbe essere questa la motivazione principale per abbandonare tali movimenti e unirsi al nostro?   
 
Adam: Non sono sicuro che quando il movimento socialista prenderà forma come movimento di massa ci saranno molti leninisti o anarchici in giro. Penserei invece che molti di loro faranno parte di un movimento più grande, forse discutendo le loro posizioni assieme a tutti gli altri.
 
Redazione: È abbastanza chiaro dall’opuscolo che senza la maggioranza della gente che voti per l’autentico partito socialista attraverso mezzi democratici, il socialismo non potrà essere instaurato. Tuttavia il capitalismo è nazionalista e promuove le nazioni (come entità). Cosa succederebbe quindi se la maggioranza si raggiungesse solo in una o in poche nazioni? Come potrebbe prendere tempo il partito socialista senza cadere della trappola del riformismo? 
 
Adam: Questa domanda è stata fatta molte altre volte e una risposta si può trovare nel nostro vecchio opuscolo “la domanda del giorno”:

(http://www.worldsocialism.org/spgb/pamphlets/questions-day#soc_less_dev):

“Ai socialisti viene spesso chiesto di un altro aspetto dello sviluppo diseguale. Questo si rifà alla possibilità che un movimento socialista possa essere più sviluppato in un paese che in un altro e in grado di poter prendere il controllo del sistema di governo prima che lo siano analoghi movimenti socialisti in altre parti del mondo.
Tralasciando per il momento la questione se tale situazione sia realistica o meno, possiamo già dire che non presenta problemi quando è vista nella cornice del carattere mondiale del movimento socialista. Giacché i governi capitalisti sono organizzati su base territoriale, ogni organizzazione socialista ha il compito di guadagnare democraticamente il controllo nel paese dove opera. Questo però avviene meramente per convenienza organizzativa: c’è un solo movimento socialista, del quale le diverse organizzazioni socialiste sono parti integranti. Quando il movimento socialista crescerà ulteriormente, i suoi attivisti saranno completamente coordinati dall’organizzazione mondiale. Se si considera la situazione in cui i socialisti organizzati di una sola parte del mondo siano nella posizione di prendere il controllo del sistema di potere governativo, la decisione sulle azioni da compiere sarà presa unanimemente dal movimento socialista mondiale alla luce di tutte le circostanze del caso.

Rimane il caso se, in effetti, ci saranno differenze materiali nel ritmo di crescita delle varie sezioni del movimento socialista. Al momento, nei paesi capitalisti avanzati, la vasta maggioranza, poiché non è socialista, condivide alcune idee base su come la società può e dovrebbe essere governata. Tale massa accetta che i beni siano prodotti per la loro vendita al fine di accumulare profitto, che alcuni debbano lavorare per uno stipendio mentre altri debbano essere i padroni; che ci siano forze armate e confini; che non si possa fare a meno dei soldi e della compravendita. Queste idee sono condivise dalla gente in tutto il mondo e su questo si basa la stabilità del capitalismo nella nostra epoca.

Engels sottolineò che un periodo rivoluzionario esiste quando la gente comincia a rendersi conto che quello che pensava fosse impossibile, può in effetti essere realizzato. Quando la gente capirà che è possibile avere un mondo senza confini, senza salari e profitti, senza padroni e forze armate, allora la rivoluzione socialista non sarà molto lontana. Ma questo progresso nella conoscenza politica sarà raggiunto dalle stesse persone che ora pensano che il capitalismo sia l’unico sistema possibile. Poiché i lavoratori di tutto il mondo vivono in condizioni simili e, grazie anche ai moderni sistemi di comunicazione, quando questi incominceranno a vedere oltre il capitalismo, questo avverrà ovunque. Non c’è ragione alcuna di pensare che solo i lavoratori di un paese vedano questo, mentre quelli degli altri paesi no.
L’idea vera e propria di socialismo, ossia di una nuova società, è chiaramente e inequivocabilmente un rifiuto di tutti i nazionalismi. Quelli che diventeranno socialisti si renderanno conto di questo e anche dell’importanza di unirsi ai lavoratori di tutti i paesi. L’idea socialista è tale che non si può diffondere in modo non uniforme.
Quindi i partiti socialisti saranno nella posizione di prendere il controllo politico nei paesi industrialmente avanzati in intervalli di tempo piuttosto ravvicinati. È concepibile che in alcuni paesi meno sviluppati economicamente, dove la classe lavoratrice è meno numerosa, i pochi capitalisti privilegiati possano essere in grado di conservare la loro posizione di classe un po’ più a lungo. Ma non appena i lavoratori avranno vinto nei paesi avanzati, daranno tutto l’aiuto possibile ai loro compagni negli altri paesi.”

 

Per concludere, cogliamo l’occasione per ringraziare Adam Buick e per sottolineare l’importanza della divulgazione delle idee socialiste in tutte le lingue, che non deve conoscere confini o barriere di sorta.

Lavoratori, disoccupati, studenti e pensionati di tutto il mondo, unitevi! Un mondo diverso e migliore è possibile, incominciate a immaginarlo!

domenica 6 febbraio 2011

Manifesto per la Resistenza - Conferenza Internazionale - Roma 1966

Ci può essere un mondo senza guerra soltanto con l'introduzione di un cambiamento sociale fondamentale. Tale cambiamento sarà l'opera della classe lavoratrice socialista e non della politica pacifista. Quest'ultima è stata accettata, sia nel passato sia nel presente, da diversi partiti politici nonché da vari gruppi d'individui, che sembravano seguire nel campo politico, due linee del tutto apposte, come è il caso del Partito Laburista e dei diversi movimenti cristiani, ecc. Il fatto però è che tutti questi partiti e movimenti, appoggiano continuamente il sistema sociale capitalistico il quale è la fonte della violenza. Ne consegue che qualsiasi forma di pacifismo diventa una cosa vana.

L'eventuale eliminazione del contrasto esistente tra la politica e il pacifismo significherebbe soltanto la creazione di un ulteriore partito politico che appoggia il capitalismo e mira nel contempo a risolvere il problema delle guerre.

II Partito Socialista della Gran Bretagna [del Movimento Socialista Mondiale] ritiene che i lavori svolti da tali organizzazioni siano una perdita di tempo; i precedenti delle lunghe riforme sociali ce lo dimostrano pienamente. I diversi movimenti e partiti che appoggiano il capitalismo, il quale è la causa delle guerre nel mondo d'oggi, ostacolano il progresso dei partiti socialisti, come il Partito Socialista della Gran Bretagna, il quale mira all'abolizione del sistema sociale capitalistico e con ciò porre fino al rischio della guerra stessa.

La causa delle guerre moderne va ricercata nel conflitto degli interessi economici che si manifesta tra i vari gruppi capitalistici, compresi l'Unione Sovietica, la Cina e numerosi altri Paesi d'oltre cortina i quali rendono al socialismo un omaggio puramente verbale.

II Partito Socialista della Gran Bretagna, ritiene in primo luogo che la basa della struttura sociale capitalistica è l'esistenza di una lotta di classe tra la classe dominante/proprietaria e la classe lavoratrice salariata, la quale è l'unica fonte della produzione di tutti i beni economici.

In secondo luogo riteniamo che questi beni economici assumano la forma economica conosciuta coma merce, vale a dire di prodotti creati per essere venduti a fine di lucro. Ciò crea lo spirito e l'impulso della concorrenza economica, che oltre alla lotta di classe, forma in primo luogo su scala nazionale un'intensa concorrenza tra le varie società commerciali, e in secondo luogo forma su scala mondiale una spietata concorrenza tra gli stessi stati. Lo scopo di tutto ciò è di trovare nuovi sbocchi di mercato, di assicurarsi il mercato delle materie prime, quali il petrolio, la gomma, ecc., per avere il controllo delle vie commerciali, come il canale di Suez e per occupare luoghi strategici, come Cipro o Singapore.

In sintesi, le rivalità per essere in testa in tutti i settori delle industrie, esige da parte degli stati interessati il ricorrere all'astuzia o alla più acuta abilità di destreggiarsi nel corso delle trattative, sia nel campo politico e diplomatico che militare.

L'Unione Sovietica e gli Stati Uniti si contendono già da lunghi anni il diritto di controllo dell'Europa e del Medio Oriente. Per quanto concerne l'estremo Oriente, la loro controversia politica si è al quanto appianata in seguito alla crescente minaccia della Cina di Mao.

Non dimentichiamo però, che queste controversie fanno parte del capitalismo e si susseguono ininterrottamente: esse sono la sua realtà. A questo fine, gli stati mantengono le forze armate che servono a proteggere la posizione privilegiata della classe proprietaria nel proprio paese e in confronto agli altri paesi su scala internazionale. Un'altra triste realtà di questo fatto e che la storia delle trattative intraprese da numerose organizzazioni internazionali per giungere a un accordo sul disarmo e la pace è soltanto la storia di una lunga serie di fallimenti diplomatici.

Queste sono, a grandi linee, le cause fondamentali delle guerre mondiali del capitalismo e dei continui conflitti armati di minore rilievo che si sviluppano in varie località del mondo con un ritmo sempre più crescente, nonché del continuo stato d'allarme per prevenire un attacco di sorpresa. Tutto ciò appartiene al sistema sociale capitalistico. L'ineluttabile conclusione è che la violenza fa parte della nostra vita e continuerà a esserlo fintanto che vivremo sotto il capitalismo.

Allo stato attuale delle cose, ci sembra futile lanciare un appello morale per porre fine alla violenza. Molti pacifisti hanno dato di coraggio e sincerità e hanno dimostrato di essere persone di alta levatura morale. Ciononostante, il fatto rimane che le loro premesse sono lontane dal basarsi sulla realtà di fatto.

L'unico modo per porre fine alla guerra e alla violenza una volta per tutte è porre fine al capitalismo, compreso il capitalismo statale esistente nell'Unione Sovietica, nella Cina, ecc., e sostituirlo con un sistema sociale completamente diverso: il SOCIALISMO. Ciò non vuol dire, come sostengono i pacifisti, propagare una politica della non violenza; al contrario ciò serve a delucidare la posizione dei socialisti autentici i quali sostengono che la classe lavoratrice socialista deve ottenere, per vie democratiche, il controllo del potere politico al fine di abolire il capitalismo e di istituire il socialismo.

Il socialismo sarà un sistema sociale universale basato sulla proprietà comune e sul controllo democratico dei mezzi di produzione e della distribuzione dei beni economici nell'interesse di tutta la comunità.

I beni saranno prodotti per essere utilizzati e non a scopo di lucro. L'introduzione di questo nuovo rapporto sociale abolirà sia le cause primordiali che gli effetti della guerra.

Di conseguenza, le armi (nucleati e convenzionali) e le forze armate diverranno uno strumento bellico del passato. Ciò contribuirà a rilassare ulteriormente l'atmosfera tesa di violenza che grava tuttora sull'Umanità.

Il socialismo è possibile istituirlo soltanto quando la classe lavoratrice del mondo lo ha compreso e lo desidera. In altri termini, i lavoratori devono prima liberarsi della mentalità che regge in piedi la struttura economica capitalistica, comprese le idee del pacifismo, e poi esporre il proprio desiderio, spontaneo e consapevole, per la creazione della nuova società in cui la gente vivrà in un'atmosfera di felicità e armonia.

The Executive Committee of the Socialist Party of Great Britain.
52 Clapham High Street, London, S.W.4 - England
Marzo 1966.