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martedì 3 aprile 2018

Capitalismo di Stato sovietico?


Storia di un’idea

Capitalismo di Stato sovietico?

di W. Jerome e A. Buick
(con postilla di R. Mondolfo)


La differenza fra il sistema sovietico e il sistema sociale dell’Europa occidentale e del Nord America sembra così marcata da giustificare una etichetta distintiva; e l’etichetta che è stata adottata per un sistema di proprietà statale dei principali mezzi di produzione è «socialismo». L’ampio accordo, tuttavia, non nasconde divergenze radicali di svariate gradazioni d’opinioni, che rifiutano di applicare la denominazione «socialismo» al sistema sovietico. Ma fra gli stessi dissenzienti non c’è accordo riguardo alla definizione che dovrebbe applicarsi. Il fine di questo saggio è considerare la storia di quella definizione che descrive l’Unione Sovietica come una società capitalista di Stato. Questa teoria è stata sostenuta da tre diversi gruppi ben distinti ideologicamente: 1) i marxisti ortodossi; 2) i «comunisti dei consigli»; 3) i leninisti dissidenti.

I Marxisti ortodossi

Riuscirà probabilmente una sorpresa per la maggior parte dei lettori apprendere che è la scuola di lingua inglese del marxismo tradizionale, derivante dalla Federazione socialdemocratica di Hyndman, e rappresentata dal piccolo Partito Socialista di Gran Bretagna (SPGB) e dagli ancor minori partiti fratelli dei paesi di lingua inglese (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda, Stati Uniti) quella che ha, senza esitazione, affermato che la rivoluzione bolscevica ha portato ad una società capitalista di Stato. Il SPGB si oppose alla guerra del 1914-18, e perciò approvò decisamente l’azione anti-imperialista dei bolscevichi russi, pur condannando la tattica leninista (che riteneva opportunista) sollecitante i lavoratori inglesi a sostenere il Partito laburista. Il SPGB riteneva che il partito bolscevico fosse formato da socialisti intenzionati ad introdurre un sistema di proprietà sociale. Tuttavia il SPGB predisse che questo tentativo sarebbe fallito per la mancanza di un requisito fondamentale per il socialismo, cioè l’esistenza di un’industria moderna e di un proletariato con mentalità socialista. Lenin stesso ammetteva che la proprietà sociale era fuori questione in Russia finché il capitalismo non avesse portato ad un alto sviluppo della produzione sociale. Egli si riferiva all’attività del settore nazionalizzato dell’economia (che era solo un piccolo settore a quel tempo) come ad una forma di capitalismo di Stato. Il SPGB citò Lenin su questo punto, ma ciò non bastava a definire il sistema sociale della Russia sovietica come capitalismo di Stato. La maggior parte della società russa, come Lenin ammetteva, consisteva in un classico sistema di rapporti capitalistici, ben noto in occidente, che coesisteva con una produzione contadina semifeudale e perfino con attività prefeudali di pastorizia e caccia. Poiché il SPGB credeva che lo sviluppo del capitalismo fosse una premessa necessaria al socialismo, esso non condannò Lenin e i bolscevichi. Tuttavia insistette nell’affermare che la Unione Sovietica non era una società socialista, e, inoltre, nel sostenere che il «dominio di una minoranza — sia pure minoranza marxista — non è socialismo». Fu solo nel periodo 1929-30 che cominciò ad applicare il termine capitalismo di Stato alla URSS, quando Stalin collettivizzò l’agricoltura e organizzò una produzione pianificata di merci sotto il controllo dello Stato. In Germania, diversamente dalla Gran Bretagna, i socialisti marxisti avevano un largo seguito e favorevoli prospettive per giungere a posizioni di governo. Dal 1918 il SPD era dunque partito di governo, e l’atteggiamento del suoi dirigenti di fronte al governo bolscevico era determinato più da considerazioni politiche immediate che da una analisi teorica. Perfino Karl Kautsky, la guida ideologica della socialdemocrazia tedesca (sebbene membro dell’opposizione formata dal Partito Socialista Indipendente nel 1918), non tentò alcuna particolare analisi economica della società sovietica. Tuttavia in vari suoi scritti di critica ai bolscevichi si riferì all’Unione Sovietica come a una società di capitalismo di Stato. In Terrorismo e comunismo egli dice: «il capitalismo industriale, lungi dall’essere un sistema privato, è diventato ora un capitalismo di Stato» «Oggi (…) ambedue, stato e burocrazia capitalista, sono fusi in un unico sistema». Tuttavia questo concetto non venne elaborato più a lungo; evidentemente Kautsky considerava la Russia matura solo per l’abolizione dei rapporti feudali della terra, ma non per l’abolizione del capitalismo. Entrambi, Kautsky ed i bolscevichi, credevano che la proprietà statale dei mezzi di produzione e un sistema di retribuzione mediante salario fossero compatibili col socialismo. Essi concordavano altresì nel ritenere che sebbene una società senza salariati e senza Stato possa essere possibile nel futuro, gli sforzi immediati dovessero essere diretti a fini meno ambiziosi. Kautsky e i bolscevichi non erano invece d’accordo sui mezzi adatti ad ottenere questo obiettivo minore. Molte critiche kautskiane al regime instaurato dai bolscevichi erano fondate sul fatto che la loro azione repressiva negava la democrazia politica, e senza democrazia politica la classe lavoratrice non poteva controllare la macchina economica a cui era soggetta, per cui era lasciata nella stessa posizione in cui si trovava in qualsiasi paese capitalista. Di fatto, i lavoratori russi erano in una situazione peggiore di quella del lavoratori di quei paesi dove prevaleva qualche forma di democrazia politica. Più tardi Kautsky parlò di Lenin «che usava il potere statale per la creazione del suo capitalismo di Stato». Egli spiegava che la Russia potrebbe diventare socialista «solo quando il popolo espropri gli espropriatori». «Un cambiamento nelle relazioni formali di proprietà non basta per stabilire il socialismo, perché occorre anche il controllo democratico dello Stato da parte del lavoratori. Mancando questo, i lavoratori si trovano, rispetto al problema del controllo del mezzi di produzione, nella stessa situazione che ha di fronte a sé il lavoratore nei paesi capitalisti». Per Kautsky il controllo democratico del mezzi di produzione attraverso il potere politico era la differenza essenziale fra socialismo e capitalismo di Stato. In scritti ulteriori erano usati da lui altri termini, ma la sua critica rimase sostanzialmente la stessa. Un altro eminente teorico, l’austriaco Otto Bauer, in linea con la tradizione critica marxista nei confronti della rivoluzione bolscevica, affermava che la mancanza di forti e vitali istituzioni democratiche in Russia, così come la sua arretratezza economica, impedivano il raggiungimento del socialismo. Ma a differenza di Kautsky, Bauer prevedeva una graduale maturazione e democratizzazione del regime sovietico. Egli riteneva che il programma di industrializzazione dei bolscevichi avrebbe condotto a una «razionalizzazione economica». Questa a sua volta avrebbe portato alla conseguenza che Bauer credeva derivante dallo sviluppo economico: la democrazia politica. Così egli si aspettava che il regime sovietico divenisse più democratico: «dal dittatoriale capitalismo di Stato sorgerà un ordinamento socialista della società». In certo senso il capitalismo di Stato russo stava costruendo il socialismo. Bauer credeva che la transizione dal capitalismo di Stato al socialismo non avrebbe richiesto una rivoluzione politica, e quindi si opponeva al veemente incitamento di Kautsky per una nuova rivoluzione russa contro i bolscevichi. Al pari di Kautsky, Bauer non usò sempre gli stessi termini nell’analisi dell’URSS come forma di capitalismo. Occasionalmente egli usò il termine «socialismo dispotico». I socialdemocratici tedeschi ed austriaci si opponevano ai bolscevichi a causa delle caratteristiche dittatoriali del loro potere. Quando definivano il regime sovietico «quale capitalismo di Stato», era più per motivi politici che economici. A differenza del SPGB e degli altri partiti socialisti, i socialdemocratici tedeschi non pensavano che il sistema della retribuzione mediante salario, la moneta e lo Stato fossero incompatibili col socialismo. Per i socialdemocratici tedeschi, socialismo significava il controllo democratico delle forze produttive di una società altamente industrializzata. Inoltre la rivalutazione del significato del sistema socio-economico sovietico negli anni ‘30 accentuava la distinzione fra il capitalismo tradizionale e la società sovietica. Nel 1940 l’eminente teorico socialdemocratico Rudolf Hilferding pubblicò una critica della teoria del capitalismo di Stato dell’URSS, nel periodico di lingua russa di New York, Socialist Courier. Hilferding indicava come segno distintivo del capitalismo un’economia di mercato, nella quale i prezzi sono il risultato di un minimo di concorrenza fra i diversi proprietari dei mezzi di produzione. Questa concorrenza «in ultima analisi dà origine alla legge del valore», e determina che cosa e quanto è prodotto. «Un’economia di Stato, tuttavia, elimina precisamente l’autonomia della legge economica... Non è più il prezzo, ma una commissione statale pianificatrice che determina la produzione». Hilferding definiva l’Unione Sovietica come una nuova organizzazione economica né capitalista, né socialista, come una economia di Stato totalitario. L’economia nazista tedesca e quella fascista italiana eran specie meno sviluppate di questo genere.

sabato 4 novembre 2017

Cento anni dal colpo di Stato bolscevico in Russia

In occasione del centesimo anniversario del colpo di Stato bolscevico in Russia (precisamente il 7 novembre del 1917, secondo il calendario gregoriano), il Movimento Socialista Mondiale pubblicherà una serie di articoli al fine di analizzare, il contesto storico, l'impatto sul socialismo marxista e la classe dei lavoratori, l'influenza sui socialisti in Italia che tale presa del potere ebbe e tuttora ha. A seguire la traduzione a cura di D.C. dell'articolo uscito sul numero di Ottobre 2017 dello Standard, che chiaramente mostra i limiti della visione leninista del marxismo.


La Russia è mai stata socialista? 

Esaminiamo la reazione del Partito Socialista della Gran Bretagna al colpo di stato bolscevico e descriviamo l’analisi della Russia Sovietica iniziata per primo da questo partito.


Introduzione

L’apparente trionfo dei bolscevichi nella Russia arretrata del 1917 mise in subbuglio il movimento marxista. Inoltre, varie organizzazioni politiche in Europa e in America Settentrionale, precedentemente impotenti, si mostrarono maggiormente colpite dal rapido e inatteso successo di alcuni rivoluzionari nel mezzo di una cruenta guerra mondiale, che preoccupate per il potenziale impatto di quest’evento sugli elementi centrali della teoria marxista (come erano stati sempre compresi in precedenza).
Contrariamente alla leggenda il Partito Socialista della Gran Bretagna divenne inizialmente preda proprio di questo sentimento come altri partiti della sinistra radicale, lodando i tentativi riusciti da parte dei bolscevichi di allontanare la Russia da quella carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale. Riguardo a ciò che stava accadendo in Russia a un livello più profondo, il Partito Socialista della Gran Bretagna era più scettico. In effetti quello che attirava la nostra attenzione più di ogni altra cosa erano le affermazioni stravaganti, fatte per conto dei bolscevichi dai loro sostenitori in Gran Bretagna, sull’ “Ottobre Rosso” (i primi di novembre secondo il calendario gregoriano). La prima analisi dettagliata della situazione russa, scritta da Jack Fitzgerald, apparve sul “Socialist Standard” nel numero dell’agosto 1918 con il titolo: “La Rivoluzione in Russia – Dove fallisce”. Affrontava le pretese dell’allora “Socialist Labour Party” (di Gran Bretagna), sottolineando perché la presa del potere bolscevica non avrebbe potuto condurre all’instaurazione del socialismo in Russia. L’articolo si domandava:

“È pronta per il socialismo questa massa enorme di gente, circa 160 milioni, sparsa su otto milioni e mezzo di miglia quadrate? E i cacciatori del Nord, i piccoli proprietari contadini in rivolta nel Sud, gli schiavi-salariati agricoli delle Province Centrali e gli schiavi-salariati industriali delle città sono forse convinti della necessità d’instaurare la proprietà sociale dei mezzi di sostentamento e forniti delle conoscenze necessarie allo scopo? A meno che una rivoluzione mentale di un’ampiezza siffatta che il mondo non l’abbia mai vista abbia preso piede, o un cambiamento economico immensamente più rapido di ciò che la storia abbia mai registrato sia accaduto, la risposta è ‘No!’ (…). Quale giustificazione ci potrebbe essere, quindi, per definire la sollevazione avvenuta in Russia una ‘rivoluzione socialista’? Nessuna, al di là del fatto che i capi del movimento di novembre si definiscono ‘socialisti marxisti’.”

In effetti, col tempo, il Partito Socialista della Gran Bretagna arrivò a identificare cinque ragioni principali per cui l’edificazione del socialismo in Russia da parte dei bolscevichi sarebbe stata impossibile:

·   In primo luogo, come già indicato da Fitzgerald, la coscienza socialista di massa, necessaria prima di una rivoluzione socialista vittoriosa, era palesemente assente in Russia, come altrove. Fitzgerald faceva propria un’osservazione di Litvinov, il quale suggeriva che i bolscevichi non conoscessero veramente il punto di vista dell’intera classe lavoratrice quando assunsero il comando, ma solo quello di alcuni suoi settori come, per esempio, quello degli operai industriali di Pietrogrado.

·    In secondo luogo non era neanche il caso che la classe lavoratrice fosse la maggioran- za numerica in Russia, una società dominata dall’economia rurale. Come può essere portata a termine una rivoluzione socialista maggioritaria quando i lavoratori sono una minoranza e la classe sociale più grande è costituta da contadini analfabeti? Anche se l’analfabetismo non impedisce in modo assoluto il diffondersi della comprensione del socialismo, certo, lo rende più difficile. In ogni caso i contadini si sono da sempre mostrati più interessati a liberarsi dal pesante fardello delle tasse sulla terra e ad accrescere la dimensione dei loro appezzamenti piuttosto che a domandare la proprietà comune.

·   In terzo luogo il socialismo non potrebbe esistere in una nazione economicamente arretrata dove in mezzi di produzione non siano sufficientemente sviluppati da poter sostenete un sistema socialista di distribuzione.

·      In quarto luogo, e ciò è veramente cruciale, non è possibile costruire il socialismo in un solo paese, data la natura del capitalismo quale sistema economico mondiale con una divisione del lavoro su scala planetaria. Un ‘socialismo in un solo paese’, isolato, sarebbe destinato al fallimento a prescindere dalle lodevoli intenzioni dei rivoluzionari in esso coinvolti.

·  La quinta ragione avanzata per sostenere la natura non-socialista della Russia bolscevica andava, invece, proprio alla radice delle nostre differenze politiche con il bolscevismo: il socialismo non si sarebbe potuto raggiungere seguendo dei capi (illuminati o meno che fossero).


Il Capitalismo di Stato

In assenza di una rivoluzione socialista mondiale, realisticamente, ci poteva essere solo una via di sviluppo per la Russia semi-feudale: la via del capitalismo. Con la virtuale eliminazione della gracile borghesia russa, per i bolscevichi era stato necessario sviluppare l’industria attraverso la proprietà statale delle imprese e l’accumulazione forzata di capitale. In “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” [1], scritto appena prima della rivoluzione, Lenin aveva delineato proprio quest’approccio alla crisi russa. Secondo questo documento Lenin immaginava che le misure immediate necessarie avrebbero comportato la nazionalizzazione delle banche esistenti e la formazione di una sola banca di stato, insieme alla nazionalizzazione delle compagnie assicurative, dei monopoli e di tutte le altre realtà industriali fondamentali. Il “Socialist Standard” colse subito l’opportunità di porre in dubbio l’ipotetica applicabilità generale delle azioni bolsceviche in Russia, in questo caso lo sviluppo del “capitalismo di stato” come precondizione per l’instaurazione del socialismo:

“Se dovessimo copiare la politica bolscevica, dovremmo domandare il capitalismo di stato, che non è un passo in avanti verso il socialismo nei paesi capitalisti avanzati. Resta il fatto, come anche Lenin ha dovuto confessare, che non dobbiamo imparare dalla Russia, ma la Russia deve imparare dai paesi dove la produzione su ampia scala è dominante (“Un punto di vista socialista sulla politica bolscevica”, luglio 1920).

Come da noi evidenziato con gran pena ai nostri oppositori filo-bolscevichi, Lenin ammise che la formazione sociale della Russia sovietica era essenzialmente capitalistica di stato, sebbene sotto la direzione e il controllo di un cosiddetto “stato proletario” guidato da un partito d’avanguardia di rivoluzionari professionisti. Per Lenin la natura della politica rivoluzionaria era il determinante cruciale del tipo di sistema sociale esistente. Senza ciò che Lenin definì “democrazia rivoluzionaria”, i monopoli capitalistici di stato sarebbero rimasti solo espressioni di un capitalismo di stato. Con il controllo operaio della produzione e il controllo dello stato proletario da parte del partito di avanguardia della classe lavoratrice, però, il socialismo sarebbe divenuto una realtà. Secondo “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” il socialismo sarebbe semplicemente “i monopoli capitalistici di stato usati per servire gli interessi di tutto il popolo”.

Oltre vent’anni dopo la presa del potere bolscevica eravamo rimasti scettici sul fatto che il capitalismo di stato fosse realmente socialismo, anche se presieduto da coloro che si proclamavano socialisti:

“… le caratteristiche principali del capitalismo [in Russia] non sono scomparse e non sono in procinto di farlo. Le merci non sono prodotte per l’uso ma per la vendita a quelli che hanno denaro per acquistarle, come negli altri paesi. I lavoratori non sono membri di un sistema in cui i mezzi di produzione della ricchezza siano posseduti e controllati socialmente, ma sono salariati impiegati dallo stato o da imprese para-statali ecc. Le  imprese di stato russe non sono ‘socialmente possedute’ più delle Poste Britanniche, dell’Ente Centrale per l’Elettricità [del Regno Unito], o di ogni altra compagnia privata (…). Il tentativo bolscevico d’introdurre il socialismo mediante ‘decreti legali’ o ‘coraggiosi balzi in avanti’ prima che le condizioni economiche siano mature e prima che la gran massa della popolazione desideri il socialismo, è stato un totale fallimento. Con il tempo questo fallimento diverrà ovvio ai lavoratori dentro e fuori dalla Russia” (“Domande del giorno d’oggi”, 1942).

Il capitalismo, basato sulla separazione tra i produttori e i mezzi di produzione, non era stato abolito e non sarebbe potuto esserlo. La produzione aveva ancora luogo nella forma di un sistema di scambi basato sulla circolazione dei capitali. Il capitale si espandeva in conseguenza dello sfruttamento del lavoro salariato e i beni erano ancora prodotti per la vendita sul mercato in vista della realizzazione di un plusvalore. In effetti, molto dell’analisi iniziale del Partito Socialista della Gran Bretagna dedicata alle basi economiche del sistema sovietico rifletteva l’intento di dimostrare le somiglianze tra il capitalismo di stato russo e il capitalismo britannico, basato sulle imprese private, con cui il partito era più familiare.


Chi è la classe capitalista?

Col tempo, mentre era chiaro che il capitalismo di stato in Russia (e poi nei suoi vari paesi satelliti) manteneva tutte le caratteristiche essenziali del capitalismo, rimanevano anche evidenti differenze, benché superficiali. Una, ad esempio, era legata a chi fosse la classe capitalista in Russia, dato che i sostenitori di questo sistema spesso sostenevano che non potesse realmente esistere il capitalismo in Russia dato che non c’era una classe capitalista nel senso tradizionale del termine. Eppure in realtà esisteva una classe capitalista di questo tipo, come mostrato dall’opuscolo “Milionari Sovietici” di Reg Bishop del 1940, insieme a un settore privato che affiancava le maggiori istituzioni e le compagnie possedute dallo stato, nonostante fosse alquanto marginale.
Ad ogni modo era chiaro che il potere e il controllo effettivi (comprese le decisioni economiche) erano tutti concentrati in un potente gruppo di burocrati dirigenti che godevano di uno stile di vita privilegiato e di alti stipendi ottenuti dalla loro posizione al vertice della gerarchia sovietica. Questa classe dirigente non poteva essere semplicemente equiparata ai sovrintendenti e ai manager interni al capitalismo a cui si riferiva Marx, i quali ricevevano uno stipendio basato sulla quantità di beni necessaria per produrre e riprodurre la loro forza-lavoro. All’opposto, questa classe di burocrati in Russia stava usando la sua posizione di controllo per compiere le stesse funzioni espletate dai capitalisti individuali nelle prime fasi dello sviluppo capitalista e per impossessarsi di entrate privilegiate ricavate dal plusvalore. Benché non avesse titoli legali sui mezzi di produzione e non fosse in grado di cederne o passarne la proprietà, era chiaramente una classe possidente del tipo menzionato nella nostra Dichiarazione dei Principi, che esercitava un “monopolio … della ricchezza estorta ai lavoratori”. Questa classe capitalistica di stato, come la classe capitalista dei proprietari privati in occidente, era privilegiata nei consumi ricevendo stipendi “gonfiati” che non erano il prezzo della loro forza-lavoro, ma una quota del plusvalore totale creato dalla classe lavoratrice. Ed erano anche privilegiati per via di una moltitudine di vantaggi, benefici e bonus solo a loro disponibili, compreso l’accesso a esercizi commerciali esclusivi come negozi e ristoranti di lusso da cui la classe lavoratrice era addirittura fisicamente esclusa.

L’opinione prevalente nel Partito Socialista della Gran Bretagna fu che la natura di classe non potesse venir determinata dalle sole forme legali o dai metodi di selezione (infatti la classe possidente sovietica non veniva selezionata ereditariamente, ma tramite altri metodi, più meritocratici, che non erano stati del tutto inusuali nelle altre classi possidenti della storia). Così, in definitiva, il partito concluse che, nonostante la classe capitalistica di stato non avesse titoli legali di proprietà sui mezzi di produzione, tuttavia costituiva ugualmente una classe in grado di esercitare una proprietà collettiva sui mezzi di produzione e di distribuzione. Ciò che venne giudicato di primaria importanza fu, quindi, la realtà sociale del capitalismo piuttosto che una sua particolare forma legale: gli oppositori della teoria del capitalismo di stato non erano mai stati capaci di vedere al di là di quest’ultima.


La teoria del capitalismo di stato

Il Partito Socialista della Gran Bretagna fu il primo gruppo politico nel Regno Unito, e probabilmente nel mondo, a identificare la direzione capitalistica di stato presa dalla Russia sotto la dittatura del partito comunista, benché molti altri giunsero nel corso del tempo alla stessa conclusione, anche se non sempre per le medesime ragioni.
Diversamente da noi la gran parte di questi gruppi restava nel solco della tradizione leninista o, per lo meno, si mostrava interessata a identificare alcuni aspetti positivi nella presa del potere bolscevica i quali, in futuro, sarebbero potuti essere usati dal movimento socialista in altre situazioni. In particolare, la concezione leninista del socialismo come proprietà e direzione statali dell’economia sotto il controllo di un partito di avanguardia operante tramite lo strumento politico dei consigli operai era acriticamente accettata dalla maggioranza di questi gruppi. Di conseguenza essi attribuirono solo in seguito la caratteristica di “capitalismo di stato” alla Russia, quando ritennero che la proprietà statale non coincidesse più con la “democrazia proletaria” e con il potere dei soviet. Questa fu essenzialmente l’analisi proposta inizialmente dai “comunisti dei consigli” tra cui, per esempio, Otto Rühle che vide nella repressione dei soviet l’ascesa del “despotismo dei commissari” e del capitalismo di stato (Rühle stesso, più tardi, comprese l’inadeguatezza di questa posizione e giunse a concepire la nazionalizzazione e la regolazione da parte dello stato come intrinsecamente “capitalistiche di stato”). Il maggiore gruppo della “Sinistra Comunista” in Europa, la KAPD tedesca [2], sviluppò una prospettiva simile. Identificò il capitalismo con la proprietà privata (specificamente non-statale) dei mezzi di produzione e, come la “Workers’ Socialist Federation” (anch’essa “comunista dei consigli”) in Gran Bretagna, lodò i bolscevichi per la loro costruzione del socialismo nei centri industriali della Russia. In seguito la KAPD divenne fortemente critica del sistema bolscevico dopo la repressione finale dei soviet e l’introduzione della cosiddetta “Nuova Politica Economica”, che, sosteneva la KAPD, annunciava un “regresso verso il capitalismo”.

Nonostante gli eccessi iniziali della “Sinistra Comunista” e dei gruppi dei “comunisti dei consigli” che invariabilmente lasciarono che l’ammirazione per la forma politica dei soviet dominasse le loro analisi, forse il peggior esempio di socialismo concepito come la combinazione di proprietà statale più “democrazia rivoluzionaria” venne dai trotzkisti. Ironicamente le teorie trotzkiste sul capitalismo di stato, pur essendo le più deboli, sono le più note. C. L. R. James e Raya Dunayevskaya del “Socialist Workers’ Party” statunitense furono i primi trotzkisti a separarsi dallo stesso Trockij e ad attribuire all’URSS una natura capitalistica di stato, benché la teoria forse più nota sia quella elaborata da Tony Cliff e fatta circolare come documento di discussione all’interno del Partito Comunista Rivoluzionario della Gran Bretagna nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, prima di venir pubblicata con il titolo: “Russia, un’analisi marxista”.
Cliff, che era la vera guida dietro ciò che sarebbe poi divenuto l’SWP britannico [3], sostenne che le sue ragioni per dividersi dai trotzkisti ortodossi, identificando l’Unione Sovietica con il capitalismo di stato, fossero abbastanza semplici:

“Quando giunsi alla teoria del capitalismo di stato non vi arrivai attraverso lunghe analisi [sulla sopravvivenza] della legge del valore in Russia … Niente di tutto ciò. Vi arrivai con la semplice constatazione che … non si può avere uno stato operaio senza che i lavoratori abbiano il potere di determinare ciò che avviene nella società” (intervista a “The Leveller”, 30 settembre 1979).

In realtà Cliff era stato pesantemente influenzato dal suo compagno trotzkista Jock Haston circa le opinioni del Partito Socialista della Gran Bretagna sull’esistenza del capitalismo di stato in Russia al posto del socialismo o del cosiddetto “stato operaio”; ma Cliff non sarebbe mai stato in grado abbandonare del tutto le prospettive di Lenin e di Trockij. In effetti l’analisi di Cliff era profondamente radicata nell’idea che l’URSS fosse una forma di “stato operaio” prima che il “Piano Quinquennale” di Stalin, nel 1928, instaurasse la burocrazia come nuova classe consumatrice di plusvalore. Come tutti i trotzkisti, Cliff non identificò l’URSS con una società in via di sviluppo secondo le linee guida del capitalismo di stato già dal 1917, ma soltanto a partire dall’ascesa al potere di Stalin. Sotto Lenin la Russia sarebbe stata, ipoteticamente, una società in transizione dal capitalismo al comunismo, fondata sul potere della classe lavoratrice. Per Cliff un cambiamento visibile di controllo politico condurrebbe a una mutazione fondamentale della struttura economica, a quello che, in effetti, arriverebbe a essere un “regresso verso il capitalismo”.
Forse sorprendentemente, furono proprio i trotzkisti che restarono fedeli alle opinioni di Trockij (nel periodo dell’esilio) sulla Russia vista come uno “stato operaio degenerato” che mossero le critiche più pertinenti all’analisi di Cliff, in particolar modo alle sue conclusioni che la struttura del sistema sovietico fosse cambiata nel 1928 e avesse assunto basi capitalistiche. Il primo di questi critici fu il rivale trotzkista britannico Ted Grant (fondatore di ciò che poi divenne “The Militant” [4]) che scrisse:

“Se la tesi del compagno Cliff fosse corretta, ossia che in Russia oggi ci sia il capitalismo di stato, allora non si potrebbe evitare la conclusione che il capitalismo di stato esista dai tempi della rivoluzione russa e che la funzione stessa della rivoluzione sia stata quella di introdurre questo sistema di capitalismo di stato nella società. Perché, nonostante i suoi strenui sforzi per tracciare una linea di demarcazione tra le basi economiche della Russia prima e dopo il 1928, tali basi economiche sono rimaste immutate (…) il denaro, la forza-lavoro, l’esistenza della classe lavoratrice, il plusvalore ecc. sono tutti relitti del vecchio sistema capitalista sopravvissuti perfino sotto il regime di Lenin (…) la legge del valore si applica, e deve potersi applicare, fino a che non vi sia un accesso diretto ai prodotti da parte dei produttori” (“Contro la teoria del capitalismo di stato”, 1949).

Questa conclusione fu certamente rifiutata da Cliff e dagli altri teorici trotzkisti del capitalismo di stato, benché ovviamente, non da noi. Oggi molti gruppi politici di “comunisti dei consigli”, di “comunisti di sinistra” e di trotzkisti identificano la Russia sovietica, sicuramente nel periodo successivo a quello di Lenin, con una realtà essenzialmente a capitalismo di stato e, come noi, hanno applicato la loro analisi della società russa ad altri paesi “socialisti” con caratteristiche simili in Asia, Africa e America Centrale. Il non esser soli nell’identificare la natura capitalistica dell’URSS ovviamente non indebolisce la nostra posizione di unica organizzazione che promosse un’analisi basata sul capitalismo di stato degli eventi della Russia all’epoca del loro accadimento e non, solamente, con il senno di poi. Ma quello che è più importante è che rimaniamo una delle poche organizzazioni impegnate a sostenere una tale critica all’URSS (e ai regimi simili) che non abbia mai cercato di adottare o di promuovere l’avanguardismo leninista che, così chiaramente, condusse proprio a questo sbocco capitalistico di stato.

DAP

(da “Socialist Standard” n. 1358, Ottobre 2017, traduzione italiana a cura del blog “Movimento Socialista Mondiale”).


NOTE

[1] “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa” (del 10-14 settembre 1917) in V. I. Lenin, Opere, vol. 25 (Editori Riuniti, Roma, 1967).
[2] Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands (“Partito Comunista Operaio di Germania”), attivo dal 1920 al 1933.
[3] “Socialist Workers’ Party” (“Partito Socialista dei Lavoratori”), partito trotzkista britannico fondato nel 1950 e ancora esistente.
[4] “The Militant” (“Il Militante”) fu il giornale dell’ala trotzkista del Partito Laburista britannico nota come “Militant Tendency” nel periodo 1964-1991. Dopo l’espulsione proseguì come rivista autonoma fino al 1997.

              

lunedì 15 maggio 2017

La Frazione della sinistra comunista italiana

Con questo articolo continuiamo la serie sul Giovane Bordiga illustrando la sua influenza politica determinatasi nella Frazione della sinistra comunista fino alla sua dissoluzione con la fondazione del Partito Comunista Internazionalista. Bordiga e la sinistra italiana accettarono la rivoluzione bolscevica di Ottobre come loro nuovo punto di riferimento. La loro intransigenza contro ogni tipo di corruzione della dottrina marxista, ogni tipo di collaborazione tra classi, e in alcuni casi con i sindacati, però li farà etichettare dagli stessi bolscevichi come infantili estremisti, settari e dottrinari. Comunque leninisti, i sinistri italiani saranno tra i primi a denunciare negli anni 20 la degenerazione politica del partito bolscevico, e alla fine negli anni 30, la degenerazione economica dell’Unione Sovietica. Nonostante ciò rimarranno ancorati al centralismo e alla coercizione delle masse. Questo articolo si concluderà con la citazione della risposta di Melvin Harris del nostro Partito, alla sinistra comunista, il quale taglierà corto sulla questione della degenerazione della rivoluzione russa. Questa non fu una rivoluzione Socialista, dice, ma condotta da una partito che era giacobino nella struttura e nel fine.

La sinistra comunista italiana storicamente origina dalla frazione intransigente rivoluzionaria presente all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa frazione, come visto nel precedente scritto sul Giovane Bordiga, si opponeva a Filippo Turati e ai riformisti. Nel 1911 l’ex-operaista Costantino Lazzari aveva pubblicato “I principi e metodi del Partito Socialista Italiano” difendendo l’originale programma di partito del 1892 dalle degenerazioni riformiste. In termini semplicistici possiamo trovare in questo l’origine del concetto dell’invarianza del Programma del partito comunista, ovvero il leitmotiv, di Bordiga.  

Nell’Ottobre del 1917 il colpo di mano bolscevico alla rivoluzione russa, divise presto la frazione intransigente. Se i così detti riformisti di Turati, come Rodolfo Mondolfo, erano dell’opinione che la rivoluzione bolscevica era contro le condizioni oggettive storiche per instaurare il Socialismo, la frazione intransigente del PSI si divise tra astensionisti e massimalisti. Gli astensionisti si organizzarono nella “Frazione Comunista” fondata di fatto da Bordiga, subito prima del decisivo XVI Congresso del partito tenutosi a Bologna nell’Ottobre del 1919. La frazione era contro l’uso dello strumento elettorale in quanto spreco di preziose risorse rivoluzionarie, legittimazione dei riformisti, e fonte di corruzione degli intransigenti eletti. I massimalisti erano invece allo stesso tempo sia per la partecipazione elettorale che per la rivoluzione violenta. Alla luce dei fatti di Russia, Germania e Ungheria, durante il XVI Congresso del PSI i massimalisti riscrissero il programma originale del 1892 in uno più genuinamente rivoluzionario, il contributo di Bordiga fu però ridimensionato. Malgrado l’opposizione di Lazzari e Turati, il Partito votò per l’ingresso nella Terza Internazionale (Comintern). Il nuovo capo di fatto, anche se non segretario, divenne Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti. Bordiga fu molto critico nei sui riguardi perché considerava la sua posizione ipocrita, ovvero sostenitrice dell’azione parlamentare e allo stesso tempo conclamatrice della rivoluzione di classe e dell’unità di partito. Unità di partito che avrebbe significato coesistere con i riformisti di Turati. Tuttavia, la politica unitaria di Serrati, diede in qualche modo, dei frutti, ovvero il 30,4% dei voti per il PSI, alle elezioni del 1919. 

sabato 25 aprile 2015

Dove ci guidano i leader

Traduciamo questo interessante articolo dei compagni del “Socialist Party of Great Britain” rivolto criticamente a uno dei vari gruppi britannici della cosiddetta “estrema sinistra”, poiché le considerazioni dell’autore si applicano in maniera abbastanza puntuale anche a quello che accade nel nostro paese per ciò che concerne la galassia dei partitini leninisti, trozkisti, stalinisti e maoisti: da “Lotta Comunista” al “Partito Comunista dei Lavoratori”, da “FalceMartello” fino al “Partito Comunista - Sinistra Popolare” e al “Bolscevico”. Con in più l’aggravante che in certi casi al discutibile metodo di Lenin se ne è sostituito da noi uno ancora peggiore: il cosiddetto “centralismo dialettico”, dove non vi sono più né congressi né votazioni, ma tutto avviene per pura cooptazione da parte della dirigenza. Direttamente la prassi di una setta esoterica o religiosa...
 
Piuttosto noto nel Regno Unito per le sue imprese, per i suoi banchetti in strada e per il suo attivismo studentesco, il Socialist Worker Party (SWP, https://www.swp.org.uk/) britannico soffrì un paio di anni fa di un notevole arretramento che condusse a un vero e proprio esodo dei suoi militanti. Uno di questi era Ian Birchall, biografo del fondatore del gruppo Tony Cliff e già componente della dirigenza del partito. Era stato membro dell’SWP e del suo gruppo predecessore, l’International Socialism (IS), per oltre cinquant’anni. Lo scorso dicembre ha pubblicato nel suo blog alcune riflessioni [1] su cosa è andato storto nel partito.
Quando venne formato negli anni ’50 come gruppo trotzkista che riconosceva la natura capitalista della cosiddetta URSS (cosa che noi ben sapevamo da parecchio tempo...) l’IS era organizzato allo stesso modo di molti altri gruppi di sinistra del Regno Unito: i suoi membri erano tutti affiliati al Partito Laburista e si definivano “laburisti di sinistra”. Poi negli anni ’60 le cose iniziarono a cambiare: uscirono dal Partito Laburista e nel 1968 Cliff decise che era il momento di riorganizzare il gruppo secondo linee guida leniniste più rigorose. Era stato lo sciopero generale in Francia di qualche mese prima a spingerlo in questa direzione. Tipicamente, da buon trotzkista, Cliff attribuiva l’impossibilità di arrivare alla rivoluzione socialista all’assenza di un partito rivoluzionario che guidasse i lavoratori in sciopero (non che la rivoluzione socialista fosse il reale obiettivo dello sciopero, tuttavia esso era effettivamente un successo da un punto di vista sindacale). Concluse quindi che ciò che i “rivoluzionari” dovevano fare alla luce di questo evento era di organizzarsi apertamente secondo le linee guida del partito bolscevico di Lenin, che, per lui e per la leggenda trotzkista, aveva condotto a una rivoluzione socialista vittoriosa (benché questa fosse successivamente degenerata in un brutale capitalismo di stato...).
Lenin aveva esposto le sue idee su come doveva essere organizzato un partito rivoluzionario nel noto opuscolo del 1903 intitolato “Che fare?”, dove proponeva un partito di rivoluzionari professionisti a tempo pieno che dovevano cercare di guidare i lavoratori e i contadini formulando parole d’ordine populiste che riflettessero il livello di comprensione che “le masse” erano considerate in grado di raggiungere. Ciò poteva avere un senso come strategia per rovesciare un regime retrogrado e autocratico quale lo zarismo. Come accadde, il regime zarista collassò per conto suo sotto la pressione della Prima Guerra Mondiale, ma la forma organizzativa di Lenin contribuì non poco alla presa del potere politico da parte dei bolscevichi dopo il crollo dello zarismo. Tale successo spinse Lenin a proclamare che quello bolscevico era l’unico modo in cui i rivoluzionari si dovevano organizzare, anche nei paesi capitalisti sviluppati là dove esisteva una stabile democrazia politica.
Così nel 1968 i membri dell’IS cambiarono nome sui loro documenti ufficiali da “lavoratori laburisti” a “lavoratori socialisti” e, più importante, abbandonarono la loro precedente struttura organizzativa dove la linea politica era decisa da una congresso di delegati di sezione che votavano mozioni proposte dalle sezioni e dove i membri del comitato esecutivo erano eletti individualmente. Tutto questo fu messo da parte e venne introdotto il sistema della “lista bloccata” che aveva usato il partito bolscevico e che era stato ereditato dal PCUS in Russia (sì, anche in questo il leninismo condusse allo stalinismo...). Con tale sistema la dirigenza (l’“ufficio politico”,il  “comitato centrale” o come vogliamo chiamarla) viene eletta in blocco al congresso di partito. I delegati non votano per i singoli candidati, ma per la lista (o “blocco”) che contiene tanti nomi quanti sono i posti vacanti. In teoria ci potrebbero essere più liste, ma in pratica non ce ne sono (e non ce ne sono mai state). Nell’SWP (come nell’URSS) ce n’era una sola, quella proposta dalla dirigenza uscente. Piuttosto che proporre una lista rivale, gli oppositori della dirigenza preferivano abbandonare il partito e formare un altro gruppo organizzato nello stesso modo (questo spiega la proliferazione di gruppi trotzkisti...). Si può vedere facilmente come sia una ricetta per la nascita di una dirigenza che si auto-replica. Cosa che infatti è puntualmente accaduta, come nota Birchall:
“Gli eventi recenti hanno mostrato i limiti del sistema della ‘lista bloccata’. È diventata un metodo con cui il Comitato Centrale può riproporsi per la rielezione all’infinito, cooptando singole persone designate quando serve.”
Ma anche nell’SWP vi è un’altra conseguenza:
“Inoltre è emersa pure l’idea della carriera: compagni, in generale ex-studenti, diventano funzionari a tempo pieno e, se hanno successo, entrano nell’apparato e divengono membri del Comitato Centrale. Così abbiamo un Comitato Centrale quasi interamente composto da persone che hanno speso la gran parte della loro carriera politica come funzionari a tempo pieno e hanno quindi una limitatissima esperienza lavorativa e sindacale.”Il sistema delle liste bloccate era applicato persino per eleggere i delegati di sezione al congresso di partito:
“Negli anni ’80, quando esistevano direttivi di sezione vigorosi, tali direttivi stabilivano le liste dei delegati al congresso di partito. Se ovviamente in teoria era possibile per i membri proporre liste alternative, questo era malvisto e, in pratica, era alquanto raro far porre all’ordine del giorno del congresso di sezione il punto in cui si raccoglievano le candidature per divenire delegati al congresso di partito. In pratica andava bene quello che faceva il direttivo: era ciò che accadeva normalmente.” Così l’SWP finì per essere un’organizzazione verticista gestita da un gruppetto di dirigenti che si auto-replicava.
Forse sorprende che Birchall non concluda che questo fosse il risultato inevitabile del sistema delle “liste bloccate”, un punto chiave nel concetto di partito leninista di avanguardia. Egli pensa ancora a un partito di rivoluzionari di professione organizzato in modo leninista. Non ce l’ha con la teoria, ma con come è stata applicata nell’SWP: burocraticamente invece che democraticamente. Però per lui “democrazia” non significa una procedura decisionale, ma soltanto un mezzo per informare la dirigenza in modo tale che possa formulare la politica migliore da perseguire e le parole d’ordine più adeguate da proporre ai lavoratori affinché le seguano:
“...una dirigenza rivoluzionaria necessita di sapere cosa accade nella classe lavoratrice. Non lo può fare leggendo il ‘Financial Times’; deve ascoltare i compagni radicati nella varie sezioni della classe che possono riportare quello che succede nella base. Come diceva Cliff: ‘...devono imparare dai loro compagni lavoratori quanto più possibile e persino in misura maggiore di quanto devono insegnare loro. Ripetendomi: il compito è dirigere e per dirigere dovete comprendere in pieno quelli che state dirigendo’.” Questa non è democrazia in nessun senso compiuto. Si sta ancora dicendo che la classe dei salariati e degli stipendiati è incapace di liberarsi da sé e che quindi necessita di un’avanguardia che si è autonominata. Si rifiuta ancora l’idea che il socialismo, in quanto società completamente democratica, possa esser stabilito solo democraticamente, sia nel senso di esser quello che vuole la maggioranza, sia nel senso di utilizzare metodi democratici. Per arrivare al socialismo la classe dei salariati e degli stipendiati necessita certamente di organizzarsi per conquistare il potere politico, per esempio in un partito politico, ma in un partito democratico, e non di seguire un partito di avanguardia o altri possibili capi.
Però c’è una cosa che Birchall sembra aver capito dopo più di cinquant’anni vissuti da trozkista-leninista:
“La cosa importante in questo momento è la battaglia delle idee, come disse William Morris: ‘il nostro compito particolare sarebbe quello di creare dei Socialisti’.” È una citazione dallo “Statement of Principles of the Hammersmith Socialist Society” stilato nel 1890. Ed è ciò che andiamo dicendo noi del “Socialist Party of Great Britain” da più di cento anni.

ADAM BUICK

tratto da “Socialist Standard”  pp. 16 e 17 , n. 1326, vol. 111, febbraio 2015. Tradotto in italiano il 12 aprile 2015.

NOTE
[1] http://grimanddim.org/political-writings/2014-so-sad/


K. Marx o V. I. Lenin? Il primo nel 1864 scrisse che “l'emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”, mentre il secondo nel 1903, con l’opuscolo “Che fare?”, inventò il partito bolscevico di avanguardia: costituito da sedicenti “rivoluzionari di professione” (in genere studenti o intellettuali stipendiati con le quote dei lavoratori) sarà il germe di tutta la futura nomenklatura sovietica, rapace, repressiva e autoritaria. Il marxismo-leninismo non esiste: è una contraddizione in termini!

sabato 17 luglio 2010

Il capitalismo di Stato

Il quotidiano italiano "liberalsocialista" Avanti! ha pubblicato qualche anno fa un articolo su Bruno Rizzi (1901-1977) descrivendolo come "un socialista eretico". Non vorremmo dire che fu un socialista nel proprio senso della parola, ma diede un importante contributo alla discussione sulla natura dell'U.R.S.S., introducendo il concetto di una classe che possiede i mezzi di produzione collettivamente, come una classe, senza che i suoi membri individuali possiedano i titoli della proprietà legale a loro nome come nel capitalismo tradizionale.

Riproduciamo qui il capitolo III del suo libro del 1939, Il Collettivismo Burocratico, dove espone i suoi argomenti a riguardo. Noi piuttosto chiameremmo la passata U.R.S.S. "capitalismo di Stato" e senza dubbio la predizione di Rizzi che il mondo intero stesse rapidamente aprendosi verso il suo "collettivismo burocratico" risulta essere selvaggiamente errata. Tuttavia, come abbiamo detto, egli diede un importante contributo a una comprensione della passata U.R.S.S. come una società di classe, con una proprietà collettiva e una classe sfruttata lontanamente rimossa da qualsiasi cosa vagamente somigliante al socialismo - che deve essere una società democratica senza classi e senza stati.

LA PROPRIETÀ DI CLASSE

(Capitolo 3, Il Collettivismo Burocratico. Bruno Rizzi, 1939)

Dato che Trotzky conferisce un valore incommensurabile al fatto che la contraddizione non è passata dal dominio della ripartizione a quello della produzione, vien fatto di pensare che egli concepisca la produzione sovietica come di marca socialista. Ci sembra che questa volta ci sia ancora un'illusione ottica che non è dalla nostra parte.

Per il solo fatto che la proprietà è nazionalizzata e l'economia pianificata, si pensa che la produzione sia di una qualità sufficientemente socialista onde assicurarci il permanere dello “Stato Operaio”. In realtà tutto il sistema di produzione resta collettivo come nella organizzazione delle grandi imprese capitaliste, mentre la proprietà passa dalla forma privata a quella collettiva. Ne viene quindi che se le caratteristiche economiche sono le sole determinanti della natura dello Stato, per quanto riguarda l'U.R.S.S., noi siamo ridotti alle nazionalizzazioni ed ai piani statali.

Resta da vedere che cosa rappresenti effettivamente la nazionalizzazione della proprietà nell'U.R.S.S. e qui anche noi, senza avere la pretesa di essere marxisti ortodossi, ci permettiamo di esaminare il disotto dei fatti. Certamente essa è stata la prima misura rivoluzionaria decretata dalla classe operaia al potere nel fine della costruzione socialista, ma questa si è arrestata con la degenerazione staliniana ed è logico indagare che cosa sia socialmente diventata quella nazionalizzazione che doveva concludere in una socializzazione della proprietà. In un modo semplicista ci si dice che la proprietà è “nazionalizzata”. È ben poco per dei marxisti scientifici. Chi la dirige? Non certamente il proletariato, ma bensì la burocrazia sovietica. Tutti sono d'accordo su questo punto nel campo di Agramante, e Trotzky aggiunge che la ripartizione dei prodotti viene fatta in modo per cui la burocrazia si taglia la parte del leone. Noi ci domandiamo quale sorta di proprietà “nazionalizzata” sia questa, diretta in modo esclusivo da una classe che s'impossessa poi dei prodotti in modo altrettanto sfacciato di quello usato dalla vecchia borghesia. Negli effetti esiste in Russia una classe sfruttatrice che tiene in mano i mezzi di produzione e si contiene esattamente come una proprietaria di questi. Il suo possesso non è frazionato tra i suoi componenti ma, quest’ultimi, in blocco, come classe, sono i reali possessori di tutta la proprietà “nazionalizzata”.

Sembra che la proprietà dopo esser stata di tutti, quasi inesistente per gli uomini dell'epoca selvaggia ed esser passata poi alle comunità per trasformarsi quindi in proprietà privata, riassuma ora una forma collettiva nella veste di proprietà di classe.

La classe sfruttatrice in Russia è diventata proprietaria ed ha concretizzata la sua essenza giuridico-sociale. Per sfuggire all'assalto dei lavoratori essa li incanta con la “nazionalizzazione” della proprietà, come se ciò rappresentasse negli effetti una proprietà di tutti. Ciononostante essa ha paura e non può sviluppare il suo lavoro in un ambiente democratico; è, almeno momentaneamente, condannata a costruire uno Stato poliziesco.

Le forme di proprietà devono mettersi al passo col sistema di produzione e se la classe sfruttata non è all'altezza del suo compito storico, dal dissolvimento della classe dominante ne esce una nuova classe, chiamiamola storicamente parassitaria, che nello Stato poliziesco forse manifesta la condanna della Storia.

La contraddizione tra il modo di produzione e la forma della proprietà, proprie della società capitalista, viene quindi ad essere risolta nell'U.R.S.S. anche senza il raggiungimento del Socialismo e l'elevarsi del proletariato a classe dominante. Lo sfruttamento resta e passa soltanto dal dominio dell'uomo a quello della classe sulla classe. Lo sfruttamento umano sotto la spinta dell'ineluttabile sviluppo economico ha assunta una nuova forma. La proprietà da privata è diventata collettiva, ma di classe; in modo diverso noi non sapremmo definire questa proprietà “nazionale” che non è di tutti, questa proprietà che non è, né borghese, né proletaria, che non è privata, ma che non è neanche socialista.

Trotzky non riesce a concepire la nuova classe sfruttatrice in Russia, non riesce a concepire la progressiva polverizzazione della borghesia nel mondo, non intravede la determinazione sempre più rimarchevole della proprietà di classe non solo in Russia, ma anche nei paesi totalitari. Concepisce il mondo “come società borghese in disfacimento (pourissant)“.

Ben poca cosa per un marxista che pretende all'analisi scientifica. Da Mussolini a Labriola, da Tardieu a Wallace, tutta la letteratura di questo quarto di secolo non è che un'accusa ed un sarcasmo indirizzato alla vecchia società borghese. Il de profundis è stato cantato al capitalismo in tutte le lingue. A noi sembra che il compito dei marxisti “scientifici”, depositari della dialettica della lotta di classe, non sia quello di svignarsela con una definizione banale, ma consiste precisamente nel vedere qual è il movimento di classi che si avvera in questa epoca della fine del capitalismo, e di fissare, oltre le nuove forme di proprietà, i nuovi rapporti sociali. Vediamo così che il celebre “plus-valore” non è scomparso neanche in questo Stato-rebus che è l'Unione Sovietica, sulla qual cosa sono tutti d'accordo. Le discordanze sopravvengono quando si tratta d'individuare dove va a finire. Va forse alla borghesia inesistente? No. Va forse agli operai? Neppure poiché allora si avvererebbe il fatto che il Socialismo è in costruzione in un solo paese e precisamente in quello della “grande menzogna”. Dobbiamo forse pensare che il plus-valore va allo ”Stato Operaio”?

Per le ragioni sopraddette sarebbe il trionfo dello stalinismo di cui Trotzky è il primo nemico e se qualcuno volesse pretendere che il plus-valore è scomparso nel paese dei Soviet, bisognerebbe dedurne che anche la forza-lavoro non è più comperata ed allora il Socialismo sarebbe un fatto contro ogni evidenza.

In realtà non vi è che una risposta possibile ed ammissibile: il plus-valore passa alla nuova classe sfruttatrice: la burocrazia in blocco.

Quando si ammette che la società è in via di decomposizione, già significa che essa sta perdendo le sue caratteristiche economiche; ciò precisa che le caratteristiche peculiari della classe dominante scompaiono e la Società diviene un’altra. Il fenomeno compiuto, nel cosiddetto Stato Sovietico, si trova in via di formazione ovunque nel mondo. Quella proprietà di classe che in Russia è un fatto acquisito non risulta certamente registrata presso alcun notaio o in nessun catasto, ma la nuova classe sfruttatrice sovietica non ha bisogno di queste bagattelle, essa ha la forza dello Stato nelle mani e ciò vale ben più che le vecchie registrazioni giuridiche della borghesia. Essa salvaguardia la sua proprietà con le mitragliatrici del suo apparecchio d'oppressione onnipotente e non con documenti notarili.

Se per il fascismo, con i suoi concetti di collaborazione di classe e di Stato al di sopra delle classi, è sostenibile la tesi della proprietà nazionalizzata noi non comprendiamo come dei marxisti, anche se scientifici, se la possono cavare su questo punto. Per Marx e Lenin lo Stato è l'organo di oppressione della classe dominante; fin che esiste lo Stato permangono le classi; e la proprietà sotto l'egida dello Stato è negli effetti gestita dalla classe dominante a mezzo del suo apparecchio di dominio. Marxisticamente parlando, il concetto di proprietà nazionalizzata non ha senso, è antiscientifico e antimarxista. Per Marx la proprietà privata doveva divenire socialista e come tale l'intendeva, almeno in forma potenziale, anche nel periodo della dittatura proletaria. Seguendo la teoria marxista, dietro lo Stato c'è sempre la classe e se non fu preveduta la possibilità di una forma immediata di proprietà (la proprietà di classe), ciò dipende quasi certamente dal calcolo errato di una rapida scomparsa delle classi dopo che il proletariato avrebbe preso il potere. In realtà, anche durante la dittatura del proletariato, la proprietà assume il carattere di classe, appartiene ed è gestita dai burocrati, solo potenzialmente manifesta il suo carattere socialista. Che se poi la proprietà viene nazionalizzata in un regime non proletario, perde anche il suo carattere potenziale di proprietà socialista per restare unicamente proprietà di classe.

Nel caso dell'U.R.S.S., Stato ove la borghesia ha un peso sociale trascurabile, se l'organizzazione statale permane, ciò significa che almeno due classi devono essere ancora in vita ed efficienti. Se il buon senso si rifiuta di ritenere i lavoratori sovietici proprietari dei mezzi di produzione è logico pensare che la proprietà di questi appartenga effettivamente alla burocrazia. Altroché “commesso”; si tratta di un proprietario ben definito.

Molto probabilmente il fatto che non sia stata prevista una forma transitoria di proprietà tra quella privata e quella socialista sta alla base non solo della discordia nel campo di Agramante, ma anche della confusione politica ancora regnante nel mondo ove si valuta per Socialismo o Capitalismo l'operato di Stalin, Mussolini o Hitler mentre in realtà si tratta di Collettivismo Burocratico.

Nel campo di Agramante si fanno degli sforzi terribili per parare a queste logiche deduzioni.

Il luogotenente Naville chiedendosi di quale differenza si tratti tra la proprietà privata e la proprietà collettiva se solo una burocrazia può approfittarne di questa, risponde non esservi che una differenza di grado tra la proprietà privata capitalista e la gigantesca proprietà ”privata” della burocrazia.

Mirabolante trovata. La proprietà di svariati milioni di cittadini concepiti nel loro complesso sociale resterebbe ancora privata. Ma ci sa dire allora questo marxista scientifico che cosa intende per proprietà collettiva? E perché allora non resterebbe privata anche la proprietà di una società socialista, se è soltanto questione di grado? Forse che questo Solone scambia la Società Umana con una Società per azioni?

Le Società Umane vanno considerate in sintesi e non in somme. La proprietà privata è e resta tale finché con lo statizzarsi continuo non cambia le sue caratteristiche.

La legge dialettica di Hegel della trasformazione della quantità in qualità vale anche per la proprietà. La prima cristallizzazione della proprietà collettiva si identifica con la proprietà di classe anche se sotto l'egida del proletariato. Che i marxisti non l'abbiano previsto e non lo vedano, è un altro affare.

Se per Naville resta privata la proprietà delle statizzazioni fasciste, anche se questo processo sta per sommergere tutto il capitalismo, non vediamo per quale ragione non si debba considerare come privata anche la proprietà delle nazionalizzazioni sovietiche, dove il processo è completamente acquisito e la burocrazia ne è la grande beneficiaria. Seguendo il suo ragionamento questa deduzione è logica anche se errata. In realtà la nazionalizzazione dei mezzi di produzione nell'U.R.S.S. ha creato una forma di proprietà collettiva, ma di classe che risolve l'antagonismo capitalista della produzione collettiva e dell'appropriazione privata. Noi non usiamo due pesi e due misure nell'esame dei fatti sociali ed affermiamo che anche il profondo travaglio economico degli Stati Totalitari con le nazionalizzazioni ed i piani economici porta alla risoluzione dello stesso antagonismo con la conseguenza sociale dell'apparizione della proprietà di classe, del dominio della burocrazia, del polverizzamento della borghesia e della trasformazione dei proletari in sudditi di Stato.

Riferendosi alla burocrazia in genere, Naville continua: ”Che essa abbia o no dei titoli di proprietà, ed essa non ne ha, la burocrazia non può disporre (ripartire) liberamente, né di un capitale accumulato, né del plus-valore prodotto. Non si tratta per essa che di una proprietà capitalista privata, anche su scala di monopoli statali”.

A noi pare che la verità abbia proprio un senso contrario. La burocrazia sovietica in specie dispone dei capitali accumulati e ripartisce il plus-valore. Trotzky arriva a dire: “Ciò che non era se non una deformazione burocratica si appresta ora a divorare lo Stato Operaio senza lasciar nulla e a formare sulle rovine della proprietà nazionalizzata una nuova classe possidente”. Ed aggiungiamo noi: chi dirige l'economia? Chi appresta i piani quinquennali? Chi fissa i prezzi di vendita? Chi decreta le opere pubbliche, gli impianti industriali ecc. se non la burocrazia sovietica? E se la proprietà non fosse a disposizione di questa, per chi dunque è a disposizione e chi è incaricato della ripartizione del plus-valore? Forse la sepolta borghesia zarista, l’imperialismo mondiale od il proletariato russo? Naville non ci dà spiegazioni e continua: “Si tratta allora di una nuova forma di proprietà, dei rapporti stabiliti storicamente sulla base dell'appropriazione collettiva, ma a beneficio di una classe particolare, la burocrazia? In questo caso, bisognerebbe ammettere che la burocrazia gioisce del sistema come una classe capitalista, poiché si approprierebbe il plus-valore come un'impresa capitalista.”

Si, perbacco, proprio si tratta di questo, ma bisogna ammettere che la burocrazia gioisce del sistema della Società divisa in classi, non già come classe capitalista, ma burocratica e che si appropria del plus-valore non già come una impresa capitalista, ma come una classe sfruttatrice.

Al contrario, alla domanda che il Naville timidamente si pone egli risponde in questo modo: “La storia dimostra che il fenomeno della produzione e della appropriazione del plus-valore non è proprio limitato al capitalismo liberale o al monopolio privato. La rendita fondiaria e il plus-valore che esistevano all’epoca del feudalesimo hanno preso il loro senso con l'economia mercantile e poi con lo sviluppo industriale. Essi continuano ad esistere nell'U.R.S.S. malgrado i dinieghi di Stalin, Boukharin e della loro scuola. Solo essi sono nazionalizzati; e la differenza esenziale è qui. Se si vuole chiarire la natura della società sovietica attuale, bisogna evitare gli errori anche da questa parte.”

Messo al muro e nell'ineluttabile necessità di ammettere che il plus-valore “prende tutto il suo senso” anche nel Collettivismo Burocratico, il discepolo di Trotzky gira poco scientificamente l'ostacolo e sottolinea la posizione ambigua, antimarxista e reazionaria, per cui rendita fondiaria e plus-valore verrebbero nazionalizzate nella società sovietica. Vi riscontra anche una differenza essenziale.

Gli risponderemo con le parole del suo maestro che nella Rivoluzione Tradita così si esprimeva: “Non è contestabile che i marxisti, a cominciare da Marx stesso abbiano impiegato relativamente allo Stato Operaio i termini di proprietà “statale”, “nazionale” o “socialista” come dei sinonimi. A delle grandi scale storiche, questo modo di parlare non presentava degli inconvenienti. Ma esso diviene la sorgente di errori grossolani e di inganni allorché si tratta delle prime tappe non ancora assicurate dell'evoluzione della nuova società isolata ed in ritardo dal punto di vista economico sui paesi capitalisti.”

La proprietà privata, per divenire sociale, deve ineluttabilmente passare per la statizzazione, cosi come il bruco, per divenire farfalla deve passare per la crisalide. Ma la crisalide non è una farfalla. Delle miriadi di crisalidi periscono prima di trasformarsi in farfalle. La proprietà dello Stato non diviene quella del “popolo intero” che nella misura della scomparsa dei privilegi e delle distinzioni sociali, fase in cui lo Stato, per conseguenza, perde la sua ragione di essere. Detto altrimenti: la proprietà dello Stato diviene socialista via via che cessa di essere proprietà di Stato. Ma al contrario: più lo Stato sovietico si eleva al di sopra del popolo, più duramente egli si oppone come dilapidatore guardiano della proprietà e più chiaramente egli testimonia contro il carattere socialista della proprietà statizzata.

Non sembra quindi che in seguito ad una cosiddetta nazionalizzazione della proprietà, la rendita fondiaria ed il plus-valore risultino effettivamente nazionalizzati ossia di tutto il popolo. Differenze essenziali non ne esistono se non quella per cui non e più la borghesia la classe sfruttatrice e che incassa il plus-valore, ma è la burocrazia che si è aggiudicata questo onore.

Naville gioca sull'identità tra la proprietà nazionalizzata e proprietà socialista il che non ci sembra, né troppo scientifico, né troppo marxista. Era scusabile un tale errore ai tempi di Marx, ma non più ai discepoli ora che le previsioni del maestro, anche se non chiare, prendono sostanza sociale.

Se si vuol appurare “la natura della società sovietica attuale” bisogna proprio evitare degli errori anche da questa parte e sviscerare che cosa realmente rappresenta socialmente parlando, la proprietà nazionalizzata. D'accordo che questo lavoro deve essere fatto in modo scientifico, marxista se così meglio aggrada ai cavalieri d'Agramante. Noi non pretendiamo di averlo compiuto, ma solamente abbozzato.

Seguendo questa strada, anche l'avvento dello Stato Totalitario nel mondo risulterà un poco più chiaro a coloro che fin qui ci hanno dimostrata una totale incomprensione nei confronti del Fascismo ancora bollato quale salvatore e continuatore del capitalismo.

In questi regimi una nuova classe dirigente in formazione dichiara che il capitale è al servizio dello Stato. Fa seguire i fatti, fissa già in gran parte i prezzi delle merci ed i salari dei lavoratori, organizza su di un piano prestabilito l'economia nazionale.

Evidentemente la proprietà dei mezzi di produzione non è cosi semplice ad individuarsi come quella dei mezzi di consumo. Questi ultimi sono di uso personale, ma gli altri sono più fissi delle montagne. Non c'è alcun proprietario, né alcuna classe, né alcun Stato che se li possa collocare sulle spalle e trascinarli dove meglio gli piace. Niente da meravigliarsi quindi se si avverano momenti in cui è difficile determinarne la proprietà.

Per conto nostro, nell'U.R.S.S. i proprietari sono coloro che tengono la forza nelle mani: i burocrati. Sono coloro che dirigono l'economia così com’era normale tra i borghesi. Sono coloro che si appropriano dei profitti come è regolare presso tutte le classi sfruttatrici. Sono coloro che fissano i salari ed i prezzi di vendita delle merci: i burocrati ancora una volta.

Gli operai non hanno che fare con la direzione sociale, tanto meno con gli incassi del plus-valore e tanto peggio per quanto riguarda la difesa di questa strana proprietà “nazionalizzata”. Gli operai russi sono ancora degli sfruttati ed i burocrati sono i loro sfruttatori.

La proprietà nazionalizzata dalla Rivoluzione di Ottobre appartiene ora come un “tutto” alla classe che la dirige, la sfrutta e la salvaguardia: essa è proprietà di classe.

Col sistema di produzione collettivo integratosi durante l’evoluzione capitalista, la proprietà privata non poteva sfuggire alla collettivizzazione. La realtà è che la proprietà collettiva non si trova sotto la protezione della classe proletaria, ma bensì sotto quella di una nuova classe che nell’U.R.S.S. rappresenta un fatto sociale ormai compiuto, mentre negli Stati Totalitari è in via di formazione.