sabato 25 luglio 2026

I lavoratori contro i bolscevichi

Recensione di Adam Buick in The Socialist Standard luglio 2008 del libro The Russian Revolution in Retrait, 1920-24. Soviet workers and the new communiste elite, di Simon Pirani. (Routledge, Londres, 2008).


Una delle conseguenze della caduta del capitalismo di Stato in URSS all'inizio degli anni 90 è stata l'apertura degli archivi dell'antico regime, compresi quelli della sua polizia segreta. Questo libro è uno studio appassionante, basato sui resoconti delle riunioni dei soviet e dei consigli di fabbrica e anche sui rapporti di polizia, della lotta condotta dai lavoratori nel periodo 1920-24 per difendere  i loro interessi sotto, e a volte contro, il governo bolscevico. Pirani descrive anche gli inizi dell'evoluzione dei membri del partito bolscevico come nuova classe privilegiata.


Nel 1920 e 1921, durante la guerra civile e le sue immediate ripercussioni, le condizioni di vita in Russia erano molto difficoltose. I lavoratori erano pagati in natura, ma le loro razioni arrivavano spesso in ritardo e erano a volte ridotte, da qui le proteste e gli scioperi, che il governo bolscevico era pronto a tollerare, purché fossero puramente economici e non contestassero il suo potere. Il governo era particolarmente nervoso nel 1921, al tempo della rivolta di Kronstadt, le cui rivendicazioni per delle elezioni libere ai soviet e un rilassamento della proibizione del commercio privato riscuotevano le simpatie di numerosi lavoratori. Di fatto, durante le elezioni (che erano un po' libere) ai soviet quell'anno, i membri di altri partiti (menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici) e dei militanti senza partito progredirono a spese dei bolscevichi. Pirani concentra la sua attenzione su questi "senza partito" che sembrano essere stati dei militanti di fabbrica che volevano dedicarsi alle questioni economiche, ma con una comprensione sottile del rapporti di forze e di ciò che poteva essere ottenuto dal governo.

Nel 1923 il governo soppresse le altre parti, con i loro militanti nelle fabbriche che non potevano più né presentarsi alle elezioni né agire apertamente. Pirani commenta: "Nessuna organizzazione non comunista aveva ancora agito apertamente a Mosca prima della fine del periodo sovietico". I senza partito sopravvivessero qualche tempo mentre i bolscevichi tentavano di attirarli al loro partito. L'opposizione politica che sussisteva era limitata ai bolscevichi dissidenti, dentro e all'esterno del partito, qualcuno di loro adottò una posizione filo lavoratori per quel che concernevano i salari e le condizioni di lavoro, ma alla fine, anch'essi, furono perseguitati e andarono a raggiungere i membri degli altri partiti politici nei campi di lavoro dell'Asia centrale e della Siberia.

La posizione di Lenin era tipica di quella che egli aveva adottato 20 anni prima nel suo celebre libello Che fare?: non ci si può affidare ai lavoratori per conoscere i loro propri interessi e la determinazione di questi interessi deve essere affidata a una élite intellettuale d'avanguardia. Pirani riassume così una parte del discorso di Lenin all’11° Congresso del Partito bolscevico nel 1921: "Lenin considerava che la classe lavoratrice russa non poteva essere validamente considerata come proletaria. Spesso quando si dice 'lavoratori', si pensa che ciò voglia dire proletario di fabbrica. Non è sicuramente questo il caso, egli diceva. Una classe lavoratrice come Marx la descriveva non esisteva in Russia secondo Lenin. Ovunque si guardasse, i lavoratori delle fabbriche non erano dei proletari, ma diversi elementi di passaggio". 

Pirani fa osservare che "la conseguenza pratica di questa posizione era che la presa di decisioni politiche dovrebbe essere concentrata tra le mani del partito". Questa distinzione tra la classe lavoratrice reale (nella quale non si può aver fiducia) e "il proletariato" (organizzato in un partito d'avanguardia che ne sa di più) è stata da allora trasmessa a tutti i gruppi leninisti ed è stata utilizzata allo scopo di giustificare la dittatura del partito sulla classe lavoratrice. 

Il libro di Pirani merita di essere letto da tutti coloro che pensano, o che vogliono confutare, che lo Stato in Russia sotto i bolscevichi abbia potuto essere caratterizzato come "operaio". I lavoratori laggiù dovevano sempre tentare di difendere i loro salari e le loro condizioni di lavoro contro questo Stato, anche al tempo di Lenin e di Trotsky.

Adam Buick

sabato 13 giugno 2026

Smettiamola di incolpare i politici

Il dibattito pubblico odierno è ossessionato dalle personalità. La vita politica si riduce a un susseguirsi di individui che vengono demonizzati come la fonte dei problemi della società o celebrati come i suoi salvatori. Pochi incarnano questo concetto meglio di Donald Trump.

Ma concentrarsi su individui come Trump significa perdere di vista il punto centrale. Non è un'anomalia, né la causa dei problemi che la gente gli attribuisce. È il prodotto del sistema in cui opera.

La società moderna è organizzata attorno alla produzione a scopo di lucro, alla concorrenza e alla concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di una minoranza. Al centro di questo sistema si trova il rapporto salariale: la maggioranza delle persone deve vendere la propria capacità di lavorare per vivere, mentre una minoranza possiede e controlla i mezzi per produrre ricchezza.

È qui che si manifesta lo sfruttamento, non come eccezione, ma come caratteristica normale del sistema. I lavoratori producono più valore di quanto ricevano in cambio sotto forma di salario, e questo surplus viene appropriato come profitto. È questo processo che genera ricchezza da un lato e insicurezza dall'altro.

In questo contesto, la politica non è un'arena neutrale. I governi, a prescindere da chi li guidi, sono obbligati a mantenere le condizioni per una produzione redditizia. Ciò limita l'azione di qualsiasi politico. Possono differire per stile, retorica o dettagli politici, ma operano entro gli stessi vincoli economici.

In tali condizioni, non sorprende che emergano figure aggressive, egocentriche e abili nel canalizzare la frustrazione. Queste figure si fanno portavoce di un reale malcontento, ma lo deviano dalla struttura della società verso capri espiatori, rivali o personalità.

Nel frattempo, l'opinione pubblica è incoraggiata a concentrarsi su queste personalità. L'indignazione si concentra sui singoli individui, le elezioni vengono presentate come contese morali e l'impegno politico diventa una questione di schieramento. Questo distoglie l'attenzione dal sistema salariale stesso, il meccanismo che genera disuguaglianza, instabilità e insoddisfazione ricorrente.

Che si tratti di Trump o di qualsiasi altra figura politica, lo schema rimane invariato. Diversi individui vanno e vengono, ma il rapporto di fondo tra chi lavora per un salario e chi vive di profitto resta immutato.

Da questa prospettiva, attaccare i singoli politici non solo è insufficiente, ma è anche una distrazione. Crea l'illusione che sostituire un leader risolverà problemi che affondano le radici nell'organizzazione sociale a un livello molto più profondo.

Finché esisterà il sistema salariale – in cui la maggioranza deve lavorare per un salario e una minoranza si appropria del surplus – la disuguaglianza e il conflitto saranno inevitabili, e continueranno a emergere figure politiche controverse.

Se si vuole ottenere un cambiamento significativo, l'attenzione deve spostarsi dalle personalità alla struttura stessa. La vera questione non è chi governa, ma se un sistema basato su salari, profitti e divisioni di classe possa mai servire gli interessi della maggioranza.

Finché non si affronterà questa domanda, il ciclo continuerà, e con esso le condizioni che generano figure come Donald Trump.

(Traduzione da The Socialist Standard – giugno 2026)

lunedì 1 giugno 2026

La cortina fumogena dei prezzi



I prezzi di consegna mostrati sulle piattaforme online non raccontano tutta la storia dei beni e dei servizi che acquistiamo. La somma che paghiamo per la consegna non racconta la storia dei bassi salari dei corrieri, del lavoro frammentato e dei rischi quotidiani sulla strada. Il costo visibile è solo la superficie: una semplice cifra che nasconde i veri costi umani e materiali.

E ciò non riguarda solo la consegna. Più in generale, il prezzo di mercato di un bene o servizio raramente include tutti i costi della sua produzione. Una parte significativa viene spostata altrove: sull’ambiente, sui lavoratori, sulla collettività o sul futuro.

Molti prodotti a basso costo dipendono da filiere produttive che utilizzano risorse naturali senza rifletterne il reale valore o la scarsità. La deforestazione per beni non essenziali, l’uso intensivo di energia e acqua, o l’inquinamento generato durante la produzione non sono pienamente incorporati nel prezzo di vendita. Lo stesso vale per le condizioni di lavoro – salari bassi, precarietà, sicurezza limitata – che restano fuori dal costo sul mercato.

Un altro livello di questa cortina fumogena riguarda la progettazione dei prodotti. L’obsolescenza pianificata e la scarsa riparabilità, soprattutto nei dispositivi elettronici, spostano i costi nel tempo sui consumatori e aumentano la produzione di rifiuti. Il prezzo iniziale può sembrare basso, ma il costo complessivo – economico e ambientale – è molto più elevato.

Ci sono poi effetti meno immediati: impatti sulla salute, come nel caso dei cibi ultra-processati; la crescente quantità di rifiuti difficili da riciclare; e il degrado degli ecosistemi. Questi costi sono in gran parte sostenuti dalla collettività, spesso attraverso la spesa pubblica o una riduzione della qualità della vita.

martedì 6 gennaio 2026

Stranieri nel nostro mondo d'origine

 

Siamo creature alienate che vivono nel nostro mondo d'origine. Questa alienazione deriva dal rapporto dei lavoratori sia con il prodotto che con il processo del loro lavoro, e ha una vasta gamma di effetti spiacevoli. Nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx affermò eloquentemente che: "L'alienazione del lavoratore nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, un'esistenza esterna, ma che esso esiste fuori di lui, indipendentemente, come qualcosa di estraneo a lui, e che diventa una potenza a sé stante che gli si contrappone. Significa che la vita che egli ha conferito all'oggetto gli si contrappone come qualcosa di ostile ed estraneo".

Nella primissima pagina de Il Capitale, Marx inizia ad analizzare la natura della nostra società capitalista, e lo fa in termini di merce, la fonte della nostra alienazione. Viviamo in una dittatura della merce su scala planetaria. Ciò significa che non fa differenza se, come lavoratori, viviamo in una società capitalista liberale o in un moderno stato autoritario di sinistra o di destra. La merce è la caratteristica più distintiva del capitalismo, che trascende le varie forme politiche che può assumere. La nostra forza lavoro, che produce merci, è stata essa stessa trasformata in merce e viene venduta sul mercato come qualsiasi altra. Sebbene viviamo in un mondo in cui le ideologie politiche si scontrano tra loro, il capitalismo è un sistema globale. Non è definito da queste differenze politiche, ma dal fatto di aver storicamente superato la schiavitù e il feudalesimo.

La merce è sovrana

La società delle merci è un sistema mondiale in cui la classe lavoratrice (che include anche te, anche se ti consideri borghese e istruito) deve vendere la propria capacità di lavorare e produrre oggetti o servizi sul mercato a coloro che possiedono e controllano fabbriche, uffici, miniere, ecc. L'alienazione esiste nei moderni regimi liberali, nell'ex Unione Sovietica, nella Cina moderna, nei numerosi Stati teocratici musulmani del mondo e nelle nazioni governate da giunte militari di sinistra o da dittatori di destra. L'alienazione trascende ogni confine politico, ogni differenza politica, e devasta le menti di tutte le popolazioni di lavoratori, senza distinzione di origine nazionale o di altro tipo e indipendentemente dal colore del loro colletto.

mercoledì 24 dicembre 2025

Violenza e guerra: sono inevitabili? Una visione a lungo termine


È ormai ampiamente accettato che, per oltre 200.000 anni, i cacciatori-raccoglitori, esseri umani come noi, abbiano vissuto in società egualitarie. Allora perché, a partire da circa 12.000 anni fa, la maggior parte di loro, in un periodo di tempo relativamente breve, ha abbandonato quello stile di vita per l'agricoltura stanziale e, così facendo, ha adottato un diverso stile di vita e nuove strutture sociali, dove una gerarchia di dominio di pochi ha iniziato a sostituire l'uguaglianza per tutti, portando a sfruttamento, schiavitù, violenza e guerra?

L'invenzione della scarsità

La risposta a questa domanda ha molteplici sfaccettature. Ma, in generale, una tale trasformazione può essere avvenuta solo come risultato di fattori ambientali che hanno spinto le persone verso la sicurezza immaginata, maggiore e più a lungo termine, che le scorte più abbondanti di cibo e altri materiali derivanti dall'agricoltura sarebbero state in grado di produrre. Il problema è che, una volta accaduto, non c'era più un ritorno ovvio, poiché ciò portò con sé la creazione di gerarchie, Stati e il governo di quei pochi che nelle società precedenti sarebbero stati considerati antisociali per le loro tendenze dominanti. Quella minoranza avrebbe ora avuto molto più libero sfogo per i propri comportamenti devianti, con conseguenti lotte per il potere, lo sviluppo di classi, governanti e governati, e l'emergere di quelli che vennero considerati ordini naturali guidati da re, imperatori, faraoni e sommi sacerdoti, con la maggioranza che viveva a un livello di sussistenza inferiore a quello dei cacciatori-raccoglitori ("l'invenzione della scarsità", è stata definita). Ciò a sua volta ha dato origine a sistemi sociali predatori su vasta scala (prima la schiavitù, poi il feudalesimo e ora il capitalismo) in cui la maggioranza è stata tenuta sotto controllo da piccole minoranze privilegiate, sia attraverso la minaccia della violenza da parte di autorità superiori e/o attraverso costrutti ideologici o cortine fumogene come la lealtà tribale o il nazionalismo.

domenica 24 agosto 2025

Che cosa significa “post-scarsità”?

Una società post-capitalista deve essere, per sua stessa natura, una società di "post-scarsità". Deve essere una società tecnologicamente in grado di soddisfare adeguatamente i bisogni dei suoi cittadini. Questa capacità costituisce il fondamento materiale su cui possono sorgere e prosperare il tipo di prospettiva sociale e i valori indispensabili all'esistenza stessa di una tale società. Senza di essa, senza un'ampia offerta di beni e servizi di cui tutti abbiamo bisogno per godere di un tenore di vita ragionevolmente dignitoso, si instaurerà inevitabilmente una debilitante corsa competitiva guidata dalla scarsità, che indebolirà la nostra volontà di cooperare tra noi e indebolirà il nostro desiderio di lavorare per il bene comune.

Ma cosa significa esattamente "ampia offerta di beni e servizi" in termini pratici? Ovviamente, ciò che è "ampio" dipende innanzitutto da quanto siamo in grado di produrre, ma è anche crucialmente condizionato da ciò che noi stessi consideriamo "ampio": i nostri valori culturali. Cioè è culturalmente condizionato.

Consumismo

In una società capitalista lo status è correlato positivamente a quanto si consuma in modo evidente sotto forma di ricchezza materiale. Questo è ciò che rende il consumismo un aspetto così integrante del nostro stile di vita sotto il capitalismo. Il punto del consumismo è che tecnicamente non esiste un limite massimo alle quantità, o al valore monetario, di beni e servizi che ci si potrebbe sforzare di consumare. Da qui l'enfasi sul fatto che consumare di più sia "sempre" un obiettivo auspicabile – un suggerimento che si sposa opportunamente con gli interessi commerciali delle aziende che vogliono aumentare le proprie vendite. Di più è sempre meglio. Il fatto che non ci siano limiti a quanto si dovrebbe consumare deriva dal fatto che la competizione di status è essenzialmente un gioco a somma zero. Si può aumentare lo status sociale all'interno di una gerarchia di status solo a spese di altri (e viceversa).

Secondo questa argomentazione, non si tratta solo del fatto che il senso di benessere e felicità cresca in linea con l'aumento del livello di consumo materiale; ma, soprattutto, è anche perché questo crescente livello di consumo materiale contribuisce a migliorare il proprio status agli occhi degli altri. Il corollario di ciò è che coloro che si trovano più in basso in questa gerarchia di status devono quindi sentirsi, in questa misura, un po' meno soddisfatti e meno felici della vita – almeno secondo l'ideologia consumistica. L'unico modo in cui potrebbero mitigare questo relativo senso di insoddisfazione o privazione è sforzarsi di consumare di più – non solo di più, ma relativamente di più rispetto a quanto consumano gli altri intorno a loro.

La nostra capacità di consumare di più, tuttavia, dipende dal miglioramento della nostra situazione economica e dall'aumento del nostro potere d'acquisto rispetto agli altri. Ma, naturalmente, questo non può logicamente accadere per la maggior parte delle persone in una società capitalista, poiché il meccanismo stesso dell'incentivazione capitalista dipende dal radicamento sistemico, e persino dall'approfondimento, della disuguaglianza economica. Il capitalismo ha bisogno che ci sentiamo insoddisfatti della nostra sorte nella vita, rispetto agli altri, così da poter accettare con ancora più entusiasmo e abbracciare ciò che sta (letteralmente) cercando di venderci. E, naturalmente, impegnarci di più per ottenerlo.

Questo è un esempio di scarsità artificiale o artificiosa. È artificiosa perché ciò che il sistema sta cercando di instillare in noi sono quelli che Marcuse chiamava "falsi bisogni".

venerdì 28 febbraio 2025

“Il socialismo non può funzionare, i socialisti si dimenticano sempre della natura umana”


Giocare la carta della "natura umana" è uno dei tentativi più comuni di cortocircuitare la discussione sulla fattibilità del socialismo. Coloro che la giocano sono generalmente timidi nel dire cosa intendono esattamente con questa frase. Come funziona la "natura umana"? Come si esprime? Cosa eventualmente la innesca? Quando vengono sfidati su questi temi, i critici generalmente diventano vaghi o inarticolati o agitano le mani su un bel po' di cose. Se incalzati ulteriormente, molti di loro escogitano una visione degli esseri umani come automi pre-programmati. Altri, meno riduttivi, ci immaginano come pentole a pressione biologiche che periodicamente si surriscaldano. Altri ancora, scuotono la testa e parlano di degenerazione morale o credono in qualcosa di simile alla magia o al peccato originale. Quando, tuttavia, viene chiesto loro di descrivere quelle che credono essere le manifestazioni concrete della "natura umana", si rianimano. Diventano improvvisamente espliciti e molto più concisi. Gli esseri umani, dicono, sono avidi, pigri e violenti. E questo risolve praticamente la questione.

Gli esseri umani non nascono come tabula rasa. Abbiamo una "natura" specifica, unica per noi, e questo ha conseguenze quando interagiamo con l'ambiente. Siamo una specie sociale, quindi abbiamo un bisogno biologico di contatto e associazione umana. È il motivo per cui viviamo in comunità e abbiamo economie. Abbiamo riflessi autonomi che ci proteggono dai danni. Fissiamo involontariamente la nostra attenzione su minacce percepite, per esempio. Allo stesso modo, il nostro sistema nervoso rimuoverà i nostri corpi piuttosto rapidamente dal contatto accidentale con il calore estremo, il tutto senza consultare il nostro cervello o aspettare che decidiamo come agire. Queste reazioni sembrano cablate in noi, ma anche loro possono essere superate dalla nostra consapevolezza cosciente o dall'apprendimento sociale.

martedì 3 dicembre 2024

Turismo cosmetico

Un recente titolo del Daily Mirror recitava "Mamma di cinque figli muore dopo un trattamento di lifting dei glutei". Spiegava come Alice Delsie Preet Webb non si fosse ripresa da un'operazione eseguita da un medico non registrato che prevedeva l'iniezione di acido ialuronico e filler dermici nel fondoschiena (un cosiddetto "lifting brasiliano dei glutei"). Questa apparentemente era la prima volta che qualcuno nel Regno Unito moriva a causa di questa procedura. Ma, come confermato in un recente articolo sul "turismo estetico" sul Times di Sarah Ditum, tali esiti sono molto più comuni quando le persone (in gran parte donne) decidono di fare una vacanza all'estero e allo stesso tempo sottoporsi a interventi chirurgici economici su varie parti del corpo che ritengono bisognose di miglioramento. Ha fatto riferimento a un sito web che pone la domanda: "Perché non sfruttare appieno le incantevoli spiagge e il sole, dedicando un po' di tempo alle cure dentistiche?" 

Il problema è che a volte va male e le persone finiscono con denti storti, un sorriso storto, seni di dimensioni non uniformi, pieghe addominali, e anche peggio. Infatti, dal 2019, come ci dice l'articolo, "almeno 28 turisti sanitari britannici sono morti dopo un trattamento in Turchia". E questo senza contare il numero molto più grande di coloro che tornano a casa con complicazioni che poi devono cercare di far risolvere dal NHS [servizio sanitario nazionale]. Naturalmente, molte delle migliaia di persone che lo fanno ogni anno sono fortunate e per loro va come vorrebbero. Ma è sicuramente una scommessa e, secondo l'articolo, il motivo per cui le donne sono disposte a correre questa scommessa è che vogliono essere, come dice l'articolo, "la versione migliore di se stesse" e non "al di sotto degli standard". E, dato il costo proibitivo di tale intervento nel Regno Unito da parte di professionisti medici regolamentati, non vedono altra alternativa che cercarlo a un prezzo più basso in paesi meno regolamentati: Tailandia, Messico, Slovacchia o, la destinazione più comune, la Turchia.

domenica 3 novembre 2024

Il socialismo non di mercato è fattibile

Tutta la tecno-infrastruttura necessaria per consentire a una società post-capitalista di funzionare efficacemente esiste già oggi; non abbiamo bisogno di reinventare la ruota. Un sistema autoregolante di controllo delle scorte che implichi il "calcolo in natura", che utilizzi grandezze fisiche disaggregate (ad esempio, il numero di lattine di fagioli lessati in magazzino in un negozio) anziché una singola unità contabile comune (come il denaro) come base per il calcolo, è qualcosa che funziona già abbastanza bene sotto i nostri occhi all'interno del capitalismo, insieme alla contabilità monetaria. Qualsiasi supermercato oggi, operativamente parlando, si fermerebbe rapidamente senza ricorrere al calcolo in natura per gestire e monitorare il flusso di merci in entrata e in uscita dal negozio.

In qualsiasi momento il nostro supermercato saprà più o meno esattamente quante lattine di fagioli lessati ha sugli scaffali. L'informatizzazione della gestione dell'inventario ha reso questo compito molto più semplice. Il nostro supermercato saprà anche la velocità con cui quelle lattine di fagioli lessati vengono rimosse dagli scaffali. Sulla base di queste informazioni saprà quando e quanta nuova scorta dovrà ordinare dai fornitori per rifornire la sua scorta esistente: questa semplice procedura aritmetica è esattamente ciò che si intende per "calcolo in natura". È applicabile a ogni tipo di bene concepibile, dai beni intermedi o di produzione ai beni finali o di consumo.

Il calcolo in natura è il fondamento da cui dipende in modo cruciale qualsiasi tipo di sistema di produzione avanzato e su larga scala. Nel capitalismo, la contabilità monetaria coesiste con la contabilità in natura, ma è completamente tangenziale o irrilevante rispetto a quest'ultima. È solo perché i beni, come le nostre scatole di fagioli lessati, assumono la forma di merci che si può essere ingannati nel pensare che il calcolo in natura dipenda in qualche modo dal calcolo monetario. Non è così. Si regge saldamente sulle proprie gambe.

domenica 8 settembre 2024

Scarsità Artificiale

Spesso siamo incoraggiati a fare cambiamenti nel nostro stile di vita personale perché questo può aiutare a cambiare le cose o almeno a fare qualcosa per aiutarci ad andare nella giusta direzione. Dovremmo assicurarci di sapere, ad esempio, dove viene coltivato il cibo che mangiamo, quanto sono "sostenibili" i suoi metodi di produzione e distribuzione e, se possibile, di "acquistare locale". L'idea è che le nostre scelte di acquisto alimentare aiuteranno a ridurre le emissioni di carbonio e contribuiranno alla lotta contro il deterioramento ecologico e il riscaldamento globale. Si suggerisce anche che scelte di vita più radicali come il vegetarianismo o il veganismo possano svolgere un ruolo in questo liberando per la produzione alimentare diretta terreni attualmente utilizzati per le colture per nutrire il vasto numero di animali allevati e macellati in tutto il mondo.

Ed è vero che, se un gran numero di persone facesse tali scelte, ciò potrebbe effettivamente portare a metodi e tipi diversi di produzione alimentare, ridurre la strage di massa di creature viventi e avere anche un certo impatto sul cambiamento climatico. Ma niente di tutto ciò farebbe una differenza apprezzabile nei problemi quotidiani affrontati da molti milioni di persone in tutto il mondo. Si tratta di problemi come la povertà, la mancanza di una casa o di un alloggio precario e, soprattutto, la necessità per la stragrande maggioranza di noi di vendere le nostre energie a un datore di lavoro per un salario o uno stipendio giorno dopo giorno o di ritrovarci senza i mezzi per vivere dignitosamente. Il fatto è che, qualunque sia il metodo di produzione o i beni prodotti, finché ciò avviene in vista della vendita dei beni sul mercato e della necessità di denaro per acquistarli, avremo ancora il sistema che chiamiamo capitalismo e tutti i problemi e le contraddizioni che solleva.

La contraddizione principale è che ora abbiamo i mezzi per produrre cibo a sufficienza e tutto il resto per sostenere il mondo intero a un livello dignitoso più volte e senza inquinare l'ambiente o cambiare il clima, ma nel sistema capitalista di produzione per il profitto questo non può accadere. Invece crea una scarsità artificiale, facendo sì che milioni di persone soffrano la fame e che molti altri vivano esistenze insicure o altamente stressate. Un nuovo rapporto dell'Unicef ​​pubblicato a giugno di quest'anno (Child Food Poverty: Nutrition Deprivation in Early Childhood) ha rivelato che circa 181 milioni di bambini in tutto il mondo sotto i 5 anni di età, ovvero 1 su 4, stanno vivendo una grave povertà alimentare infantile, il che li rende fino al 50 percento più inclini a sperimentare il deperimento, una forma di malnutrizione pericolosa per la vita. Per peggiorare le cose, i metodi di produzione del capitalismo mettono a dura prova l'ecosistema, spingendolo rapidamente, secondo alcuni, sull'orlo del collasso.

È quindi tempo che i lavoratori di tutto il mondo votino collettivamente per cambiare quel sistema e passare a una società senza denaro e senza mercato, di libero accesso e cooperazione volontaria, che chiamiamo socialismo. In quella società le persone metteranno al lavoro la loro naturale capacità umana di cooperazione e collaborazione e useranno le risorse della terra per garantire una vita dignitosa a tutti, mantenendo al contempo l'ambiente in modo da garantire uno stato stabile di equilibrio ecologico.

(Traduzione da Socialist Standard – settembre 2024) 

domenica 19 novembre 2023

Guerra Israele-Gaza: cosa diciamo

Alcuni sostengono che il conflitto arabo-israeliano in Medio Oriente non ci sarebbe stato se lo Stato di Israele non fosse mai stato fondato. Ma è stato fondato ed esiste. E la stessa cosa si potrebbe dire delle innumerevoli situazioni di conflitto che accadono oggi nel mondo. Dobbiamo quindi guardare alla situazione così com’è e, se lo facciamo, scopriremo che, come in altri conflitti simili, la causa di fondo non è l’eterna inimicizia tra due gruppi – ebrei e arabi – ma una lotta tra diverse fazioni capitaliste, attraverso rispettivi governi, sul territorio, sulle risorse e sulle rotte strategiche. 

A Gaza, l’organizzazione Hamas, anti-israeliana e antisemita, è salita al potere attraverso le elezioni del 2007 con l’obiettivo dichiarato di “innalzare la bandiera di Allah su ogni centimetro della Palestina”. Ma quella fu la fine di ogni forma di democrazia là e, durante il loro mandato, hanno represso numerose proteste contro di loro da parte dei rivali, espellendo i loro funzionari per assicurarsi che non ci sarebbe mai stato un altro turno di elezioni e uccidendo dozzine di loro stessi cittadini, molti dei quali civili. Durante quel periodo la popolazione di Gaza è precipitata sempre più nella povertà con, ad esempio, una disoccupazione del 40%, con i suoi leader che si sono arricchiti assistiti da sostenitori di altri paesi arabi e hanno potuto godere di accordi immobiliari multimilionari, ville di lusso e carburante del mercato nero dall'Egitto. 

Anche la continua oppressione da parte di Israele (un paese in cui tra l’altro il 22% delle sue famiglie vive in povertà) è stata ovviamente un fattore significativo, poiché il suo governo ha cercato di facilitare l’arricchimento della propria classe capitalista appropriandosi della terra e mantenendo uno stretto coperchio sulla protesta. Ora il coperchio è stato tolto, e nel modo più orribile. 

Non ci sono scuse per gli orrori scatenati da Hamas su persone innocenti né per la feroce ritorsione di Israele, che uccide migliaia di persone, priva una terra di cibo, acqua ed elettricità e minaccia di radere al suolo le sue infrastrutture, indipendentemente da ciò che potrebbe accadere agli abitanti nel breve e nel lungo periodo. Naturalmente il governo israeliano sosterrà fino in fondo la propria classe capitalista – dopotutto questo è il suo ruolo. 

E fa tutto parte di un copione, che vediamo messo in scena più e più volte mentre i governi che rappresentano le loro classi capitaliste non riescono a risolvere i conflitti con la diplomazia e ricorrono a una violenza orribile. Possiamo solo ripetere la stessa cosa che abbiamo sempre detto quando ciò è accaduto – che i lavoratori (in questo caso quelli arabi e israeliani) non hanno interesse a combattersi tra loro ma hanno un interesse comune a unirsi con altri lavoratori per abolire il capitalismo e instaurare il socialismo.

(Traduzione da Socialist Standard – novembre 2023)

martedì 25 aprile 2023

Porre fine al sistema del profitto

Il sistema capitalista della produzione per il profitto è ben oltre la data di scadenza. Ha sviluppato le forze produttive, anche se a costo di immense sofferenze umane, al punto che sono sufficienti per provvedere adeguatamente ai bisogni di ogni uomo, donna e bambino sulla Terra.

Il capitalismo è diventato un ostacolo all'ulteriore progresso umano. Si è sempre basato sullo sfruttamento economico e sulla privazione della maggioranza, ma, essendo sopravvissuto alla sua utilità, è diventato una minaccia per tutta l'umanità. Ha già causato due guerre mondiali e continuato a minacciarne un’altra, e ora minaccia disastrosi cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale.

Il capitalismo ha sviluppato le forze di produzione estraendo un surplus da coloro che producono ricchezza. Sotto la pressione delle sue stesse incontrollabili forze di mercato, la maggior parte di questo surplus è stato accumulato come capitale investito in impianti e macchinari che hanno ampliato la capacità della società di produrre ricchezza.

La produzione per l'accumulazione di capitale non è mai stata uno scopo razionale per la società umana. Lo sarebbe la produzione per soddisfare i bisogni materiali dei suoi membri – produzione direttamente per l'uso, non per la vendita e il profitto.

Se dovessimo progettare da zero una società umana che serva al meglio gli interessi di tutti i suoi membri, non sarebbe quella in cui le risorse naturali e gli strumenti per utilizzarle fossero di proprietà solo di alcuni membri della società mentre il resto lavorasse per loro. Non sarebbe una società in cui questa minoranza privilegiata fosse costretta da leggi economiche al di fuori del controllo di chiunque a utilizzare i propri profitti per accumulare sempre più capitale. Non sarebbe una società in cui la ricchezza fosse prodotta esclusivamente per la vendita e in cui la maggioranza fosse costretta a trovare un lavoro retribuito per ottenere denaro per acquistare ciò di cui necessitasse. Non sarebbe una società di classe e non sarebbe il capitalismo.

Sarebbe una in cui i mezzi di vita - risorse naturali e industriali - non apparterrebbero a nessuno ma sarebbero disponibili per essere utilizzati dalla società per soddisfare i bisogni dei suoi membri. Una in cui le cose non sarebbero prodotte per la vendita e fornite solo a persone che potessero permettersi di pagarle, ma per essere condivise tra tutti i membri della società in base alle loro esigenze.

Naturalmente, la società non è progettata. Si evolve. Alcuni in passato immaginavano una tale società comunitaria, ma erano in anticipo sui tempi. Ora, però, le forze della produzione si sono sviluppate al punto che è diventata possibile una società di proprietà comune e di distribuzione secondo i bisogni.

Per porre fine al sistema del profitto, tutto ciò che manca ora è la volontà di farlo da parte della stragrande maggioranza che svolge tutto il lavoro utile nella società. Per realizzare il cambiamento, dovranno organizzarsi per ottenere il controllo politico, rimuovere la classe proprietaria, abolire la proprietà di classe e consentire che l’obiettivo dalla società umana diventi quello naturale di soddisfare i bisogni dei suoi membri nel miglior modo possibile.

(Traduzione da Socialist Standard - aprile 2023)

sabato 8 aprile 2023

Possiamo adattarci al cambiamento climatico?


Un recente libro molto pubblicizzato, The Journey of Humanity di Oded Galor (The Bodley Head, 2022), che cerca di spiegare lo sviluppo umano nel corso della storia e il suo ritmo diverso in luoghi diversi in gran parte in termini delle condizioni ambientali prevalenti nei primi tempi, vede più motivi per essere positivi che negativi riguardo gli effetti del capitalismo moderno. Esprime la speranza che il riscaldamento globale e la crisi climatica da esso prodotto saranno un fenomeno "di breve durata" risolvibile tramite quelle che il libro chiama "tecnologie rivoluzionarie". Una simile speranza è anche oggetto di un articolo intitolato “Can Technology Help Us to Adapt to Climate Change?”, apparso di recente sul sito web delle Nazioni Unite “We The People”.

L'articolo fornisce innanzitutto esempi di come le società del passato siano riuscite a utilizzare la tecnologia esistente per adattarsi a condizioni climatiche estreme, ad esempio le antiche torri del vento persiane che sfruttavano la brezza e la dirigevano nelle case per mantenere fresche le abitazioni, o i primi agricoltori che convogliavano e immagazzinavano l'acqua per far fronte periodi secchi. Ma pur esprimendo ottimismo sull'ingegnosità degli esseri umani e sulla nostra capacità di adattamento, riconosce poi che gli eventi meteorologici estremi che si verificano a causa dell'aumento delle emissioni e che probabilmente continueranno sono destinati a essere molto più devastanti di qualsiasi cosa sia accaduta prima. Sottolinea il fatto che proprio l'anno scorso "milioni di persone in tutto il mondo sono state colpite da inondazioni mortali che le hanno costrette a lasciare le loro case". Esprime la speranza che l'innovazione sotto forma di barriere contro le inondazioni, sistemi di allerta precoce e altre "tecnologie di adattamento climatico" possa contribuire a mitigare parte di ciò, riconoscendo al tempo stesso che è meno probabile che tale innovazione sia accessibile ai paesi che ne hanno più bisogno. Raccomanda il Green Technology Book, pubblicato digitalmente nel 2022 dall'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, che mostra oltre 200 tecnologie di adattamento per l'agricoltura e la silvicoltura, le aree costiere e le città e che, afferma, "apre la strada a maggiori sforzi per trasformare la politica sul clima in azione".

domenica 16 ottobre 2022

Sulla presunta spirale salari-prezzi

Il fondamento dell'argomento spirale


In quasi tutte le interviste sui media degli ultimi mesi, il segretario generale del sindacato RMT Mick Lynch ha dovuto affrontare la domanda sulla temuta "spirale salari-prezzi". L'argomento, solitamente presentato come un fatto evidente, è che l’aumento dei salari dei lavoratori per tenere il passo con l'aumento dei prezzi non farà che aumentare i prezzi, prolungando l'agonia per i consumatori.

Lynch ha contrastato efficacemente l'argomento sottolineando che l'aumento dei prezzi si è verificato nonostante la stagnazione dei salari reali ed è avvenuto molto tempo prima delle sue azioni sindacali e di quelle di altri sindacati. Espone così l'assurdità di incolpare i lavoratori per l'aumento dei prezzi. I colpevoli che identifica sono società oscenamente redditizie che usano i paradisi fiscali per resistere alla ridistribuzione del reddito. Qui la sua argomentazione diventa un po' confusa, poiché non spiega esattamente come gli alti profitti facciano salire i prezzi. Ma Lynch sottolinea un punto importante sottolineando che un aumento della paga per i lavoratori potrebbe essere sottratto a quei profitti, piuttosto che risultare nel tentativo dei datori di lavoro di aumentare i prezzi. In questo modo indica il punto centrale che questo articolo cercherà di spiegare: salario e profitto sono in una relazione antagonista, dove i guadagni da una parte vanno a scapito dell'altra. Pertanto, un aumento dei salari – o (contrariamente al punto di vista “lynchiano”) del profitto – non si traduce necessariamente in un aumento dei prezzi delle merci.

I commentatori che belano di una spirale salari-prezzi, al contrario, danno per scontato che l'onere per le aziende di pagare salari più alti ai lavoratori dovrebbe essere compensato da prezzi più alti. L'argomento sembra non solo plausibile ma di buon senso, e le contro argomentazioni avanzate da Lynch e altri, nonostante sollevino punti importanti e siano retoricamente efficaci, non riescono a esporre le sue fondamenta traballanti.

domenica 8 maggio 2022

Guerra in Ucraina

La Federazione Russa ha lanciato un attacco su vasta scala contro l'Ucraina.

Il Movimento Socialista Mondiale non si preoccupa dei cosiddetti diritti e torti di questa guerra, se le sottigliezze del diritto internazionale sono state violate o se la sovranità dell'Ucraina è stata ignorata. Come lavoratori, siamo dolorosamente consapevoli che saranno i compagni lavoratori a pagare il prezzo del sangue dei giochi geopolitici delle Grandi Potenze.

L'Ucraina non è la "democrazia" che i politici e i media occidentali amano dare l'impressione che sia. In realtà, la sovrastruttura politica ed economica dell'Ucraina non è molto diversa da quella della Russia. Quindi l'argomento che è "democratica" mentre la Russia non lo è e che "dobbiamo sostenerla per difendere i "valori democratici" è falso.

Il guaio per i nostri compagni lavoratori che vivono nell'Europa orientale è che la storia non gli ha dato alternative, non c'è altra scelta che essere dominati dall'UE-USA o dalla Russia. Per i governi di entrambe le parti, le persone in Ucraina sono pedine da utilizzare per promuovere i propri interessi.

Non una goccia del sangue dei lavoratori dovrebbe essere versata nel sostenere una o l’altra parte di questo conflitto capitalista di cui un blocco può rivendicare un territorio come parte della sua sfera di influenza. Che si tratti della nazione ucraina o delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, non vale il sacrificio delle vite dei nostri compagni lavoratori.

Il MSM condanna l'atteggiamento di tutti coloro che sono disposti a vedere paesi e città disseminati di cadaveri di uomini, donne e bambini. Per cosa? Combattere a favore o contro quello che sarebbe fondamentalmente un semplice cambio di governo, con ciascuna parte che sacrificherebbe i nostri compagni lavoratori ucraini e i nostri compagni lavoratori russi del Donbass per affermazioni spurie come agire per la "democrazia" e la "libertà".

(Traduzione da The Socialist Standard - aprile 2022)

domenica 28 novembre 2021

Cosa succede quando c'è una maggioranza socialista?

Non sarà il Partito Socialista come organizzazione separata dalla classe lavoratrice ad avere una maggioranza parlamentare, ma la classe lavoratrice di mentalità socialista. Saranno i lavoratori che avranno conquistato il controllo politico e i parlamentari socialisti saranno i loro delegati. Ciò presuppone una maggioranza socialista al di fuori del parlamento, che si sarà organizzata non solo in un partito politico socialista, ma anche in luoghi di lavoro pronti a mantenere in corso una produzione utile. Inoltre, ci sarebbero movimenti simili con il controllo del potere politico o che sarebbero vicini ad averlo in altri paesi capitalisti avanzati. 

Quindi cosa farebbe la maggioranza dei delegati socialisti? La ragione principale per entrare in parlamento, come organo centrale eletto per la legislazione, è quella di essere in grado di controllare la macchina del governo; non allo scopo di formare un governo come sotto il capitalismo, ma, come minimo, per impedire che i poteri dello stato vengano usati contro il movimento per il socialismo. Inoltre, poiché lo Stato non è solo il potere pubblico della coercizione, ma anche il centro dell'amministrazione sociale, si userebbe questo aspetto per coordinare la rivoluzione sociale dal capitalismo al socialismo e per mantenere in vita i servizi amministrativi essenziali.

lunedì 13 settembre 2021

Gli ambientalisti sanno cos’è il capitalismo?

La COP26 di novembre a Glasgow [nel Regno Unito] si avvicina e molte organizzazioni si stanno preparando a partecipare per far conoscere le loro proposte e le loro argomentazioni, e noi del Movimento Socialista Mondiale faremo lo stesso per presentare la nostra causa per il socialismo come soluzione al riscaldamento globale e a tutte le sue crisi che l'accompagnano.

Il capitalismo è la causa principale della maggior parte dei problemi ambientali che affrontiamo ed è anche il più grande ostacolo all'attuazione delle soluzioni. Eppure pochi riconoscono la colpevolezza del capitalismo e, se lo fanno, i loro rimedi comportano poco più che l'approvazione di leggi per regolare il sistema capitalista, come il proposto Green New Deal, e l'incoraggiamento di piccoli cambiamenti nello stile di vita.

Molti gruppi di attivisti come Extinction Rebellion e Sunrise Movement considerano la nostra proposta di un mondo senza stati, confini, mercati, prezzi e denaro, come qualcosa per gli scrittori di fantascienza.

Tuttavia, gli attivisti ambientalisti più radicali ammetteranno che è necessario un cambiamento rivoluzionario su scala mondiale, una rivoluzione per rovesciare il capitalismo. Durante le marce ci sono sicuramente abbastanza cartelli e striscioni con lo slogan "Cambiamento del sistema, non cambiamento climatico".

venerdì 30 aprile 2021

Il ritorno della Natura: Socialismo ed Ecologia

La brillante riscoperta di un secolo di pensiero ecologico e socialista da parte di John Bellamy Foster informerà, renderà possibile e ispirerà una nuova generazione di socialisti e di verdi. 

John Bellamy Foster THE RETURN OF NATURE Socialism and Ecology Monthly Review Press, 2020


In un'epoca in cui la richiesta di cambiamento del sistema viene ascoltata sempre di più, nel riconoscimento crescente delle cause socio-economiche della crisi climatica, un libro che stabilisce la connessione tra socialismo ed ecologia non potrebbe essere più tempestivo. Nel tracciare l'evoluzione di tale connessione, The Return of Nature di John Bellamy Foster individua le condizioni per un ecosocialismo efficace.

Il libro è un lavoro di recupero in diversi sensi correlati: di Marx ed Engels e di coloro che hanno ispirato come pionieri dell'ecologia sociale; della natura come necessariamente radicata nell'analisi sociale; della dialettica come metodo critico-pratico; del materialismo come campo di immanenza e di emergenza; del socialismo come mediazione sistemica del rapporto socio-naturale; e, soprattutto, della politica come impegno pratico con il mondo, rendendo la conoscenza e la ragione socialmente efficaci.

domenica 6 settembre 2020

La trasformazione marxiana dei valori in prezzi e la sua “Nuova Interpretazione” (un’esposizione divulgativa)

Introduzione

La questione della trasformazione dei valori di scambio in prezzi di produzione nell’ambito del sistema economico marxiano è ormai lunga quasi centocinquant’anni e ha accompagnato le fortune e le sfortune del marxismo teorico in tutte le vicissitudini della storia del movimento operaio e socialista. Per tale motivo non possiamo neppure tentare di esporla cronologicamente in queste brevissime note, rimandando le persone interessate a una descrizione, seria ma divulgativa, del problema alla pagina italiana di Wikipedia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Problema_della_trasformazione_dei_valori_in_prezzi_di_produzione.

In quel che segue proveremo invece a fornire le idee basilari del problema come formulato per la prima volta da Karl Marx nel III volume de “Il Capitale” [1] (sez. II e sez. III), come rivisto criticamente dalla scuola economica neoricardiana (sez. IV) e, in fine, come sistematizzato dai principali teorici della scuola marxista nota come “Nuova Interpretazione” (sez. V). Qualche breve conclusione (sez. VI) terminerà queste note proponendo spunti di approfondimento per chi fosse interessato all’importante tematica della trasformazione dei valori in prezzi da un punto di vista più completo e matematicamente rigoroso. L’unica precisazione che ci resta da fare è quella relativa al livello basilare di conoscenza dell’economia marxista richiesta al lettore: daremo per scontata una superficiale familiarità con i concetti espressi da Marx nel I volume de “Il Capitale” [2] quali: il valore d’uso e il valore di scambio, il lavoro astratto, la differenza tra lavoro e forza-lavoro, il capitale costante e quello variabile, il plusvalore e pochissimo altro, come ottimamente spiegato nel “Riassunto del Capitale” scritto da Friedrich Engels nel 1868, ma pubblicato solo nel 1929:

https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1867/capitale/e-riassunto.htm.

Continua a leggere: link al documento in formato PDF

martedì 19 maggio 2020

ANGELICA BALABANOFF: UN ITINERARIO VERSO IL BOLSCEVISMO E RITORNO

Anželika Isaakovna Balabanova nacque a Černigov nell’Impero Russo (ora Černihiv in Ucraina) in agosto, probabilmente attorno al 1868 [1]. La sua famiglia, di origine israelitica, era ricca, sicché lei ebbe un’infanzia privilegiata. Presto si rese conto di non sentirsi a suo agio in quel tipo di classe sociale abbiente e, con il sostegno finanziario della famiglia ma allo stesso momento contro il suo volere, si trasferì a Bruxelles per frequentare l’Université Nouvelle. Lì conobbe figure di spicco della Seconda Internazionale (o vicine ad essa), come Élisée Reclus, Émile Vandervelde e Georgi Plekhanov.
A Lipsia, dove si trasferì per un breve periodo, conobbe anche Rosa Luxemburg che divenne il suo modello per gli anni a venire. Quindi si recò a Berlino dove frequentò lezioni di economia politica e incontrò vari membri di alto livello del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), come Clara Zetkin e August Bebel. Sentì quindi parlare di un professore di filosofia italiano, il marxista Antonio Labriola, abbastanza noto persino tra gli studenti della SPD. Così decise di trasferirsi a Roma dove frequentò le lezioni di Labriola e incontrò alcuni fondatori del Partito Socialista Italiano (PSI): Filippo Turati, Claudio Treves e la compagna di Turati, anch’ella un’ebrea russa, Anna Kuliscioff. In quel periodo prese a italianizzare il suo nome divenendo per tutti “Angelica Balabanoff”.