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mercoledì 3 luglio 2019

Per la conclusione della controversia sul calcolo dei valori e dei prezzi nel sistema marxiano


INTRODUZIONE

HENRYK GROSSMAN E LA TRASFORMAZIONE MARXIANA
DEI VALORI IN PREZZI


Henryk Grossman, o anche “Grossmann” alla tedesca (Cracovia, 14 aprile 1881 – Lipsia, 24 novembre 1950) è stato un importante economista di scuola marxista, forse il più rilevante a cavallo delle due guerre mondiali. Prima cittadino austriaco (studiò infatti a Vienna con Carl Grünberg) e poi polacco, insegnò presso Libera Università di Varsavia dal 1922 al 1925. Costretto all’esilio in quanto militante comunista, riparò in Germania dove si unì al prestigioso Istituto per le Ricerche Sociali di Francoforte. Qui ebbe come colleghi, tra gli altri, ancora il suo mentore Carl Grünberg, insieme ai più famosi Horkheimer e Pollock. Emigrato nel 1933 a Parigi, poi a Londra e infine nel 1937 a New York, rimase abbastanza isolato dagli altri membri del suo istituto a causa della loro evoluzione filosofica dal marxismo verso posizioni di tipo analitico-positivista. Accettò poi, nel 1949, una cattedra di economia politica a Lipsia (nella neonata Repubblica Democratica Tedesca), morendo però appena un anno dopo.

Grossman è noto al vasto pubblico soprattutto per il suo famoso e controverso saggio sulla teoria delle crisi e la caduta tendenziale del saggio di profitto, pubblicato con il titolo Das Akkumulations- und Zusammenbruchsgesetz des kapitalistischen Systems” (nella versione italiana: Il crollo del capitalismo. La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalista”) proprio nel 1929, alla vigilia della cosiddetta Grande Depressione. Questo fatto segnò la fortuna, ma anche in un certo modo la condanna, dell’opera che venne immediatamente strumentalizzata dall’Internazionale Comunista (in pieno “Terzo Periodo”) a fini meramente propagandistici, piuttosto che venir analizzata con cura e rigore scientifico. Uno studio più serio del metodo economico grossmaniano e della sua lettura de “Il Capitale” di Marx avverrà soltanto in ambienti molto minoritari ad opera dello studioso e militante comunista anti-bolscevico Paul Mattick (cfr. “The permanent crisis - Henryk Grossman’s interpretation of Marx’s theory of capitalist accumulation”, International Council Correspondence, vol. I, n. 2, pp. 1-20, Nov. 1934).

Pochi sanno però che Grossman ha anche fornito contributi molto importanti in svariati altri campi dell’economia politica e della storia del pensiero economico. Attualmente l’accurato lavoro di Rick Kuhn, il biografo di Grossman [cfr. “Henryk Grossman and the Recovery of Marxism” (University of Illinois Press, Urbana & Chicago, 2007)] sta riportando gradualmente alla luce l’opera di questo studioso quasi dimenticato. Per esempio, uno dei campi d’indagine di Grossman fu quello della cosiddetta “trasformazione marxiana dei valori in prezzi”, un argomento appena abbozzato nel III libro de “Il Capitale”, ma che diverrà estremamente importante nella lunghissima diatriba che opporrà la scuola neo-ricardiana a quella marxista nel periodo tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del XX secolo. Ebbene, nell’articolo incompleto (e quindi non pubblicato) del 1930 che riportiamo qui sotto: “Per la conclusione della controversia sul calcolo dei valori e dei prezzi nel sistema marxiano”, Grossman riassume in modo magistrale tutta la critica dell’economia accademica al marxismo dall’uscita del III libro de “Il Capitale” ad opera di Engels (1894) fino alla Prima Guerra Mondiale, non limitandosi a smontare uno ad uno gli argomenti degli economisti “borghesi” e dei “socialisti revisionisti”, ma non lesinando neppure pesanti “tirate d’orecchi” ai più eminenti marxisti “ortodossi” della II Internazionale, come Kautsky, Hilferding, Luxemburg e Bauer.

Fino a qui nessun problema; anzi l’articolo sembra l’antefatto di un altro lavoro: La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e il problema delle crisi ” (pubblicato nel 1932 e presente in questo sito alla pagina http://socialismo-mondiale.blogspot.com/2016/02/la-trasformazione-dei-valori-nei-prezzi_47.html) concernente tematiche simili e dedicato alla critica esplicita della Luxemburg, di Bauer e di Bukharin per ciò che riguarda la loro (supposta) imperfetta comprensione delle tematiche del III libro de “Il Capitale”. Lo sforzo didattico di Grossmann è notevole e la lettura di questo testo incompiuto risulta agevole fino a quando non tratta di Tugan-Baranovsky e di Bortkiewicz. Lì comincia ad esprimere giudizi non sempre condivisibili e talora anche un po’ oscuri. A puro titolo di esempio, elenchiamo cinque punti particolarmente delicati:

1) Il fatto che Tugan-Baranovsky inizi la sua analisi della trasformazione dai prezzi e Marx, al contrario, dai valori, non ha molta importanza in un modello lineare input-output, a differenza di quello che afferma Grossman che invece interpreta questa scelta come una discrepanza metodologica fondamentale. Allo stesso modo, il passaggio dai cinque settori produttivi di Marx ai tre di Tugan-Baranovsky e Bortkiewicz è scarsamente rilevante tranne che, ma questo Grossmann non lo nota, per troppo rigida separazione tra consumi frugali dei lavoratori e consumi di lusso dei capitalisti (come notato acutamente, per esempio, da V. V. Kalyuzhnyi).

2) La possibilità che tutti i prezzi di un modello di riproduzione semplice possano esser riferiti all'oro (si tratta della “parità aurea” in vigore ai tempi di Marx) e che l'oro stesso abbandoni il suo valore-lavoro per un prezzo di produzione, in quanto parte del settore industriale III (ossia quello della fabbricazione di beni di lusso per capitalisti) dotato di una precisa composizione organica, non è cruciale come pensa Grossmann. Anzi è possibile superare direttamente e molto agevolmente il problema come mostrato nei punti 3 e 4 qui di seguito.

3) Infatti l'equazione di Steedman (che generalizza i risultati di Tugan-Baranovsky e di Bortkiewicz a un modello con numero qualsiasi di settori industriali) lascia inespresso il cosiddetto "numeraire" dei prezzi, una sorta di costante di scala arbitraria. Bortkiewicz, nel suo saggio critico, la fissa imponendo che il prezzo dell’oro sia pari ad 1 unità per definizione. Ma Grossmann lo contesta sostenendo che in questo modo sarebbe ovvio che la somma di tutti prezzi, P, non sia più uguale alla somma di tutti i valori, W, come sostenuto invece da Marx nel III libro de "Il Capitale".

4) Tuttavia, come si diceva, essendo il "numeraire" totalmente arbitrario, non è questo il problema del metodo marxiano di trasformazione rispetto alle critiche di Tugan-Baranovsky e di Bortkiewicz. Il vero problema è nel tasso medio di profitto, r, che nei due modelli risulta realmente diverso. Ora, se Π è la somma di tutti i profitti, allora si ha che il tasso medio di profitto, r [definito semplicemente come r=
Π/(P-Π)] non coincide nei due casi. I due modi di trasformare i valori nei prezzi danno due grandezze di r diverse e non conciliabili. Questa difficoltà non è risolvibile ragionando sul prezzo dell'oro perché r, per costruzione, non dipende per nulla dal "numeraire", in quanto quest’ultimo agisce allo stesso modo su Π e su P. Si noti che r nella teoria marxista è una quantità cruciale in quanto rappresenta proprio la molla degli investimenti di capitale, e la sua supposta caduta tendenziale gioca il ruolo che ben conosciamo nell’interpretazione grossmaniana della teoria economica marxista.

5) Ma allora perché Tugan-Baranovsky e Bortkiewicz sostengono la loro superiorità rispetto a Marx? Perché il modello di Marx di riproduzione semplice con i prezzi non è stazionario (a differenza dell’analogo modello per i valori), mentre il loro lo è! La non-stazionarietà non appare un dettaglio lieve nei modelli input-output: significa che il mercato non è mai, come si suol dire, "clear", ovvero ci sono merci invendute, richieste non soddisfatte e denaro non speso. È proprio quello che per una certa scuola (il cosiddetto "disproporzionalismo") scatena episodicamente le crisi economiche. Inoltre Marx stesso nel II libro de "Il Capitale", dove già parla di riproduzione semplice (ma per i valori, non per i prezzi), ha ben chiara l’importanza della stazionarietà e la rivendica, addirittura condensandola in una nota formula per il modello a due soli settori produttivi. Tuttavia va anche citato un recente approccio agli schemi di riproduzione semplice, la “Temporal Single System Interpretation” (1980-1984), che contesta esplicitamente il ruolo della stazionarietà.

In conclusione, invitando il lettore a confrontarsi direttamente con il testo di Grossman in questione, dobbiamo notare come il famoso economista polacco non riesca a venire realmente a capo delle critiche di Bortkiewicz a Marx. Anzi, pochi anni dopo nel 1932, Grossman tornerà sull’argomento in una serie di appunti sparsi (raccolti da un suo studente di Francoforte) e si cimenterà anche con l’opera della Moszkowska [“Das Marxsche System” (1929)] che ribadisce le idee bortkiewiciane approfondendole. Ebbene, anche in questo caso il lavoro (“Il problema del tasso medio di profitto nella moderna teoria economica”) verrà abbandonato in fase iniziale e non vedrà mai la luce. Per un’efficace critica marxista dell’approccio neo-ricardiano alla trasformazione dei valori in prezzi bisognerà attendere il periodo 1980-1982 con la nascita della “Nuova Interpretazione” ad opera di eminenti studiosi quali Duménil e Foley. 

domenica 7 febbraio 2016

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e il problema delle crisi


Henryk Grossmann

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e
il problema delle crisi
 

da Zeitschrift für Sozialforschung, 1 (1/2), 1932, pagg. 55-84.
Ringraziamenti a Rick Kuhn.
Transcrizione e versione html di Einde O’Callaghan per Marxists’ Internet Archive.



I. La realtà concreta come oggetto e obiettivo della conoscenza marxiana


Lo scopo di tutta la scienza sta nell’esplorazione e nella comprensione della totalità dei fenomeni concretamente dati, del loro collegamento e delle loro variazioni. La difficoltà di questo compito è sita nel fatto che i fenomeni non coincidono immediatamente con l'essenza delle cose. La ricerca dell’essenza costituisce quindi il prerequisito per la conoscenza del mondo fenomenico. Ma se Marx vuole conoscere, in opposizione all’economia volgare, “la natura nascosta” e “l’interdipendenza” della realtà economica (Marx, Il Capitale, III 2, pag. 352 [1]), questo non significa che i fenomeni concreti non gli interessino. Al contrario! Alla coscienza sono dati immediatamente solo i fenomeni, con il risultato (già pienamente metodologico) che si può giungere al loro “nocciolo” essenziale nascosto solo mediante un’analisi di tali fenomeni (cfr. Marx, Il Capitale, III 1, pagg. 17-22).

Ma i fenomeni concreti non sono importanti per Marx solo perché rappresentano il punto di partenza e il mezzo per la comprensione del “movimento reale”, ma anche perché questi stessi sono ciò che Marx in definitiva conoscerà e comprenderà nel loro contesto. Dunque egli non vuole in nessun modo, escludendo i fenomeni, limitarsi alla sola ricerca dell'essenza. Piuttosto, l’essenza conosciuta ha la funzione di renderci capaci di capire i fenomeni concreti. Quindi Marx si sforza proprio di trovare la “legge dei fenomeni” che domini “la legge dei loro cambiamenti” (Postfazione alla 2a edizione de “Il Capitale”). 

Incomprensibili e a prima vista assurdi sono, per Marx, solo i fenomeni per se stessi, sconnessi dalla “essenza nascosta” delle cose. Ma sarebbe un errore madornale della scienza economica se a questo punto la questione (cadendo nello sbaglio opposto a quello dell’economia volgare) restasse ferma all’analisi dell’“essenza nascosta” appena scoperta, senza trovare una via di ritorno ai fenomeni concreti, di cui comunque si discute la spiegazione, ossia senza ricostruire le molte mediazioni tra l’essenza e la forma fenomenica! Perciò anche Marx vede in questo cammino dall’astratto al concreto “il metodo scientifico ovviamente corretto”. Qui “le regole astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare” perché “il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo lui, il modo del pensare per appropriarsi del concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito” (Introduzione alla Critica dell’Economia Politica, pag. XXXVI).

Marx fornisce qui un esempio pratico: non è sufficiente dire che nella produzione industriale il valore viene creato secondo la legge generale per cui “i valori delle merci sono determinati dal lavoro in esse contenuto”, poiché i processi empirici nella sfera della circolazione (p. e. l’influenza praticamente verificabile del capitale commerciale sui prezzi delle merci) mostrano “fenomeni che, senza un’analisi completa dei nessi intermedi, sembrano semplicemente presupporre una determinazione arbitraria dei prezzi”, cosicché nasce l’idea che “sia il processo di circolazione in quanto tale a determinare i prezzi delle merci, indipendentemente (entro certi limiti) dal processo produttivo”, ovvero dalle ore di lavoro necessarie alla produzione. Così provare il carattere illusorio di questa idea e stabilire la “connessione profonda” tra il fenomeno e “l’azione reale”, cosa “molto intricata e lavoro alquanto minuzioso”, “è un’opera della scienza che sa ricondurre il movimento visibile, ma solo apparente, al movimento reale interno” (Il Capitale, III 1, pag. 297), “proprio come il moto apparente dei corpi celesti viene ricondotto al loro moto reale ma impercettibile ai sensi” (Il Capitale, I 1, pag. 314).

Dunque “l’opera della scienza” d’importanza critica consiste nell’impegno a cercare “legami intermedi” che ci guidino dall’essenza ai fenomeni concreti, poiché senza questi legami intermedi la teoria, cioè l’ “essenza” delle cose, sarebbe contraria alla realtà concreta. Giustamente Marx ironizzava su quei “teorici” che si perdono in costruzioni irreali. Ma solo “il volgo ha quindi concluso che le verità teoriche sono astrazioni che contraddicono le condizioni reali” (Plusvalore, II 1, pag. 166).

Anche la struttura de “Il Capitale” di Marx, come ho già mostrato [2], corrisponde a questo principio metodologico marxiano e il “metodo delle approssimazioni” lì applicato ha trovato la sua espressione più pregnante nella costruzione degli schemi di riproduzione marxiani. Utilizzando numerose assunzioni semplificanti, viene in primo luogo effettuato il “viaggio” dal concreto all’astratto. Ciò è distinto dal mondo fenomenico, dalle forme parziali concrete, dove il plusvalore entra nella sfera dalla circolazione (utili d’impresa, interessi, profitti commerciali ecc.) e tutta l’analisi dei libri I e III de “Il Capitale” si concentra sul valore e sul plusvalore complessivi, sulla loro creazione e variazione nel corso dei processi di produzione e di accumulazione. Qui “la questione connessa al processo di circolazione” (“Il Capitale”, I 1, pag. 600) viene eliminata. L’oggetto dell’analisi del I e del III libro de “Il Capitale” è esplorare la creazione di plusvalore come essenza generale del processo economico e, successivamente (ciò forma, come ha enfatizzato Marx, precisamente lo scopo e il contenuto del III libro), la connessione interna tra l’essenza scoperta e le sue manifestazioni: stabilire le forme empiricamente date di plusvalore ossia “rintracciare e mostrare le forme concrete che emergono dal processo di movimento del capitale che abbiamo finora considerato nella sua totalità. Nel loro movimento effettivo i capitali si scontrano con tali forme concrete” (“Il Capitale”, III 1, pag. 1).

Qui, nel terzo libro, le assunzioni semplificanti prima effettuate (p. e. la vendita delle merci al loro valore, l’eliminazione della sfera della circolazione e della concorrenza, la trattazione del plusvalore nella sua globalità e l’esclusione delle parti in cui esso si suddivide ecc.) vengono abbandonate e, di conseguenza, in questo secondo livello del metodo approssimato sono gradualmente presi in considerazione i fattori intermedi, precedentemente ignorati, e vengono trattate le forme concrete di profitto nel modo in cui esse si rendono visibili nella realtà empirica. Solo in questo modo si chiude il cerchio dell’analisi di Marx e si verifica che la teoria del valore lavoro non è uno schema irrealistico, ma piuttosto una “legge fenomenica”, ossia forma la base che ci permette di spiegare il mondo reale dei fenomeni. Questa idea è formulata con chiarezza inequivocabile quando Marx dice: “Lo abbiamo dovuto fare nei libri I e II solo con i valori delle merci”…”Ora”, ossia nel libro III, “il prezzo di produzione emerge come una forma di valore modificata” (“Il Capitale”, III 1, pag. 142). E ancora:
“Gli aspetti del capitale, come noi li svolgiamo nel presente (terzo) libro, si avvicinano quindi per gradi alla forma in cui essi si presentano alla superficie della società, nell’azione dei diversi capitali l’uno sull’altro, nella concorrenza e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione” (“Il Capitale”, III 1, pagg. 33-34).