Con questo articolo
continuiamo la serie sul Giovane Bordiga illustrando la sua influenza politica
determinatasi nella Frazione della sinistra comunista fino alla sua
dissoluzione con la fondazione del Partito Comunista Internazionalista. Bordiga
e la sinistra italiana accettarono la rivoluzione bolscevica di Ottobre come
loro nuovo punto di riferimento. La loro intransigenza contro ogni tipo di
corruzione della dottrina marxista, ogni tipo di collaborazione tra classi, e
in alcuni casi con i sindacati, però li farà etichettare dagli stessi
bolscevichi come infantili estremisti, settari e dottrinari. Comunque leninisti,
i sinistri italiani saranno tra i primi a denunciare negli anni 20 la
degenerazione politica del partito bolscevico, e alla fine negli anni 30, la
degenerazione economica dell’Unione Sovietica. Nonostante ciò rimarranno
ancorati al centralismo e alla coercizione delle masse. Questo articolo si
concluderà con la citazione della risposta di Melvin Harris del nostro Partito,
alla sinistra comunista, il quale taglierà corto sulla questione della
degenerazione della rivoluzione russa. Questa non fu una rivoluzione
Socialista, dice, ma condotta da una partito che era giacobino nella
struttura e nel fine.
La sinistra comunista italiana
storicamente origina dalla frazione intransigente rivoluzionaria presente
all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa frazione, come visto
nel precedente scritto sul Giovane Bordiga, si opponeva a Filippo Turati e ai
riformisti. Nel 1911 l’ex-operaista Costantino Lazzari aveva pubblicato “I principi e metodi del Partito Socialista
Italiano” difendendo l’originale programma di partito del 1892 dalle
degenerazioni riformiste. In termini semplicistici possiamo trovare in questo
l’origine del concetto dell’invarianza del Programma del partito comunista,
ovvero il leitmotiv, di Bordiga.
Nell’Ottobre del 1917 il colpo di mano bolscevico alla rivoluzione russa, divise presto la frazione intransigente. Se i così detti riformisti di Turati, come Rodolfo Mondolfo, erano dell’opinione che la rivoluzione bolscevica era contro le condizioni oggettive storiche per instaurare il Socialismo, la frazione intransigente del PSI si divise tra astensionisti e massimalisti. Gli astensionisti si organizzarono nella “Frazione Comunista” fondata di fatto da Bordiga, subito prima del decisivo XVI Congresso del partito tenutosi a Bologna nell’Ottobre del 1919. La frazione era contro l’uso dello strumento elettorale in quanto spreco di preziose risorse rivoluzionarie, legittimazione dei riformisti, e fonte di corruzione degli intransigenti eletti. I massimalisti erano invece allo stesso tempo sia per la partecipazione elettorale che per la rivoluzione violenta. Alla luce dei fatti di Russia, Germania e Ungheria, durante il XVI Congresso del PSI i massimalisti riscrissero il programma originale del 1892 in uno più genuinamente rivoluzionario, il contributo di Bordiga fu però ridimensionato. Malgrado l’opposizione di Lazzari e Turati, il Partito votò per l’ingresso nella Terza Internazionale (Comintern). Il nuovo capo di fatto, anche se non segretario, divenne Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti. Bordiga fu molto critico nei sui riguardi perché considerava la sua posizione ipocrita, ovvero sostenitrice dell’azione parlamentare e allo stesso tempo conclamatrice della rivoluzione di classe e dell’unità di partito. Unità di partito che avrebbe significato coesistere con i riformisti di Turati. Tuttavia, la politica unitaria di Serrati, diede in qualche modo, dei frutti, ovvero il 30,4% dei voti per il PSI, alle elezioni del 1919.