mercoledì 4 agosto 2010

La delusione antimperialista

Nel corso del XX secolo il socialismo, nel suo significato, venne trasformato da una dottrina e indirizzo associati all'emancipazione della classe operaia in una dottrina e indirizzo associati al nascente potere delle élite nazionaliste e antimperialiste delle zone economicamente meno sviluppate del mondo.

Il punto di partenza fu rappresentato dalla presa del potere in Russia nel 1917 da parte di una élite, la quale aveva ereditato la sua ideologia dal movimento operaio, ma che in pratica usò lo stato per far sviluppare economicamente la Russia e trasformarla in un potere che sfidò il dominio mondiale dell'America, della Gran Bretagna e della Francia. Come tale, essa fornì un modello che attrasse le élite modernizzanti in altri paesi che soffrivano di un’arretratezza economica e della dominazione degli stati capitalisti industrialmente avanzati dell'Occidente.

Il guaio fu che questa élite continuò a usare il linguaggio e la terminologia del movimento operaio, con la quale essa un tempo era stata associata. In questo modo, descrissero la loro conquista del potere come una "rivoluzione dei lavoratori" e il loro regime come uno "stato dei lavoratori", la prima espressione del movimento operaio internazionale, che i lavoratori ovunque avevano il dovere di sostenere, e l'accumulazione del capitale, che loro effettuarono sotto gli auspici dello stato, non come capitalismo di stato, quale fu, ma come "socialismo".

Marx, il quale osservò che quando si studia la storia non bisognerebbe analizzare i movimenti sociali e politici da ciò che loro dicono di se stessi, ma dai loro concreti risultati, sarebbe stato il primo a comprendere (se non ad apprezzare) come il socialismo, anzi le sue proprie teorie, fosse diventato lo stendardo sotto il quale fu combattuta una lotta completamente differente.

La rivoluzione inglese degli anni quaranta del XVII sec. fu condotta sotto un'ideologia derivata dal Vecchio Testamento, quella francese degli anni novanta del XVIII sec. sotto un'ideologia derivata dai tempi dei Romani. La rivoluzione russa, che fu l'equivalente di quelle rivoluzioni antifeudali, fu condotta sotto un'ideologia derivata dal movimento operaio, ma essa non rappresentò il tentativo di realizzare il socialismo più di quanto la rivoluzione inglese lo fu di realizzare la Nuova Gerusalemme e quella francese la Repubblica romana.

Sebbene fu Mao a sostituire lo slogan "Proletari di tutti i paesi, unitevi" con quello "Popoli oppressi di tutto il mondo, unitevi", le radici di questo cambiamento di prospettiva risalgono a Lenin.

La "fase suprema" di Lenin

Nel suo esilio in Svizzera, nel mezzo della prima guerra mondiale, Lenin scrisse un pamphlet dal titolo L'imperialismo, fase suprema del capitalismo. In esso, egli sostenne che, attraverso un processo che si era completato a cavallo del secolo, il capitalismo aveva modificato il suo carattere. Il capitale industriale e quello bancario si erano fusi dando luogo al capitale finanziario e il capitalismo concorrenziale cedette al capitalismo monopolistico, il quale, attraverso trust, cartelli e altri accordi monopolistici, dominava la produzione. Dovendosi confrontare in casa propria con profitti calanti, questi monopoli si trovarono costretti dalle condizioni economiche a esportare capitali investendoli nelle zone economicamente arretrate del mondo, dove potevano essere realizzati profitti più elevati. Quindi, continuò Lenin, iniziò la lotta tra i più avanzati paesi industrializzati per assicurarsi le colonie dove tali "sovraprofitti" potevano essere realizzati.

Lenin esagerò sia il grado di concentrazione monopolistica a cui era giunto il capitalismo, sia la differenza tra il tasso di profitto realizzato in patria comparato con quello delle aree economicamente arretrate del mondo. Ma furono le implicazioni politiche della sua teoria che dovettero dimostrarsi più nocive per il movimento operaio.

Quando, dopo il 1917, Lenin divenne il capo del regime bolscevico in Russia, questa teoria fu diffusa per sostenere che i paesi imperialisti stavano sfruttando le popolazioni delle aree arretrate che loro controllavano e che anche una parte della classe operaia di questi paesi beneficiava dei sovraprofitti realizzati con lo sfruttamento imperialista, sotto forma di riforme sociali e salari più alti.

Tutto ciò era insensato nei termini dell'economia marxiana, la quale non misura il livello di sfruttamento dall'essere i salari più alti o più bassi, ma dal riferimento alla quantità di plusvalore prodotto in relazione al salario pagato. Utilizzando questa misura, i lavoratori dei paesi avanzati erano più sfruttati di quelli delle colonie, a dispetto dei loro salari più alti, poiché producevano più profitto per lavoratore.

La teoria diffusa da Lenin fece della lotta nel mondo non una lotta tra la classe internazionale dei lavoratori e quella dei capitalisti, ma tra stati imperialisti e antimperialisti. La lotta di classe internazionale predicata dal socialismo fu sostituita da una dottrina che predicava una lotta tra stati.

La stessa rivoluzione russa si svolse in un contesto antimperialista. Ciò che tutta l'analisi di Marx sottolineava era che il movimento operaio avrebbe prima trionfato nelle aree economicamente avanzate del mondo, non in aree economiche relativamente arretrate come la Russia. Lenin motivò questa contraddizione sostenendo che Marx aveva descritto la situazione che si presentava nella fase preimperialista del capitalismo, mentre, nella fase imperialista che si era affermata dopo la sua morte, lo stato capitalista era diventato così forte che la rottura non avrebbe potuto aver luogo in un paese capitalisticamente avanzato, ma nel più debole stato imperialista. La Russia zarista rappresentava l'anello più debole nella catena dei paesi imperialisti e questo spiegava perché proprio lì ebbe luogo la prima "rivoluzione dei lavoratori".

Ciò equivaleva a dire che la rivoluzione russa era la prima rivoluzione antimperialista, e in un certo senso essa lo fu. La Russia fu il primo paese a sfuggire alla dominazione dei paesi capitalisti occidentali e a seguire un modello di sviluppo economico che si serviva dello stato per il processo di accumulazione interno invece di contare sull'esportazione di capitale da altri paesi.

Nei primi tempi del regime bolscevico, quando la Russia dovette affrontare la guerra civile e l'intervento esterno delle potenze capitaliste occidentali, Lenin comprese che questa era una carta che egli avrebbe potuto giocare per cercare di salvare il suo regime. Giocare la carta antimperialista significava appellarsi alle "tribolanti masse" dell'Asia, non per realizzare il socialismo, ma le loro proprie rivoluzioni antimperialiste. I paesi "super-sfruttati" dovevano essere incoraggiati a cercare l'indipendenza, poiché questo avrebbe indebolito gli stati imperialisti che stavano facendo pressione sulla Russia bolscevica.

Questa strategia fu presentata al movimento operaio occidentale come una maniera per provocare una rivoluzione socialista nei loro paesi. Private dei loro sovraprofitti, le classi dominanti dei paesi imperialisti non sarebbero state più capaci di corrompere i lavoratori con riforme sociali e salari elevati e perciò questi avrebbero abbandonato il riformismo per abbracciare la rivoluzione.

Dopo la morte di Lenin nel 1924, questa strategia di costruzione di un "fronte antimperialista" contro l'Occidente fu continuata dai successori. Poiché essa insegnava che l'intero popolo di un paese colonizzato ha un comune interesse nell'ottenere l'indipendenza, p.e. un proprio stato, essa attrasse ideologi e politici nazionalisti di questi paesi.

Loro si rivolsero a tutti gli abitanti del paese e cercarono di condurli a una lotta comune per ottenere l'indipendenza. Come risultato, in questi paesi il "socialismo" venne associato con un nazionalismo militante piuttosto che con l'internazionalismo proletario, quale esso originariamente era stato. La lotta politica in questo caso non venne vista come una lotta tra la classe operaia e quella dei capitalisti, ma come una lotta di tutti gli elementi patriottici - operai, contadini e capitalisti insieme - contro una manciata di elementi non patriottici traditori, i quali si sarebbero venduti agli imperialisti stranieri.

Mentre in Europa, nel Nord America e in parti dell'America latina, il socialismo fu un movimento per l'emancipazione della classe operaia, rappresentato da varie e differenti correnti, in Asia e in seguito in Africa e nel resto dell'America latina indicò un movimento nazionalista antimperialista. Il marxismo, in senso proprio, non è mai realmente esistito in molti di questi paesi. Ciò che passò per marxismo fu in realtà il leninismo, il quale si rivolgeva a intellettuali rivoluzionari modernizzatori piuttosto che ai lavoratori. È stato solo verso la fine di questo secolo che gruppi di lavoratori in questi paesi hanno compreso che il leninismo e la sua ideologia antimperialista non ha nulla a che fare col socialismo. Ma il danno è stato comunque fatto. Per milioni di lavoratori in queste aree del mondo socialismo significa ancora nazionalismo e capitalismo di stato, che molti di loro considerano ancora come qualcosa di positivo piuttosto che una barriera alla cooperazione della classe operaia oltre le frontiere, la quale è una condizione essenziale per il socialismo.

Attraverso l'influenza che lo stato capitalista russo ebbe su una parte del movimento operaio dei paesi occidentali, questo è anche il significato che venne ad avere per molti militanti della classe operaia di questi stessi paesi. I dirigenti russi usarono i partiti comunisti degli altri paesi come strumenti ausiliari della loro politica estera, la quale era basata sugli interessi strategici della Russia come di una promettente potenza capitalistica (di stato). Ciò che era considerato "progressista" era ciò che coincideva con gli interessi della politica estera della Russia.

Durante gli anni cinquanta, la Russia si mosse verso una politica di accettazione dello status quo in accordo con l'Occidente, conosciuta come "coesistenza pacifica". I leninisti cinesi, che erano giunti al potere con Mao nel 1949, espressero differenti interessi di stato e cercarono, così, di diventare i campioni dell'"antimperialismo" al posto della Russia.

Le spaccature che si produssero nel movimento comunista mondiale non furono così provocate, come superficialmente potrebbe sembrare, dalle differenze circa le tattiche che il movimento operaio avrebbe dovuto perseguire, ma su quale cosiddetta politica estera socialista - della Russia o della Cina - si sarebbe dovuto sostenere. Questa non fu affatto una disputa che riguardava gli interessi della classe operaia, ma una disputa tra stati, nella quale i lavoratori erano chiamati a scegliere di quale politica estera desideravano essere le pedine.

La teoria leninista dell'imperialismo racchiudeva i semi di un tale ignominioso risultato sin dall'inizio, poiché essa indicò come più importante a livello mondiale non la lotta di classe ma quella tra stati, tra cosiddetti stati antimperialisti e progressisti e stati cosiddetti imperialisti e reazionari.* Ciò rappresentò una deviazione pericolosa dalla lotta di classe e condusse i lavoratori a sostenere l'uccisione nelle guerre di altri lavoratori nell'interesse dell'uno o dell'altro stato e della sua classe dirigente.

*Ciò ha condotto la sinistra, in questo secolo, a farsi paladina sino all'inverosimile di paesi con sistemi sociali e a volte tradizioni culturali ultrarretrati.

(Traduzione da Socialist Standard, agosto 1998, a cura di Giuseppe Sottile di Count Down)

giovedì 22 luglio 2010

Attacchi soggettivi degli “economisti” borghesi all’analisi marxiana

“L’interpretazione delle intenzioni degli scritti dei defunti è sempre un’impresa discutibile, particolarmente perché gli autori defunti non si possono difendere da sé. Però ci sono dei casi in cui una lettura attenta degli scritti pertinenti indica che l’autore parlò in sua difesa e parlò molto chiaramente – il problema in questi casi sembra essere qualcosa in merito alla presentazione originale che previene molti lettori anche alcuni dei più attenti, dal vedere cosa l’autore intendeva” (W.J. Baumol, the transformation of values: What Marx “Really” Meant (An Interpretation), Journal of Economic Literature, 1974).

Quel qualcosa di cui Baumol parla è la soggettività dell’ideologia borghese che previene l’economia politica (borghese) dal diventare scienza.

Per dirla con le parole di Marx stesso:

“L’economia politica, dato che è borghese, cioè dato che intende l’ordinamento capitalistico, invece che come grado di sviluppo storicamente temporaneo, addirittura al contrario come forma assoluta e ultima della produzione sociale, può restare scienza solo fino a che la lotta delle classi rimane latente o appare solamente in casi sporadici” (K. Marx, Il Capitale, prefazione alla prima edizione, 1867).

Di certo l’economia politica non rimase scienza a lungo.

“(nel 1830)…la borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da allora la lotta tra le classi raggiunse aspetti sempre più netti e minacciosi, sia in pratica che in teoria. Quella lotta suonò la campana a morto per la scienza economia borghese.” (K. Marx, Il Capitale, poscritto alla seconda edizione, 1873).

È di quella lotta teorica che Marx aveva già previsto che ci occupiamo qui.

Il punto cardine attorno il quale l’economia capitalistica ruota è, come individuato da Marx per primo, che la forza lavoro (fornita dal lavoratore) crea il valore delle merci (teoria del valore) e che grazie a una parte di questa forza lavoro non pagata (teoria del plusvalore) il capitalista (padrone) trae il suo profitto.

Marx aveva anche individuato la contraddizione del capitalismo generatrice delle crisi. Nel sistema capitalistico vi è una tendenza a diminuire la forza lavoro impiegata nella produzione, determinando in ultima analisi una caduta tendenziale del saggio di profitto, che alla lunga determina la crisi economica.

Marx illustra chiaramente che il capitalismo si basa sul lavoro non pagato e tende alla crisi.

Ovviamente il pensiero economico borghese, il quale sostiene che il capitalismo sia comunque la “forma assoluta e ultima della produzione sociale”, attacca l’analisi marxiana opponendo ad essa una critica teorica soggettiva.

L’esempio più significativo che tuttora viene proposto agli studenti di economia politica è il così detto problema della trasformazione dei valori in prezzi.

Qui il MSM riporta un importante testo marxista scritto da Guglielmo Carchedi che chiaramente illustra la soggettività e l’ingenuità su cui si basa tale critica borghese.

Ci vuol ben altro per far vacillare le basi scientifiche del marxismo.

I lavoratori socialisti hanno delle basi solide per la lotta contro il capitale!


Il problema inesistente: la trasformazione dei valori in prezzi
in parole semplici


Guglielmo Carchedi 2001

Università di Amsterdam


È da quando uscì postumo il terzo volume del Capitale di Carlo Marx che economisti di varie scuole hanno scoperto e riscoperto una ‘contraddizione’ nell’economia marxista che ne invaliderebbe le fondamenta. Si tratta del cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi. Lo scopo di questa breve nota è duplice. Primo, fare uno schema dell’essenza del cosiddetto problema per i ‘non-addetti ai lavori’, vale a dire in termini comprensibili a tutti. Secondo, dimostrare che il problema, se c’è, e solo nelle menti confuse dei critici di Marx. Premetto che quanto segue è solo ciò che è strettamente necessario per capire il dibattito sulla trasformazione.
Che cos’è dunque la trasformazione? Nella teoria di Marx, il valore di una merce è dato dal valore dei mezzi di produzione, chiamati capitale costante, dal valore della forza lavoro, chiamato capitale variabile, e dal plusvalore creato dai lavoratori. Se V è il valore della merce, c quello del capitale costante, v quello del capitale variabile e s è plusvalore, il valore di una merce è V = c+v+s. Consideriamo adesso due settori rappresentati dalle merci che essi producono, e chiamiamoli V1 e V2. Ciascuno di essi ha bisogno del suo c e del suo v e produce il suo s.
In tal caso

V1 = c1+v1+s1
V2 = c2+v2+s2.

Diamo adesso dei valori a questa notazione astratta. Per esempio, se i valori del capitale investito sono espressi in percentuali (cosicché il totale del capitale costante più quello variabile è uguale a 100)

Settore 1: V1 = 80+20+20 = 120

Settore 2: V2 = 60+40+40 = 140

In questo schema, il settore 1 impiega capitale costante per un valore di 80 e capitale variabile per un valore di 20. Si presuppone che il plusvalore prodotto sia uguale al valore della forza lavoro (il capitale variabile). Questo implica un tasso di plusvalore (il rapporto tra plusvalore e capitale variabile) uguale a 20/20 = 100%. La stessa ipotesi è fatta per il plusvalore prodotto nel settore 2 in cui il valore del capitale costante è 60 e quello del capitale variabile è 40. Quindi il plusvalore prodotto è di 40.
Fino a qui abbiamo supposto che in ciascuno dei due settori vi sia solo un produttore. Supponiamo adesso che in ciascuno di questi settori vi siano più produttori (tutti i produttori nello stesso settore impiegano la stessa percentuale di c e v e in entrambi i settori il tasso di plusvalore è del 100%). Introduciamo la nozione di tasso di profitto. Quando un’impresa vende i suoi prodotti, ricava un certo plusvalore che, diviso per la somma del capitale investito (c+v), da il tasso di profitto. Supponiamo che la domanda sia distribuita in modo tale che ciascun settore realizzi il plusvalore in esso prodotto. In tal caso il settore 1 ha un tasso di profitto uguale a 20/100 = 20% e il settore 2 di 40/100=40%. Ora, se le imprese nel settore 1 ricavano un tasso di profitto inferiore a quelle nel settore 2, vi sarà una tendenza a disinvestire nel primo settore e a investire nel secondo. La produzione e quindi l’offerta nel settore 1 diminuisce e quella nel settore 2 aumenta. Se la distribuzione della domanda (cioè del potere d’acquisto) tra i due settori è invariata, i prezzi aumentano nel settore 1 e cadono nel settore 2. Lo stesso vale per i tassi di profitto: il tasso nel settore 1 cresce al di sopra del 20% e quello nel settore 2 cade al di sotto del 40%. Cioè vi è una tendenziale perequazione dei tassi di profitto verso (20+40)/(80+20+60+40)= 60/200 = 30%. [1]
Tuttavia, una distribuzione della domanda tale che ciascun settore realizzi esattamente il plusvalore in esso prodotto è puramente accidentale. In realtà, la distribuzione della domanda e quindi i prezzi dei due settori saranno diversi da quelli appena ipotizzati. Come prima ipotesi di lavoro supponiamo che essi siano tali che i due settori realizzano il tasso medio di profitto del 30% (conseguentemente, non vi è movimento di capitali). In tal caso, ciascun impresa del settore 1 venderà i suoi prodotti per 130 e lo stesso vale per le imprese del settore 2. Ossia, i lavoratori di ciascun impresa nel settore 1 producono un plusvalore di 20 ma quell’impresa ricava un plusvalore uguale a 30 mentre i lavoratori di ciascun’impresa nel settore 2 producono un plusvalore di 40 ma tale impresa ricava un plusvalore di 30. Vendendo a tali prezzi, ciascun’impresa nel settore 1 si appropria di un plusvalore aggiuntivo di 10 e ciascun’impresa del settore 2 perde un plusvalore di 10. La trasformazione dei valori in prezzi è tutta qui: è una redistribuzione del plusvalore totale prodotto tale che i settori a basso tasso di profitto vendono ad un prezzo che assicura il tasso medio di profitto (30%) e i settori ad alto tasso di profitto vendono ad un prezzo che riduce il loro tasso alla media. Si noti che la media è solo un esempio. Ogni altro valore entro 120 e 140 andrebbe ugualmente bene. Il vantaggio di ipotizzare la media è che ci permette di astrarre dai movimenti di capitale e quindi di focalizzare la nostra attenzione sull’appropriazione di valore attraverso il sistema dei prezzi. La trasformazione quindi non è nient’altro che la teoria della formazione dei prezzi in Marx che a sua volta non è nient’altro che la differenza tra valore prodotto e appropriato. Niente di trascendentale.
Tra parentesi, l’appropriazione di valore dovuta ad una struttura di domanda ed offerta tale che ciascun settore realizza o di più o di meno del plusvalore prodotto (l’ipotesi di cui sopra) è chiamata ‘scambio diseguale’ (una nozione da non confondersi con quella di Emmanuel). Questa nozione è importante non tanto perché spiega l’appropriazione di valore nelle condizioni sopra ipotizzate quanto perché (1) ci permette di focalizzare l’attenzione sull’essenza della trasformazione dei valori nei prezzi e perché (2) tale spiegazione è il punto iniziale che ci permette di rivelare l’appropriazione di valore in seguito alle innovazioni tecnologiche e a prezzi costanti nei settori innovativi (la causa ultima delle crisi economiche). Ma quest’argomento non può essere trattato qui. Ritorniamo alla trasformazione.
Introduciamo ora la dimensione temporale. A ciascuna produzione segue la distribuzione (vendita) e il consumo dei beni prodotti. La economia è quindi un susseguirsi di periodi che iniziano con l’ acquisto dei beni necessari (gli inputs), che prosegue con la loro trasformazione (produzione), e che finisce con la vendita e consumo del prodotto (output). Chiamiamo t1 il momento iniziale (acquisto degli inputs) del primo periodo e t2 quello finale (vendita e consumo degli outputs). Al momento t1 le imprese del settore 1 comprano mezzi di produzione per 80 e forza lavoro per 20. A t2 vendono un prodotto per 130. In maniera simile, a t1 le imprese del settore 2 comprano mezzi di produzione per 60 e forza lavoro per 40 e a t2 ricavano 130. A t2, i capitalisti del settore 1 consumano 30 e accantonano 100 per ricominciare un nuovo periodo. Lo stesso vale per i capitalisti del settore 2. Il nuovo ciclo incomincia a t2 (se si suppone, per semplificare le cose, che la data della fine del primo ciclo coincide con quella dell’inizio del secondo ciclo) e finisce a t3. E cioè a t2 ciascun’impresa compra gli inputs per un totale di 100 e a t3 vende gli outputs per 130. E cosi via. Questo è il cosiddetto schema di riproduzione semplice (in cui il plusvalore è completamente consumato dai capitalisti invece di essere parzialmente reinvestito in addizionale c+v, come nella riproduzione allargata).
Questo schema dell’attività economica è estremamente semplificato ma contiene in nuce tutti gli elementi per essere esteso a situazioni sempre più complesse. Le sue potenzialità per capire il capitalismo dal punto di vista del proletariato sono immense, ed è proprio per questo che è stato attaccato e continua d’essere attaccato dalla ‘scienza’ economica la cui matrice ideologica è esattamente l’opposta di quella di Marx. Vediamo in che consiste tale critica. Consideriamo l’esempio di cui sopra

Settore 1: valore prodotto = 80+20+20 = 120 Valore realizzato = 130

Settore 2: valore prodotto = 60+40+40 = 140 Valore realizzato = 130

Supponiamo ora che i due settori rappresentino l’economia di un paese (l’introduzione di più settori renderebbe tale esempio più realistico ma due settori sono sufficienti per capire la questione). La critica verte sui seguenti tre punti. Primo, c’è la domanda su cui molti si sono spremuti le meningi: che cos’è il valore e come si misura? La risposta per Marx è molto semplice. Il valore è lavoro umano eseguito entro relazioni economiche capitalistiche, cioè eseguito da coloro che non sono i proprietari dei mezzi di produzione per i proprietari di tali mezzi. Molto dovrebbe essere aggiunto, ma questa è l’essenza.
Quindi il valore ha sia un aspetto naturalistico (e in questo senso il lavoro è la sostanza del valore) sia un aspetto socialmente determinato. Bene, dicono i critici, ma per Marx il lavoro semplice conta meno di quello complesso e il lavoro più intenso conta più di quello meno intenso.
Questa tesi è stata criticata, come al solito, semplicemente perché non è stata capita. Consideriamo prima il valore prodotto dal lavoro semplice e da quello complesso. La forza lavoro del lavoratore non-qualificato, (per esempio, lo spazzino) richiede meno tempo per essere prodotta, per esempio un più basso livello di scolarità, di quella del lavoratore qualificato (per esempio, l’ingegnere). Se alla società creare un ingegnere costa un multiplo del tempo necessario per creare uno spazzino, ogni volta che un ingegnere è creato e come se venissero creati diversi spazzini (diversi spazzini non potrebbero fare il lavoro dell’ingegnere ma ciò è irrilevante, dato che è l’aspetto quantitativo e non quello qualitativo che conta in questo contesto). Quindi, ogni volta che un ingegnere lavora per un’ora è come se lavorassero diversi spazzini per un’ora. E per questo che il lavoro della forza lavoro qualificata (lavoro complesso) conta come un multiplo del lavoro della forza lavoro non-qualificata (lavoro semplice). Per quanto riguarda l’intensità del lavoro, uno spazzino (e lo stesso vale per l’ingegnere) che lavora ad una intensità doppia di quella di un altro produce un valore uguale a quello di due spazzini più ‘pigri’. Infatti, ci vorrebbero due di questi ultimi per produrre quello che produce lo spazzino più alacre. Questa è la tesi di Marx.
Pur ammettendo che tale tesi sia giusta, dicono i critici, siccome noi non possiamo osservare tipi diversi di lavoro, il concetto di valore non può essere empirico e diventa metafisico. Questa è una sciocchezza bella e buona. Che i diversi tipi di lavoro non siano osservabili è solo ed unicamente una conseguenza di un sistema di rilevazioni statistiche che (non a caso) non si presta a tale tipo di osservazioni. Date le risorse ad un gruppo di ricercatori e loro vi produrranno un sistema di rilevazione del lavoro adatto a misurare il valore prodotto da ciascun lavoratore (si veda il volume curato da A.Freeman e G.Carchedi, Marx and Non-Equilibrium Economics, Edward Elgar, 1996, capitolo 7).
La seconda critica è chiamata pomposamente la ‘regressione ad infinitum’, un nome tale da incutere timore. E cioè, dicono i critici (tra cui penne illustri, come Joan Robinson), per calcolare il valore del prodotto di un certo periodo, bisogna sapere il valore degli inputs, per esempio dei suoi mezzi di produzione. Ma questi sono stati a loro volta outputs del periodo precedente. Quindi per calcolare il loro valore dobbiamo fare un ulteriore passo indietro nel tempo, e cosi via presumibilmente fino alle origini della vita. Questa è una sciocchezza ancora maggiore. Come ho argomentato più volte, questo criterio renderebbe impossibile qualsiasi tipo di scienza e di conoscenza (compresa la storia). Ogni tipo di scienza deve prendere un certo punto di partenza come dato. Per esempio, per capire le origini del capitalismo devo prendere il feudalesimo come un dato punto di partenza. Se, per capire il capitalismo, penso che sia necessario indagare anche sulle origini del feudalesimo, allora devo prendere l’epoca precedente come data. Ma alla fine dovrò fermarmi e prendere un certo punto come dato. Similmente, uno psichiatra che indaghi sui problemi del suo paziente può pensare che sia necessario esaminare la psiche dei suoi genitori. Eventualmente potrebbe fare un passo indietro nell’albero genealogico del paziente ma alla fine si dovrà fermare. Per tornare a noi, per calcolare il valore di un prodotto devo prendere quello dei suoi inputs come dati. Anche se volessi fare ulteriori passi indietro, ad un certo punto dovrò pure prendere gli inputs di un certo periodo come dati. E incredibile ma vero: è con questo tipo di balbettio metodologico che un gigante come Marx viene attaccato.
La terza ed ultima critica richiede un certo impegno per essere seguita. Supponiamo che il settore 1 produca beni di investimento (macchine, ecc.) e che il settore 2 produca beni di consumo (vestiti, cibo, ecc.). Questo è il modello più semplice di un’economia. Consideriamo il settore 1. Esso vende i mezzi di produzione da esso prodotti per un valore di 130, sia al suo interno che al settore 2. Ora, dicono i critici con l’aria di chi ha avuto una grande pensata, anche un bambino sa che lo stesso prodotto è comprato dal compratore per un certo prezzo è venduto dal venditore allo stesso prezzo. Nell’esempio precedente, 130 è il valore a cui sono venduti i mezzi di produzione ad entrambi i settori ed ovviamente dovrebbe essere il valore pagato dai compratori. Pero i mezzi di produzione sono comprati dai capitalisti nel settore 1 per un valore di 80 e nel settore 2 per un valore di 60. Il totale è 140. Voilà, ecco la prova definitiva dell’incoerenza del pensiero di Marx. I capitalisti comprano i mezzi di produzione per 140 ma li vendono per 130. Il prezzo ricevuto dal venditore non è lo stesso del prezzo pagato dal compratore. È questa l’essenza della critica della circolarità, la critica maggiormente diffusa ed accettata della teoria marxista della trasformazione dei valori in prezzi. Fu originariamente proposta da Bohm- Bawerk, ripetuta, con una ‘soluzione’ che accettava la validità della critica, da von Bortkiewicz, e, ahimè, accettata e diffusa nei circoli marxisti dall’influente economista marxista Paul Sweezy nel secondo dopoguerra. Dopo di loro, intere biblioteche sono state scritte su questo ‘problema’ come se il problema esistesse veramente e numerose soluzioni sono state trovate ad un problema che non esiste. Ma le cose stanno diversamente e per ben due motivi.
Primo, la discrepanza (tra 130 e 140) è dovuta al fatto che negli esempi di cui sopra (e per estensione in tutte le discussioni sulla trasformazione) il capitale costante e quello variabile sono espressi in percentuali piuttosto che nei loro valori assoluti (vedi sopra). Questi valori percentuali sono stati implicitamente considerati dai critici come valori assoluti e quindi sono stati fatti contare come una unità di capitale investito per settore. Ma se si ipotizzano diverse unità di capitale investito nei vari settori, il problema sparisce.
Vediamo perché.
Consideriamo il periodo t1-t2. Se entrambi i settori hanno comprato mezzi di produzione a t1 per 60+80=140 è ovviamente perché tali mezzi di produzione erano allora disponibili a quei prezzi (indagare sulla formazione di questi prezzi significherebbe accettare la validità della regressione ad infinitum). Se, durante il periodo t1-t2, il settore 1 produce mezzi di produzione che vende a t2 solo per 130 vuol dire (1) o che la produzione è calata (e con essa è anche calato il potere d’acquisto, la domanda, per tale offerta) cosicché a t2 (come inizio del periodo t2-t3) i mezzi di produzione che possono essere comprati avranno un prezzo di 130 (2) o che nel settore 1 operavano più di una unità di capitale e quindi la quantità di capitale investito e i mezzi di produzione prodotti sono tali per cui il prezzo totale dei mezzi di produzione è 140. Ciò non può essere visto perché l’esempio considera implicitamente solo una unità di capitale investito invece di mostrare il capitale effettivamente investito, cioè l’esempio mostra le percentuali invece dei valori assoluti. La critica non comprende l’ipotesi su cui si basa la teoria marxista della trasformazione.
Per di più, anche se si considerano valori percentuali, cioè solo una unità di valore investito per settore, per ciascun esempio in cui c’è una ‘discrepanza’ come sopra, un altro esempio può essere fatto in cui tale ‘discrepanza’ non esiste. Nell’esempio di cui sopra basta ipotizzare che il settore 1 investe 73.3c e 26.7v per ottenere i seguenti risultati

Settore 1: 73.3c+26.7v+26.7s = 126.7

Settore 2: 60.0c+40.0v+40.0s = 140.0

133.3c+66.7v+66.7s = 266.7

Dopo la perequazione del tasso di profitto (66.7/200=0.33), ciascun settore realizza un valore pari a 133.3. Quindi il settore 1 vende i mezzi di produzione a 133.3 e entrambi i settori li comprano a 73.3+60.0=133. [2].
Secondo, abbiamo visto che non vi è ‘discrepanza’ tra i valori dei mezzi di produzione comprati e venduti. Vediamo ora perché i critici hanno potuto pensare che vi fosse tale discrepanza, cioè perché il metodo di Marx sia presumibilmente affetto da circolarità. La ragione è che la critica si basa su un madornale errore logico. Consideriamo il primo periodo, t1-t2. A t1 le imprese di entrambi i settori comprano mezzi di produzione per 80+60=140. Con tali mezzi di produzione nuovi mezzi di produzione vengono prodotti dalle imprese del settore 1 che li vendono (sia all’interno del loro stesso settore che al loro esterno, al settore 2) per 130. Cioè, indipendentemente dai valori a cui sono comprati e venduti, i mezzi di produzione comprati a t1 (che servono per il periodo t1-t2) non sono gli stessi di quelli venduti a t2 (che servono per il periodo t2-t3). Tuttavia, la supposta circolarità nel metodo di Marx si basa sull’assurda ipotesi che i mezzi di produzione comprati a t1 sono gli stessi di quelli venduti a t2. Ciò è evidente se si considera l’affermazione su cui si basa la critica della circolarità secondo cui nel metodo marxiano gli stessi mezzi di produzione sono venduti ad un prezzo e comprati ad un altro prezzo (vedi sopra).
In altre parole, la critica sarebbe valida se i mezzi di produzione prodotti dal settore 1 nel periodo t1-t2 (quindi venduti da tale settore per 130 al momento t2) fossero comprati da entrambi i settori non al momento t2 ma al momento t1 (quindi per 140). In questo caso essi sarebbero contemporaneamente venduti per 130 ma comprati per 140. Ma questo significa sovrapporre i due momenti t1 e t2, significa cioè abolire il tempo. Questa è la contro-critica che rivela la vacuità del cosiddetto problema della circolarità nella trasformazione dei valori in prezzi. Tale contro-critica, da quando è stata formulata negli anni 80 (si veda G. Carchedi, The Logic of Prices and Values, Economy and Society, Vol.13, No.4, 1984 e G. Carchedi, Frontiers of Political Economy, Verso, London, 1991, ch. 3) ad oggi non è mai stata ribattuta. Si continua a parlare del ‘problema’ della trasformazione e a trovare delle ‘soluzioni’ la cui assurdità metodologica è direttamente proporzionale al poderoso arsenale matematico impiegato.
Concludendo, ridotta alla sua essenza, la questione è semplice. In una concezione in cui il tempo non esiste,la teoria di Marx è incoerente. Ma in una teoria in cui il tempo esiste è la critica a Marx che è incoerente.
Ciascuno faccia la sua scelta.

Note

[1] N.d.R.: ovviamente il ragionamento è valido qualsiasi siano i valori scelti.
[2] N.d.R.: come già annotato in precedenza, la critica al simultaneismo non dipende dall’esempio, numerico scelto ma è valida qualsiasi siano i valori di riferimento adottati.

Su Pomigliano

Pubblichiamo tre lettere che a nostro parere destrivono bene la situazione di Pomigliano.

Pomigliano: l’arroganza, l'infamia, la vergogna!

Fiat di Pomigliano d’Arco (NA). Firmato l’accordo che segna lo spartiacque delle “nuove relazioni industriali”. D’ora in avanti ogni impresa potrà arrogarsi il diritto di ricattare i propri lavoratori (quelli rimasti): o accettate le mie piattaforme o chiudo.

Dopo aver ricevuto, da governi di ogni colore, sovvenzioni pubbliche a iosa, appoggi politici di ogni tipo, incentivi, ruffianismi sindacali di ogni provenienza, la Fiat mette una pietra tombale ai Contratti Collettivi di Lavoro e al diritto di sciopero.

Più turni di lavoro, meno pause, più straordinari obbligatori, limitazione del diritto di sciopero e del pagamento della malattia. Un pacchetto da prendere tutto insieme o da lasciare.

Operai coinvolti: 5.200 come dipendenti diretti, 10.000 dell’indotto.

Il tutto in nome della “competitività”, facendo arrivare dalla Polonia la Nuova Panda (250.000 auto annue da produrre, contro le attuali 45.000 di altre gamme).

Se vuoi lavorare devi essere un robot (vedi WCM, o “Nuova Metrica del lavoro”) e devi produrre “come un orologio svizzero”, secondo Sergio Marchionne, AD Fiat.Per Governo e Industriali, parola di Tremonti, “è finito il conflitto tra capitale e lavoro“.

Sarebbe invece il caso di dire che il capitale schiaccia sempre di più il lavoro; ma non pretendiamo che parlino tanto chiaro da Associazioni di Sfruttatori e da politici che sono da sempre sul loro libro paga.

Per i sindacati firmatari dell’ennesimo accordo infame ai danni dei lavoratori che dicono di rappresentare (CISL, UIL, UGL, FISMIC), si tratta di “un accordo sensato e innovativo”. Parola di Raffaele Bonanni, segretario nazionale CISL. Ormai sono decenni che queste sigle sono le capofila della svendita premeditata di tutte le conquiste operaie di fine anni ’60-inizio anni ’70. Fosse dipeso da loro, e dagli accordi che ci hanno fatto ingoiare, l’Italia non dovrebbe avere praticamente disoccupazione. Sono stati regalati infatti ai padroni salari, licenziamenti, straordinari, flessibilità selvaggia del lavoro, produttività… e chi più ne ha ne metta… In cambio di cosa? Di una massa crescente di disoccupati e precari, in ogni settore.

Ma anche i “sinistri” devono essere totalmente chiamati a rispondere del loro collaborazionismo. Altro che CGIL “sindacato d’opposizione”! Opposizione a cosa? Epifani, dall’inizio di questa vicenda, ha detto chiaramente che prima di tutto vengono gli investimenti… mettendo così nei guai la FIOM, la quale, pur disposta a ingoiare la cosiddetta “riorganizzazione del lavoro” (= + sfruttamento), dovrà ora prendere atto dell’esito scontato del referendum tra i lavoratori ricattati, e limitarsi a salvarsi l’anima con la mancata apposizione della firma all’accordo. La CGIL è ormai anch’essa un carrozzone parlamentare che non può difendere in nulla i lavoratori dal forsennato attacco padronale nella crisi.

I lavoratori possono risalire la china contando solo sulle proprie forze; collegandosi tra realtà di lotta, formando comitati di sciopero nelle aziende, coordinando iniziative comuni con i loro compagni di classe e d’impresa, in Europa e nel mondo. Nel caso della Fiat, con i lavoratori polacchi, innanzitutto. Nella lettera che riportiamo nel retro un gruppo di lavoratori della FIAT di Tichy denuncia l’opera di divisione e ricatto della FIAT sui lavoratori polacchi e italiani. E concludono:

“E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente. Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere."

L’unione e la lotta internazionale dei lavoratori è l’unica soluzione per non farsi schiacciare dai padroni, dai politicanti borghesi di ogni colore, dai burocrati dei sindacati collaborazionisti e statali, per preparare il futuro della nostra classe.

Combat – Commissione Lavoro


Lettera dei lavoratori FIAT di Tychy (Polonia)
ai lavoratori di Pomigliano d’Arco (Italia)
(Tychy, 13 giugno 2010)

La FIAT gioca molto sporco con i lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend).

A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.

Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?

Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.

È chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.

Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.

Lavoratori, è ora di cambiare!


“Un episodio di meravigliosa sussidiarietà" (M. Sacconi)

Il ministro Sacconi, inebriato dal sole di Santa Margherita Ligure e non sopportando più di tanto il vino frizzante, ha parlato in relazione alla proposta Fiat di Pomigliano di “meravigliosa sussidiarietà”, ignorando che il termine, in senso etimologico, significa “portare aiuto” (sussidium afferre) e che la sussidiarietà può essere “verticale” (il rapporto Stato Regione Provincia Comune) oppure “orizzontale” (riguardante il rapporto pubblico privato nei servizi) ma che non c’entra un cazzo nelle relazioni industriali. In ogni caso c’entri o meno la sussidiarietà e il vinello frizzante confindustriale, il caso Pomigliano va inquadrato in quella che ormai si palesa come una mondializzazione senza veli e senza copertura ideologica: cessione di diritti in cambio di lavoro, di questo si tratta e poiché in cambio di quello si cedono diritti acquisiti con fatica in passato quel lavoro (salariato) assume di fatto vestigia servili. Del resto politici, analisti, industriali e giornalisti compiacenti non hanno ormai più remore nel dire apertamente che il problema non è quello (non lo è mai stato) di far crescere i salari e le condizioni di lavoro nei paesi “emergenti”, ma quello di far scendere i nostri al loro livello. L’obiettivo dichiarato è dunque allineare progressivamente salari e condizione di lavoro nei paesi europei a quelli. È qui quindi, in questo snodo di storia contemporanea, che la vertenza di Pomigliano assume un valore simbolico e non solo di svolta: o si accettano le condizioni imposte da Fiat - che va ricordato è indisponibile a qualsiasi forma di trattativa – erodendo finanche il margine “riformistico” posto dalla Fiom e dunque si ridisegnano i rapporti di forza a vantaggio del padronato, più di quanto non lo siano già oggi, oppure si scende in lotta e ci si ribella aprendo una strada che nessuno può sapere dove potrebbe portare. Va ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e in una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto alta, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano sarà probabilmente orientata ad accettare le condizione imposte da Fiat, condizioni che vorremmo ricordare sono durissime e in deroga al contratto nazionale. Tra le altre, allo scopo di utilizzare gli impianti 24 ore su 24 e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, i lavoratori dovranno lavorare su tre turni giornalieri di otto ore. L’ultima mezz’ora sarà dedicata alla refezione (il che significa non toccare cibo per almeno otto ore) l’azienda potrà richiedere 80 ore di straordinario a testa (due settimane in più di lavoro l’anno) senza accordo sindacale. Le pause saranno ridotte da 40 a 30 minuti, ma soprattutto, è questo uno degli aspetti più odiosi richiesti da Fiat, le eventuali perdite di produzione a causa di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente quando la componentistica proviene da tutt’altre aziende a chilometri di distanza) dovranno essere recuperate o nella mezz’ora di fine turno (giusto quello della refezione) o nei giorni di riposo individuale, in deroga al contratto nazionale. Una parte poi del documento Fiat è dedicata alla cosiddetta “metrica lavorativa”, ovvero al metodo di determinare i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione e i tempi in cui la deve fare, insomma un sistema computerizzato e meccanizzato atto a spremere fino all’ultima goccia il lavoro vivo perché nulla di ciò che produce valore vada sprecato. Inoltre, nel documento, con un atto gravissimo di arroganza, si chiede alla componente sindacale che non ha ancora accettato la proposta di accordo di istruire i lavoratori nella rinuncia allo sciopero, togliendogli così di fatto l’unica modalità di resistenza e negando sul piano formale un diritto costituzionale. Siamo dunque, come si diceva, a una svolta: se in Polonia o in qualunque altro luogo un operaio lavora accettando condizioni di sfruttamento durissime, non si capisce perché le case automobilistiche in concorrenza fra loro debbano rinunciare a imporre queste condizioni. Le stesse modalità sono portate avanti dalla Volkswagen, dalla Toyota o dalla General Motors.

Ne più né meno. Che fare? Effettivamente sembra non ci siano alternative.

Per ora le notizie che ci giungono dicono di una resistenza della Fiom, ma isolata politicamente e dalla stessa C.G.I.L. Per quanto e come potranno resistere? Autorevoli commentatori in nome della “responsabilità” dicono che “realisticamente” non ci sono alternative, che l’accordo deve essere accettato, pena la responsabilità che non ci siano gli investimenti da parte di Fiat. I lavoratori incalzati da una giornalista sul che cosa faranno nel caso in cui la Fiat dovesse rimanere in Polonia a produrre, hanno, del tutto comprensibilmente, “balbettato”. A domanda rispondevano con domanda, elusivi, chiedevano senso di responsabilità all’azienda, si appellavano all’etica, facevano “tenerezza”, una scena straziante, però del tutto comprensibile per chi sa bene che il lavoro (salariato) è maledizione ma anche fonte di sopravvivenza, (“pochi maledetti e subito”), e comprensibile a chi arriva da quel mondo, un mondo fatto di gente che spesso non ha coscienza della propria forza, del fatto che il capitalismo potrebbe scomparire dall’oggi al domani se solo i lavoratori, tutti i lavoratori lo volessero e visto quello che il capitalismo, da decenni, ha ormai da offrire a tutte le latitudini: briciole di lavoro salariato da accettare a qualunque condizione.

Forse però è giunto il momento di dire a quei lavoratori, con tutto il rispetto da parte di chi un lavoro ce l’ha, che non rimane loro che lottare, con le modalità e le forme che loro e solo loro riterranno più opportune, senza chiedere niente a nessuno e rivolgendosi solo a chi si trova nelle loro stesse condizioni (i loro compagni polacchi nella fattispecie).

Si tratta di uno scontro più avanzato rispetto al caso della Inse a Milano e più drammatico: lì hanno trovato un padrone interessato a rilevare l’azienda. A Pomigliano nessuno farà l’investimento se non la Fiat a quelle condizioni.

Prendere o lasciare. In questo caso i lavoratori non hanno che da perdere le loro catene. E allora diciamo con rispetto a quei lavoratori “prendetevela la fabbrica, occupatela” altro che il campo da calcio che il dott. Marchionne ci vorrebbe costruire!

Alfio Colombo

In difesa dello Statuto dei Lavoratori e quindi anche del suo articolo 18

Lo Statuto dei Lavoratori del maggio del 1970 è il frutto delle lotte, talvonta violente, che i lavoratori hanno condotto per anni ed è stato possibile grazie a mobilitazioni di massa e a un potere contrattuale che seppur non straordinario era di gran lunga superiore a quello odierno.

Lo Statuto dei Lavoratori è stato annunciato pubblicamente per la prima volta dall’allora nuovo ministro del Lavoro Brodolini nel dicembre del 1968, in visita di solidarietà ad Avola in Sicilia, dove la forza pubblica aveva sparato a dei lavoratori agricoli (braccianti) in protesta uccidendone due.

Si ricordi che questi, gli anni sessanta, erano anni di grande fermento per la classe lavoratrice (per un più dettagliato approfondimento rimandiamo il lettore all’articolo della CCI “L’Autunno caldo 1969 in Italia, un momento della ripresa storica della lotta di classe (I)”; http://it.internationalism.org/node/865).

In questo periodo nascevano in Italia i Comitati Unitari di Base (CUB) in polemica con i sindacati confederali. Si ricordi anche che l’attivismo operaio e studentesco era tale da portare nel 1969 alla nascita di consigli di fabbrica, costituiti da delegati eletti dai lavoratori in alternativa alle burocraticizzate Commissioni Interne (CI) gestite dai sindacati. I consigli di fabbrica erano costituiti da delegati di reparto, di squadra e di linea eletti dai lavoratori senza distinzione di apparteneza o no ai sindacati. Tali consigli operai erano in genere in netta contestazione con i sindacati anche se col tempo molti furono sindacalizzati.

La risposta repressiva della classe dominante a tutto questo non si fece attendere. La strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre del 1969 non fu che un esempio emblematico degli anni di piombo a seguire.

Sta di fatto che lo Statuto dei Lavoratori è diventato legge nel maggio del 1970 e contiene articoli di enorme importanza per le condizioni lavorative dei lavoratori. Il padronato ovviamente non digerisce questa discrepanza tra la riacquistata quasi completa supremazia contrattuale e gli articoli in difesa dei diritti dei lavoratori presenti nello Statuto.

Il padronato usa la vecchia storia che è lui che dà da mangiare alle famiglie dei lavoratori, e lo Statuto dei Lavoratori rende poco flessibile l’impresa e quindi lo costringe ad abbondonare il paese, alla ricerca di luoghi dove questa flessibilità è possibile.

Quello che il padronato non può dire è che sono i lavoratori che lo arricchiscono, attraverso il loro assoggettamento al sistema del lavoro salariato, e che il profitto che esso ricava proviene dal lavoro non pagato ai lavoratori. Un’altra cosa che il padronato non dice è che tale flessibilità, ovvero la mancanza di diritti di base per i lavoratori, è possibile solo in paesi dove i lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni di misera, senza diritti, senza difese e questo di certo conviene solo ai loro padroni!

Il MSM come movimento dei lavoratori che lotta per una società socialista, pur non dimenticando e lottando contro le cause che determinano l’assoggettazione dei lavoratori al capitale, invita tutti i suoi sostenitori e simpatizzanti a schierarsi in difesa dello Statuto dei Lavoratori e quindi anche del suo articolo 18 (dove il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento … annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo … [in posti di lavoro con] più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo).

Lavoratori di tutto il mondo unitevi!

Lavoro astratto

“Marx, grazie al concetto del lavoro astratto, basa tale lotta su solide fondamenta oggettive che spiegano sia il movimento oggettivo del capitalismo verso il proprio superamento che la possibilità per il Lavoro di sviluppare una sua soggettiva alternativa conforme a tale oggettività” (G. Carchedi, Il contenuto di classe della teoria autentica di Marx, 2009).

Marx nella prefazione alla prima edizione del Capitale (Volume I, 1867) ammette che

“la comprensione … della sezione che comprende l’analisi della merce (presenta)… la difficoltà maggiore…”

Data l’importanza del concetto del lavoro astratto per la lotta di classe come sottolineato da Carchedi, molti sono stati i tentativi da parte dell’economia politica borghese di screditarlo, indebolendo così le fondamenta teoriche su cui si basa la lotta socialista.

Per questo motivo il Movimento Socialista Mondiale ripropone il concetto di lavoro astratto così come presentato da Marx nel primo capitolo del primo volume del Capitale.

Seguiamo quindi il ragionamento di Marx:

“La merce … è un oggetto … che … soddisfa bisogni umani di qualunque specie. ... L’utilità di una cosa fa che essa abbia un valore d’uso. Ma questa utilità non è campata in aria, è una determinazione della qualità del corpo di una merce e non esiste senza di esso.”

p.es. un sedia serve per sedersi (il suo uso è quello di fornire un posto a sedere), una mela serve per nutrirsi (il suo uso è quello di nutrire).

“I valori d’uso formano il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la sua forma sociale. Nella forma di società, che noi dobbiamo esaminare (n.d.a quella capitalista) essi sono nello stesso tempo i depositari materiali del valore di scambio.”

p.es una sedia o una mela servono da sedia o da mela sia che siamo in un sistema feudale sia che siamo in un sistema mercantile o capitalista. Ma sul mercato se si vuol scambiare tale sedia ci vorranno diversi chili di mele per ottenere uno scambio equo.

Se il valore d’uso rappresenta la qualità della merce

“il valore di scambio si mostra dapprima come il rapporto quantitativo, come la proporzione nella quale valori d’uso di un tipo si scambiano con valori d’uso d’altro tipo, e tale rapporto muta in continuazione coi tempi e con i luoghi”

p.es 1 sedia si scambia equamente con 50 chili di mele, i valori d’uso in gioco sono il sedersi e il nutrirsi ma i valori di scambio sono 1 a 50. E’ ovvio che questo rapporto 1 a 50 non è fisso ma può oscillare.

Nel sistema capitalista una volta ricordato che per essere merce un oggetto deve avere una certa utilità (valore d’uso) nello scambio tra merci quello che conta è solo il valore di scambio.

“…se non si considera il valore d’uso dei corpi delle merci, rimane loro una sola qualità quella di essere prodotti del lavoro. Ma già il prodotto del lavoro ci si è trasformato non appena lo abbiamo nella mano.”

Questo è il punto cardine del ragionamento di Marx, la merce è prodotto del lavoro umano, ma il contributo umano nel trasformare una cosa senza valore d’uso in una cosa con valore d’uso, ovvero il lavoro impiegato, rimane nella merce. Per esempio abbiamo della farina e dell’acqua, per fare della pasta c’e’ bisogno di unire questi due ingredienti e impastarli fino a farli diventare omogenei. Il lavoro impiegato per trasformare la farina e l’acqua in pasta non è visibile (è astratto) ma il risultato, ovvero la pasta, è visibile e tangibile e sicché la pasta ha un valore d’uso, il nutrire, essa può essere scambiata come merce.

“se tralasciamo il suo valore d’uso, tralasciamo anche le parti fondamentali e le forme corporee che lo fanno valore d’uso … viene meno insieme al carattere di utilità dei prodotti del lavoro anche il carattere di utilità dei lavori in essi rappresentati, vengono meno quindi anche le svariate forme concrete di tali lavori, le quali non si distinguono più, bensì sono tutte ricondotte al medesimo lavoro umano, a lavoro umano astratto”

p.es se ho bisogno di 10 minuti per impastare 1 chilo di farina e mezzo bicchiere d’acqua e 30 minuti per riparare una bicicletta e non considero che la pasta ha una diversa utilità della bicicletta, ho investito 3 volte più lavoro nella bicicletta che nella pasta. I tipi di lavoro impastare e riparare sono totalmente diversi, ma nella mezzora in cui riparavo la bicicletta avrei potuto impastare 3 chili di pasta.

“Nulla resta (dei prodotti del lavoro) tranne una eguale fantastica oggettività, una pura gelatina di lavoro umano indistinto, cioè di dispendio di forza lavorativa umana senza badare alla forma del suo dispendio … Nella produzione è stata spesa forza di lavoro umano, vi è accumulato lavoro umano.”

La conclusione a cui Marx arriva è quindi che:

“Un valore d’uso o bene ha valore solo in quanto viene oggettivato, o materializzato, in esso astratto lavoro umano. Come misurare allora la grandezza del suo valore? Per mezzo della quantità della sostanza che crea valore, cioè del lavoro, che è contenuta in esso. La quantità del lavoro si misura a sua volta con la sua durata nel tempo.”

Perché questo è importante?

Perché il lavoro produce valore e nel sistema capitalista una parte di questo valore viene sottratto al lavoratore (plusvalore) durante il processo di produzione. Questa parte di valore, essendo lavoro non pagato, è quella che in ultima analisi va a costituire il profitto del capitalista.
Inoltre questo è importante perché è l’origine della contraddizione del sistema di produzione capitalista.

“…per Marx il (plus)valore aumenta o diminuisce nella misura in cui il lavoro astratto aumenta o diminuisce e la diminuzione percentuale del lavoro astratto è la tendenza mentre il suo aumento è la controtendenza.” (G. Carchedi, Il contenuto di classe della teoria autentica di Marx, 2009).

In altre parole il capitalismo tende ad aumentare la produttività attraverso le innovazioni tecnologiche tendendo a diminuire il contributo umano alla produzione (diminuzione di lavoro astratto). Dato che il valore e il plusvalore derivano dal lavoro astratto (ogni tipo di lavoro), una sua diminuzione determina una tendenza alla caduta del saggio di profitto.

La caduta tendenziale del saggio di profitto determina la crisi economica, infatti il capitalismo quindi tende ciclicamente alla crisi.

Socialismo, Comunismo, Leninismo, Keynesismo

In primo luogo la distinzione tra socialismo e comunismo è un concetto assente in Marx per una ragione molto semplice, tale distinzione è un’invenzione di Lenin. Ma non del Lenin prerivoluzione di ottobre. Tale distinzione infatti è assente nell’articolo dell’“Enciclopedia” su Marx scritto da Lenin alla vigilia della prima guerra mondiale (1914) dove parla solamente di socialismo. Lenin fa questa distinzione tra socialismo e comunismo nel testo “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione” (1917), affermando che “il socialismo si deve inevitabilmente sviluppare… gradualmente in comunismo”. Egli si riferisce alla nota del manifesto (fine della seconda sezione), identificando il “socialismo” con la “prima fase del comunismo” di Marx (K. Marx, Critica al Programma di Gotha, 1875). L’idea del socialismo come transizione tra capitalismo e comunismo non si basa su testi di Marx (P. Chattopadhyay, Economic Content of Socialism in Lenin, is it the same as in Marx? 1991).
Chiarito questo punto il MSM ci tiene a precisare che Marx non ha dubbi sul fatto che in una società comunista o socialista “il capitale monetario sarà completamente eliminato e insieme con esso saranno eliminati i travestimenti che esso assume nelle operazioni (economiche).” (K. Marx, Il Capitale, vol. II capitolo 2).

La storia chiaramente mostra che il partito bolscevico rovesciò la borghesia russa (utilizzando la questione agraria e il malcontento dei soldati-marinai) diventando una forza dittatoriale. Tale dittatura non fu del proletariato (ovvero della classe dei lavoratori) ma sofferta dal proletariato (imposta ai lavoratori). Il partito formato da un’avanguardia di rivoluzionari di professione non è l’unico “difetto” del leninismo, ma un tratto delineante della sua indole borghese, come direbbe Rosa Luxembrug, “giacobina”. Tale concetto non arriva dalla filosofia marxista, la quale è dalla parte dei lavoratori, ma dalla filosofia borghese Černyševskiana. Lenin sostituisce un’oligarchia dominante con un'altra. Per il lavoratore russo nulla era cambiato dal punto di vista dell’assoggettazione al capitale. La cosa che cambiò veramente fu che con la scusa del socialismo, i lavoratori persero ogni sorta di potere contrattuale: “ogni interferenza diretta dei sindacati nella direzione delle fabbriche dev’essere considerata decisamente dannosa e non permissibile” (V. I. Lenin, Role and Functions of the Trade Unions Under The New Economic Policy, Decision Of The C.C., R.C.P.(B.), 1922) e ancor peggio ogni sorta di diritto umano.

Maestro degli slogan Lenin usò la spontaneità dei consigli (soviet) di cui diffidava per conservare il potere politico. Lenin inoltre adottò a pieno la visione errata della Seconda Internazionale secondo cui il socialismo è una sorta di capitalismo di Stato. Marx aveva parlato di “accentramento di credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale” (nazionalizzazione), ma questo non era il socialismo ma il passaggio dalla proprietà borghese alla proprietà “degli individui associati” (Manifesto del partito comunista, K. Marx e F. Engels, 1848). Lenin confondeva la proprietà borghese con la proprietà privata in generale. Ciò derivava dal fatto che dal punto di vista economico, quando si atteneva a Marx, Lenin non riusciva a concepire nulla più di quanto era stato già scritto. Lenin creò quindi un sistema centralizzato e burocratico dal quale Stalin ne uscì come una sua naturale creatura.

Per non parlare del fatto che Lenin si oppose aspramente ai marxisti che coerentemente ritenevano che un paese arretrato come quello russo non poteva saltare la fase capitalistica, riconoscendo poi con la NEP l’errore… “Noi…pensavamo di stabilire – direttamente comandato dallo stato proletario – lo stato di produzione e distribuzione dei prodotti su linee comuniste in un piccolo paese di contadini. La vita ha mostrato il nostro errore” (per la fonte vedi P. Chattopadhyay, Economic Content of Socialism in Lenin, is it the same as in Marx? 1991). Non considerando che quando interpellato sul merito da Vera Ivanovna Zassulich, Marx si era mostrato molto cauto, affermando che “l’inevitabilità storica di questo processo è quindi esplicitamente limitato ai paesi dell’Europa Occidentale […] L’analisi nel “Capitale” non contiene una sola prova – né a favore né contro la vitalità della comunità di villaggio. Ma lo studio speciale che ho condotto sull’argomento e per il quale ho fatto uso di materiale originale, mi ha dato la convinzione che questa comunità di villaggio è alla base della rinascita della società Russa.” (K. Marx, Lettera di Karl Marx a Vera Ivanovna Zassulich, 1881).
Per quanto riguarda il valore, quando i mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza diventano proprietà comune dei produttori socializzati la legge del valore perde di senso, “tutta l’economia o è regolata dalla legge del valore o non è regolata dalla legge del valore. Non è possibile dire con Stalin, per esempio, che la legge del valore regola la sfera del consumo ma non la sfera della produzione; la legge o regola l’intera economia o non ne regola neppure una parte” (P. Mattick, Marx e Keynes, i limiti dell’economia mista, 1972). Inoltre, in accordo con Marx, il MSM ritiene che il modo di distribuzione dipende dal modo di produzione.

Il MSM ribadisce che come il keynesismo non favorisce il passaggio dal capitalismo al socialismo dal punto di vista economico non lo favorisce neanche dal punto di vista sociale.
Il keynesismo mette gli interessi dell’economia borghese in generale davanti agli interessi dei singoli capitalisti. Lo Stato (borghese) è lo strumento attraverso il quale tale mediazione, economia generale-singolo capitalista, avviene. Il keynesismo è applicato dalla classe capitalista fin quando è in grado di assicurare la realizzazione di profitto.
Anche se Keynes ha elaborato la sua teoria per il capitalismo maturo (paesi economicamente sviluppati) tale teoria ha effetti anche sui precapitalismi e/o capitalismi sottosviluppati.
Nel capitalismo maturo lo Stato, mediante la tassazione, le imprese statali e il prestito, finanzia, con il debito pubblico, le opere pubbliche a spese del capitale privato. Tale interevento statale è atto a diminuire temporaneamente la disoccupazione e aumentare temporaneamente il consumo (domanda effettiva) rilanciando, nel migliore dei casi, temporaneamente l’economia. Il capitale privato in primis perde, finanziando il debito, ma in secundis, se l’economia si riattiva adeguatamente vince su due fronti, in quanto creditore e in quanto produttore. Ovviamente il keynesismo non si è rivelato, dal punto di vista capitalista, infallibile e per questo ha subito critiche e trasformazioni.
Comunque in linea di principio nei paesi sviluppati un intervento keynesiano vincente allontana temporaneamente i lavoratori di tali paesi dalla necessità di organizzarsi in classe al fine di lottare contro il capitale in crisi.
“Insistendo sul fatto che solo il volume e non la direzione della produzione si doveva sottoporre alla pianificazione statale, Keynes faceva intendere di non aver interesse a modificare gli esistenti rapporti di classe ma di voler solo rimuovere le tendenze pericolose nei periodi di crisi” (P. Mattick, Marx e Keynes, i limiti dell’economia mista, 1972).
Keynes non si occupa direttamente dei paesi economicamente sottosviluppati, egli ritiene che “la collettività sarà propensa a consumare la massima parte della produzione, cosicché basterà un volume molto modesto di investimento per assicurare un’occupazione piena” (J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, 1936).
La disoccupazione nei paesi sottosviluppati non è però dovuta all’abbondanza di capitale ma alla sua scarsità quindi la teoria keynesiana non è pedissequamente applicabile. Gli investimenti di cui Keynes parla non sono una sua invenzione economica, ma sono frutto della tendenza naturale del capitalismo a investire capitale per ottenere più capitale.
Il capitale privato investito nei paesi sottosviluppati è generalmente estero e generalmente sottrae le risorse naturali da tali paesi. Anche le sovvenzioni, chiamati aiuti economici, che vanno nella costruzione di infrastrutture di questi paesi aiutano principalmente il capitale privato che si serve di tali infrastrutture.
A questo punto lo sviluppo di capitale nei paesi poveri viene ottenuto attraverso l’aumento della produzione che grazie all’intervento dello Stato (keynesianamente), il quale aumenta l’inflazione monetaria, tiene basso il consumo locale di tali prodotti e genera profitto nei paesi ricchi.
Questo amplia il divario tra i pochi ricchi e le masse di poveri che in questi paesi sottosviluppati è ancora più accentuato.
Se nei paesi sviluppati il keynesismo, finché funziona, imborghesisce i lavoratori, nei paesi sottosviluppati non crea le basi per un miglioramento delle masse povere le quali non hanno alcun potere contrattuale quindi alcuna possibilità di lottare convincentemente contro il capitale, nel loro caso classe dominante locale e capitale estero.
La ragione per la quale si ha il divario tra i movimenti dei lavoratori degli anni passati e quelli odierni non è il keynesismo ma la riduzione del potere contrattuale determinata dalla globalizzazione del mercato del lavoro.

Mattick, come il MSM, va oltre la critica dell’avanguardismo leninista, egli critica la mancanza dei seguenti concetti marxisti:

  1. “L’emancipazione della classe lavoratrice deve essere il lavoro della classe lavoratrice stessa”.
  2. La dittatura del proletariato non è la dittatura del Partito, com’era inteso da Lenin.
  3. Il socialismo è una società in cui i mezzi di produzione sono della società nel complesso (e non dello Stato/Partito), dove non ci sono classi sociali, quindi niente lavoro salariato, denaro e divisione del lavoro. Il socialismo non è quindi una fase (capitalismo di Stato) di passaggio dal capitalismo al comunismo.
  4. Democraticità del movimento dei lavoratori, che non è quindi gerarchico-centralizzato come quello bolscevico dove il leader è indiscusso e infallibile.
  5. Contro il culto della personalità, per un approccio scientifico e non dogmatico.
Di buono in Lenin c’è davvero poco e se si legge attentamente Mattick o gli scritti del Socialist Party of Great Britain (SPGB), si può notare chiaramente il riconoscimento soprattutto della sua battaglia contro il revisionismo della Seconda Internazionale.
Il MSM ha avuto origine dal SPGB, il quale esiste dal 1904 e deriva direttamente dal Social Democratic Federation (SDF) (1884), che annovera tra i suoi membri William Morris, Edward Aveling e Eleanor Marx.
La politica del MSM non è quella di “cancellare tutto”, ma sicuramente non quella di farsi corrompere dal giacobinismo piccolo borghese. Il MSM è dalla parte dei lavoratori e dei disoccupati che ogni giorno sono alla mercé del capitale. Il MSM ha una struttura democratica dove non esistono leader.

Disuguaglianze nel mondo

Notare la Cina pseudocomunista e il Venezuela pseudosocialista.