domenica 12 settembre 2010

La leggenda di Lenin

Paul Mattick 1935

Fonte: Archivio Kurasje

Scritto: da Paul Mattick, pubblicato in International Council Correspondence Vol. 2, n. 1, dicembre 1935 e ristampato nel Western Socialist Vol. 13 n. 3, gennaio 1946. Nel 1978 fu incluso in “Anti-Bolshevik Communism” di Paul Mattick edito da Merlin Press, Londra, 1978 ISBN: 0 850 36 222 7/9. La versione elettronica di questo testo fu prodotta da Kavosh Kavoshgar per Kurasje.
Tradotto da: Francesco Sartor con la collaborazione di Gian Maria Freddi, 2010

Più gialla e più coriacea diventa la pelle mummificata di Lenin, e più alto diventa il numero determinato statisticamente di visitatori al mausoleo di Lenin, meno la gente si preoccupa del vero Lenin e della sua significatività storica. Sempre più monumenti vengono eretti alla sua memoria, sempre più pellicole vengono fuori nelle quali lui è la figura centrale, sempre più libri scritti su di lui, e i pasticceri russi modellano dolci in forme che rassomigliano alla sua figura. E ancora lo sbiadirsi delle facce dei Lenin di cioccolata è associato alla poca chiarezza e all’improbabilità delle storie che vengono raccontate su di lui. Sebbene l’Istituto Lenin di Mosca potrebbe pubblicare la raccolta dei suoi lavori, questi non hanno più nessun significato in confronto alle leggende fantastiche che si sono formate attorno al suo nome. Appena la gente incominciò a preoccuparsi dei bottoni del colletto di Lenin, cessarono anche di preoccuparsi delle sue idee. Ognuno quindi si modella il proprio Lenin, e se non alla sua stessa immagine, in ogni caso secondo i propri desideri. Quanto la leggenda di Napoleone sta alla Francia e la leggenda di Federico alla Germania, tanto la leggenda di Lenin sta alla nuova Russia. Così come la gente una volta si rifiutava assolutamente di credere alla morte di Napoleone, e così come la gente sperò nella risurrezione di Federico, così in Russia ancor oggi ci sono contadini secondo i quali il nuovo “piccolo padre Zar” non è morto ma continua a indulgere il suo insaziabile appetito richiedendo a loro addirittura nuovi tributi. Altri accendono lumini eterni sotto la foto di Lenin: per loro lui è un santo, un redentore al quale si prega per un aiuto. Milioni di occhi fissano milioni di queste foto, e vedono in Lenin l’equivalente russo di Mosé, San Giorgio, Ulisse, Ercole, Dio o il Diavolo. Il culto di Lenin è diventato una nuova religione davanti la quale anche l’ateismo comunista felicemente si genuflette: rende la vita più facile in ogni aspetto. Lenin appare a loro come il padre dell’Unione Sovietica, l’uomo che rese possibile la vittoria della rivoluzione, il grande leader senza il quale loro stessi non esisterebbero. Ma non solo in Russia e non solo nella leggenda popolare, ma anche a una larga parte dell’intellighenzia marxista in tutto il mondo, la rivoluzione russa è diventata un evento mondiale addirittura così strettamente unito al genio di Lenin che si ha l’impressione che senza di lui la rivoluzione e quindi la storia mondiale avrebbe probabilmente potuto prendere un corso essenzialmente diverso. Una genuina e obiettiva analisi della rivoluzione russa, tuttavia, rivelerà immediatamente l’insostenibilità di tale idea.

“L’affermazione che la storia è fatta dai grandi uomini è da un punto di vista teorico completamente infondata.” Queste sono le parole con le quali Lenin stesso dà il via alla leggenda che insiste nel fare di lui l’unico responsabile del “successo” o del “crimine” della rivoluzione russa. Egli considerava la guerra mondiale determinante in merito alla diretta causa del suo scoppio e per il tempo del suo verificarsi. Sì; senza la guerra, dice, “la rivoluzione sarebbe stata probabilmente posticipata di decenni”. L’idea che lo scoppio e il corso della rivoluzione russa dipese in grandissima misura da Lenin necessariamente implica una completa identificazione della rivoluzione con la presa del controllo del potere da parte dei bolscevichi. Trotsky ha rimarcato l’effetto che l’intero credito per il successo della rivolta di Ottobre appartiene a Lenin; contro l’opposizione di tutti i suoi amici di partito, la risoluzione per l’insurrezione fu portata avanti da lui solo. Ma la presa del potere da parte dei bolscevichi non diede alla rivoluzione lo spirito di Lenin; al contrario, Lenin aveva talmente adattato se stesso alle necessità rivoluzionarie che praticamente egli eseguì completamente il compito della classe che lui apparentemente combatteva. Di sicuro spesso si afferma che con la presa del potere statale da parte dei bolscevichi la rivoluzione originariamente democratico-borghese fu senz’altro convertita in una socialista-proletaria. Ma è davvero possibile per chiunque credere seriamente che un singolo atto politico sia capace di rimpiazzare un intero sviluppo storico; che sei mesi – da febbraio a ottobre – siano sufficienti per formare i presupposti economici di una rivoluzione socialista in un paese che stava soltanto cercando di liberarsi dai suoi vincoli feudali e assolutisti, con lo scopo di dare più libero gioco alle forze del capitalismo moderno?

Fino alla rivoluzione, e in stragrande misura anche oggi, il ruolo decisivo nello sviluppo economico e sociale della Russia fu giocato dalla questione agraria. Su 174 milioni di abitanti prima della guerra, solo 24 milioni vivevano nelle città. Per ogni migliaia di lavoratori retribuiti, 719 erano occupati nell’agricoltura. Malgrado la loro enorme importanza economica, la maggioranza dei contadini conducevano ancora vite miserabili. La causa della loro situazione deplorabile era l’insufficienza di terra. Lo Stato, la nobiltà e i grandi proprietari terrieri assicuravano a loro stessi con brutalità asiatica un irragionevole sfruttamento della popolazione.

Dall’abolizione della servitù della gleba (1861) la scarsità di terra per le masse contadine era stata costantemente la questione attorno alla quale tutto il resto girava nella politica interna russa. Formò l’oggetto principale di tutti i tentativi di riforma, che vide in questo la forza motrice dell’imminente rivoluzione, la quale dovette essere sviata. La politica finanziaria del regime zarista, con le sue nuove imposte di tassazione indiretta, peggiorarono le condizioni dei contadini ancor di più. Le spese per l’esercito, la flotta, l’apparato statale arrivarono a proporzioni gigantesche; la porzione più grande del budget statale andò a propositi improduttivi, i quali rovinarono totalmente la fondazione economica dell’agricoltura.

“Libertà e terra” era la necessaria richiesta rivoluzionaria dei contadini. Sotto questa parola d’ordine si verificarono una serie di rivolte contadine che presto, nel periodo che va dal 1902 al 1906, assunsero una portata significativa. In combinazione con i movimenti di sciopero di massa dei lavoratori che prendevano luogo allo stesso momento, esse produssero un tale violento scompiglio nel cuore dello Zarismo che quel periodo potrebbe invero essere denotato come una “prova generale” per la rivoluzione del 1917. La maniera in cui lo Zarismo reagì a queste ribellioni è illustrata nel modo migliore dall’espressione del vice governatore della provincia di Tambov Bogdanovich: “Pochi arrestati, i più sono stai passati per le armi”. E uno degli ufficiali che aveva preso parte alla soppressione dell’insurrezione scrisse: “Tutto attorno a noi, spargimenti di sangue; ogni cosa in fiamme; abbiamo sparato, abbattuto, pugnalato.” Fu in questo mare di sangue e fiamme che nacque la rivoluzione del 1917.

Nonostante le sconfitte, la pressione dei contadini crebbe di più e più minacciosa. Portò alle riforme di Stolipin, che comunque, erano solo gesti vuoti, pieni di promesse che in realtà non aggiunsero alla questione agraria un singolo passo avanti. Ma una volta dato il mignolo, si vorrà presto prendere l’intero braccio. L’ulteriore peggioramento della situazione dei contadini durante la guerra, la sconfitta dell’esercito zarista al fronte, le crescenti rivolte nelle città, la caotica politica zarista, nella quale ogni ragione fu gettata a mare, il dilemma generale per tutte le classi della società, portò alla rivoluzione di febbraio, che prima di tutto fece emergere la situazione violenta della questione agraria; la quale era stata una questione calda per mezzo secolo. Il suo carattere politico, tuttavia, non era stato inculcato a questa rivoluzione dal movimento contadino; questo movimento semplicemente gli diede il suo grande potere. Nel primo annuncio del Comitato Esecutivo Centrale del Consiglio (soviet) dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo la questione agraria non fu neppure menzionata. Ma i contadini presto imposero la loro presenza all’attenzione del nuovo governo. Stanchi di aspettare il governo per agire in merito alla questione agraria, in aprile e maggio del 1917 le masse contadine deluse incominciarono ad appropriarsi della terra da sole. I soldati al fronte, timorosi di non aver modo di prendere il loro pezzo nella nuova distribuzione, abbandonarono le trincee e si precipitarono nei loro villaggi. Portandosi le armi dietro, comunque, e così non dando altra scelta al nuovo governo di reprimerli. Tutti i suoi appelli al sentimento di nazionalità e sacralità degli interessi russi non erano di alcuna utilità contro l’urgenza delle masse di ottenere alla fine i loro bisogni economici. E questi bisogni comprendevano la pace e la terra. Fu detto a quel tempo che i contadini che venivano implorati di rimanere al fronte, altrimenti i tedeschi avrebbero occupato Mosca, erano alquanto indecisi e risposero agli emissari di governo: “E che cos’è quello per noi? Che diamine, noi veniamo dal Governo di Tamboff”.

Lenin e i bolscevichi non inventarono lo slogan vincente “Terra ai contadini”; piuttosto, essi accettarono che la vera rivoluzione contadina proseguiva indipendentemente da loro. Usando a loro favore il vacillante atteggiamento del regime di Kerensky, che sperava ancora di essere in grado di accomodare la questione agraria per mezzo di una discussione pacifica, i bolscevichi vinsero il favore dei contadini e furono così in grado di scacciare il governo di Kerensky e di assumere loro stessi il controllo del potere. Ma questo fu possibile per loro solo come agenti del volere contadino, sanzionando la loro appropriazione della terra, e fu solo attraverso il loro supporto che i bolscevichi furono in grado di mantenersi al potere.

Lo slogan “terra ai contadini” non ha nulla a che vedere con i principi comunisti. La frammentazione di un grande possedimento in un vasto numero di piccole imprese agricole indipendenti era una misura direttamente opposta al socialismo, e che poteva essere giustificata solo in virtù di una necessità tattica. I successivi cambiamenti nella politica contadina di Lenin e dei bolscevichi furono vani nell’apportare qualche cambiamento nelle necessarie conseguenze della sua politica opportunistica originale. Malgrado tutta la collettivizzazione, che fino ad ora è largamente limitata a lati tecnici del processo produttivo, l’agricoltura russa è ancor oggi in pratica determinata da interessi e motivi di economia privata. E questo implica l’impossibilità, anche in campo industriale, di approdare a non più di un’economia a capitalismo di Stato. Anche se questo capitalismo di Stato punta a trasformare completamente la popolazione agricola in salariati agricoli sfruttabili, questo obiettivo non è assolutamente possibile da ottenere in vista dei nuovi scontri rivoluzionari legati a tale avventura. La presente collettivizzazione non può essere considerata il compimento del socialismo. Questo diventa chiaro quando si tiene in considerazione il fatto che osservatori della scena russa come Maurice Hindus ritengono possibile che “anche se i Soviet dovessero collassare, l’agricoltura russa rimarrebbe collettivista, con il controllo forse più nelle mani dei contadini che del governo”. Comunque, anche se la politica agricola bolscevica dovesse portare al risultato desiderato, la situazione dei lavoratori rimarrebbe comunque inalterata. E neppure tale compimento sarebbe considerato una transizione al socialismo reale, in quanto questi elementi della popolazione ora privilegiati dal capitalismo di Stato difenderebbero i loro privilegi contro tutti i cambiamenti esattamente come i proprietari privati fecero prima al tempo della rivoluzione del 1917.

I lavoratori delle industrie formavano ancora una piccola minoranza della popolazione, ed erano coerentemente incapaci di imprimere alla rivoluzione russa un carattere conforme ai propri bisogni. Gli elementi borghesi che similmente combattevano lo zarismo retrocedettero davanti alla natura dei loro stessi compiti. Non potevano accedere alla soluzione rivoluzionaria della questione agraria, in quanto a un’espropriazione generale della terra avrebbe fatto seguito troppo facilmente l’espropriazione dell’industria. Né i contadini né i lavoratori li seguirono, e il destino della borghesia era deciso dalla temporanea alleanza tra questi ultimi gruppi. Non fu la borghesia ma i lavoratori a portare la rivoluzione borghese alla sua conclusione; il posto del capitalismo fu preso dall’apparato statale bolscevico sotto lo slogan leninista: “se capitalismo in ogni caso, allora facciamolo”. Di sicuro i lavoratori nelle città avevano rovesciato il capitalismo, ma solo allo scopo ora di convertire l’apparato del partito bolscevico nei loro nuovi padroni. Nelle città industriali la lotta dei lavoratori continuò sotto richieste socialiste, in modo apparentemente indipendente dalla rivoluzione contadina in corso allo stesso tempo ma in un senso decisivo determinato da quest’ultima. Le richieste rivoluzionarie originali dei lavoratori erano oggettivamente impossibili da portare a compimento. Dobbiamo riconoscerlo, i lavoratori erano in grado, con l’aiuto dei contadini, di vincere il potere statale per il loro partito, ma questo nuovo Stato presto assunse una posizione direttamente opposta a quella degli interessi dei lavoratori. Un’opposizione che persino oggi ha assunto forme che effettivamente permettono di parlare di uno “zarismo rosso”: soppressione degli scioperi, deportazioni, esecuzioni di massa, e quindi anche la nascita di nuove organizzazioni illegali che conducono una rivolta comunista contro il presente finto socialismo. L’attuale discorso riguardo a un’estensione della democrazia in Russia, al pensiero di introdurre una sorta di parlamentarismo, alla risoluzione dell’ultimo congresso dei soviet in merito allo smantellamento della dittatura, tutto questo è meramente una manovra tattica progettata per compensare l’ultimo atto di violenza da parte del governo contro l’opposizione. Queste promesse non sono da prendere seriamente, ma sono un risultato della pratica leninista, la quale era sempre ben calcolata per funzionare in due direzioni allo stesso tempo nell’interesse della sua stessa stabilità e sicurezza. Lo zigzagare della politica leninista deriva dalla necessità di conformarsi costantemente all’avvicendamento delle forza di classe in Russia in tale maniera che il governo possa sempre rimanere padrone della situazione. E così oggi si accetta ciò che si era respinto il giorno prima, o viceversa; un non principio è stato elevato a principio, e il partito leninista si concentra solo su una cosa, cioè, l’esercizio del potere di Stato ad ogni costo.

Qui, tuttavia, noi siamo interessati solo nel chiarire che la rivoluzione russa non fu dipendente da Lenin o dai bolscevichi, ma che l’elemento decisivo fu la rivolta contadina. E, su questo argomento, Zinoviev, ancora al potere a quel tempo e dalla parte di Lenin, aveva affermato durante l’undicesimo Congresso del Partito Bolscevico (marzo-aprile 1921): “Non fu l’avanguardia proletaria dalla nostra parte, ma il passaggio dalla nostra parte dell’esercito, perché noi chiedevamo la pace, che fu il fatto decisivo della nostra vittoria. L’esercito, comunque era formato da contadini. Se noi non avessimo avuto il supporto dei milioni di contadini soldati, la nostra vittoria sulla borghesia sarebbe stata fuori questione”. Il grande interesse dei contadini sulla questione della terra da un lato, e il minimo interesse da parte del governo dall’altro, permise ai bolscevichi di condurre una lotta vittoriosa per il governo. I contadini erano abbastanza disponibili a lasciare il Cremlino ai bolscevichi, solo a patto che questi non interferissero con la loro lotta contro i grandi proprietari terrieri.

Ma anche nelle città, Lenin non fu il fattore decisivo nel conflitto tra capitale e lavoro. Al contrario, egli fu impotentemente trascinato dalla scia dei lavoratori, i quali nelle loro richieste e misure effettive andarono ben oltre i bolscevichi. Non fu Lenin che condusse la rivoluzione, ma la rivoluzione condusse Lenin. Però non prima della rivolta d’Ottobre Lenin restrinse le sue originarie e risolute richieste al controllo della produzione, e desiderava fermarsi con la socializzazione delle banche e dei trasporti; senza un’abolizione generale della proprietà privata, i lavoratori non diedero attenzione ulteriore ai suoi punti di vista e esporpriarono tutte le imprese. È interessante ricordare che il primo decreto del governo bolscevico fu diretto contro le espropriazioni selvagge e non autorizzate delle fabbriche per mezzo dei consigli dei lavoratori. Ma questi consigli (soviet) erano a quel tempo più forti dell’apparato di partito e obbligarono Lenin a emanare il decreto per la nazionalizzazione di tutte le imprese industriali. Fu solo sotto la pressione esercitata dai lavoratori che i bolscevichi acconsentirono a questo cambio nei loro piani. Gradualmente, attraverso l’estensione del potere statale, l’influenza dei consigli s’indebolì, fino ad arrivare alla situazione attuale in cui i consigli non servono altro che a scopi decorativi.

Durante i primi anni della rivoluzione, sino all’introduzione della Nuova Politica Economica (New Economic Policy, NEP) (1921), ci fu di sicuro qualche sperimentazione in Russia in senso comunista. Questo, però, non è da accreditare a Lenin, ma a quelle forze che lo resero un camaleonte politico che una volta assumeva un colore reazionario e un’altra un colore rivoluzionario. Inizialmente nuove rivolte contadine contro i bolscevichi portarono Lenin a una politica più radicale, un’enfasi più forte agli interessi degli operai e dei contadini poveri che si erano ritrovati a mani vuote dopo la prima distribuzione della terra. Ma poi questa politica si dimostra un fallimento, in quanto i contadini poveri, i cui interessi sono quindi privilegiati, si rifiutano di appoggiare i bolscevichi e Lenin “rivolge il suo sguardo ancora verso i contadini medi”. In tal caso Lenin non ha scrupoli nel rafforzare da capo gli elementi di capitale privato, e gli alleati di prima, che sono ora cresciuti in modo indesiderato, vengono abbattuti con i cannoni, com’è avvenuto a Kronstadt.

Il potere, e niente di meno che il potere: è a questo che l’intera saggezza politica di Lenin in fine si riduce. Il fatto che i modi con i quali si ottiene, i mezzi che portano al potere, determinano a loro volta la maniera in cui tale potere è applicato, era una materia che gli interessava poco. Il socialismo, per lui, era in ultima istanza semplicemente una sorta di capitalismo di Stato, seguendo il “modello del servizio postale tedesco”. E questo capitalismo di Stato colse sulla sua strada, perché in realtà non c’era null’altro da prendere. Fu semplicemente una questione di chi sarebbe stato il beneficiario del capitalismo di Stato, e qui Lenin non diede la precedenza a nessuno. E pertanto George Bernard Shaw, tornando dalla Russia, fu alquanto corretto quando, in una lezione davanti alla Società Fabiana a Londra, affermò che “il comunismo russo non è niente più che la messa in pratica del programma fabiano che noi abbiamo predicato negli ultimi quarant’anni”.

Ancora nessuno, tuttavia, ha avuto il sospetto che i fabiani costituiscano una forza rivoluzionaria mondiale. E Lenin è di sicuro prima di tutto acclamato come un rivoluzionario mondiale, nonostante il fatto che il presente governo russo con il quale il suo “patrimonio” è amministrato diffonde smentite enfatiche quando la stampa pubblica articoli di brindisi russi alla rivoluzione mondiale. La leggenda della significatività mondiale rivoluzionaria di Lenin riceve il suo nutrimento dalla sua coerente posizione internazionale durante la guerra. Fu alquanto impossibile per Lenin a quel tempo concepire che una rivoluzione russa non avrebbe avuto ulteriori ripercussioni e sarebbe stata abbandonata a se stessa. C’erano due ragioni per questo punto di vista: primo, perché tale pensiero era in contraddizione con la situazione oggettiva risultante dalla guerra mondiale; e secondo, egli sosteneva che l’attacco delle nazioni imperialiste contro i bolscevichi avrebbe rotto la schiena della rivoluzione russa se il proletariato dell’Europa occidentale non fosse venuto in suo soccorso. La chiamata di Lenin per la rivoluzione mondiale era primariamente una chiamata in supporto e per il mantenimento del potere bolscevico. La prova che non fu molto più che questo è fornita dalla sua incoerenza in questa questione: in aggiunta alle sue richieste per la rivoluzione mondiale, allo stesso tempo venne fuori con il “diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi”, per la loro liberazione nazionale. Anche questa partita doppia proviene allo stesso modo dal bisogno giacobino dei bolscevichi di mantenere il potere. Con entrambi gli slogan le forze di intervento dei paesi capitalisti negli affari russi erano indebolite, in quanto la loro attenzione veniva deviata sui loro stessi territori e colonie. Ciò permise ai bolscevichi di respirare. Al fine di renderla più lunga possibile, Lenin istituì la sua Internazionale. Essa stabilì per se stessa un doppio compito: da una parte, subordinare i lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America alla volontà di Mosca; dall’altra, rafforzare l’influenza di Mosca sulle genti dell’Asia orientale. Il lavoro sul campo internazionale era modellato sul seguito del corso della rivoluzione russa. L’obiettivo era quello di combinare gli interessi dei lavoratori e dei contadini su scala mondiale e di controllarli attraverso i bolscevichi, per mezzo dell’Internazionale Comunista. In questo modo almeno il potere statale bolscevico in Russia riceveva supporto; e nel caso in cui la rivoluzione mondiale dovesse diffondersi veramente, il potere sul mondo sarebbe a portata di mano. Anche se il primo progetto aveva avuto successo, allo stesso tempo il secondo non era stato ultimato. La rivoluzione mondiale non fu in grado di progredire come un’imitazione allargata di quella russa, e le limitazioni nazionali della vittoria in Russia necessariamente fecero dei bolscevichi una forza contro-rivoluzionaria sul piano internazionale. Perciò anche la richiesta della “rivoluzione mondiale” fu convertita nella “teoria di costruire il socialismo in un solo paese”. E questa non è una perversione di una posizione leninista – come Trotsky, per esempio, asserisce oggi – ma la conseguenza diretta di una pseudo politica di rivoluzione mondiale perseguita da Lenin stesso.

Era chiaro a quel tempo, addirittura a molti bolscevichi, che la restrizione della rivoluzione alla Russia avrebbe fatto della rivoluzione russa stessa un fattore per il quale la rivoluzione mondiale sarebbe stata impedita. Così, per esempio, Eugene Varga scrisse nel suo libro “Problemi economici della dittatura del proletariato”, pubblicato dell’Internazionale Comunista (1921): “Esiste il pericolo che la Russia possa essere eliminata come forza motrice della rivoluzione internazionale…Ci sono comunisti in Russia che si sono stancati di aspettare la rivoluzione europea e sperano di trarre il meglio dal loro isolamento nazionale… Con una Russia che considererebbe la rivoluzione sociale degli altri paesi come una materia con la quale non avrebbe niente a che vedere, i paesi capitalisti sarebbero in ogni caso in grado di vivere pacificamente con rapporti di buon vicinato. Sono lontano dal credere che il soffocamento della rivoluzione russa sarebbe in grado di fermare il progresso della rivoluzione mondiale. Ma quel progresso sarebbe rallentato”. E con l’inasprirsi delle crisi interne in Russia intorno al quel periodo, non ci volle molto tempo prima che tutti i comunisti, incluso Varga stesso, maturassero la sensazione di cui Varga qui si lamenta. Infatti, ancora prima, addirittura nel 1920, Lenin e Trotsky si presero la briga di arginare le forze rivoluzionarie d’Europa. La pace in tutto il mondo era necessaria al fine di assicurare la costruzione del capitalismo di Stato in Russia sotto gli auspici dei bolscevichi. Era sconsigliabile avere questa pace disturbata dalla guerra o da nuove rivoluzioni, in entrambi i casi un paese come la Russia sarebbe stato tirato in ballo di sicuro. Perciò, Lenin impose, con divisioni e intrighi, un corso neoriformista al movimento dei lavoratori dell’Europa Occidentale, un corso che portò alla sua totale dissoluzione. Fu con parole argute che Trotsky, con l’approvazione di Lenin, accese la sollevazione nella Germania Centrale (1921): “Noi dobbiamo dire chiaro e tondo ai lavoratori tedeschi che consideriamo questa filosofia dell’offensiva come il più grande pericolo e nella sua applicazione pratica come il più grande crimine politico”. E in altre situazioni rivoluzionarie nel 1923, Trotsky dichiarò al corrispondente del Manchester Guardian, ancora con l’approvazione di Lenin: “Noi siamo certamente interessati alla vittoria della classe dei lavoratori, ma non è per niente nel nostro interesse che scoppi la rivoluzione in Europa, la quale è dissanguata ed esausta, e che il proletariato riceva dalle mani della borghesia nient’altro che rovine. Noi siamo interessati nel mantenimento della pace.” E dieci anni dopo, quando Hitler salì al potere, l’Internazionale Comunista non mosse un dito per prevenirlo. Trotsky non è solo in errore, ma rivela una perdita di memoria risultante senza dubbio dalla perdita della sua uniforme, quando oggi caratterizza il fallimento di Stalin nell’aiutare la Germania comunista come un tradimento dei principi del leninismo. Questo tradimento fu costantemente praticato da Lenin, e da Trotsky stesso. Ma in accordo con un detto di Trotsky, la cosa importante è certamente non cosa viene fatto, ma chi lo fa.

Stalin è, in realtà, il discepolo migliore di Lenin, per quanto riguarda il suo atteggiamento nei riguardi del fascismo tedesco. I bolscevichi non si sono neanche certamente fermati dall’entrare in alleanza con la Turchia e dal fornire supporto politico ed economico al governo di quel paese anche quando le misure più aspre erano state prese contro i comunisti – misure che frequentemente eclissarono persino le azioni di Hitler.

In visione del fatto che l’Internazionale Comunista nella misura in cui essa stessa continua a funzionare è meramente un’agenzia del settore turistico russo, in vista del collasso in tutti i paesi dei movimenti comunisti controllati da Mosca, la leggenda di Lenin il rivoluzionario mondiale è senza dubbio talmente indebolita che si potrebbe contare sulla sua scomparsa nel futuro prossimo. E di sicuro anche oggi i ruffiani dell’Internazionale Comunista non operano più con l’idea della rivoluzione mondiale, ma parlano della “Patria dei lavoratori”, dalla quale attingono il loro entusiasmo finché non sono forzati a viverci come lavoratori. Quelli che continuano ad acclamare Lenin come il rivoluzionario mondiale par excellence in realtà si entusiasmano per nulla più che i sogni politici di potere mondiale di Lenin, sogni che scemano nel nulla alla luce del giorno.

La contraddizione esistente tra la significatività storica reale di Lenin e quella che è generalmente ascritta a lui è più grande e allo stesso tempo più inscrutabile di quella di qualsiasi altro personaggio agente nella storia moderna. Abbiamo mostrato che non può essere considerato il responsabile del successo della rivoluzione russa, e anche che la sua teoria e pratica non può, come si fa spesso, essere apprezzata come d’importanza rivoluzionaria mondiale. Né, malgrado tutte le affermazioni contrarie, Lenin può essere considerato come uno che ha esteso o integrato il Marxismo. Nel lavoro di Thomas B. Brameld intitolato “Un approccio filosofico al comunismo”, recentemente pubblicato dall’Università di Chicago, il comunismo è ancora definito come “una sintesi delle dottrine di Marx, Engels e Lenin.” Non è solo in questo libro, ma anche in generale, e in particolare nella stampa del partito comunista, che Lenin è piazzato in tale relazione con Marx ed Engels. Stalin ha denotato il leninismo come il “marxismo nel periodo dell’imperialismo”. Tale posizione, tuttavia, ricava la sua unica giustificazione da un’infondata sopravalutazione di Lenin. Lenin non ha aggiunto al marxismo un singolo elemento che può essere giudicato come nuovo e indipendente. La prospettiva filosofica di Lenin è il materialismo dialettico come sviluppato da Marx, Engels e Plekhanov. È a questo che si riferisce in connessione con tutti i problemi importanti: è il suo criterio in ogni cosa e la sua corte d’appello finale. Nel suo principale lavoro filosofico, “Materialismo ed Empirocriticismo”, Lenin semplicemente ripete Engels tracciando le opposizioni dei diversi punti di vista filosofici intaccando la grande contraddizione: Materialismo vs Idealismo. Mentre per la prima posizione, la Natura è primaria e la Mente secondaria; per l’altra è vero esattamente l’opposto. Questa formulazione precedentemente nota è documentata da Lenin con materiale aggiuntivo proveniente dai vari campi di conoscenza. E così non si può pensare a un arricchimento essenziale della dialettica marxiana da parte di Lenin. Nel campo della filosofia, parlare di una scuola leninista è impossibile.

sabato 11 settembre 2010

Il contenuto economico del Socialismo. Marx vs Lenin

Il seguente articolo fa un’accurata descrizione di quello che Marx pensava. Se noi, dopo 150 anni, dovremmo pensare esattamente la stessa cosa su alcuni punti, è un’altra questione. Per esempio, non penso che abbiamo ancora bisogno di pensare in termini di un lungo “periodo politico di transizione” tra la cattura del potere politico da parte della classe lavoratrice di mentalità socialista e l’istituzione della “prima fase” della società socialista/comunista; né che abbiamo bisogno di pensare di dover usare i “buoni lavoro” in questa prima fase. Entrambi sono stati resi non necessari dal tremendo sviluppo delle forze di produzione dai tempi di Marx; il che significa che il socialismo/comunismo può essere istituito molto rapidamente dopo la cattura del potere politico e che possiamo far ricorso abbastanza velocemente al pieno libero accesso secondo i bisogni autodeterminati.

Il contenuto economico del Socialismo. Marx vs Lenin

venerdì 13 agosto 2010

Il bisogno di socialismo

La storia del XX secolo è stata caratterizzata da rivoluzioni, controrivoluzioni, colpi, crolli di regime e guerre di genocidio. Il capitalismo sembra aver eliminato tutti i possibili rivali, benché ancora non risponda ai bisogni fondamentali della gente.

È vero che la privazione materiale – almeno in questa parte del mondo – è minore rispetto a quando il Partito Socialista della Gran Bretagna venne formato nel 1904. Ma è anche vero che da allora c’è stato uno sviluppo tremendo delle forze di produzione – i mezzi tecnici di produzione sufficienti per tutti – cosicché, malgrado l’incremento della popolazione mondiale che vi è stato nel frattempo, non vi è oggi uomo, donna o bambino in qualsiasi parte del mondo che dovrebbe fare a meno di cibo decente, vestiario, protezione o qualsiasi altra amenità della vita. Il fatto che la maggior parte della popolazione mondiale non abbia abbastanza per vivere decentemente serve da accusa potente al presente ordine sociale, il capitalismo.

Contraddizione fondamentale

Il motivo per essere contro il capitalismo e a favore del socialismo è sempre stato semplice. Con la divisione del lavoro risultante dall’uso di macchine e tecnologie sempre più sofisticate, l’umanità già coopera per produrre ciò che è necessario per sostenere la vita e l’attività sociale, ma quello che viene prodotto non appartiene a quelli che lo producono – la classe lavoratrice, coloro i quali sono obbligati a vendere le loro energie mentali e fisiche per vivere e che costituiscono la travolgente maggioranza della società – ma a una minuscola minoranza di persone privilegiate che, per circostanze storiche, possiede e controlla i mezzi di produzione della ricchezza.

Di conseguenza ciò che è prodotto appartiene a questa minoranza e quindi non è a disposizione dei membri della società per essere preso e usato per soddisfare i loro bisogni. I prodotti sono resi a loro disponibili solamente contro pagamento, ma quello che noi della classe lavoratrice possiamo permetterci è limitato dalla misura del nostro assegno salariale o stipendiale, il quale è sempre minore del nuovo valore incorporato in quello che produciamo. La differenza è il profitto – la fonte delle entrate privilegiate della minoranza possedente e lo scopo principale della produzione. Così, non solo il libero accesso a ciò che è prodotto è negato a quelli che, collettivamente, lo producono, ma quello che deve essere prodotto è dettato non da ciò che la gente vuole e necessita, ma da ciò che è maggiormente proficuo.

Questa contraddizione tra la produzione cooperativa/collettiva e l’appropriazione privata della produzione, risultante dai mezzi di produzione che sono monopolizzati da una minoranza, è la causa originaria dei problemi affrontati dalla classe lavoratrice maggioritaria in tutti i campi della vita.

Promettere di risolvere questi problemi, per es. l’alloggiamento, il trasporto, l’ambiente, la disponibilità di cibo, è la materia dei politici, ma i partiti e i politici che votiamo non li risolvono mai. Non perché sono disonesti o non abbastanza determinati o egoisti, ma perché non possono. I problemi che promettono di risolvere sono causati dal capitalismo e perciò non possono mai essere risolti finché al capitalismo è permesso di continuare.

Il capitalismo non può operare per tutti

Il capitalismo, essendo un sistema di profitto basato sul possedimento di classe dei mezzi di produzione, non può mai essere organizzato per operare nell’interesse di tutti. Esso mette sempre i profitti al primo posto. È la sua natura, la quale non può essere cambiata da nessun governo o da nessun altra forma di attività nel contesto del possedimento di classe e della produzione per profitto.

Questo è il motivo per cui il riformismo, che è un tentativo di fare operare il capitalismo nell’interesse di tutti, è in definitiva inutile. Al massimo può solamente piallare un po’ alcune delle parti più scabrose, almeno per alcune persone e per un periodo, ma non può mai risolvere i problemi dei lavoratori salariati o stipendiati.

Questa è la situazione; ciò che la classe lavoratrice, come classe che soffre di più per i problemi causati dal capitalismo, dovrebbe essere impegnata a fare è porre fine alle contraddizioni tra cooperazione nella produzione e appropriazione privata dei prodotti. Ciò può essere fatto solamente portando il possedimento in linea con la realtà produttiva, determinando una situazione dove ciò che è prodotto collettivamente è anche posseduto collettivamente; il che è possibile solamente quando i mezzi per produrre ricchezza sono diventati la proprietà comune di tutti i membri della società.

La soluzione socialista

Questo – la proprietà comune e il controllo democratico dei mezzi di produzione da parte e nell’interesse della società nel complesso – è il socialismo ed è l’unico scopo politico per cui vale la pena adoperarsi. Esso soltanto può fornire la struttura nella quale la produzione può essere “riorientata” non per realizzare profitti a favore di una classe possedente, ma per fornire ciò che la gente vuole e necessita. Sulle basi della proprietà comune e del controllo democratico, abbastanza cibo, vestiario, alloggio, trasporto, energia e altre necessità della vita potrebbero, dovrebbero e sarebbero prodotte per assicurare che nessuno, in nessuna parte del mondo, sia senza ciò di cui ha bisogno. La privazione materiale e le preoccupazioni riguardanti il soddisfacimento dei bisogni materiali – attorno alle quali gira oggi la maggior parte delle vite della gente – non esisterebbero più.

Ma il socialismo non riguarda solo il soddisfacimento dei bisogni materiali della gente. Quello nel socialismo sarà solo routine, una cosa data per scontato. Riguarderà anche il permettere a noi esseri umani di comportarci come gli animali sociali che, biologicamente, siamo. Noi non siamo solamente dipendenti l’uno dall’altro materialmente – dalla cooperazione per produrre ciò di cui abbiamo bisogno – ma anche psicologicamente e culturalmente. Ci siamo evoluti attraverso la cooperazione e abbiamo bisogno di cooperare e sentirci parte di una comunità come altri esseri umani, ma il capitalismo ci nega questo, perché si basa sulla competizione anziché sulla cooperazione. Vi è competizione non solo tra la classe possedente e la maggioranza esclusa – la cosiddetta lotta di classe – ma anche tra i membri della classe possedente per fare profitti – il che, su scala mondiale, porta a guerre e a preparativi per la guerra, per le fonti di materie prime, le rotte commerciali, i mercati e gli sbocchi di investimento – e tra i membri della maggioranza esclusa per i lavori e gli alloggi, alimentando nazionalismo, razzismo e xenofobia.

Il socialismo, mettendo fine alla divisione della società in classi antagoniste, e assicurando che vengano soddisfatti tutti a bisogni materiali di ogni essere umano, fermerà la corsa sfrenata al successo cui siamo costretti a partecipare sotto il capitalismo e creerà una vera comunità e un vero senso di comunità. La gente non sarà più alienata dalla sua natura sociale e dagli altri esseri umani.

In che modo arrivare al socialismo?

Quelli che costituirono il Partito Socialista in Gran Bretagna ebbero un’idea chiara di come il socialismo dovrebbe succedere: attraverso la classe di maggioranza lavoratrice che giunge a capire che essa è una classe sfruttata alla quale il capitalismo non ha niente da offrire, e con l’organizzazione sul campo politico, inseguendo senza compromessi l’unico scopo di strappare il controllo del potere politico alla classe capitalista in modo da usarlo per mettere fine al monopolio esistente della minoranza capitalista sui mezzi di produzione della ricchezza. Questa espropriazione politica e quindi economica veniva vista come un atto consapevole, democratico e politico.

Essa veniva vista come un atto rivoluzionario, non nel senso di rivolta e spargimento di sangue, ma nel senso di un passaggio decisivo, di una rottura, con la rapida conversione dei mezzi di produzione dal monopolio classista di una minoranza alla proprietà comune di tutta la gente. In altre parole, una rivoluzione sociale vista come un rapido e improvviso cambiamento nelle basi della società attuato con i mezzi politici.

A quel tempo c’erano altri che si facevano chiamare socialisti, che proponevano un altro approccio: la graduale trasformazione del capitalismo in socialismo attraverso una serie di riforme sociali che avrebbero dovuto migliorare le condizioni della classe lavoratrice con l’integrazione dei loro salari derivante da benefici statali e che avrebbero dovuto convertire le industrie individuali, una dopo l’altra, in servizi pubblici producendo ciò di cui la gente aveva bisogno non per profitto. Questo andava sotto vari nomi: gradualismo, fabianismo, revisionismo (quando proposto da ex-rivoluzionari marxisti), riformismo.

Il gradualismo fallisce

Questa strategia nega la necessità di una maggioranza socialista consapevole come condizione preliminare per istituire il socialismo. Secondo i suoi proponenti, tutto ciò che era necessario era una maggioranza parlamentare acquisita sulla base di voti per un programma di riforme da essere realizzate nel capitalismo. È stata una strategia sperimentata, in Gran Bretagna, nel 1945 quando il Partito Laburista ebbe una vittoria elettorale schiacciante che gli diede un’enorme maggioranza parlamentare.

Ma non funzionò. Il Partito Laburista, avendo preso la responsabilità di governare il capitalismo, si rese conto, come durante i governi di minoranza in Inghilterra nel 1924 e 1929-1931, che il capitalismo doveva essere governato seconde le proprie regole: cioè la priorità doveva essere data alla produzione di profitto non a miglioramenti sociali per i lavoratori; di fatto, anche i salari dovevano essere contenuti. I governi laburisti di Wilson e Callaghan negli anni 1960 e 1970 non andarono meglio nel riformare il capitalismo nell’interesse di quelli che dipendevano da un salario o uno stipendio per vivere. Inoltre, quei governi finirono con l’amministrare il capitalismo secondo le sue regole, cioè nell’interesse della produzione per il profitto e contro gli interessi degli stipendi e dei salari guadagnati dalla maggioranza. Così fecero tutti i governi simili in altre parti del mondo.

L’esperienza del XX secolo ha mostrato che i gradualisti sbagliano. Tali partiti, invece di cambiare gradualmente il capitalismo, sono stati loro stessi cambiati dal capitalismo. Oggi, addirittura non pretendono di andare verso il socialismo, ma solamente di essere in grado di amministrare il capitalismo in una maniera più efficiente.

I membri del Partito Socialista in Gran Bretagna non erano gli unici critici del riformismo gradualista. I primi membri inizialmente si vedevano come parte della corrente del movimento socialdemocratico che si opponeva al revisionismo e all’opportunismo che si stavano diffondendo all’interno del movimento socialista. Tuttavia, la maggior parte degli altri oppositori del gradualismo prima della prima guerra mondiale, inclusa Rosa Luxemburg, autrice di un opuscolo con il titolo “Riforma o Rivoluzione?”, non videro il pericolo di cercare il sostegno di non-socialisti e la possibilità di diventare loro prigionieri, cioè di un partito socialista che sostenesse le riforme. Dopo il vergognoso crollo del movimento socialdemocratico internazionale quando la guerra irruppe, molti degli altri antigradualisti tornarono al bolscevismo di Lenin per una strategia alternativa.

Anche l’azione minoritaria ha fallito

Laddove i gradualisti sono sempre rimasti a favore di metodi democratici e di azione maggioritaria anche se da parte di non-socialisti, Lenin sosteneva che sotto il capitalismo solo una minoranza sarebbe stata in grado di raggiungere la consapevolezza socialista e che perciò questa minoranza aveva il dovere di organizzarsi come un partito di avanguardia per afferrare il potere per conto della maggioranza.

In altre parole, la strategia alternativa leninista non era un’azione politica socialista conscia e maggioritaria del tipo che sosteneva il Partito Socialista in Gran Bretagna, ma un’azione minoritaria: il socialismo doveva essere introdotto da una dittatura esercitata da una minoranza di socialisti. Così è come fu presentata la presa del potere dei bolscevichi nel corso della rivoluzione russa del 1917. Questa non poteva mai essere una via per raggiungere il socialismo, poiché il socialismo può solo esistere su una base democratica con partecipazione maggioritaria nelle decisioni che vengono prese. E, infatti, il socialismo non è stato raggiunto. Invece che portare al socialismo, la dittatura bolscevica in Russia ha portato a un capitalismo di stato in cui i “socialisti” di avanguardia sono diventati una nuova classe dominante che ha poi esercitato una brutale dittatura sui lavoratori della Russia.

Il XX secolo ha confermato che né la dittatura di minoranza né il riformismo parlamentare possono essere una via al socialismo. La cosa peggiore è stata che la dittatura russa ha rivendicato di essere socialista, con il risultato che milioni di lavoratori in tutto il mondo sono stati scoraggiati dall’idea stessa del socialismo. A dire la verità, il socialismo sta ancora soffrendo per questa sgradita eredità, con la diffusa idea che “il socialismo sia stato sperimentato (in Russia) e sia fallito”.

In realtà il socialismo non è stato sperimentato. Ciò che è stato sperimentato sono due strategie – il riformismo gradualista e la dittatura di minoranza leninista. Entrambe sono fallite. Ciò che non è stato provato è la strategia proposta dai membri fondatori del Partito Socialista della Gran Bretagna nel 1904: un’azione politica consapevole, maggioritaria, rivoluzionaria.

Così come il socialismo rimane urgente oggi come lo era nel 1904, lo è anche quella strategia. “Niente socialismo senza socialisti” rimane un’idea valida oggi come lo era allora. E “il formare socialisti”, come un passo verso l’emergere di un desiderio maggioritario per il socialismo, rimane il compito di quelli che vogliono vedere un mondo socialista di proprietà comune, controllo democratico, produzione per soddisfare i bisogni della gente e libera distribuzione secondo il principio “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”.

(Traduzione da Socialist Standard, gennaio 2005)

giovedì 12 agosto 2010

I boom e le crisi – che cosa li causa?

Le “Recessioni”, i “Crolli” o le “Crisi”, come vengono chiamati in vario modo, sono ora accettati come parte del tutto regolare della vita economica. I politicanti ora razionalizzano tali crisi, descrivendole come una “sofferenza necessaria” che deve essere talvolta sopportata. In definitiva, è l’economia che controlla i politicanti e non il contrario.

Che cos’è una Crisi Economica?

Le crisi economiche sono periodi di crescita economica bassa o perfino negativa. Questo significa che i livelli di produzione sono più bassi e ciò comporta aumento di disoccupazione. Come risultato, la posizione contrattuale dei lavoratori è indebolita e le loro retribuzioni declinano.

Il Cambiamento negli Atteggiamenti

Una volta molti economisti pensavano che le crisi economiche fossero evitabili. Quando Karl Marx disse che il capitalismo inevitabilmente si sviluppa in modo instabile con periodi sia di espansione che di contrazione, la sua teoria fu fieramente respinta da molti.

Nel suo principale lavoro, Il Capitale, Marx formulò la legge fondamentale del progresso capitalista nei seguenti termini:

L’enorme capacità di espansione a grandi sbalzi del sistema delle fabbriche, e la sua dipendenza dal mercato mondiale, hanno per necessario effetto una produzione febbrile e quindi una congestione dei mercati, con la contrazione dei quali subentra una paralisi. La vita dell’industria si trasforma in una successione di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e ristagno. (1)

In quel periodo e per alcuni decenni successivi, gli economisti capitalisti reclamarono che le crisi e i crolli non fossero una parte integrante del capitalismo stesso ma piuttosto determinati da interferenze esterne con il libero mercato. Videro le “irregolarità di mercato” quali l’eccessivo potere dei sindacati, le restrizioni sul liberoscambismo o l’incorretta politica monetaria del governo come la causa delle crisi economiche.

Questa visione che se il libero mercato fosse lasciato libero di agire non ci sarebbero crisi di nessun tipo era basata sulla dottrina proposta dall’economista francese dell’inizio del diciannovesimo secolo J. B. Say, secondo la quale

ogni venditore porta un compratore al mercato.

Certamente, se ogni bene prodotto venisse veramente comprato allora non ci sarebbero crisi economiche (questo è vero per definizione). Tuttavia, tale presupposto è basato su un ragionamento difettoso. Marx così lo espone:

Nulla può essere più sciocco del dogma che la circolazione delle merci determini un necessario equilibrio di vendite e acquisti… ciò che è implicito in tale asserzione è che ogni venditore si porta al mercato il suo compratore… Ma non è detto che uno compri immediatamente perché ha venduto. (2)

Alcuni oggi credono ancora nella visione data da Say. I più ora accettano che gli eventi abbiano provato che il libero mercato sia incapace di provvedere alla crescita duratura quanto gli interventi restrittivi statali. Benché la visione marxista sia ora implicitamente accettata, relativamente pochi comprendono il perché.


Marx vs Keynes

Secondo Marx, la divisione nel capitalismo tra i compratori e i venditori di merci innalza la possibilità di crisi e di depressioni economiche, dal momento che i possessori di denaro non sempre trovano nel loro interesse trasformare immediatamente il denaro in merci. Perciò, finché la compravendita, il denaro, i mercati e i prezzi continueranno a esistere, esisterà anche il ciclo economico.

Ai tempi della Grande Depressione degli anni ’30, la maggior parte degli economisti arrivò a essere d’accordo sul fatto che i crolli erano parte integrante del capitalismo, avendo seguito la guida nel loro tempo fornita da John Maynard Keynes. Come Marx prima di lui, Keynes disse che la Legge di Say era insensata e che il libero mercato non portava naturalmente a un punto di equilibrio di piena occupazione con crescita sostenuta. Il capitalismo, disse, se fosse lasciato libero di agire, ristagnerebbe come fece dopo il Crollo di Wall Street dell’ottobre del 1929. Keynes e i suoi seguaci scelsero la visione che, come il capitalismo si sviluppava, la tendenza osservabile del sistema di concentrare la ricchezza in sempre meno mani porterebbe a eccessivo risparmio, al fare provvista di ricchezza e a un declino nella domanda complessiva. Questo subito dopo farebbe piombare il capitalismo in un crollo prolungato.

Keynes, nell’elaborare una dottrina economica con l’intento di influenzare i governi in tutto il mondo, sostenne che l’intervento del governo era necessario per prevenire future crisi. I governi dovevano aumentare le tasse su quelli con meno probabilità di spendere ampie parti del loro reddito, e dirigere i fondi verso quelli che lo facevano. Inoltre, i governi dovevano intraprendere azioni per assicurare un adeguato livello di domanda nell’economia, aumentando la spesa e facendo deficit di bilancio dove necessario.

Il commercio mondiale nel 1932 fu poco più di un terzo di quello che fu prima del Crollo di Wall Street. I due paesi più influenzati furono gli USA, dove la disoccupazione superò i tredici milioni, e la Germania dove si mantenne a sei milioni e aiutò a spingere per la salita al potere di Hitler. In Gran Bretagna più di tre milioni di persone, ossia il venti percento della forza lavoro, nel 1932 erano disoccupate.

I rimedi di Keynes della spesa statale aumentata e dei deficit di bilancio furono messi in pratica dal 1933 in poi negli USA dall’amministrazione dei democratici sotto Roosevelt. La disoccupazione calò per un periodo di tempo, ma non di più di quanto in Gran Bretagna, che non aveva ancora agito in maniera keynesiana e che operò direttamente politiche opposte. Il 1938 vide l’arrivo di una depressione nuova di zecca negli Stati Uniti che diminuì soltanto durante la Seconda Guerra Mondiale. La prognosi iniziale per l’intervento keynesiano non fu perciò buona, anche se l’alternativa del libero mercato sembrava morta e sepolta.

Dopo la seconda guerra mondiale, i vari paesi capitalisti basati sull’impresa privata adottarono le raccomandazioni di Keynes a gradi variabili, essendo guardinghi nei confronti di un’altra possibile Grande Depressione e del tumulto sociale che poteva causare, e fiduciosi che il libero mercato senza impedimenti fosse una cosa del passato. Nonostante ciò, la maggior parte dei paesi continuò con il ciclo economico operando come prima, anche se non c’era nessuna grande depressione. Una delle poche eccezioni fu la Gran Bretagna. Nel Regno Unito la crescita rimase relativamente forte per tutti gli anni ‘50 e ‘60 e la disoccupazione non superò mai le 900.000 unità. I sostenitori delle politiche keynesiane affermarono che fu un trionfo dell’amministrazione della domanda da parte del governo.

La storia susseguente dell’economia in Gran Bretagna fu il provare quanto sbagliate esse fossero. Dopo la guerra la Gran Bretagna aveva raggiunto una posizione relativamente vantaggiosa nel mercato mondiale per molte merci, con i rivali come la Germania e la Francia economicamente devastati. Per del tempo la Gran Bretagna emerse come uno dei maggiori produttori di veicoli a motore, di aeroplani, di prodotti chimici, di corrente elettrica e di altre merci. Per la fine degli anni ‘60, tuttavia, i rivali della Gran Bretagna erano aumentati, facendo competizione sulla base della nuova e migliorata tecnologia che venne introdotta come conseguenza della devastazione del tempo di guerra. Negli ultimi anni ‘60 e nei primi anni ‘70, il classico ciclo economico cominciò a riaffermare se stesso furiosamente sull’economia britannica – alla fine promuovendo un ritorno alle politiche del libero mercato negli anni ‘80. La disoccupazione salì, sfondando la barriera di 1.000.000 per la prima volta dal 1945 sotto il Primo Ministro Edward Health nei primi anni ‘70.

Una Guida Passo dopo Passo

In verità, la sola esistenza della compravendita innalza sempre la possibilità di crisi, ma la spinta ad accumulare capitale – la linfa vitale del capitalismo – assicura che periodicamente le crisi diventino estremamente una realtà, e i politicanti non possono fare nulla per prevenirle. Quando il capitalismo è in fase di boom, le imprese sono in una posizione in cui i loro profitti stanno aumentando, il capitale si sta accumulando e il mercato è affamato di più merci. Ma questa situazione non dura. Le imprese sono in una lotta perpetua per i profitti – hanno bisogno di profitti per essere in grado di accumulare capitale e perciò sopravvivere contro i loro competitori. Durante un boom questo inevitabilmente porta alcune imprese – tipicamente quelle che sono cresciute più rapidamente – a sovraestendere le loro attività per il mercato disponibile.

Nel capitalismo, le decisioni riguardo all’investimento e alla produzione sono prese da migliaia di imprese in competizione che operano senza controllo sociale o regole. La spinta competitiva ad accumulare capitale costringe le imprese a espandere le loro capacità produttive come se non ci fosse alcun limite al mercato disponibile per le merci che stanno producendo.

La crescita non è pianificata ma governata dall’anarchia del mercato. La crescita di un’industria non è collegata alla crescita delle altre industrie ma semplicemente all’aspettativa di profitto, e ciò dà luogo ad accumulazione e crescita sbilanciate fra i vari rami della produzione. L’accumulazione eccessiva di capitale in alcuni settori dell’economia presto appare come una sovrapproduzione di merci. I beni si accumulano, non possono essere venduti, e le imprese che hanno sovraesteso le loro attività devono tagliare sulla produzione.

Come le merci giacciono invendute le rendite e i profitti cadono, rendendo l’ulteriore investimento allo stesso tempo più difficoltoso e meno proficuo. L’accumulazione va in stallo, il risparmio e la tesaurizzazione aumentano e le forze instabili del denaro e del credito presto trasmettono la depressione agli altri settori dell’economia. Quelle che inizialmente erano le imprese sovraestese tagliano sull’investimento e questo porta a una caduta nella domanda per i prodotti dei loro fornitori, i quali a loro volta sono obbligati a tagliare, causando delle difficoltà ai loro fornitori (i fornitori dei fornitori) e così via. I profitti cadono, i debiti crescono e le banche spingono in su i tassi d’interesse e contraggono il loro prestito in una viziosa spirale verso il basso di contrazione economica. In questo modo, ciò che ha inizio come una parziale sovrapproduzione per mercati particolari viene trasformata in sovrapproduzione generale con la maggior parte dei settori dell’industria influenzati.

Le crisi e i crolli immancabilmente seguono questo modello generale. Qualche volta la sovrapproduzione iniziale ha luogo in industrie di beni di consumo, come avvenne nel 1929, e si estende da quel punto. In altri casi, come nella metà degli anni 1970, la sovraestensione iniziale è nel settore dei beni dei produttori dove le imprese producono nuovi mezzi di produzione come l’acciaio industriale o l’apparecchiatura robotica. Nella crisi dei primi anni ‘90 uno dei maggiori fattori fu la sovraestensione del settore della proprietà commerciale e alcune delle appena sorte industrie high-tech. Qualunque sia la causa, il risultato è sempre lo stesso – produzione in caduta, fallimenti in aumento, tagli delle retribuzioni e disoccupazione, con un’annessa crescita nella povertà.

In una crisi vi è simultaneamente un problema di domanda di mercato in caduta accanto ai profitti in declino. Chi prova a occuparsi di un problema (diciamo la domanda dei consumatori) a costo dell’altro (profitti) come hanno fatto i keynesiani, non migliorerà la situazione.

Un numero di cose completamente distinte e separare devono succedere prima che una crisi possa mettere in azione il suo corso. Innanzitutto, il capitale si trova a essere annientato se la capacità produttiva eccessiva deve essere affrontata con capitale svalutato che è comprato a buon mercato da quelle imprese nella migliore posizione per scampare alla crisi. In secondo luogo, facendo in modo che abbia luogo il rifornimento dei bisogni, con merci sovraprodotte accaparrate a buon mercato o ammortizzate completamente. L’investimento non riprenderà, se c’è ancora sovrapproduzione. In terzo luogo, dopo che questo è accaduto vi è la necessità di un incremento del saggio di profitto industriale aiutato sia dai tagli delle retribuzioni reali che dalla caduta dei tassi d’interesse (che decrescono naturalmente quando la domanda per più capitale monetario diventa meno intensa nella crisi). Questo aiuterà a rinnovare l’investimento e ad aumentare l’accumulazione. Inoltre, se si vuole che il recupero sia sostenuto, un’ampia parte del debito fatto durante gli anni del boom dovrà essere liquidata, se non esiste per agire come un erpice sulla futura accumulazione. Attraverso questi meccanismi una crisi aiuta a costruire le condizioni per la futura crescita, liberando il capitalismo delle unità inefficienti di produzione.

Ciclo Continuo

Quando questi processi hanno messo in azione il loro corso, l’accumulazione e la crescita possono iniziare un’altra volta con il capitalismo che crea ancora una situazione di boom che sarà inevitabilmente seguita da una crisi e da un crollo. Questa è stata la storia del capitalismo da quando si è sviluppato per la prima volta. Nessun intervento riformatore da parte dei governi – per quanto sinceri – ha impedito o può impedire a questo ciclo di operare. I sostenitori del laissez faire e il libero mercato hanno fallito e così gli interventisti keynesiani. Oggi, quando si trovano di fronte al ciclo economico, i sostenitori del capitalismo non hanno nulla da gestire.

Il ciclo economico dimostra l’impotenza dei riformisti e dei politici, ed è un ulteriore stato d’accusa del sistema capitalista nel complesso, che porta miseria per milioni di lavoratori i quali perdono i loro lavori, vanno in fallimento o si trovano con le loro retribuzioni ridotte e le loro condizioni di lavoro peggiorate. E lontano dall’essere un’aberrazione, questo ciclo di miseria è il ciclo naturale del capitalismo.

Regno Unito, agosto 1996

Fonti:
(1) Il Capitale – Libro Primo, K. Marx, Capitolo 13 – Macchine e grande industria, Par. 7
(2) Il Capitale – Libro Primo, K. Marx, Capitolo 3 – Il denaro e la circolazione delle merci, Par. 2

(Traduzione da www.worldsocialism.org)

Il socialismo va contro la natura umana?

Quanto spesso sentiamo dire “È la natura umana”? E generalmente di un tratto antisociale del comportamento, come se non potesse essere evitato? Curiosamente, non si sente spesso dire delle cose migliori che la gente può fare. Nel sentire che qualcuno ha rischiato la sua vita nel salvare un altro, per qualche ragione non siamo portati a dire “Sì, è la natura umana”.
Prevalentemente, l’idea della “natura umana” è un riflesso di una società divisiva che è incapace di creare una vita decente per tutti i suoi membri. Questo fallimento è quindi razionalizzato come una visione pessimistica per la quale tutte le persone (soprattutto le altre persone) sono inerentemente egoiste, ingorde e pigre. Questa visione è stata usata come un’obiezione al socialismo, nella quale tutti gli esempi cattivi del comportamento umano sotto il capitalismo sono utilizzati per sostenere che una società basata sull’uguaglianza e la cooperazione volontaria è impossibile.

Non siamo programmati geneticamente

Questo pregiudizio è anche rinforzato da argomenti che asseriscono che il nostro comportamento e le nostre relazioni risultano dal modo in cui siamo biologicamente o geneticamente programmati. Questi argomenti puntano sulla competizione, sul comando, sull’essere possessivo, sull’aggressione, sull’ineguaglianza sociale e sessuale e su un presunto impulso a essere territoriali ma, ancora, tutti questi sono modelli di comportamento che riflettono il capitalismo.
L’arrivo del capitalismo è un fenomeno relativamente recente nella storia umana, il novanta per cento di essa è stata spesa vivendo come raccoglitori/cacciatori, in piccole tribù che si muovevano da luogo a luogo. Ciò finì con il sorgere dell’agricoltura stabile circa dieci mila anni fa e seguirono una varietà di forme differenti di organizzazione sociale nelle diverse parti del mondo. Se le nostre sistemazioni sociali fossero determinate dalla nostra biologia, allora questa diversità di comportamenti, di relazioni e di cultura umani non sarebbero mai sorte.
La reale prova scientifica mostra che gli umani sono in grado di adattarsi per far fronte alle sfide presentate dall’ambiente naturale e sociale in cui si sono trovati a vivere. La dimostrazione proveniente dal progetto ora completato del genoma umano sostiene il punto di vista dell'adattabilità degli esseri umani. Il dott. Craig Venter, Presidente e capo ufficio scientifico del Celera Geonomics (l’azienda privata che vuole brevettare i geni per profitto e quindi non qualcuno che può essere sospettato di inclinazioni anticapitaliste o prosocialiste) dichiarò in un comunicato stampa ufficiale distribuito dalla rivista Science che pubblicò i risultati della sua azienda nella sua pubblicazione del 16 febbraio 2002:
“Ci sono molte sorprese da questo primo sguardo al nostro codice genetico che hanno importanti implicazioni per l’umanità. Dall’annuncio del 26 giugno del 2000 la nostra conoscenza del genoma umano è cambiata nelle parti più fondamentali. Il piccolo numero di geni – 30.000 invece di 140.000 – sostenevano il concetto che non siamo rigidamente cablati. Ora sappiamo che il concetto secondo cui un gene porta a una proteina e forse a una malattia è falso. Un gene porta a molti prodotti differenti e quei prodotti-proteine possono cambiare drammaticamente dopo che sono stati prodotti. Sappiamo che le regioni del genoma che non sono geni possono essere la chiave della complessità che vediamo negli umani. Ora sappiamo che l’ambiente agendo secondo questi passi biologici può essere fondamentale nel fare noi quello che siamo. Nello stesso modo l’insolitamente piccolo numero di variazioni genetiche che avvengono nei geni di nuovo suggeriscono un ruolo significativo delle influenze dell’ambiente nello sviluppo di ogni nostra unicità.”

La produzione di strumenti, il linguaggio e il pensiero

Mentre la natura genetica degli esseri umani lascia molta libertà d’azione per la variazione nel comportamento, ci sono certe caratteristiche che tutti condividiamo e che ci distinguono dalle altre specie. Queste includono l’abilità di camminare eretti, la visione a colori binoculare, le mani con pollici opponibili, organi capaci di parola, e l’abilità di pensare concettualmente. Queste caratteristiche fisiche hanno portato alla versatilità della specie umana come personificata nel loro lavoro ma anche al comportamento sociale come l’accumulazione di esperienze condivise che possono essere trasmesse attraverso le generazioni. Lo sviluppo di strumenti, dalla tecnica della lavorazione della selce durante il periodo paleolitico ai computer e ai veicoli spaziali di oggi, è fondamentale per la comprensione della storia umana.
Può essere stato che questa tradizione della produzione di strumenti abbia giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della consapevolezza umana. Gli strumenti fatti dall’iniziale genere umano oggettivarono l’esistenza dei creatori degli strumenti e in contemplazione di ciò essi diventarono consci delle proprie esistenze. Questo riflesso delle loro vite nelle loro creazioni possono aver condotto a un’elevata consapevolezza di sé e a una capacità di pensare in un periodo di tempo esteso fatto di passato, presente e futuro. Il linguaggio poté poi svilupparsi dai riferimenti di base agli oggetti materiali ai più alti livelli di pensiero astratto che espressero uno sviluppo, la visione più complessa del loro mondo. Ciò avvenne proprio quando quella umanità creò idee e cultura, diventando meno istintiva e più decisionale. Attraverso l’interazione dinamica tra le caratteristiche umane e l’ambiente che era essenzialmente il processo lavorativo, gli esseri umani non solo modificarono le loro condizioni di vita, ma cambiarono anche loro stessi. Ciò che questo richiese non fu una serie invariabile di modelli comportamentali programmati dalla codificazione genetica, ma adattabilità.

Siamo predisposti alla cooperazione

Ma nulla di questo sarebbe stato possibile senza la cooperazione. Sebbene non possiamo dire che la cooperazione sia programmata nei nostri geni, essa è certamente predisposta dalla nostra composizione fisica. Il punto di vista che la cooperazione fosse essenziale alla sopravvivenza e allo sviluppo della società umana è stato recentemente sostenuto dal lavoro dell’antropologo Andrew Whiten. Egli sostiene che l’egualitarismo, la condivisione e la mancanza di dominazione furono le caratteristiche più rilevanti nelle società dei raccoglitori/cacciatori.
Per mezzo della cooperazione con gli altri attraverso una divisione del lavoro incrementiamo di molto quello che può essere prodotto per il nostro reciproco beneficio. Oltre a questi benefici materiali, la cooperazione ci permette di svilupparci come individui. La nostra individualità cresce e trova la sua espressione in relazione con gli altri e ciò sarebbe impossibile nell’isolamento sociale. In questo processo di crescita individuale attingiamo non solo nei rapporti personali, attingiamo nella società in generale e anche nelle vite di quelli che hanno vissuto nel passato. La cooperazione a volte è ritenuta impossibile perché vi è un conflitto inerente tra l’interesse personale e gli interessi degli altri. In realtà, è vero il contrario. Gli interessi dell’individuo sono realizzati nel modo migliore quando le persone lavorano insieme.

(Traduzione da www.worldsocialism.org)

mercoledì 11 agosto 2010

L’Information Technology e il Socialismo

Il socialismo sarà una società basata sulla produzione per l’uso. Ma questo che cosa significa? Ciò come potrebbe funzionare e l’Information Technology che ruolo potrebbe svolgere nel socialismo?

Nel descrivere la nuova società per la quale stanno lavorando, i socialisti incontrano frequentemente la domanda "come funzionerà?". Gli interrogatori spesso partono dal presupposto che solo con un sistema di denaro e prezzi le cose possano “funzionare”; tante cose accadono già, senza alcun bisogno per loro di partecipare.

Dal sistema del mercato può scaturire “lavoro”, nel senso che continua a funzionare con o senza che la gente provi a controllare dove esso ci richiede. Dopo tutto, i politicanti al giorno d’oggi sembrano sempre più ammettere quanto poco controllo abbiano sul sistema che essi soltanto amministrano. Eppure, questa inevitabile assenza di controllo consapevole e sociale è proprio il problema. La nuova forma di organizzazione sociale dove la produzione è organizzata solamente per l’uso può richiedere più coinvolgimento attivo dalla gente ma questo è l’unico modo per mettere in azione una società nell’interesse dell’intera popolazione. Così nel rispondere alla domanda “come funzionerà” i socialisti riconoscono che ci sia innanzitutto una necessità per la vasta maggioranza delle persone di capire e volere il socialismo.

Il modo in cui le cose “funzioneranno” nel socialismo avverrà grazie a ciò che noi chiamiamo “produzione per l’uso”. Questa caratteristica della definizione del socialismo, non è difficile da capire, significa semplicemente produrre direttamente ciò che è necessario, senza il bisogno di scambio monetario, come nel capitalismo. Per tutta la storia umana c’è sempre stata la produzione solamente per l’uso, iniziando con la raccolta di cibo e la fabbricazione di strumenti in società di raccoglitori/cacciatori. Nel capitalismo dei giorni moderni, ci sono molti esempi che variano dalle attività delle organizzazioni di volontariato ai lavori domestici e al giardinaggio.

La produzione per l’uso

Nel socialismo, produrre direttamente per l’uso sarà la regola. La produzione socialista necessita di essere organizzata democraticamente, una dittatura che organizza la produzione per l’uso non sarebbe socialismo. In considerazione delle relazioni tra la democrazia e la produzione, la questione “come funzionerà” richiede alcune ulteriori risposte. Nel costruire il socialismo, abbiamo bisogno di considerare come le preferenze e le opinioni del complesso della società saranno riflesse nelle scelte che saranno fatte riguardo alla produzione di beni e di servizi.

Tre questioni specifiche riguardo alla produzione nel socialismo vengono alla mente. Innanzitutto, una questione che riguarda il calcolo economico, in secondo luogo la scala geografica della presa di decisione e in terzo luogo gli incentivi in una società socialista. Queste sono questioni in cui il ruolo dell’information technology (IT) nel socialismo può avere una certa importanza nelle risposte offerte dai socialisti.

La prima questione riguardante il calcolo economico è posta dai difensori del libero mercato. Il mercato sarebbe un meccanismo decentralizzato per calcolare la domanda allo scopo di realizzare il giusto livello di fornitura, espresso attraverso il dispendio monetario. Ci sono, certamente, pecche in questo argomento, il denaro non è equamente distribuito, il mercato non è un sistema così elegantemente decentralizzato e non realizza il tipo di efficienza da manuale come è sostenuto. Tuttora, c’è una necessità di mostrare come i calcoli circa la domanda e l’offerta sarebbero affrontati in assenza del sistema del mercato.

Sarebbe necessario calcolare l’ammontare delle entrate che fossero necessarie per realizzare un certo livello di produzione. Questo tipo di calcolo di entrata-uscita necessiterebbe di avvenire su scale geografiche differenti, dalle forme di calcolo “locali” alle regionali e anche globali. Ciò si connette alla nostra seconda questione circa l’estensione nel socialismo della presa di decisione localizzata contro quella centralizzata.

Guardando alle locali forme di organizzazione, le unità individuali di produzione nel capitalismo (fabbriche, uffici, ecc.) hanno già sistemi IT per calcolare le risorse che sono necessarie nella produzione, come pure i sistemi di controllo dello stock per amministrare la fornitura delle risorse. Eccetto quelle parti che hanno attinenza con la contabilità monetaria, questi sistemi potrebbero essere utili alla società socialista che li ereditasse.

In ogni caso, la contabilità monetaria non aiuta con i calcoli di entrata-uscita che sono veramente necessari nel pianificare la produzione. Questi calcoli possono essere fatti in termini di quantità (siano essi chilogrammi, litri, watt, o altre unità di misura). Lo sono spesso, anche all’interno del capitalismo. Nel 1973 un economista, Wassily Leontief, ricevette un premio Nobel per aver formulato una metodologia per l’analisi di entrata-uscita che potrebbe usare tali misure quantitative.

Così come l’utilizzo degli esistenti sistemi IT, molti nuovi sviluppi sarebbero necessari nelle organizzazioni di produzione locali. Per esempio, le operazioni dei tipi molto differenti di attività produttive potrebbero essere rese più aperte e responsabili attraverso informazioni pubbliche migliorate. La presa di decisione e l’arruolamento di persone con certe capacità sono altre aree dove l’IT aumenterebbe l’organizzazione della produzione per l’uso.

Nel passare alle scale regionali e globali più ampie, si dice spesso che la produzione nella società moderna sia troppo complessa per essere il soggetto di calcolo. Eppure, anche tornando agli anni Sessanta quando la tecnologia del computer era nella sua fase iniziale, i teorici di mente “socialista” citarono il potenziale uso dei computer per il calcolo di entrata-uscita su scala più larga. La moderna potenza di calcolo significa che i calcoli necessari anche per milioni di prodotti possono essere effettuati in minuti. In realtà, la scala computazionale di tali calcoli è piccola quando comparata ad altri usi dei moderni “super computer” come nella previsione del tempo (vedi Towards a New Socialism di W. Paul Cockshott e Allin Cottrell, Spokesman Books, 1993).

La presa di decisione democratica

L’elaborazione matematica su larga scala non può essere il problema che era una volta, sebbene una società socialista si troverebbe ancora di fronte alla questione di come meglio democratizzare la produzione. L’IT potrebbe essere usata per fornire universalmente l’accesso alla risorse globali di informazione circa le scelte differenti che sono affrontate nella progettazione della produzione. È importante notare che l’immagazzinamento centrale delle informazioni non significa necessariamente che la presa di decisione debba essere centralizzata. La più ampia disponibilità di informazioni faciliterebbe di per sé la vera democrazia che i socialisti sostengono sia necessaria per prevenire la centralizzazione del potere.

La questione del fin dove sarà possibile localizzare la produzione e la presa di decisione rimarrà una materia per il dibattito sia prima che dopo la rivoluzione socialista. Certamente, l’organizzazione locale sembra appropriata per molti tipi di produzione, alcuni dei quali non necessiteranno di centralizzare molta o perfino neanche un po’ dell’informazione usata nella loro progettazione. Altre questioni necessiteranno delle decisioni su una più larga scala geografica, alcuni aspetti dell’amministrazione ambientale, per esempio. La discussione di queste questioni trarrà beneficio dalla versatilità dei sistemi IT, il che significa che la presa di decisione può avvenire attraverso la scala più appropriata, sia essa locale, regionale o globale.

Sulla terza questione, riguardante gli incentivi, viene spesso chiesto che cosa motiverebbe la gente nel socialismo a realizzare nuove innovazioni. La risposta principale a ciò si trova nell'insieme completamente nuovo delle priorità e delle motivazioni in cui la gente riconoscerebbe l'esigenza urgente di realizzare determinati generi di sviluppo (per esempio, fonti di energia rinnovabile di sviluppo e altre forme ecologicamente sostenibili di produzione). L’IT, nel promuovere la condivisione della conoscenza e la cooperazione, sarebbe anche importante nell’incoraggiare l’innovazione, come effettivamente è stato anche sotto il capitalismo. Un esempio che i socialisti hanno notato è stato il movimento del “software open source” (programma con sorgente aperto) in cui persone geograficamente separate hanno collaborato su Internet per sviluppare la piattaforma per computer Linux. Il loro lavoro, all’avanguardia dell’industria dell’IT, è stato organizzato su basi volontarie, cercando attivamente di evitare il mercato piuttosto di utilizzarlo.

Un sistema di produzione solamente per l’uso avrebbe completamente una nuova serie di priorità e gli incentivi a sviluppare in queste aree risulterebbero da fonti piuttosto differenti quali le dinamiche della cooperazione, la democrazia e la libertà grandemente aumentata da mettere a fuoco su quelle zone di produzione che sono ampiamente riconosciute essere di più grande beneficio.

Il rapido sviluppo della tecnologia del computer offre un nuovo tipo di risposta agli argomenti pro-mercato concernenti il calcolo, la presa di decisione e gli incentivi. La diffusione dell’informazione sarà una parte essenziale della struttura democratica del socialismo e il compito di progettare i sistemi che possano riuscire meglio in questo sarà una delle più grandi sfide che si troverà di fronte la società socialista.

L’uso dei sistemi IT nel socialismo può non sempre essere l’aspetto della nuova società che cattura di più l’immaginazione. Alcuni possono persino temere che stia portando a un piano d'azione da incubo in cui i calcolatori si avviano a controllarci, piuttosto che il contrario. Questi timori non riescono a riconoscere la capacità dell’IT di facilitare piuttosto che dettare l'organizzazione sociale, una volta che è usato per funzionare negli interessi dell’intera società. L’IT può fornire i blocchi di costruzione per nuove forme di organizzazione che superino qualsiasi cosa che esiste o potrebbe mai esistere nel capitalismo.

(Traduzione da Socialist Standard, dicembre 2002)

Perché non abbiamo bisogno del denaro

Negli anni recenti, con il risveglio della Destra ideologica come una reazione al fallimento del riformismo sociale privo di carattere e centrista che era stato di moda dalla guerra, noi nel Partito Socialista [della Gran Bretagna] siamo stati selezionati per la particolare attenzione di quei fautori del capitalismo senza briglie che si fanno chiamare “libertari” e “anarco-capitalisti”. Questo probabilmente perché siamo l’unico gruppo che si fa chiamare socialista a proporre una definizione coerente di ciò che il socialismo è e siamo preparati ad andare nei dettagli di come riteniamo che una società senza classi, senza stati e in particolare senza denaro potrebbe funzionare.

Il punto su cui questi difensori ideologici del capitalismo amano attaccarci è l’idea di abolire i mercati, i prezzi, il denaro e tutti gli altri aspetti della compravendita. Loro dicono che ciò sarebbe impossibile, com’è stato dimostrato da un certo Ludwig von Mises in un articolo sul “Calcolo Economico nella Confederazione Socialista” pubblicato in Germania nel 1920 (e per la prima volta pubblicato in inglese nel 1935 nella Pianificazione Economica Collettivistica editata da Hayek).

Von Mises, sostengono, ha mostrato che la società socialista era impossibile perché sarebbe stata incapace di calcolare razionalmente quali metodi produttivi adottare. Questo lo chiamano “il problema del calcolo economico”. Secondo von Mises, il calcolo economico razionale è possibile soltanto sulle basi dei prezzi fissati dal libero gioco delle forze di mercato. In altre parole, l’unica forma di calcolo razionale che può essere applicato alla produzione della ricchezza è il calcolo monetario.

Sebbene il denaro, e così il calcolo monetario, scomparirà nel socialismo ciò non significa che non ci sarà più alcuna necessità di fare scelte, valutazioni e calcoli. Il nostro argomento è che queste valutazioni e calcoli, comprendenti quelli che riguardano il “costo” non-monetario degli oggetti in termini della fatica e dei materiali usati per produrli, saranno fatti direttamente in natura, senza alcuna unità di conto o di misurazione generale, senza denaro né tempo di lavoro.

Questa è la conseguenza della vera natura del socialismo come una società attrezzata per produrre ricchezza direttamente per soddisfare i bisogni umani. La ricchezza sarà prodotta e distribuita nella sua forma naturale di cose utili, di oggetti che possono servire per soddisfare il bisogno umano o altro. Non essendo prodotti per la vendita su un mercato, gli articoli della ricchezza non acquisiranno un valore di scambio in aggiunta al loro valore d’uso.

Nel socialismo il loro valore, nel senso non-economico normale della parola, non sarà il loro prezzo di vendita né il tempo necessario per produrli ma la loro utilità. È per questo che saranno apprezzati, valutati, richiesti… e prodotti. Così le stime di ciò che è probabile che sia richiesto su un dato periodo saranno espresse come quantità fisiche di definiti modelli e tipi di oggetti. Nessuno, neppure von Mises ha negato che ciò potrebbe essere fatto senza problemi:

il calcolo in natura in una economia senza scambio può abbracciare solamente la consumazione dei beni (von Mises, pag. 104).

L’argomento di von Mises era che il passo successivo – risolvere quali metodi produttivi impiegare – non sarebbe possibile, o almeno non potrebbe essere fatto “razionalmente” evitando spreco e inefficienza senza il “calcolo economico” – il calcolo monetario basato sui prezzi di mercato. La nostra risposta è che la scelta di quali metodi produttivi impiegare, sarà come il risolvere quali beni di consumo sono necessari, basata su valutazioni e calcoli in natura.

Un’economia monetaria dà luogo all’illusione che il “costo” di produzione di qualcosa sia soltanto finanziario; in realtà la parola costo è così associata al calcolo finanziario e monetario che siamo obbligati a metterla tra virgolette quando vogliamo parlarne in un senso non-monetario. Ma il reale costo della matita che sto usando per scrivere questo articolo non è 10 cent, ma l’ammontare di legna, ardesia, lavoro, elettricità, logorio delle macchine, consumati nel produrla. Questa continuerà ad essere la situazione nel socialismo. I beni non cresceranno sugli alberi, ma sarà ancora richiesto dispendio di fatica e materiali per produrli.

Il punto è che nel socialismo questo dispendio di fatica e di materiali sarà valutato e calcolato esclusivamente in natura, direttamente in termini di legna, ardesia, logorio delle macchine, elettricità e così via (includendo il tempo di lavoro, ma come questo sarà un caso particolare ci ritorneremo più avanti). Dato che il socialismo si occuperà della conservazione delle risorse vorrà adottare quei metodi produttivi che, a parità di condizioni, usano meno piuttosto che più materiali ed energia e ciò sarà uno, e solo uno, dei fattori da essere presi in considerazione nel decidere quale metodo tecnico di produzione adottare.

Il calcolo monetario, sia per scoprire quale metodo produttivo sia il più proficuo (come imposto dal capitalismo e lodato dai seguaci di von Mises) che per ogni altro scopo (come proposto da vari fautori del capitalismo di stato e altri non realistici aspiranti riformisti del capitalismo), è un tipo molto particolare di calcolo dato che riguarda la riduzione di tutti i valori d’uso a un astratto comune denominatore. Il valore d’uso può davvero essere comparato ma soltanto in situazioni concrete dato che lo stesso oggetto può avere un valore d’uso differente in tempi differenti e in circostanze differenti.

Il calcolo monetario, in ogni caso, cerca di comparare tutti gli oggetti in termini di un modello oggettivo applicabile in tutte le circostanze; per fare ciò ha bisogno di identificare una caratteristica comune a tutti gli oggetti. Tale caratteristica comune può effettivamente essere trovata: quel certo “costo” in termini di materiali, energia e lavoro consumati a cui si è dovuto incorrere per produrli (in definitiva il tempo di lavoro richiesto per produrli dall’inizio alla fine, e – questa è la base della teoria del valore-lavoro – i materiali e l’energia consumati, essendo prodotti dal lavoro, possono anche essere ridotti a un dato ammontare di tempo di lavoro necessario). È questo costo che si presume sia misurato dal denaro.

Il denaro, dunque, è l’unità universale di misurazione, l’”equivalente generale” che permette che qualsiasi cosa sia comparata con qualsiasi altra in tutte le circostanze – ma, e questo è ciò che i fautori del calcolo monetario dimenticano, soltanto in termini del loro costo di tempo di lavoro o del tempo totale necessario in media per produrli dall’inizio alla fine.

Fare di ciò l’unica considerazione che conta (com’è imposto dalle leggi economiche del capitalismo) è un’assurda aberrazione. Sarebbe come considerare il volume del liquido come la cosa più importante quando si esaminano bottiglie che contengono liquidi diversi e quindi dedurre che una bottiglia da un litro d’acqua abbia lo stesso significato di una bottiglia da un litro di vino o d’olio o di acido solforico o di qualunque cosa. Ma stiamo facendo esattamente la stessa cosa se diciamo, o se crediamo che i beni differenti che si smerciano allo stesso prezzo abbiano lo stesso “valore” in termini della loro reale utilità alla gente.

Valori di Mercato o Valori Umani?

Così l’argomento tra il calcolo monetario e il calcolo in natura è molto più ampio di quanto sembri a prima vista. Non è semplicemente un argomento tecnico che riguarda come calcolare e quali unità usare, ma è un argomento che riguarda il reale significato delle parole quali “valore” e “prezioso”. I socialisti, come oppositori del calcolo monetario, dicono che non sono i valori monetari o di mercato, alla fine il tempo di produzione medio totale, che costituiscono la cosa più importante riguardo a un bene ma la sua utilità nel soddisfare dei bisogni umani; che i valori reali sono valori d’uso, valori umani. Stiamo dicendo che questi sono i fattori che dovrebbero essere presi in considerazione quando si fanno le scelte e i calcoli che riguardano la produzione, non semplicemente il tempo (cioè la durata) di produzione.

Ciò presuppone che i calcoli concernenti la produzione possano essere eseguiti senza denaro o senza qualche sostituto del denaro o qualche altra unità generale come il tempo di lavoro. Tali calcoli non-monetari certamente già avvengono, sul livello tecnico, sotto il capitalismo. Una volta che la scelta del metodo produttivo è stata fatta (secondo la profittabilità prevista come rivelato dal calcolo monetario) i calcoli reali in natura di ciò che è necessario per produrre un bene specifico danno inizio al processo con tante materie prime, tanta energia, tanto lavoro…

Nel socialismo la scelta del metodo produttivo non diventerà una scelta tecnica che potrà essere lasciata agli ingegneri, com’è qualche volta frainteso da chi ci critica, ma anche questa scelta sarà fatta in termini reali, in termini di reali vantaggi e svantaggi dei metodi alternativi e in termini, da una parte, di utilità di qualche bene o di qualche progetto in una particolare circostanza in un particolare tempo e, dall’altra parte, dei reali “costi” nelle stesse circostanze e nello stesso tempo dei materiali, dell’energia e dello sforzo produttivo richiesti.

Difendere il calcolo monetario, quindi, è difendere che solamente di una considerazione – il tempo di produzione medio totale necessario per produrre beni – si dovrebbe tener conto quando si prendono le decisioni circa quali metodi produttivi impiegare. Questo è palesemente assurdo ma è ciò che è imposto dal capitalismo. Naturalmente, porta a tutti i tipi di aberrazioni dal punto di vista degli interessi umani. In particolare esclude un atteggiamento razionale, a lungo termine verso la conservazione delle risorse e impone condizioni intollerabili sui reali produttori [lavoratori] (aumento del ritmo di produzione, sofferenza, stress, noia, lunghi periodi, lavoro notturno, lavoro 24 ore su 24 a turni, incidenti).

Il socialismo, siccome calcolerà direttamente in natura, potrà tenere conto di questi altri fattori che sono più importanti del tempo di produzione. Questo naturalmente porterà a differenti, in molti casi piuttosto differenti, metodi di produzione che saranno adottati in confronto a ora sotto il capitalismo. Se la salute, il benessere e il godimento di questi che realmente manipolano i materiali, o che soprintendono alle macchine che fanno ciò, per trasformarli in oggetti utili devono essere l’aspetto più importante, certi metodi devono essere esclusi completamente. Le linee di produzione mobili veloci relative alla produzione delle automobili sarebbero fermate per sempre (eccetto forse in un museo degli orrori del capitalismo); il lavoro notturno sarebbe ridotto al più stretto minimo necessario; i lavori particolarmente pericolosi o malsani sarebbero automatizzati (o completamente abbandonati).

Il lavoro può, in effetti deve, diventare piacevole. Ma con l’estensione del lavoro che diviene piacevole, la misurazione attraverso il tempo di lavoro medio minimo sarebbe completamente senza senso, dato che la gente non sarebbe ricercata per minimizzare o fare freneticamente tale lavoro.

Tuttavia ci saranno ancora alcuni tipi di lavoro che la società socialista vorrà minimizzare. Per esempio, il lavoro pericoloso e ripetitivo. Ancora una volta, questo sarebbe uno dei fattori reali da prendere in considerazione quando le decisioni saranno prese riguardo a quali metodi produttivi adottare. Altri fattori sarebbero la conservazione delle risorse (così verrebbe esclusa l’“obsolescenza pianificata” e inclusi i beni solidi fatti per durare), il risparmio di energia, il non inquinare e generalmente il mantenimento di un bilancio ecologico sostenibile con il resto della natura.

Per la verità, anche sotto il capitalismo, i manager d’impresa non basano le loro decisioni solamente sui prezzi di mercato, a lungo termine o a breve termine. Essi sono obbligati dalla legge (e anche dalla pressione del sindacato) a tenere conto di un’intera serie di altri fattori come la sicurezza, l’anticontaminazione e il permesso di pianificazione. La considerazione portante rimane certamente la previsione di profitti (la differenza tra gli introiti della vendita previsti e il costo monetario della produzione). Ciò significa che questi fattori sono di minore importanza e che riflettono soltanto gli standard minimi che non sono incompatibili con il produrre profitto ed, essendo imposti dall’esterno contro la logica del fare profitto, a breve termine vengono sempre infranti. Ma devono, comunque marginalmente, entrare nelle decisioni produttive, mostrando di conseguenza che è possibile tenere conto di altre considerazioni rispetto al tempo di produzione minimo.

Le Priorità nel Socialismo

Nel socialismo la situazione sarà piuttosto differente: si terrà conto automaticamente di questi fattori nel processo di presa di decisione e non dovranno essere imposti dall’esterno come se fossero una specie di addendum, dato che le più elevate priorità della produzione saranno la salute e il benessere dei produttori. Possiamo immaginare che le decisioni riguardo alla scelta dei metodi produttivi saranno prese da un consiglio eletto dalle forze di lavoro, o da un sottocomitato tecnico di tale consiglio democraticamente eletto. Nel prendere le loro decisioni terranno innanzitutto in considerazione, non il minimizzare il tempo di produzione totale medio come le leggi economiche del capitalismo obbligano oggi, ma la salute, il benessere e il godimento delle forze di lavoro, la protezione dell’ambiente e la conservazione dei materiali e dell’energia.

Dato che i materiali e l’energia, e il lavoro nella misura in cui non sia interessante e creativo ma soltanto routine, sono i “costi” reali, l’intento sarà di minimizzarli. Nello stesso modo in cui ci saranno questi obiettivi e relegazioni chiaramente definiti, gli aiuti matematici alla presa di decisione come la ricerca operativa e la programmazione lineare, al momento prostituiti al fine di massimizzare i profitti, potranno essere usati per trovare i metodi di produzione ottimali.

Un altro punto che deve essere capito è che il socialismo non dovrà cominciare da zero. Si erediterà dal capitalismo un sistema di produzione funzionante che sarà in grado di adattarsi alla produzione per l’uso. Alcuni metodi dovranno essere fermati immediatamente o appena possibile ma altri necessiteranno solamente di essere modificati a una più grande o più piccola estensione. Quando il socialismo avrà riordinato la confusione ereditata dal capitalismo, diventerà una società in cui anche i metodi di produzione muteranno solo lentamente. Ciò renderà la presa di decisione riguardo alla produzione più semplice.

Aggiungiamo immediatamente per evitare qualsiasi malinteso che, perfino nel periodo iniziale del socialismo, quando la produzione dovrà riordinare la confusione in termini di privazione e di povertà lasciati dal capitalismo, il calcolo monetario non sarà necessario. La necessaria espansione della produzione può essere pianificata ed eseguita in termini reali.

Perciò, il cosiddetto “problema del calcolo economico” contro il socialismo crolla davanti ad analisi dettagliate. L’alternativa al calcolo monetario in termini di valore di scambio è il calcolo in natura in termini di valori d’uso, di reali vantaggi e di reali costi di particolari reali alternative in particolari reali circostanze.

(Traduzione da www.worldsocialism.org)