lunedì 8 febbraio 2016

Stato Islamico: una creatura del capitalismo petrolifero

Il fondamentalismo islamico ha colpito nuovamente il cuore del mondo occidentale. Per la loro vicinanza e imprevedibilità questi eventi hanno lasciato un profondo senso di urgenza e insicurezza. I mezzi d’informazione di massa intanto buttano benzina sul fuoco gridando alla guerra tra culture, “guerra santa” ecc. I nazionalismi vecchio stile alla “Fratelli d’Italia” e “Lega Nord” in Italia; Front National della Le Pen in Francia, Partij voor de Vrijheid di Geert Wilders nei Paesi Bassi e, in chiave più moderna, moderata ed europeista, dei partiti maggiori (dei vari Renzi, Hollande, Cameron ecc.) vengono venduti come la risposta a questi attacchi. E allora si aumenta la presenza delle forze dell’ordine nelle strade, si approvano raid aerei. E nel caso dell’Italia, si firmano un paio di espulsioni di elementi “pericolosi”, anche se contro il giudizio della magistratura. Insomma, di tutto, basta che si ristabilisca la sicurezza. E ci si stringe tutti attorno alla bandiera, a prescindere dai problemi contrattuali, di disoccupazione e del caro vita perché in fondo non ci sono classi sociali di fronte al terrorismo. O ci sono?                   
Beh sì, a guardar bene le classi sociali ci sono anche in questo caso. Così come gli interessi delle grandi compagnie petrolifere in Medio Oriente e la politica coloniale degli ultimi 200 anni. Ma allora non è che rischiamo di saltare in aria, sempre per la solita ragione, che 75 anni fa vedeva i nostri nonni andare a morire al fronte? E un secolo fa i loro padri?
Sì, la ragione è sempre la stessa, il profitto. E la cosa che dovrebbe far imbestialire noi lavoratori è che il sistema del profitto, ovvero il capitalismo, ha una classe di pochissimi privilegiati che detengono il potere economico e politico e una classe più eterogenea di gente, (che è la stragrande maggioranza della popolazione mondiale) che deve ringraziare la fortuna, o qualche dio, per chi ci crede, se ha un lavoro retribuito. Ora, sì, c’è ancora la fortunata élite di lavoratori dei paesi economicamente avanzati che hanno più opulenza degli altri. Ma non facciamoci illusioni; solo un stolto sarebbe così ottuso da non essersi accorto della caduta del potere contrattuale sofferto da questa élite negli ultimi 45 anni.
Il fondamentalismo islamico odierno altro non è che una risposta indipendentista alla politica coloniale dei paesi occidentali nel mondo islamico. Già nel ‘300, l’elemento religioso era stato usato in quella che è l’odierna Siria per giustificare il rovesciamento dell’invasore Mongolo, Ghāzān Khān, miscredente. Di fondamentalismo, ma non solo, islamico fu ed è caratterizzata la partizione artificiosa dell’India Britannica in Pakistan mussulmano e India induista e buddhista, proprio da parte dei britannici. Questa partizione fu un processo molto tormentato e conflittuale iniziato formalmente nel 1947 che in pratica dura tutt’oggi. Vi furono interminabili guerre tra Pakistan e India per il possesso del Kashmir e del Bangladesh. Di punto in bianco intere popolazioni dovettero emigrare perché si trovarono dalla parte “sbagliata” del confine. Ed ecco che il gruppo pakistano fondamentalista islamico Jamaat-e-Islami divenne un ottimo esempio, di come, la legge coranica, Sharia, e il concetto di guerra santa, Jihād, siano stati (e sono) usati a fini indipendentistici.
Se da un lato i gruppi fondamentalisti pretendono di preservare gli usi e i costumi islamici e per far ciò devono combattere l’Occidente “cristiano” ed ebreo corrotto, oppure gli infedeli induisti, buddhisti o chi che sia; non si faccia l’errore di pensare che gli stessi islamici fondamentalisti siano immuni dal dio denaro. La loro non è una lotta contro il capitalismo, ma la politica coloniale capitalista fatta a loro danno. Il fatto che siamo qui a commentare tragici attacchi terroristici è proprio riconducibile direttamente al dio denaro.
Senza fare un giro troppo lungo. Si consideri come fosse diviso il Nord Africa e il Medio Oriente ai primi del Novecento. L’Impero Ottomano era ridotto ormai all’odierna Turchia, parte della Bulgaria meridionale, parte della Grecia e dei Balcani, la provincia di Beirut (Libano e Siria), il distretto di Zor (Siria), la provincia di Siria, il distretto di Gerusalemme, la provincia di Mosul (Iraq), la provincia di Bagdad (Iraq), la provincia di Basra (Iraq e Kuwait, Qatar, Arabia Saudita), la provincia di Hejaz (Arabia Saudita), il sultanato d’Egitto e lo Stato di Tripolitania (Libia). Questo colosso moribondo era sotto continue pressioni coloniali di vari paesi europei. E se l’Impero Ottomano era in completo disfacimento, l’Impero Persiano (oggi chiamato Iran) aveva perso da secoli ogni prestigio ed era sotto il protettorato di Russia e Gran Bretagna. La presenza Britannica si allargò quindi non solo in India (e Pakistan), ma ormai a diverse province perse dall’Impero Ottomano, quali Iraq, Kuwait, Oman, Palestina, Qatar, ed Egitto soprattutto dopo la fine della prima guerra mondiale. L’attività coloniale francese in Nord Africa non fu da meno, presente in Marocco, Algeria, e Tunisia. Senza citare la breve parentesi italiana e quindi britannica in Tripolitania. Aggiungiamo a tutto questo l’inizio del progetto Stato di Israele quando la Palestina era ancora sotto controllo britannico e diventa abbastanza evidente quanto fosse artificiosamente divisa e sfruttata la gente delle terre da dove oggi pullulano questi fanatismi. Unica azione contro tendenza in rifermento al dominio e all’influenza occidentale sulla regione mediorientale, fu la conquista da parte di Ibn Sa‛ud nel 1932 di quella che oggi è l’Arabia Saudita. Ibn Sa‛ud riuscì nel giro di 30 anni a unire un vastissimo territorio sotto il suo dominio. Per spiegarci, attorno agli anni ‘20 la Gran Bretagna si trovava a contrattare con Ibn Sa‛ud i confini di quello che diventerà poi l’Iraq.
A quell’epoca a nessuno sarebbe venuto in mente di pensare che tale divisione di terre fosse legata a una particolare religione, si trattava di puro e semplice imperialismo, ovvero colonizzazione di nuove terre per sfruttarne le risorse. Possiamo immaginare la gioia degli inglesi nello scoprire che nelle loro colonie e zone di influenza medio-orientali vi fosse il petrolio. In Persia il petrolio venne scoperto nel 1908 da parte di quella che oggi è la British Petroleum (BP), in Iraq nel 1925 da parte della Turkish Petroleum Company (TPC) controllata da Germania, Gran Bretagna e Turchia, e in Arabia Saudita nel 1938 da parte statunitense. Le cose dal punto di vista degli interessi economici non si potevano fare più interessanti. Eccezion fatta per l’Arabia Saudita, che avendo una dinastia forte e radici religiose (wahhabita) rigorose non ebbe grandi problemi a mantenere il controllo sulle sue tribù e quindi sui suoi giacimenti, per l’Iraq, l’Iran, e l’Egitto l’influenza (o sfruttamento) europea era ancora pesante. Tutti e tre questi paesi, per non menzionare la Siria, la Libia, e l’Algeria, hanno pensato a un certo punto d’iniziare a utilizzare le proprie risorse “in proprio”.
Nel 1928 viene fondata l’organizzazione dei Fratelli Musulmani in Egitto che ben presto divenne reazionaria fino a quando il regime di re Faruk nel 1949 assassinò il suo fondatore al-Banna. Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, dopo l’assassinio di al-Banna, prendendo spunto dagli insegnamenti di Mawdudi, fondatore in Pakistan della Jamaat-e-Islami, scrisse dei testi basilari per i movimenti fondamentalisti a seguire, in quanto criticava i governi islamici filo-occidentali. Tra tutti in testa si possono immaginare l’Iran e l’Iraq dell’epoca. Altro elemento importante è il putsch di Nasser nel 1952, appoggiato inizialmente per il suo nazionalismo dalla Fratellanza Mussulmana, per poi rivolgervisi contro pochi anni dopo. A questo fa seguito la Guerra dei Sei Giorni del 1967, di espansione di Israele, che dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si mise chiaramente in testa di fondare una nazione israeliana ai danni di Egitto, Siria e Giordania. Lo smacco fu così grave da indurre Nasser alle dimissioni. La migrazione di massa di palestinesi e l’occupazione israeliana dei territori in Libano catalizzò la nascita della resistenza fondamentalista islamica degli Hezbollah (anni ‘80), che faceva uso di attacchi suicidi e atti di guerriglia.   
Il regime al contempo repressivo e filo-occidentale dello Scià di Persia venne destituito nel  1979 con la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini. Questo fu un momento molto importante perché Khomeini parlò di movimento pan-islamico, quindi giustificava la cacciata degli occidentali dal punto di vista religioso, mentre questo implicava in pratica prendere il controllo delle risorse nazionali. Questo modello verrà seguito in futuro da altri movimenti fondamentalisti tra i quali oggi lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (ISIS).
Tornando alla prima metà del secolo scorso, gli interessi britannici nelle risorse petrolifere in Iraq furono preservati, con il solito governo fantoccio, fino all’inasprirsi delle condizioni causate dalla Seconda Guerra Mondiale, precipitando in un colpo di stato nel 1958. L’Iraq uscì man mano dalla sfera di influenza britannico-statunitense propendendo negli anni ‘70 più per quella sovietica. Intanto, negli anni settanta, l’Arabia Saudita ebbe una prova concreta del suo peso geopolitico con la crisi del 1973, accrescendo l’influenza dell’islam wahhabita sul mondo mussulmano. Negli anni settanta quindi i tre stati più grandi del Medio Oriente, Iran, Iraq e Arabia Saudita, avevano già mostrato all’Occidente di voler far valere la propria voce quando si parlava del loro petrolio.
E quindi, la Guerra degli 8 anni (1980-88) tra Iraq e Iran fu una guerra per il petrolio e per uno sbocco importante sul Golfo Persico. L’Iraq di Saddam venne appoggiato dagli Stati Uniti così come dall’Arabia Saudita, contro i persiani. Poco importa se Khomeini inneggiava al movimento pan-islamico. La dinastia saudita non considerava e considera i persiani come arabi e sicuramente non come wahabiti. La guerra non la vinse nessuno e vi furono centinaia di migliaia di morti, pochi dei quali petrolieri possiamo dire con certezza. Le cose però si misero male per Saddam quando ebbe la felice idea di rifarsi dei costi di guerra occupando il Kuwait. Le ragioni di questa invasione furono le stesse di prima: petrolio e uno sbocco importante sul Golfo Persico. A differenza che con l’Iran, dove a causa di Khomeini, gli interessi statunitensi erano compromessi, per il Kuwait gli Stati Uniti e alleati organizzarono la Guerra del Golfo (1991), alla quale fece seguito l’invasione anglo-statunitense del 2003. Quest’ultima giustificata dal fatto che il gruppo fondamentalista islamico Al-Qaeda aveva attaccato gli Stati Uniti con sanguinosi ed eclatanti attentati su suolo statunitense. Al-Qaeda era attiva già dalla guerra di liberazione dell’Afghanistan dai sovietici, con appoggio statunitense negli anni ‘80. Questo gruppo si era differenziato per l’uso degli attacchi terroristici di massa. A questi attacchi seguì l’invasione degli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Anche se per fare i pignoli Saddam e Al-Qaeda c’entravano davvero poco tra loro.     
L’eliminazione del regime di Saddam, che è ovviamente giustificabile dal punto di vista dei diritti umani e della morale borghese, ha però avuto l’effetto collaterale di lasciare un vuoto di potere in Iraq. A questo vuoto si è aggiunta la cosiddetta Primavera Araba che a voler di popolo ha eliminato diversi regimi, paradossalmente stabilizzatori, ovvero quello di Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, quello di Hosni Mubarak in Egitto e quello di Muhammar Gheddafi in Libia. Questo ha determinato altrettanti vuoti di potere che i pan-islamici non si vogliono far scappare. In Siria le cose non sono andate così linearmente e la Primavera Siriana per eliminare il tiranno di turno Bashar al-Assad, si è trasformata in una feroce guerra civile. Ovviamente i fondamentalisti pan-islamici di tutto questo traballamento ai vertici hanno approfittato. Non è un caso che l’ISIS sia costituito da ufficiali e mercenari che servivano i regimi dei tiranni di Iraq, Tunisia, e Libia, ora destituiti.  
Paradossalmente le grandi potenze, ovvero Iran, Arabia Saudita e simili, Stati Uniti e alleati, e Israele hanno tutti interessi economici e quindi politici sugli esiti della lotta al potere che sta avvenendo in Siria e Iraq. L’Iran promotrice del pan-islamismo vede in un effettivo califfato islamico un vicino scomodo, molto meglio avere un Iraq fiacco. L’Arabia Saudita ha foraggiato l’ISIS perché potrebbe essere un vicino scomodo per Iran e Israele, a patto che non si allarghi troppo, s’intende. Infatti ora che gli attacchi estremisti diventano un problema di politica interna non ci pensa due volte a giustiziare i terroristi. A Israele, che è alla costante ricerca di terra per poter consolidare lo Stato, il caos creato dall’ISIS potrebbe giocare a favore a patto che le mire espansionistiche del califfato si limitino all’Iraq e alla Siria. Per Israele in fondo fondamentalisti palestinesi, libanesi o dell’ISIS son nemici a cui sanno rispondere a tono quando necessario. Per gli Stati Uniti, primo produttore di greggio al mondo, e per i suoi alleati, l’ISIS è un effetto collaterale dell’invasione dell’Iraq che sta diventando alquanto spiacevole, se si considerano gli investimenti nel ricreare un governo fantoccio in Iraq e gli attacchi imprevedibili di cellule impazzite nel vivo dell’Occidente.     
E quindi lo Stato Islamico altro non è che una creatura del capitalismo petrolifero. È un’espressione del potere che, come ogni fascismo o mafia che si rispetti, deve incutere timore e controllare i mezzi di produzione. La matrice culturale fa parte del gioco; così come i fascisti, i nazisti, gli stalinisti avevano bisogno della loro ideologia e della propaganda per radicalizzare i propri seguaci, anche questo cosiddetto Stato Islamico ha bisogno della sua dottrina del terrore. Ma sempre di soldi si tratta!
E allora, grave sarebbe l’errore dei lavoratori nel farsi confondere dal senso di urgenza completamente comprensibile quando la propria incolumità potrebbe essere in pericolo, e cadere nella xenofobia, nel nazionalismo. Noi lavoratori oggi più che mai dobbiamo cercare l’unità internazionale.
Per chi legge l’inglese due link di approfondimento su cosa sia lo “Stato Islamico” e il mondo islamico:
Fonte:
“Fondamentalismo islamico” di Luca Ozzano

domenica 7 febbraio 2016

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e il problema delle crisi


Henryk Grossmann

La trasformazione dei valori nei prezzi in Marx e
il problema delle crisi
 

da Zeitschrift für Sozialforschung, 1 (1/2), 1932, pagg. 55-84.
Ringraziamenti a Rick Kuhn.
Transcrizione e versione html di Einde O’Callaghan per Marxists’ Internet Archive.



I. La realtà concreta come oggetto e obiettivo della conoscenza marxiana


Lo scopo di tutta la scienza sta nell’esplorazione e nella comprensione della totalità dei fenomeni concretamente dati, del loro collegamento e delle loro variazioni. La difficoltà di questo compito è sita nel fatto che i fenomeni non coincidono immediatamente con l'essenza delle cose. La ricerca dell’essenza costituisce quindi il prerequisito per la conoscenza del mondo fenomenico. Ma se Marx vuole conoscere, in opposizione all’economia volgare, “la natura nascosta” e “l’interdipendenza” della realtà economica (Marx, Il Capitale, III 2, pag. 352 [1]), questo non significa che i fenomeni concreti non gli interessino. Al contrario! Alla coscienza sono dati immediatamente solo i fenomeni, con il risultato (già pienamente metodologico) che si può giungere al loro “nocciolo” essenziale nascosto solo mediante un’analisi di tali fenomeni (cfr. Marx, Il Capitale, III 1, pagg. 17-22).

Ma i fenomeni concreti non sono importanti per Marx solo perché rappresentano il punto di partenza e il mezzo per la comprensione del “movimento reale”, ma anche perché questi stessi sono ciò che Marx in definitiva conoscerà e comprenderà nel loro contesto. Dunque egli non vuole in nessun modo, escludendo i fenomeni, limitarsi alla sola ricerca dell'essenza. Piuttosto, l’essenza conosciuta ha la funzione di renderci capaci di capire i fenomeni concreti. Quindi Marx si sforza proprio di trovare la “legge dei fenomeni” che domini “la legge dei loro cambiamenti” (Postfazione alla 2a edizione de “Il Capitale”). 

Incomprensibili e a prima vista assurdi sono, per Marx, solo i fenomeni per se stessi, sconnessi dalla “essenza nascosta” delle cose. Ma sarebbe un errore madornale della scienza economica se a questo punto la questione (cadendo nello sbaglio opposto a quello dell’economia volgare) restasse ferma all’analisi dell’“essenza nascosta” appena scoperta, senza trovare una via di ritorno ai fenomeni concreti, di cui comunque si discute la spiegazione, ossia senza ricostruire le molte mediazioni tra l’essenza e la forma fenomenica! Perciò anche Marx vede in questo cammino dall’astratto al concreto “il metodo scientifico ovviamente corretto”. Qui “le regole astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare” perché “il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo lui, il modo del pensare per appropriarsi del concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito” (Introduzione alla Critica dell’Economia Politica, pag. XXXVI).

Marx fornisce qui un esempio pratico: non è sufficiente dire che nella produzione industriale il valore viene creato secondo la legge generale per cui “i valori delle merci sono determinati dal lavoro in esse contenuto”, poiché i processi empirici nella sfera della circolazione (p. e. l’influenza praticamente verificabile del capitale commerciale sui prezzi delle merci) mostrano “fenomeni che, senza un’analisi completa dei nessi intermedi, sembrano semplicemente presupporre una determinazione arbitraria dei prezzi”, cosicché nasce l’idea che “sia il processo di circolazione in quanto tale a determinare i prezzi delle merci, indipendentemente (entro certi limiti) dal processo produttivo”, ovvero dalle ore di lavoro necessarie alla produzione. Così provare il carattere illusorio di questa idea e stabilire la “connessione profonda” tra il fenomeno e “l’azione reale”, cosa “molto intricata e lavoro alquanto minuzioso”, “è un’opera della scienza che sa ricondurre il movimento visibile, ma solo apparente, al movimento reale interno” (Il Capitale, III 1, pag. 297), “proprio come il moto apparente dei corpi celesti viene ricondotto al loro moto reale ma impercettibile ai sensi” (Il Capitale, I 1, pag. 314).

Dunque “l’opera della scienza” d’importanza critica consiste nell’impegno a cercare “legami intermedi” che ci guidino dall’essenza ai fenomeni concreti, poiché senza questi legami intermedi la teoria, cioè l’ “essenza” delle cose, sarebbe contraria alla realtà concreta. Giustamente Marx ironizzava su quei “teorici” che si perdono in costruzioni irreali. Ma solo “il volgo ha quindi concluso che le verità teoriche sono astrazioni che contraddicono le condizioni reali” (Plusvalore, II 1, pag. 166).

Anche la struttura de “Il Capitale” di Marx, come ho già mostrato [2], corrisponde a questo principio metodologico marxiano e il “metodo delle approssimazioni” lì applicato ha trovato la sua espressione più pregnante nella costruzione degli schemi di riproduzione marxiani. Utilizzando numerose assunzioni semplificanti, viene in primo luogo effettuato il “viaggio” dal concreto all’astratto. Ciò è distinto dal mondo fenomenico, dalle forme parziali concrete, dove il plusvalore entra nella sfera dalla circolazione (utili d’impresa, interessi, profitti commerciali ecc.) e tutta l’analisi dei libri I e III de “Il Capitale” si concentra sul valore e sul plusvalore complessivi, sulla loro creazione e variazione nel corso dei processi di produzione e di accumulazione. Qui “la questione connessa al processo di circolazione” (“Il Capitale”, I 1, pag. 600) viene eliminata. L’oggetto dell’analisi del I e del III libro de “Il Capitale” è esplorare la creazione di plusvalore come essenza generale del processo economico e, successivamente (ciò forma, come ha enfatizzato Marx, precisamente lo scopo e il contenuto del III libro), la connessione interna tra l’essenza scoperta e le sue manifestazioni: stabilire le forme empiricamente date di plusvalore ossia “rintracciare e mostrare le forme concrete che emergono dal processo di movimento del capitale che abbiamo finora considerato nella sua totalità. Nel loro movimento effettivo i capitali si scontrano con tali forme concrete” (“Il Capitale”, III 1, pag. 1).

Qui, nel terzo libro, le assunzioni semplificanti prima effettuate (p. e. la vendita delle merci al loro valore, l’eliminazione della sfera della circolazione e della concorrenza, la trattazione del plusvalore nella sua globalità e l’esclusione delle parti in cui esso si suddivide ecc.) vengono abbandonate e, di conseguenza, in questo secondo livello del metodo approssimato sono gradualmente presi in considerazione i fattori intermedi, precedentemente ignorati, e vengono trattate le forme concrete di profitto nel modo in cui esse si rendono visibili nella realtà empirica. Solo in questo modo si chiude il cerchio dell’analisi di Marx e si verifica che la teoria del valore lavoro non è uno schema irrealistico, ma piuttosto una “legge fenomenica”, ossia forma la base che ci permette di spiegare il mondo reale dei fenomeni. Questa idea è formulata con chiarezza inequivocabile quando Marx dice: “Lo abbiamo dovuto fare nei libri I e II solo con i valori delle merci”…”Ora”, ossia nel libro III, “il prezzo di produzione emerge come una forma di valore modificata” (“Il Capitale”, III 1, pag. 142). E ancora:
“Gli aspetti del capitale, come noi li svolgiamo nel presente (terzo) libro, si avvicinano quindi per gradi alla forma in cui essi si presentano alla superficie della società, nell’azione dei diversi capitali l’uno sull’altro, nella concorrenza e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione” (“Il Capitale”, III 1, pagg. 33-34).

sabato 25 aprile 2015

Dove ci guidano i leader

Traduciamo questo interessante articolo dei compagni del “Socialist Party of Great Britain” rivolto criticamente a uno dei vari gruppi britannici della cosiddetta “estrema sinistra”, poiché le considerazioni dell’autore si applicano in maniera abbastanza puntuale anche a quello che accade nel nostro paese per ciò che concerne la galassia dei partitini leninisti, trozkisti, stalinisti e maoisti: da “Lotta Comunista” al “Partito Comunista dei Lavoratori”, da “FalceMartello” fino al “Partito Comunista - Sinistra Popolare” e al “Bolscevico”. Con in più l’aggravante che in certi casi al discutibile metodo di Lenin se ne è sostituito da noi uno ancora peggiore: il cosiddetto “centralismo dialettico”, dove non vi sono più né congressi né votazioni, ma tutto avviene per pura cooptazione da parte della dirigenza. Direttamente la prassi di una setta esoterica o religiosa...
 
Piuttosto noto nel Regno Unito per le sue imprese, per i suoi banchetti in strada e per il suo attivismo studentesco, il Socialist Worker Party (SWP, https://www.swp.org.uk/) britannico soffrì un paio di anni fa di un notevole arretramento che condusse a un vero e proprio esodo dei suoi militanti. Uno di questi era Ian Birchall, biografo del fondatore del gruppo Tony Cliff e già componente della dirigenza del partito. Era stato membro dell’SWP e del suo gruppo predecessore, l’International Socialism (IS), per oltre cinquant’anni. Lo scorso dicembre ha pubblicato nel suo blog alcune riflessioni [1] su cosa è andato storto nel partito.
Quando venne formato negli anni ’50 come gruppo trotzkista che riconosceva la natura capitalista della cosiddetta URSS (cosa che noi ben sapevamo da parecchio tempo...) l’IS era organizzato allo stesso modo di molti altri gruppi di sinistra del Regno Unito: i suoi membri erano tutti affiliati al Partito Laburista e si definivano “laburisti di sinistra”. Poi negli anni ’60 le cose iniziarono a cambiare: uscirono dal Partito Laburista e nel 1968 Cliff decise che era il momento di riorganizzare il gruppo secondo linee guida leniniste più rigorose. Era stato lo sciopero generale in Francia di qualche mese prima a spingerlo in questa direzione. Tipicamente, da buon trotzkista, Cliff attribuiva l’impossibilità di arrivare alla rivoluzione socialista all’assenza di un partito rivoluzionario che guidasse i lavoratori in sciopero (non che la rivoluzione socialista fosse il reale obiettivo dello sciopero, tuttavia esso era effettivamente un successo da un punto di vista sindacale). Concluse quindi che ciò che i “rivoluzionari” dovevano fare alla luce di questo evento era di organizzarsi apertamente secondo le linee guida del partito bolscevico di Lenin, che, per lui e per la leggenda trotzkista, aveva condotto a una rivoluzione socialista vittoriosa (benché questa fosse successivamente degenerata in un brutale capitalismo di stato...).
Lenin aveva esposto le sue idee su come doveva essere organizzato un partito rivoluzionario nel noto opuscolo del 1903 intitolato “Che fare?”, dove proponeva un partito di rivoluzionari professionisti a tempo pieno che dovevano cercare di guidare i lavoratori e i contadini formulando parole d’ordine populiste che riflettessero il livello di comprensione che “le masse” erano considerate in grado di raggiungere. Ciò poteva avere un senso come strategia per rovesciare un regime retrogrado e autocratico quale lo zarismo. Come accadde, il regime zarista collassò per conto suo sotto la pressione della Prima Guerra Mondiale, ma la forma organizzativa di Lenin contribuì non poco alla presa del potere politico da parte dei bolscevichi dopo il crollo dello zarismo. Tale successo spinse Lenin a proclamare che quello bolscevico era l’unico modo in cui i rivoluzionari si dovevano organizzare, anche nei paesi capitalisti sviluppati là dove esisteva una stabile democrazia politica.
Così nel 1968 i membri dell’IS cambiarono nome sui loro documenti ufficiali da “lavoratori laburisti” a “lavoratori socialisti” e, più importante, abbandonarono la loro precedente struttura organizzativa dove la linea politica era decisa da una congresso di delegati di sezione che votavano mozioni proposte dalle sezioni e dove i membri del comitato esecutivo erano eletti individualmente. Tutto questo fu messo da parte e venne introdotto il sistema della “lista bloccata” che aveva usato il partito bolscevico e che era stato ereditato dal PCUS in Russia (sì, anche in questo il leninismo condusse allo stalinismo...). Con tale sistema la dirigenza (l’“ufficio politico”,il  “comitato centrale” o come vogliamo chiamarla) viene eletta in blocco al congresso di partito. I delegati non votano per i singoli candidati, ma per la lista (o “blocco”) che contiene tanti nomi quanti sono i posti vacanti. In teoria ci potrebbero essere più liste, ma in pratica non ce ne sono (e non ce ne sono mai state). Nell’SWP (come nell’URSS) ce n’era una sola, quella proposta dalla dirigenza uscente. Piuttosto che proporre una lista rivale, gli oppositori della dirigenza preferivano abbandonare il partito e formare un altro gruppo organizzato nello stesso modo (questo spiega la proliferazione di gruppi trotzkisti...). Si può vedere facilmente come sia una ricetta per la nascita di una dirigenza che si auto-replica. Cosa che infatti è puntualmente accaduta, come nota Birchall:
“Gli eventi recenti hanno mostrato i limiti del sistema della ‘lista bloccata’. È diventata un metodo con cui il Comitato Centrale può riproporsi per la rielezione all’infinito, cooptando singole persone designate quando serve.”
Ma anche nell’SWP vi è un’altra conseguenza:
“Inoltre è emersa pure l’idea della carriera: compagni, in generale ex-studenti, diventano funzionari a tempo pieno e, se hanno successo, entrano nell’apparato e divengono membri del Comitato Centrale. Così abbiamo un Comitato Centrale quasi interamente composto da persone che hanno speso la gran parte della loro carriera politica come funzionari a tempo pieno e hanno quindi una limitatissima esperienza lavorativa e sindacale.”Il sistema delle liste bloccate era applicato persino per eleggere i delegati di sezione al congresso di partito:
“Negli anni ’80, quando esistevano direttivi di sezione vigorosi, tali direttivi stabilivano le liste dei delegati al congresso di partito. Se ovviamente in teoria era possibile per i membri proporre liste alternative, questo era malvisto e, in pratica, era alquanto raro far porre all’ordine del giorno del congresso di sezione il punto in cui si raccoglievano le candidature per divenire delegati al congresso di partito. In pratica andava bene quello che faceva il direttivo: era ciò che accadeva normalmente.” Così l’SWP finì per essere un’organizzazione verticista gestita da un gruppetto di dirigenti che si auto-replicava.
Forse sorprende che Birchall non concluda che questo fosse il risultato inevitabile del sistema delle “liste bloccate”, un punto chiave nel concetto di partito leninista di avanguardia. Egli pensa ancora a un partito di rivoluzionari di professione organizzato in modo leninista. Non ce l’ha con la teoria, ma con come è stata applicata nell’SWP: burocraticamente invece che democraticamente. Però per lui “democrazia” non significa una procedura decisionale, ma soltanto un mezzo per informare la dirigenza in modo tale che possa formulare la politica migliore da perseguire e le parole d’ordine più adeguate da proporre ai lavoratori affinché le seguano:
“...una dirigenza rivoluzionaria necessita di sapere cosa accade nella classe lavoratrice. Non lo può fare leggendo il ‘Financial Times’; deve ascoltare i compagni radicati nella varie sezioni della classe che possono riportare quello che succede nella base. Come diceva Cliff: ‘...devono imparare dai loro compagni lavoratori quanto più possibile e persino in misura maggiore di quanto devono insegnare loro. Ripetendomi: il compito è dirigere e per dirigere dovete comprendere in pieno quelli che state dirigendo’.” Questa non è democrazia in nessun senso compiuto. Si sta ancora dicendo che la classe dei salariati e degli stipendiati è incapace di liberarsi da sé e che quindi necessita di un’avanguardia che si è autonominata. Si rifiuta ancora l’idea che il socialismo, in quanto società completamente democratica, possa esser stabilito solo democraticamente, sia nel senso di esser quello che vuole la maggioranza, sia nel senso di utilizzare metodi democratici. Per arrivare al socialismo la classe dei salariati e degli stipendiati necessita certamente di organizzarsi per conquistare il potere politico, per esempio in un partito politico, ma in un partito democratico, e non di seguire un partito di avanguardia o altri possibili capi.
Però c’è una cosa che Birchall sembra aver capito dopo più di cinquant’anni vissuti da trozkista-leninista:
“La cosa importante in questo momento è la battaglia delle idee, come disse William Morris: ‘il nostro compito particolare sarebbe quello di creare dei Socialisti’.” È una citazione dallo “Statement of Principles of the Hammersmith Socialist Society” stilato nel 1890. Ed è ciò che andiamo dicendo noi del “Socialist Party of Great Britain” da più di cento anni.

ADAM BUICK

tratto da “Socialist Standard”  pp. 16 e 17 , n. 1326, vol. 111, febbraio 2015. Tradotto in italiano il 12 aprile 2015.

NOTE
[1] http://grimanddim.org/political-writings/2014-so-sad/


K. Marx o V. I. Lenin? Il primo nel 1864 scrisse che “l'emancipazione della classe lavoratrice deve essere opera dei lavoratori stessi”, mentre il secondo nel 1903, con l’opuscolo “Che fare?”, inventò il partito bolscevico di avanguardia: costituito da sedicenti “rivoluzionari di professione” (in genere studenti o intellettuali stipendiati con le quote dei lavoratori) sarà il germe di tutta la futura nomenklatura sovietica, rapace, repressiva e autoritaria. Il marxismo-leninismo non esiste: è una contraddizione in termini!

sabato 27 settembre 2014

Il capitale nel XXI secolo

Recensione del saggio “Capital in the Twenty-First Century” di Thomas Piketty (Harvard University Press, 700 pagine, 2014)

Il capitalismo è basato sul possesso e il controllo dei mezzi di produzione della ricchezza da parte di una minoranza. Ciò può prendere varie forme, ma, storicamente, la più usuale (che potremmo chiamare la forma classica) si è realizzata mediante titoli di proprietà privata conferiti a singoli individui e fatti osservare dai tribunali e, in generale, dallo stato. Un’altra forma è consistita nel controllo dello stato da parte della minoranza, laddove il possesso della gran parte dei mezzi di produzione era riservata allo stato, come nella vecchia URSS.
 
Dove il possesso avviene attraverso diritti di proprietà privata, il possesso da parte della minoranza può esser esplicitato a partire dal grado di concentrazione di tali titoli di proprietà. Ciò può essere ottenuto analizzando le tasse di successione, i testamenti e perfino i sondaggi domestici. I risultati di tutti i paesi mostrano una distribuzione molto diseguale della ricchezza tra la popolazione. Il possesso dei mezzi di produzione della ricchezza da parte della minoranza si riflette anche sulla diseguale distribuzione del reddito, dovuta all’enorme reddito da proprietà (e non da lavoro) dei maggiori possessori immobiliari.
 
In questo libro molto discusso, l’economista francese Thomas Piketty ha messo insieme i dati sulla distribuzione della ricchezza e del reddito nell’arco di due secoli, principalmente per la Francia, la Gran Bretagna e gli USA, ma anche per altri paesi europei e per alcuni in Asia e in America del Sud. L’autore avanza una legge economica: la distribuzione della ricchezza tende a divenire tanto più diseguale, ovvero il 10% più ricco della popolazione va a possedere in proporzione sempre di più, quanto maggiore è la differenza tra ciò che egli chiama il “tasso di remunerazione del capitale” (r) e il tasso di crescita (g).

Che cos’è il capitale (e il capitalismo)?

Benché Piketty esponga due “leggi fondamentali del capitalismo”, non definisce mai cosa intenda con questo termine. Però definisce cosa intende per “capitale”:
 
«In questo libro, il capitale è definito come la somma di tutti i cespiti (asset in inglese) non umani che possono essere posseduti e scambiati su qualche mercato. Il capitale comprende tutte le forme di proprietà immobiliare (inclusa quella residenziale) come pure il capitale finanziario e quello professionale (impianti, infrastrutture, macchinari, brevetti e così via) usati dalle imprese e dalle agenzie governative.» (pag. 46).
 
Questa non è né la definizione dell’economia convenzionale, né quella dell’economia marxiana, poiché include sia la terra che le case occupate dai rispettivi proprietari. Così il suo “tasso di remunerazione del capitale” non coincide con il tasso di profitto, che è il rapporto tra il profitto ottenuto e la ricchezza investita nella produzione in vista di questo profitto. Lo stesso Piketty lo riconosce:
 
«… il tasso di remunerazione del capitale misura la resa del capitale per ogni singolo anno, senza considerarne la forma legale (profitti, rendite, dividendi, interessi, royalty, guadagni da capitale ecc.), espressa come percentuale del valore del capitale investito. È quindi un concetto più vasto del “tasso di profitto” e molto più vasto del “tasso d’interesse”, benché li includa entrambi.» (pag. 52).
 
È in realtà minore del tasso di profitto il quale di norma è ben più alto del 4-6% che Piketty calcola come l’intervallo tipico del suo tasso di remunerazione.
    
C’è un’altra particolarità del suo “tasso di remunerazione del capitale”: in alcuni dei suoi grafici egli lo applica anche ai periodi precapitalistici, cosicché questa grandezza finisce per indicare ogni remunerazione, in qualsiasi forma, che i detentori di proprietà ottengono in virtù del possesso di tali proprietà, comprese le corvè dei signori feudali o le attività servili dei padroni di schiavi nella Grecia e nella Roma antiche, e non solo i redditi finanziari derivanti dalla ricchezza commerciabile come avviene nel capitalismo.
 
Questo significa che l’affermazione che egli fa a un certo punto, ovvero che r > g sia la «contraddizione strutturale fondamentale del capitalismo» (pag. 572) non può esser sostenuta. Non è neppure una contraddizione, ma sarebbe piuttosto un tipo di misura dello sfruttamento dei produttori in tutte le società basate sulla proprietà privata, sia che tale proprietà o il reddito a essa connessi siano commerciabili o meno.
    
Piketty non fornisce una spiegazione su come e perché ci dovrebbe essere una “remunerazione” del capitale, ma semplicemente considera la sua esistenza come ovvia. Non c’è la comprensione che questa remunerazione emerge solo in società fondate sulla proprietà privata e che equivale a una tassa estorta ai produttori (nel capitalismo, ai lavoratori salariati e stipendiati) da parte di coloro che monopolizzano i mezzi di produzione.
    
La stessa cosa accade con il termine “crescita”, che egli definisce come l’aumento annuo del reddito nazionale più l’aumento della popolazione. Semplicemente accetta che ciò avvenga dato che la produttività e la popolazione aumentano. Non c’è la comprensione che ciò che guida il sistema capitalistico è l’imperativo economico, imposto dalla concorrenza tra gli individui e le aziende che investono nella produzione, di massimizzare i loro profitti e di accumularli come capitale sempre crescente. Ciò nonostante la sua critica al capitalismo, per come lo intende, è assai graffiante.

Gradi di disuguaglianza

Il 10° capitolo che tratta della “Disuguaglianza del Possesso di Capitale” contiene alcune tabelle che mostrano come in Francia il 10% più ricco possieda attualmente poco meno del 60% di tutta la ricchezza e l’1% più ricco quasi il 25% di essa. Le cifre per la Gran Bretagna sono 70% e  29%; per gli USA 70% e 32% e per la Svezia (che si dice sia il paese più egualitario al mondo) 59% e 20%.
 
Le tabelle mostrano anche, in forma di grafici, l’evoluzione della disuguaglianza del possesso della ricchezza nel corso di duecento anni, dal 1810 al 2010. Il grado più alto di disuguaglianza si raggiunse nel 1910 quando il 10% più ricco in Francia possedeva l’89% e l’1% più ricco possedeva il 60%; in Gran Bretagna erano il 90% e il 60%. A quei tempi negli USA c’era meno diseguaglianza che in Europa, con l’80% e il 45%.
 
Le tabelle confermano l’idea socialista che la base della società attuale sia il possesso dei mezzi di produzione della ricchezza da parte di una minoranza. Ma mostrano anche che il grado di disuguaglianza è a volte diminuito e a volte aumentato durante questo periodo di duecento anni. Questo fatto necessita di spiegazioni. Piketty ne fornisce due.
 
La prima è una tendenza secolare a lungo termine, che l’autore chiama “emergenza della classe media patrimoniale”, mediante cui egli reputa che la quota della ricchezza totale posseduta dal 40% mediamente ricco (ossia da coloro che sono situati a metà tra il 10% più ricco e il 50% più povero) sia cresciuta a partire dal 1910. Questa categoria statistica è andata ad acquisire abbastanza ricchezza da possedere, nel complesso, tra un quarto e un terzo della ricchezza totale. Ciò ha prodotto il risultato statistico di ridurre la quota relativa del 10% più ricco, ma non è stato a loro discapito, non ha influenzato e non ha ridotto la quantità di ricchezza del gruppo più abbiente, la cui ricchezza ha continuato a crescere in termini assoluti.
 
Si dovrebbe notare (ma Piketty non lo fa) che una larga parte della ricchezza di questo 40% intermedio ha la forma delle abitazioni in cui essi vivono e che hanno pagato, ma che non sono capitale nel senso di un cespite che effettivamente produca un reddito. Questo significa che le cifre delle tabelle sottostimano il grado di concentrazione dell’insieme dei cespiti che effettivamente producono un reddito da proprietà.
 
Piketty nota che questo spostamento non ha influenzato la frazione della «metà più povera della popolazione, la cui quota di ricchezza totale è sempre stata minuscola (in genere intorno al 5%), perfino in Svezia (dove non ha mai superato il 10%).» (pag. 347).

L’eccezione e non la regola

La seconda spiegazione che Piketty offre sul perché la quota del 10% più ricco sia scesa nel periodo 1920-1970 sviluppa la sua teoria che maggiore è la distanza tra r e g e più forte è la tendenza verso una elevata disuguaglianza. La sua spiegazione è che in questo periodo il tasso di remunerazione è stato ridotto dalla distruzione di ricchezza avvenuta durante le due guerre mondiali e dalla svalutazione, mediante inflazione, del capitale investito in buoni del tesoro governativi. Contemporaneamente il tasso di crescita crebbe per via dei lavori di ricostruzione. Il risultato fu una riduzione della disuguaglianza aldilà di quella causata dall’aumento della quota del 40% mediamente ricco.
 
Questa spiegazione rende questo periodo, quando la porzione di reddito da capitale nel reddito nazionale e la quota del 10% più abbiente nella ricchezza nazionale diminuirono entrambe (in altre parole, quando i più ricchi furono leggermente “spremuti” ma non tanto da arrecar loro danno), un’eccezione al normale funzionamento del capitalismo.
 
La tendenza normale o “naturale”, come la chiama lui, è, per Piketty, che i ricchi diventino in proporzione più ricchi. In effetti egli sostiene che il tasso di disuguaglianza tenderà ad aumentare nel corso del 21° secolo sulla base del fatto che la crescita economica sarà probabilmente più lenta, mentre il tasso di remunerazione presumibilmente rimarrà costante, cosicché il divario tra i due si amplierà. L’autore vede questo come un pericolo per la democrazia e per le garanzie dei lavoratori (che lui chiama “stato sociale”). Come un riformista socialdemocratico di vecchio stampo (Piketty è infatti un sostenitore del cosiddetto “Partito Socialista Francese”) vuole fermare e invertire questa tendenza e probabilmente ha scritto questo libro per costruire un sostegno alle misure finalizzate a ottenere questo obiettivo.
 
Il guaio, dal suo punto di vista, è che la sua teoria, se valida, fornisce un potente argomento contro le possibilità di riuscita di questa campagna riformista. Significa che i riformisti in questo campo si sono dati il compito non solo di ridurre la disuguaglianza nel possesso della ricchezza, ma anche di vincere le forze economiche che spingono nella direzione opposta.
 
Che il capitalismo fondato sulla proprietà privata legale abbia la tendenza a far sì che i ricchi diventino sempre più ricchi in termini assoluti, è una conseguenza dell’accumulazione del capitale (nel senso che la ricchezza è usata per produrre altra ricchezza in vista del profitto). Dove ci sono diritti di proprietà privata sui mezzi di produzione, il reddito che questi mezzi “producono” quando sono usati come capitale va ai possessori e la parte che è reinvestita (accumulata) si aggiunge alla loro ricchezza, ossia questi possessori diventano più ricchi. Questa è una tendenza che i riformisti troveranno a lottare contro di loro, a prescindere dal fatto che Piketty abbia o meno ragione circa l’esistenza di un’altra tendenza secondo cui i ricchi diventano più ricchi relativamente al resto della popolazione.
 
Le misure che l’autore propone nella Parte IV per impedire ai ricchi di divenire più ricchi sono incredibilmente deboli: tasse più alte sui redditi elevati (sui “superstipendi” dei “superdirigenti” e anche sui redditi da investimento dei ricchi) e una tassa patrimoniale. Riconosce che probabilmente nessun paese adotterà queste misure per paura, nel contesto di un capitalismo globalizzato, di venir tagliato fuori dagli investimenti e così propone una “tassa patrimoniale globale”. Che è ancora più improbabile.
 
Ad ogni modo, non è una distribuzione meno diseguale della ricchezza e dei redditi che aiuterà a risolvere i problemi che la classe dei salariati e degli stipendiati (e di quelli a loro carico) affronta sotto il capitalismo. Si tratterà piuttosto di espropriare la minoranza che monopolizza i mezzi di produzione e di far sì che questi vengano gestiti in comune affinché possano essere usati per ottenere quello di cui la gente ha bisogno e non merci in vendita in vista di un profitto per i possessori di tali mezzi di produzione, come avviene oggi.

ADAM BUICK
 
tratto da “Socialist Standard”  pp. 16-17 , n. 1321, vol. 110, Settembre 2014.


 

martedì 26 agosto 2014

Cosa c'è di male nell'usare il parlamento?

Il Movimento Socialista Mondiale (MSM) v’invita a leggere la traduzione italiana dell’opuscolo redatto dal Socialist Party of Great Britain (SPGB) e intitolato ”What’s wrong with using the Parliament?”. La questione dell’utilizzo del Parlamento è cruciale per il nostro movimento in quanto, non solo ci distingue dagli altri movimenti marxisti, ma è un nostro principio cardine che ha suscitato, suscita e susciterà implacabili discussioni. A causa, ma noi diremo grazie, a questo principio, diversi marxisti e anarchici, anche se vicini alle posizioni antileniniste del MSM, declinano la loro adesione al nostro movimento poiché sono dell’idea che il Parlamento resti sempre uno strumento di dominazione borghese non utilizzabile per la causa socialista. La traduzione che presentiamo qui si pone proprio lo scopo di controbattere questa, come anche altre critiche rivolteci.
In più la frazione Italiana del MSM coglie quest’occasione per approfondire alcuni punti non (o poco) trattati nell’opuscolo in inglese. Abbiamo a questo proposito condotto una piccola intervista ad Adam Buick, co-autore del lavoro originale, della quale riportiamo la traduzione. Si consiglia comunque la lettura della traduzione dell’intero opuscolo prima di quella dell’approfondimento che riportiamo qui sotto.


Approfondimento

Redazione: Cosa ne pensi di questi movimenti emergenti che usano internet per diffondere e praticare la democrazia diretta? Sono tutti, in un modo o nell’altro, riformisti. Ad ogni modo l’uso di internet può essere uno strumento efficace per l’organizzazione della futura società socialista. Pensi che questo tipo di democrazia diretta possa scavalcare l’attuale sistema politico basato sulle elezioni? 
 
Adam: Sono certo che alcune forme di democrazia diretta per via elettronica avranno il loro spazio nella struttura democratica della futura società socialista, ma non penso che la democrazia diretta sia il miglior modo di prendere le decisioni. Questi strumenti vanno bene per decisioni su questioni di principio che richiedono un sì o un no come risposta, ma molte questioni sono molto più complesse con vari tipi di alternative o soluzioni di compromesso. Ecco perché una democrazia per delega, dove c’è un Consiglio o un Comitato eletto che prende le decisioni, è più appropriata nei casi complessi che saranno, a parer mio, la maggior parte delle situazioni. Certo è che coloro i quali verranno eletti nei Consigli o nei Comitati dovranno rendere conto ai loro elettori e saranno soggetti ad ogni tipo di controllo e di verifica.
 
Redazione: Nel leggere quest’articolo un lettore potrebbe pensare che i movimenti leninisti, così come alcuni di quelli anarchici, agirebbero contro una rivoluzione socialista una volta che questa si presenti, essendo questi movimenti così occupati a farsi la guerra tra loro. È questo ciò che s’intendeva nell’articolo? Se sì, dovrebbe essere questa la motivazione principale per abbandonare tali movimenti e unirsi al nostro?   
 
Adam: Non sono sicuro che quando il movimento socialista prenderà forma come movimento di massa ci saranno molti leninisti o anarchici in giro. Penserei invece che molti di loro faranno parte di un movimento più grande, forse discutendo le loro posizioni assieme a tutti gli altri.
 
Redazione: È abbastanza chiaro dall’opuscolo che senza la maggioranza della gente che voti per l’autentico partito socialista attraverso mezzi democratici, il socialismo non potrà essere instaurato. Tuttavia il capitalismo è nazionalista e promuove le nazioni (come entità). Cosa succederebbe quindi se la maggioranza si raggiungesse solo in una o in poche nazioni? Come potrebbe prendere tempo il partito socialista senza cadere della trappola del riformismo? 
 
Adam: Questa domanda è stata fatta molte altre volte e una risposta si può trovare nel nostro vecchio opuscolo “la domanda del giorno”:

(http://www.worldsocialism.org/spgb/pamphlets/questions-day#soc_less_dev):

“Ai socialisti viene spesso chiesto di un altro aspetto dello sviluppo diseguale. Questo si rifà alla possibilità che un movimento socialista possa essere più sviluppato in un paese che in un altro e in grado di poter prendere il controllo del sistema di governo prima che lo siano analoghi movimenti socialisti in altre parti del mondo.
Tralasciando per il momento la questione se tale situazione sia realistica o meno, possiamo già dire che non presenta problemi quando è vista nella cornice del carattere mondiale del movimento socialista. Giacché i governi capitalisti sono organizzati su base territoriale, ogni organizzazione socialista ha il compito di guadagnare democraticamente il controllo nel paese dove opera. Questo però avviene meramente per convenienza organizzativa: c’è un solo movimento socialista, del quale le diverse organizzazioni socialiste sono parti integranti. Quando il movimento socialista crescerà ulteriormente, i suoi attivisti saranno completamente coordinati dall’organizzazione mondiale. Se si considera la situazione in cui i socialisti organizzati di una sola parte del mondo siano nella posizione di prendere il controllo del sistema di potere governativo, la decisione sulle azioni da compiere sarà presa unanimemente dal movimento socialista mondiale alla luce di tutte le circostanze del caso.

Rimane il caso se, in effetti, ci saranno differenze materiali nel ritmo di crescita delle varie sezioni del movimento socialista. Al momento, nei paesi capitalisti avanzati, la vasta maggioranza, poiché non è socialista, condivide alcune idee base su come la società può e dovrebbe essere governata. Tale massa accetta che i beni siano prodotti per la loro vendita al fine di accumulare profitto, che alcuni debbano lavorare per uno stipendio mentre altri debbano essere i padroni; che ci siano forze armate e confini; che non si possa fare a meno dei soldi e della compravendita. Queste idee sono condivise dalla gente in tutto il mondo e su questo si basa la stabilità del capitalismo nella nostra epoca.

Engels sottolineò che un periodo rivoluzionario esiste quando la gente comincia a rendersi conto che quello che pensava fosse impossibile, può in effetti essere realizzato. Quando la gente capirà che è possibile avere un mondo senza confini, senza salari e profitti, senza padroni e forze armate, allora la rivoluzione socialista non sarà molto lontana. Ma questo progresso nella conoscenza politica sarà raggiunto dalle stesse persone che ora pensano che il capitalismo sia l’unico sistema possibile. Poiché i lavoratori di tutto il mondo vivono in condizioni simili e, grazie anche ai moderni sistemi di comunicazione, quando questi incominceranno a vedere oltre il capitalismo, questo avverrà ovunque. Non c’è ragione alcuna di pensare che solo i lavoratori di un paese vedano questo, mentre quelli degli altri paesi no.
L’idea vera e propria di socialismo, ossia di una nuova società, è chiaramente e inequivocabilmente un rifiuto di tutti i nazionalismi. Quelli che diventeranno socialisti si renderanno conto di questo e anche dell’importanza di unirsi ai lavoratori di tutti i paesi. L’idea socialista è tale che non si può diffondere in modo non uniforme.
Quindi i partiti socialisti saranno nella posizione di prendere il controllo politico nei paesi industrialmente avanzati in intervalli di tempo piuttosto ravvicinati. È concepibile che in alcuni paesi meno sviluppati economicamente, dove la classe lavoratrice è meno numerosa, i pochi capitalisti privilegiati possano essere in grado di conservare la loro posizione di classe un po’ più a lungo. Ma non appena i lavoratori avranno vinto nei paesi avanzati, daranno tutto l’aiuto possibile ai loro compagni negli altri paesi.”

 

Per concludere, cogliamo l’occasione per ringraziare Adam Buick e per sottolineare l’importanza della divulgazione delle idee socialiste in tutte le lingue, che non deve conoscere confini o barriere di sorta.

Lavoratori, disoccupati, studenti e pensionati di tutto il mondo, unitevi! Un mondo diverso e migliore è possibile, incominciate a immaginarlo!

sabato 14 giugno 2014

Il fenomeno mafioso

La mafia è una espressione del potere che si è adattata stupendamente al sistema capitalista mettendone in discussione la morale ed evidenziando la spietatezza delle logiche di profitto.
Qui in allegato espongo un'analisi di questo fenomeno dal punto di vista maxista. In ultima analisi si può constatare come se nel sistema pre-capitalista la mafia fosse legata a realtà locali con lo stabilirsi del capitalismo la mafia diventa impresa e si mescola con il lobbismo borghese. Per questo motivo oggi la mafia non è più quella degli uomini d'onore, campieri e strozzini ma parla la stessa lingua imprenditoriale della borghesia "onesta". Buona lettura.

sabato 7 giugno 2014

Che cosa intendiamo per “rivoluzione”?

Qualsiasi cosa si possa pensare del conduttore radiofonico Russell Brand, almeno ha reintrodotto la parola ‘rivoluzione’ nel vocabolario politico. Ma che cos’è una ‘rivoluzione’?

Una buona definizione del termine “rivoluzione” è stata data dal socialista britannico del periodo vittoriano William Morris in una conferenza del 1884, pubblicata successivamente in forma di opuscolo con il titolo “Come viviamo e come potremmo vivere”. Morris scrive:
«La parola Rivoluzione, che noi Socialisti siamo così spesso obbligati a usare, ha un suono terribile agli orecchi di molta gente, anche se abbiamo spiegato loro che non necessariamente significa un cambiamento accompagnato da rivolte e da ogni sorta di violenze, e che non può significare un mutamento fatto meccanicamente, a dispetto dell’opinione pubblica, da un gruppo di uomini che sono riusciti in qualche modo a prendere momentaneamente il potere esecutivo. Anche se spieghiamo che usiamo la parola “rivoluzione” nel suo senso etimologico e che intendiamo con essa un cambio delle basi della società, la gente ha paura dell’idea di un cambio così vasto e implora che si parli di riforme piuttosto che di rivoluzione».
Una rivoluzione, allora, è “un cambio delle basi della società”, accompagnato o no dalla violenza (in effetti Morris pensava che ci sarebbe stata), un cambio che deve essere piuttosto rapido implicando una netta rottura con la società esistente. Il mutamento delle basi della società che i socialisti prospettano, è un mutamento di ciò che esiste oggi, dove la società è basata sulla proprietà e sul controllo dei mezzi di produzione della ricchezza (tramite cui la società stessa sopravvive) da parte di una esigua minoranza di individui abbienti, di società per azioni e di stati. Vogliamo passare da questa situazione a una dove i mezzi di produzione sono divenuti la comune eredità di tutti, per esser usati, sotto controllo democratico, per il beneficio di tutti. Un cambiamento da una società classista a una società senza classi. Un cambiamento dal capitalismo al socialismo.